I LIBRI DEGLI ALTRI n.2: Pensando su per le scale. William Marino, “140 passi”

Pensando su per le scale. William Marino, 140 passi, Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2011

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di Giuseppe Panella*


«Oggi l’ascensore non funziona.  Sono tanti i gradini da salire prima di raggiungere il mio piano. Inizio a contarli e, mentre salgo, numerarli mi tiene compagnia. E’ come se fosse un gioco, una distrazione.

Sette, otto, nove.

Mentre conto, scorrono nella mia mente tanti pensieri. Sono ricordi, sensazioni, che si accavallano velocemente. Sono tracce sparse nella memoria, che devono essere riordinate. A volte riesco a fermarne uno. A volte no. A volte mi confondo. Credo che la mia vita sia così, un insieme di frammenti» (p. 5).

L’incipit di questo breve romanzo di William Marino riporta subito tutto il peso della narrazione al centro della mente del suo protagonista (anonimo) che sale su per le scale del palazzo dove abita nel momento in cui sta ritornando a casa dopo aver fatto la spesa. Le vicende della sua vita, le esperienze angosciose della sua esistenza, la sofferta acquisizione del suo essere “diverso”, omosessuale, le vicende private dei suoi amori, della sua analisi, della sua relazione con l’amato Ernesto gli attraversano la mente come tanti flashes di un film mai girato (e forse impossibile da realizzare). Tutta la storia di un’esistenza angosciosa e ormai disperata viene ricapitolata mentre il suo protagonista sale per le rampe di scale che portano a casa sua: 140 gradini che valgono una vita.

Nel 1929, Rex Todhunter Stout, scrittore non ancora famosissimo per aver creato e sviluppato il personaggio dell’enorme e buongustaio investigatore privato Nero Wolfe, pubblica un romanzo, How Like a God (che diventerà più tardi Due rampe per l’abisso, trad. it. di Nanni Filippone, Palermo, Sellerio, 1980). In esso, il protagonista, anch’esso anonimo, sale le rampe di scale che lo separano da casa sua per uccidere la moglie e l’amante di lei della cui tresca è venuto a conoscenza Il romanzo finisce quando l’uomo arriva davanti alla porta del suo appartamento – non si saprà mai se l’omicidio avverrà davvero. Romanzo sperimentale di grande originalità, il libro non porterà fortuna economica né popolarità al suo autore che l’otterrà, invece, solo nel 1934 con il primo romanzo seriale del suo personaggio per eccellenza Nero Wolfe, Fer de lance (in trad. it. La traccia del serpente). Anche il protagonista di How Like a God ricapitola sua esistenza su per le due rampe di scale che portano al suo appartamento. Nel testo narrativo di Marino, tuttavia, c’è una rilevante differenza: l’uomo giunge in cima alle scale  e supera casa sua per arrivare sulla terrazza del tetto dove la tentazione di volare giù di sotto sembra poi predominare. Ma qualcosa lo fermerà  dal procurarsi la morte (anche se il finale aperto del racconto rimette  comunque tutto in discussione).

Il protagonista risulta vittima dei pregiudizi della sua sfera familiare e sociale di appartenenza; la sua omosessualità comporta la rottura quasi definitiva con il padre (che morirà troppo presto per riconciliarsi con lui), la sua relazione con il più anziano Ernesto è sempre lì lì per rompersi e terminare bruscamente. Se egli pensa che la sua vita sia stato un fallimento e che l’amore per il suo partner non potrà salvarlo, nello stesso tempo, sa che non deve né può tornare indietro verso un’impossibile “normalità”. Racconto del “sudore di sangue” di un desiderio impossibile, il testo narrativo di William Marino sprofonda nell’abisso dell’angoscia e del dolore morale per cercare di uscirne attraverso una catarsi tragica sans emploi. Il tempo della vita si salda inestricabilmente con quello della morte e la mente scava nel vissuto per cercare una soluzione possibile, una conciliazione che riscatti le sofferenze precedenti in nome di un’alternativa credibile. Non è detto che ci riesca e la tentazione di morte resta attiva mentre incombe sul destino del protagonista:

«Lascio cadere la scarpa del mio piede sinistro e aspetto di sentirne il tonfo. Ho voglia. Ho voglia di lasciarmi andare. Mentre picchietto i talloni sul muretto, alzo il capo e guardo nuovamente le stelle. Osservo Crono, il mio pianeta» (p. 61).

“Storia naturale” di un’anima che soffre, il racconto di Marino congiunge con esattezza struttura narrativa e analisi psicologica costruendo un crescendo di intensità e pathos niente affatto usuali.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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