I LIBRI DEGLI ALTRI n.1: Romanzo di formazione. Angelo Australi, “L’usignolo di provincia”

Romanzo di formazione. Angelo Australi, L’usignolo di provincia, Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2010

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di Giuseppe Panella*


L’usignolo di provincia è palesemente un romanzo di formazione cioè un Bildungsroman (come scrivono di solito i critici letterari che desiderano fare una più bella figura). Il titolo, oltretutto, riecheggia L’usignolo della Chiesa Cattolica di Pier Paolo Pasolini che è anch’esso un racconto di formazione in poesia e che culmina con la presa di coscienza delle contraddizioni esistenti nella società da parte dell’autore (La scoperta di Marx). Eppure tra la nutritissima schiera dei romanzi in cui viene raccontata la crescita e la maturazione di un personaggio che passa attraverso numerose e spesso terribili prove (ad esempio, la guerra partigiana come in Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino o la ridiscesa del fiume Congo da parte di Marlow alla ricerca di Kurz per “porre fine al suo comando” in Cuore di tenebra di Joseph Conrad – e questi due romanzi non vengono messi in rapporto a caso!) e questo breve testo narrativo di Angelo Australi c’è una differenza specifica che non esito a definire interessante. Spartaco è un ragazzino vivace e intelligente (e non potrebbe essere diversamente dato il suo nome di battesimo legato alla scomparsa repentina e improvvida del suo giovane zio).

Come figura di riferimento potrebbe avere Il giovane Holden di Jerome D. Salinger ma forse risulta spiegabile ancora meglio se si tengono presenti Tom Sawyer e Huckleberry Finn di Mark Twain (e tutto il capitolo ottavo del libro con la sequenza della fuga dalla Chiesa buia e piena di sporgenze pericolose che ricorda la narrazione dell’avventura della caverna dove si nasconde Joe l’indiano starebbe lì a dimostrarlo). Anche Spartaco, comunque, non è un grande studioso a scuola – frequentarla non gli interessa granché e anche le materie scolastiche che è costretto a trangugiare non sono il massimo del suo ideale di vita. In realtà, quello che lo assorbe intellettualmente e fisicamente è altro e i suoi “furori” (per dirla con il protagonista di Conversazione in Sicilia di Vittorini che è poi uno degli autori di riferimento di Australi) sono tutt’altro che “astratti” quanto concreti e legati all’atteggiamento da avere nei confronti della vita: gli piace andare in bicicletta anche se poi finirà per farcisi male, gli piace giocare al calcio anche se sa di non essere un futuro campione come il suo amico Salamandra, gli piace frugare nella bottega da barbiere del nonno Rutilio e consultarne i libri dal titolo un po’ misterioso, gli piace guardare le ballerine come le gemelle Alice ed Ellen Kessler alla TV anche se con le ragazze non sa ancora con tanta precisione che cosa bisogna farci…

A Spartaco piacerebbe vedere la TV in casa e non alla Casa del Popolo come fanno frequentemente suo padre e suo nonno (e anche lui di tanto in tanto) e quindi si sottopone al sacrificio di “sputare sangue” sui libri pur di ottenerla: il nonno gliel’aveva  promessa, infatti, se fosse stato promosso a giugno, un’impresa che non sembrava tanto facile dati i voti dell’ultima pagella. E, invece, Spartaco si impegna nonostante il fatto che la matematica gli risulta ostica e oscura e che gli eventi della storia antica si mescolino nella sua mente con quelli dell’immediato presente:

 

«Non essendo giorno di paga nessuno aveva il diritto di coccolare i sogni con una scadenza lontana nel tempo, comunque chiuse la porta della sua camera e iniziò subito a studiare. Non capiva niente di quello che leggeva sul libro di storia, con gli egiziani mischiava convulsamente tutti gli eroi dei telefilm che più amava, le ballerine di “Canzonissima”, Alan Ford e Braccio di Ferro. Era un caos comandato dalla gioia più irrazionale, perciò interruppe la lettura per disegnare sul quaderno di brutta copia l’assedio di un castello ben fortificato dove si svolgeva una cruenta battaglia. Da una parte del foglio colorò un sole giallo come lo zafferano che avrebbe dovuto accogliere un po’ tutte le sue speranze» (p. 50).

 

Ma la TV non significa la felicità, anzi – soprattutto perché se l’apparecchio viene comprato di seconda mano rischia di funzionare male fin dal principio. Se la possibilità di vedere gli spettacoli televisivi in casa sembra rendere i suoi genitori più disponibili alla pace domestica e li fa recedere dai loro frequenti litigi, quando la televisione si guasta e sullo schermo si forma sempre più di continuo l’effetto neve caratteristico dei disturbi di ricezione la tensione esplode e volano parole grosse tra la mamma Giulia e il nonno Rutilio circa le scelte di quest’ultimo e la sua partecipazione economica al bilancio familiare. Inoltre l’apparecchio non funziona e questo lascia tutti a bocca asciutta. Il nonno andrà a protestare presso il negozio dove l’ha comprato (ma usato, purtroppo) ma il tecnico destinato alla riparazione non si presenta e sembra che non venga proprio più – irritato e desideroso di collaborare alla risoluzione del problema, Spartaco inforca la sua bicicletta “Nilor” (all’epoca molto quotata come bici da corsa ma ancora oggi spesso presente negli annunci dell’usato) e corre per raggiungere il negozio degli elettrodomestici il più in fretta possibile. Quando vede che la situazione sembra essersi sbloccata, ritorna a casa in fretta con il suo potente mezzo ma i freni lo tradiscono e stramazza dopo una lunga parabola percorsa in alto fino a toccare disastrosamente il selciato. Il suo braccio sinistro si spezza in due punti tanto che gli sembra di avere “due gomiti”. Il dolore lancinante al braccio, il bruciore della medicazione e lo stordimento legato alla caduta, invece che offuscargli la ragione, lo rende più lucido. Dalle riflessioni che farà in questa occasioni sembra scaturire il processo di maturazione che lo farà transitare dall’adolescenza a una giovinezza più consapevole delle contraddizioni esistenti nella vita:

