QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.97: Elegie dell’assenza e del ricordo. Guido Pellegrini, “L’amor segreto e altre storie”

Elegie dell’assenza e del ricordo. Guido Pellegrini, L’amor segreto e altre storie, Firenze. Gazebo, 2011

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di Giuseppe Panella*


Il segreto è l’altra faccia della nostalgia, del rimpianto, dell’assonanza attonita tra ciò che un tempo è stato e quello che si sarebbe voluto che fosse. Ne scaturisce un tono tra l’elegiaco e l’interrogativo che contraddistingue questa quarta raccolta di Guido Pellegrini (la seconda con Gazebo Libri). E’ sull’elemento della segretezza che l’autore spinge il pedale del suo registro poetico tutto orientato verso il ricordo e l’interrogazione, in un dialogo ideale con un interlocutore assoluto, che funge da sponda alla sua richiesta di verità illuminata dalla nostalgia:

«Nessuno deve saperlo, per ora / manteniamo il segreto, molta gente / non capisce i miracoli, non sente, / discute, poi dibatte, s’accalora / dei casi altrui… lo sai, chi s’innamora, / chi in qualche modo combatte col niente, / chi alla morte s’oppone è sconveniente, / noi siamo fragili, deboli ancora, / meglio tacere, sì, meglio evitare, / custodire con calma meraviglia, / entusiasmo e vigore, la sorpresa / per questa nostra voce che bisbiglia / nomi impensati, luoghi dove stare, / un senso al suo dolore, una ripresa» (p. 80).

 

Il segreto è il mistero rivelato dell’amore, la sua magia profonda, il suo sogno: il sapere degli amanti è fatto di questa incertezza, di questo incedere barcollante tra il desiderio e la sua soddisfazione, tra l’aspirazione al futuro e il ripiegare assorto e un po’ attonito nel presente.

L’amore è ciò che cerca di porre rimedio, con le sue proprie e deboli forze (che diventano inarrestabili e imponenti, duplicandosi), al dominio insopportabile quanto inevitabile della morte.

Amare – secondo Pellegrini – vuol dire nascondere nella propria interiorità il segreto che rende la vita degna di essere vissuta. Si tratta di una sorta di enigma che non deve essere mai risolto.

C’è in tutto questo libro una sensazione di profonda immersione nel dolore della perdita di un paradiso perduto (l’America Latina dell’infanzia) e il tentativo di recuperarlo attraverso l’amore e le passioni ad esso collegate, la più significativa delle quali non può che essere la libertà di scelta, la volontà di vivere autonomamente il proprio percorso esistenziale, “la libertà dal destino” (p. 77).

La poesia corrisponde esattamente a questo desiderio di liberazione dai vincoli, dalla necessità di aderirvi e di lasciarsene schiacciare e asservire, dal bisogno del mondo di ricondurre tutto alla sua misura. Il poeta, invece, vuole essere parallelo alla vita, scorrere a fianco di essa senza esserne travolto, senza doverne seguire, necessitato da essa, tutte le improbabili anse e le tortuose rapide:

 

«Riflessi nella luce d’acqua fonda, / dall’acqua sempre assolti, mai perduti / e ancora persi nei gorghi, caduti / siamo raccolti dall’occhio dell’onda … // Fissi a guardare nel fiume si affonda / ma restiamo all’asciutto, posseduti / dai vortici giriamo e siam seduti / dentro forti correnti su una sponda. // Ma noi siamo, noi siamo necessari / e  poco importa chi tra i due sia oggi / quello che corre e quello che fa sosta:  //  sempre entrambi travolti, senza appoggi, / siamo e lasciamo tra flussi contrari / la fragile saldezza della costa» (p. 14).

 

La navigazione come metafora della vita attraversa gran parte della raccolta di Pellegrini: l’esistenza come grande fiume che scorre e che va attraversato nel corso delle sue molteplici vicende ma anche come consapevolezza del divario che si manifesta e si disvela a poco a poco nel percorso effettuato con la consapevolezza di essere presenti e rappresentativi del proprio essere due.

