Gualberto Alvino, “La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino”

Gualberto Alvino, La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino, prefazione di Pietro Trifone, Napoli, Loffredo Editore-University Press, 2012, pp. 174, € 16,80.

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di Antonino Contiliano

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Non sempre appaga lettori e critici leggere opere letterarie insolite, che sconvolgono i canali della scrittura consolidata e quelli dell’attigua comunicazione narrativa e critica orizzontale (lineare), in quanto – come scrive l’autore nella Premessa – sono irregolari e con, nel bagaglio, una variegata e complessa struttura linguistico-stilistica. Se poi l’urto avviene con la lingua liscia, semplificante e accuratamente deprivata di pieghe e “invenzione” – che la parola letteraria invece cerca, inseguendo la materia con opzioni formali tutt’altro che scontate e di facile accesso –, allora certa prosa letteraria e la parola verticale che le dà vita – geometria stilinguistica non lineare –, come scrive lo stesso Alvino, «fa saltare le sinapsi» (p. 90) e ne richiede di nuove. Qui i contenuti hanno la sostanza che la forma dell’autore ha costruito e coagulato in quel testo sicuramente particolare e non disponibile per un soggetto che non si muova con sensibilità, intelligenza e apertura all’ascolto e alla com-prensione dell’intera costruzione letterario-poetica, la quale si presenta e s’impone con un’architettura nuova e originale. Se non si sta in questo “fra”, nessuna spiegazione plausibile, o comprensione ragionata (non necessariamente seguita da un accordo) e interpretazione contestuale e attualizzante troverebbe passaggi di penetrazione praticabili (pur conflittuali) per la ricerca del senso.

Se non si entra nel novum che struttura l’opera, sarebbe come voler leggere il “reale” degli scrittori “ecceitas” (pieghe, frammenti, fluidità, alea, contingenza, intuizioni, abduzioni, neologismi, impasti e reimpasti lessicali o sconvolgimenti che interessano le diverse parti della sintassi e della grammatica…) con una grammatica esplorativo-comunicativa inadeguata, non pertinente. Da qui le reazioni, come scrive Pietro Trifone nella prefazione, della «lingua di plastica […] sms, tweet, post» (p. 7); una segnaletica stradale, diremmo ossificata, che, non adusa al lavorio formale, rifiuta la ricercatezza della parola verticale per sguazzare nello stile semplice e innocuo (per le intelligenze) o nel magazzino multinazionale delle frasi fatte. Un vero museo della stupidità che coltiva stereotipie (utili ad un “fascismo” che egemonizza mediante la lingua) – sempre più imbalsamante le soggettività del postmoderno annichilente e cinico – per snocciolare un racconto senza espressività/espressionismo narrativa/o, e in una unità “inestricabile” di forma e sostanza. Seguendo la poetica di Pizzuto, Alvino infatti sottolinea che narrare non è raccontare. Perché raccontare è come registrare o pietrificare un textum mobile, fluido; è ostruire il suo divenire-potenza-invenzione.

Narrare è scavare, rimescolare, reimpastare lessico e sintassi, inventare nuovi modi. È utilizzare il dato a portata di mano come memoria, storia, scandaglio e proiezione per tagliare il deserto o il bosco dei mondi del simbolico-culturale e, a modo proprio, anche politico. È partire dal miscuglio o dall’ibridazione per avere un linguaggio altro; un corpo nuovo e linguistico-comunicativo che esploda e sconvolga. Aggressivo e “terrorista”, aggiungiamo noi. Lo scrittore ha il dovere e il compito essenziale di scavare (e quando si arriva al fondo bisogna ancora bucare, raschiare), come nel caso di Pizzuto: «scavare la parola, sezionarla nei suoi elementi costitutivi riaccendendone suggestioni e nervature devitalizzate dall’uso e da secoli di nefaste pratiche letterarie; o foggiarla ex novo attingendo sperimentalmente alle fonti più disparate […] e, privilegiando, di contro ai puri valori indicativi, le ragioni dell’evocazione e dell’ambiguità poetica […] ripercorrere scalo scalo l’itinerario tracciato dall’inesausto esploratore» (pp. 18-19).

Ma scavare è anche il compito della critica, e in più direzioni. Attestata sulla letterarietà e le sue potenzialità di esposizione non solo comunicative, la sua azione, infatti, non può trascurare il portato ideologico di cui è carico, in senso lato, l’apparato e l’organizzazione della lingua. I linguaggi dell’universo simbolico e quello stesso dell’indagine interpretativa, che l’opera offre a chiunque metta mano alle sue pagine, ne hanno potenza di memoria incorporata. E, poi, le posizioni critiche non mancano certo di differenziarsi.