 

«Che assurdità! si disse. Per tanti anni non aveva fatto che chiedere un televisore e poi ne era stato acquistato uno di seconda mano. Per tanti anni aveva usato la bicicletta di suo padre facendo l’equilibrista pur di riuscire a guidarla, era caduto chissà quante volte senza mai farsi un graffio e alla fine, con questa alla sua altezza si era rovinato quasi subito il braccio e la faccia. Ripensò per un attimo alla storia dello zio con il suo nome, morto di pleurite poco prima di essere nominato sacerdote. La vita allora era tutta giocata su più livelli, non veniva solo guidata dalle proprie azioni; si poteva essere le persone più sincere del mondo o le più bugiarde, ma non era questo il sistema con il quale adesso avrebbe potuto misurare la sua e quella delle persone che amava. Sentì che era giunto il momento di abbracciare in pieno le sue storie, avevano galleggiato nell’oblio per molto tempo e adesso esplodevano in tutta la loro lucida chiarezza, condensandosi a un livello oltre il quale avrebbe potuto incontrarle solo con la sua sensibilità. Per essere un grande navigatore secondo Salamandra il problema non era vincere una battaglia, ma non farsi coinvolgere in tutto ciò che può distrarre dalla propria visione e dai sogni» (p. 91).

 

Il romanzo si conclude così ma non tutto si può considerare risolto con una tale pur sopravvenuta saggezza: il finale del romanzo resta aperto a quelle che saranno le future complicazioni dell’esistenza. Nonostante l’impossibilità di incanalare tutto in un finale definito e risolutivo, si intuisce che il futuro non sarà migliore del passato e che nel presente occorrerà battersi per raggiungere gli obiettivi prefissati e desiderati. Il fatto è che le figure di riferimento di Spartaco come il nonno cui vengono dedicate tantissime pagine del libro (quasi la metà) sono venute meno o stanno per essere rimesse in discussione e il mito in cui sembrava essersi trasformato nel corso dell’adolescenza di Spartaco è stato ormai smontato, nonostante l’affetto del ragazzo permanga intatto. Le preoccupazioni del ragazzo a partire dall’incidente di bicicletta in poi saranno altre, diverse, più centrate sulla propria formazione e sul proprio destino. Eppure in precedenza il rapporto con il nonno sembrava essere stato quello prevalente, anche rispetto ai legami con il padre (visto, tuttavia, come troppo lontano e troppo centrato su se stesso e la lotta per la sopravvivenza) e la madre. Il nonno Rutilio, barbiere e sarto, combattente della Prima Guerra Mondiale (e per questo riceverà una medaglia – ricordo), custode della memoria del figlio Spartaco, prete mancato prematuramente nel 1945 e spentosi prima di celebrare la prima Messa, risulta nelle prime pagine del testo narrativo la persona cui fare riferimento nelle difficoltà della vita e al cui sapere poter attingere per districarsi in essa. Le sue parole di saggezza erano quelle cui si era nutrito, da sempre, uno Spartaco sovente perplesso di fronte a eventi inspiegabili o dolorosi come la follia e la morte. Il primo germe di distacco avverrà ben presto attraverso la consapevolezza dell’inutilità ormai sopravvenuta del vecchio che ha ormai lasciato il lavoro e la bottega. Alla madre che glielo chiede un po’ distrattamente e senza impegni, il ragazzo risponderà:

 

«Non gli vuoi proprio più bene?  Sì, che c’entra. Sembravi un innamorato, quando ti raccontava le sue storie. Dice sempre che è vecchio e la morte si avvicina, non mi racconta nient’altro. Tuo nonno Spartaco è un gran chiacchierone, disse Giulia ridendo, non mi farei troppe fisime con la sua malinconia. E’ stato sempre al centro dell’attenzione, in casa e fuori, vedrai che basta poco per farlo attaccare di nuovo alla vita. Tu dici? Sì. Io però qualche volta vorrei aiutarlo… E tu aiutalo, che ti costa. Non costerebbe niente, se solo mi lasciasse spazio, invece il più delle volte mi costringe a guardarlo fare e io mi annoio […] Ci metto tanta buona volontà mamma, con il nonno» (pp.34-35).

 

In questa risposta c’è tutto il succo dell’ormai avvenuta crescita, della Bildung sopraggiunta, di Spartaco. Col nonno, non più mitizzato, ci vuole “tanta buona volontà” e basta. Altrettanta ce ne vorrà per riuscire nella vita a venire. Nella scrittura di Australi si consuma questo piccolo “mistero buffo”: come diventare grande per emulare i “grandi navigatori” del passato lo deciderà il futuro. Quello che conta  del presente è il modo di viverlo e riuscire a trovare le parole adeguate per scriverlo – il che risulta da sempre il compito “impossibile” e straordinario di chi scrive per raccontare ciò che è riuscito a diventare con e attraverso il tempo. Narrare quella che è stata la sua “formazione”, appunto, è il suo destino fatto di carta e di verità.

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]
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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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