Nonostante l’irruenza del corso del torrente, nonostante le onde e i vortici che turbano e popolano la sua inarrestabile e travolgente fuga verso il niente, nonostante il gorgo minaccioso che si profila a ogni bracciata e a ogni sosta nel mezzo della corrente impetuosa, il due si congiunge e rapporta all’uno che si vorrebbe diventare alla fine della corsa. L’amore, dunque, è quest’insieme di corsa forsennata e di sosta impavida, di pericoloso sprofondare nel gorgo e di attesa sulle sponde per evitare che gli amanti siano travolti dalla furia inconsulta dei desideri e delle passioni che ne scaturiscono. Il timore di perdersi genera la passione per la salvezza ma quest’ultima non sarebbe desiderio così potente come appare se la possibilità di inabissarsi nei gorghi che lo costituiscono e lo abitano non fosse così vicina, così allettante, così fascinosa:

 

«Il mio amore non è fatto di rose, / il mio amore è segnato dal destino, / colpito dalla morte sta vicino / al sentimento triste delle cose. // Il mio amore non ha maschere o pose, / non può scegliere mai il suo cammino, / dice “è magico questo tuo giardino” / e le piante rispondono odorose. // Il mio amore ha una vita fatta a pezzi / passa la notte a contare macerie, / a tentare di dar loro una forma. // Il mio amore non parla di miserie, dice il vero, non cerca fini o mezzi, / dice: “Nel tempo tutto si trasforma” » (p. 86).

 

L’amore è sostanziato dalla necessità della morte e ad essa appoggia la propria verità. Non tutto scorre liscio e senza ostacoli, non tutto è magico come in un tramonto d’estate, non tutto è dolce e armonioso come il roseto di un romanzo della serie Harmony. A fianco dell’amore (anche il puro e il più appassionato) fa capolino il teschio ghignante della morte. Ma, nello stesso tempo, esso vale di per sé, si appoggia soltanto su se stesso e sulla sua capacità di congiungersi alle fonti stesse, autentiche, della vita. In Pellegrini, la passione amorosa, dunque, è sostanziata dal segreto che la rende capace di resistere ai terremoti dell’esistenza e di sottrarsi alle macerie che pure è costretto a contare per tentare di darsi una ragione delle contraddizioni del vivere. In sostanza, se l’amore non fosse segreto, le sue contraddizioni (la libertà di scelta vs il destino, il dolore vs il desiderio, la gioia vs il crollo delle certezze che tengono in piedi la vita) lo renderebbero impossibile.

C’è in esso una sorta di mistero che va svelato ogni volta e ogni volta lo rende meravigliosamente comprensibile (agli amanti) ma che ogni volta sembra celare dietro una cappa profonda di oscurità la sua oscura verità. Sembra, allora, che il segreto dell’amore sia svelato soltanto agli innamorati e che in esso si trovi una chiave per aprire la porta ai misteri della vita. Chi ama – sostiene Pellegrini, in buona sostanza – sceglie la direzione della propria vita e cerca di evitare di divenire una vittima del destino. Così la morte smette di ossessionare i suoi sogni e si trasforma in una mutazione della vita che la continua sotto altri e differenti aspetti, in una dimensione di continuità assoluta.

 

«Quattro voci. – Vivere di ricordi, raccontarsi / la propria storia per renderla vera, / per fare un passo avanti in una nera / percezione del tempo, nel disfarsi. // – Oppure nel domani riaffermarsi, / sentirsi già capaci d’una fiera / attesa: di sognarsi nella sera / la mattina serena, la catarsi. // – Vivere nel reale, nel suo moto, / sentirsi tatto, istinto d’una spora / che resta sulla pelle e insieme passa. // – Oppure dire “è un sogno” di quest’ora / che appena svegli splende e segna un vuoto, / pronuncia un nome proprio e lo sorpassa» (p. 37).

 

Si tratta di un punto nodale per la concezione della poesia presente nell’opera di Pellegrini, una questione di scelte e di approfondimento stilistico. Il poeta opta quasi sempre in questa raccolta per la forma-sonetto (i testi che non lo sono si contano sulle dita delle mani) e, quindi, per un modello di espressione chiusa nel suo passato che potrebbe sembrare archeologicamente racchiusa nell’alveo di una conchiglia fossile. Eppure, proprio per il fatto che si fa ricorso a una dimensione ormai trascorsa e poco (apparentemente) frequentata, il contenuto espresso risalta e si rassoda in momenti di evidente pathos della memoria (ne sono evidenza e dimostrazione i testi dedicati all’evocazione dei “due mondi” in cui si narra di Giovanni Fattori, Marianna Bigazzi, la seconda moglie del pittore livornese e sua figlia, Giulia Marinelli, poi moglie del pittore uruguayano Domingo Laporte. Ma –probabilmente – questo avviene solo per parlare di pampa, butteri e ricordi d’infanzia…).

La forma-sonetto è, di consulenza, quasi naturalmente, il portato di quel pathos soffuso ma dalla coloritura assai violenta che porta Pellegrini a colorare di azzurro e di giallo le parole dei suoi versi che descrivono quadri e paesaggi. Per essi, la dimensione “naturale” non può essere più la dispersione coloristica del verso libero quanto la composta monocromia del disegno (narrativo) per il quale tutto ciò che è ricordo è simile nel passato come pure nel presente e non può certo mutare …

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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