Così, rimanendo all’interno del quadro del libro di Gualberto Alvino, accanto all’autorità di un Segre, il quale non manca di segnalare certi limiti (riferiti alla scrittura pizzutiana; ma estensibili agli altri due siciliani: Consolo e Bufalino) che connotano le sperimentazioni stilinguistiche spericolate o al confine della comprensibilità immediata, c’è quella di un Contini (scrive Alvino) che qualifica la letterarietà dove si specilla con la trasgressione mettendo il boccaglio al canone medio e accreditato del narrare, o al poetare semplice e chiaro, o a quello dell’enunciazione che spezza il narrativo e il “poetico”.

La parola verticale- Pizzuto, Consolo, Bufalino di Gualberto Avino – che vaglia e setaccia con perizia ermeneutica e complementare analisi genetico-filologica l’opera letteraria dei tre siciliani – così (specie in questi tempi di magra per il pensiero critico) è un lavoro che, perdurando queste grigie stagioni di bassa strisciante, come si suol dire, ci voleva. Il libro infatti è una sfida che riporta all’attenzione sia la qualità della scrittura letteraria sia la necessità dell’esigenza che la critica avveduta riapra i battenti sul testo in quanto textum organico e semiosi autonoma.

Inoltre, scavando nei territori della linguistica e della semiologia, insieme all’esplorazione ed esplicitazione delle “onomaturgie” dei tre siciliani, la fatica del nostro ripone anche il rapporto significante/referenzialità e a diverso giro di posizione del discorso simbolico poetico-letterario. E in tale direzione preziosi sono tanto i glossari di corredo (per autore) – che scrutinano «coniazioni originali», «occorrenze», «hapax» –, quanto gli indici morfologici che rendicontano sull’impiego di «deaggettivali», «denominali», «deverbali a suffisso zero», «parasintetici», «prefissi» (su Pizzuto); «coniazioni originali» e «dialettalismi» (su Consolo). L’analisi di questi autori (ma a Pizzuto Alvino dedica due saggi) segue puntualmente attraversando il fuoco di brani scelti (tratti dalle diverse opere) ed esemplari di Pizzuto, Consolo e Bufalino. Il laboratorio di Bufalino però rimane incorporato principalmente nella trama del saggio stesso che l’autore gli dedica. Il saggio manca così del corredo delle specificità classificate per area (come fatto per Pizzuto e Consolo). Tuttavia è in compagnia di una lettera. È una lettera di Bufalino ad Alvino, che per oggetto di dialogo ha l’onomaturgia del comisano.

Certamente il nostro autore – in questo suo attento e chiaro lavoro esegetico (per darci preziose chiavi di lettura consapevole, vista la manipolazione dell’insieme organizzativo della scrittura letteraria di Pizzuto, Consolo e Bufalino) – ha ben presente, crediamo (lo diciamo di passaggio), la ricerca sottile e precedente dei lavori di un ÉmileBenveniste e di un Michel Serres sul divenire-semantico-significanza delle parole tra radici, tagli e neoverbalità semantica derivata e creativa.

Benveniste e Serres sono due firme che hanno seguito le mutazioni del logos occidentale come un tracciato in fieri. Un “campo quantistico” processuale in cui il linguaggio del letterario e del filosofico occidentale ha modulato costantemente e storicamente la propria polisemia tra l’origine del suo essere segno e prassi significante comunicativa quanto politicamente segnata sia dagli usi comuni che dalla creatività singolare. Un campo tanto ibridato quanto tagliato.

Un temperato lessico letterario-poetico (nel caso dei tre siciliani studiati da Alvino) che – come il tempus/kairòs studiato da Benveniste e Serres – si sperimenta pure come un temno (tagliare, spezzare) e un kerànnoumi (mescolare) del tempo delle parole sull’asse paradigmatico e sintagmatico, mentre origina un ritmo proliferante insolito di derivati, composti e irregolari richiami rispetto al consolidato senso comune.

Un articolato che, specie in Consolo, è «uno sperimentalismo convulso, non immune da tentazioni eversive […] intrepida mescolanza di codici […] talora esorbitanti da una schietta esigenza poetica, su cui incorre il pericolo del feticismo lessicale» (p. 97). Perché, se è vero che c’è un soggetto che interviene e controlla volutamente e coscientemente gli ampi spettri di significanza d’uso o specialistico (impiego e sfruttamento analogico sfruttante forme, fonologie e associazioni a ventaglio), è altrettanto certo che il controllo programmato e diretto non è totale: gli uomini fanno la storia, ma non sempre come a loro piace (K. Marx).

