QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.98. Il doppio della vita. Sandra Vergamini, “Il tenero peso dell’ombra”

Il doppio della vita. Sandra Vergamini, Il tenero peso dell’ombra, Roma, Lepisma, 2011

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di Giuseppe Panella*


Scrive Dante Maffia nella Prefazione a questo terzo volume di liriche di Sandra Vergamini, operosa  poetessa di Bagni di Lucca, che anche un libro di versi d’amore, genere poetico abusato e spesso sdilinquito quant’altri mai soprattutto in Italia, può essere capace di suscitare sensazioni forti e sentimenti potenti quando è in grado di cogliere l’elemento “indicibile” della soggettività umana. Non a caso L’indicibile si intitola il primo testo di questa nuova raccolta di Sandra Vergamini: “L’indicibile appare d’improvviso. // Non c’è tempo / per calcolare il raggio d’azione. // Solo fermarsi / sollevare lo sguardo / e accecati / vedere finalmente oltre” (p. 15).

La ricerca di questi momenti di assolutezza vissuta, di “momenti perfetti” e teneramente riposanti su se stessi, trasforma le liriche d’amore da pura rivendicazione verbale in riproposta vitale di punti fermi sulla base dei quali ritrovare il senso della propria vita. Si tratta, per la Vergamini, di plasmarla in una direzione molto diversa dal tran-tran del quotidiano, vincendo e spezzando il suo implacabile, vibrato trascolorare che la fa ricadere dalla fulgida solarità della passione al grigio opprimente della banalità della routine. Lettrice attenta delle liriche di Pedro Salinas (e soprattutto del suo canzoniere La voce a te dovuta), la parola poetica della poetessa cerca di coniugare la tenerezza dell’amore con la forza che si ritrova in prossimità dei sentimenti vissuti con la potenza del sogno e dell’abbandono passionale, alla ricerca di un’autenticità che neghi la permanenza dell’odio come collante delle relazioni tra gli uomini. Infatti, “ci sono strade già battute / ma ognuno di noi è un’altra storia. // Arrivati in fondo al viaggio / ci salverà la tenerezza” (p. 70).

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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