QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.96: I versi che mai saranno prosa. Mauro Raddi, “Le cose della natura e festa!”

I versi che mai saranno prosa. Mauro Raddi, Le cose della natura e festa!, Pistoia, Tipografia Pistoiese, 2011

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di Giuseppe Panella*

 

“Dolcezza estrema / di sentimenti / che negli oggetti / inseguo. / Ma non aggancio: guardo / Da distante mi accosto: Così vivo / così sogno” (p. 279).
Sintetizzare criticamente il progetto che Mauro Raddi esplicita in questa che è la vera e propria summa di un percorso di ricerca condotto con forza espressiva e filosofica determinazione da un numero impressionante di anni (il suo primo libro qui antologizzato è del 1987) non è certo facile né forse fattibile senza un esame analitico in profondità.

L’idea che egli ha della scrittura sembrerebbe negare la natura stessa tradizionale (ma anche quella avanguardistica) della poesia come si è soliti considerarla sia dal punto di vista della forma che da quello dei contenuti prescelti a rappresentarla. Allineandosi a una discussa definizione della poesia italiana del tardo Novecento ad opera di Alfonso Berardinelli (La poesia verso la prosa), Raddi tende a dare ai suoi testi non solo natura poematica (come il titolo stesso della silloge che occhieggia, rovesciandolo, quello della grande narrazione di Lucrezio palesemente squaderna) ma anche a congiungere all’afflato erotico-lirico di certe sezioni del volume il sapore di una palingenesi ironica e finale per la versificazione tradizionale. Lo ammette lo stesso scrittore in veste di funambolo: “E’ una soluzione a ben vedere, la mia, che anche della poesia vorrebbe far (buon) spettacolo. In pura controtendenza non esito a puntualizzarlo – o detta in altri termini, l’insieme concerne il mio gusto architettonico, costruttivo. […] Ordine e disordine (cosmos e caos) sono contigui? Festa!” (p. 18). Nella congiunzione finale di ironia e di polemica estrosa, il poeta ritrova, allora, la sua vocazione di cantore del mondo che lo circonda e con il quale confligge o converge senza perdere la sua rabbiosa tenerezza.

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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