Per la scrittura letteraria di Pizzuto, di tutt’altro spessore e ricercatezza, citiamo l’esempio della manipolazione controllata e mirata che lo scrittore, a partire dalla forma del nome, fa (forse per paronomasia?) delle parole di numerare e numerus. E l’esempio è uno fra i tanti (il lettore ne avrà di che esplorare!). Il numerare/numerus nell’Onomaturgia pizzutiana è così spiegato: «“n. saette di brandenburghici flauti”: ‘contare’? ‘elencare’? no di certo: denominale dal lat. numerus ‘ritmo, armonia’: ‘comporre in musica’» (p. 19). Non è un caso, poi, se, ad esergo del Dialogo dello Scettico e del Fautore, Alvino, calzatamente, utilizza in assetto un pensiero ‘aforismatico’ di Amelia Rosselli che recita: «L’autore manipola la lingua, se vale qualcosa» (p. 77). E diremmo che assolvono alla stessa funzione – oltre al coagulo in esergo di un pensiero di Giovanni Pascoli («S’ha sempre a dire uccelli, sì di quelli che fanno tottavì, e sì di quelli che fanno crocò?», p. 17) – anche le stesse proposizioni dichiarative di poetica dei tre scrittori. In esergo delle Onomaturgie così leggiamo: «Lessico, sintassi, ritmo, lor concorso» (Pizzuto, p. 65); «verticalizzarlo [il romanzo], caricarlo di segni, spostarlo verso la zona della poesia, a costo di farlo frequentare da “felici pochi”» (Consolo, p. 96); «C’è del resto nelle mie pagine, visibilissima, l’applicazione di una retorica. Con in più lo sforzo di sposare a questa retorica un sentimento del mondo e della vita, di giocare ad un tempo su due tavoli, dello stile e degli affetti» (Bufalino, p. 132).

Il lavoro critico e filologico-ermeneutico di Gualberto Alvino in La parola verticale (con il corredo del glossario e dell’indice morfologico, delle coniazioni originali e dei dialettalismi, della lettera di Bufalino ad Alvino e l’indice delle parole) – è sicuramente un’indagine analitica e critica pregevole. Se ne sentiva la necessità. Come argomenta, e convince, lo stesso Alvino nel Dialogo dello Scettico e del Fautore (pp. 77-91), il suo discorso mette alla sbarra i dubbi dello scettico e la illumina per sottrazione di forza argomentativa: le fondamenta dei dubbi sono deboli e non reggono alle controargomentazioni del Fautore.

Ogni lettore che si avvicini alle opere dei tre siciliani, così setacciati dall’indagine alviniana, non può che apprezzarne e ricavarne personalmente il vantaggio di vedere anche le differenze tra l’«accumulo» estetico di Consolo e il rigore dell’impiego logico di un Pizzuto (entrambi, in ogni modo, debitori e successori di Gadda; e non meno lo stesso Bufalino, crediamo). Gadda è il capostipite nostrano di questo sperimentalismo sovversivo. Il suo valore innegabile è quello di aver salvaguardato la scrittura letteraria sia dalle stantie ripetizioni dei modelli accreditati sia da una probabile estinzione dell’aseità dell’artistico-letterario-poetico di casa.

Autori e scrittori di tal pasta non hanno, in prima istanza, di certo, spasmi per un auditel di massa. Pizzuto si accontentava di «venticinque lettori»; Consolo cerca «felici pochi»; di Bufalino si dice che si accontentasse di cinquecento amici e d’altrettante buone biblioteche per le sue opere.

Sono stati necessari altri punti di vista, altre scelte logiche, altri stili formali e di lenti di approfondimento e diffusione. Pensieri e scritture, immaginazione e strategia testuale che, nell’assurdo e paradossale altrui (lo scettico), per quanto ai limiti del ricamo feticistico, fantastico o dell’astrazione molto rarefatta si sono sempre rivelati via via efficace nuova linfa e anticipazione profetica di altri modi di far scrittura letteraria innovativa: non basta dire non capisco per deprivare di valore e significanza le sperimentazioni testuali che scompaginano quanto consolidato nelle pratiche scritturali creative. Forse è il caso di dire che non sono mai bastevoli.

Col che si vuol dire, come lasciato in eredità indiscussa da Brecht, che non esistono modelli che esauriscono la realtà e quella della stessa scrittura nel suo farsi e essere divenire-letterarietà. La realtà ha più forme di quante ne possa aver messo sul mercato la mano della letteratura maturata; essa suggerisce più modelli di quelli che sono in funzione per cum-prenderla. Divenire modelli non è chiudere e totalizzare ciò che è un divenire continuo mentre s’informa. E le tre estetiche – del vuoto, dell’anamorfosi, della lettera – del “reale” di Lacan (solo per citare un nome fra quelli che circolano non senza difficoltà) non paiono smentire il lascito di Brecht.

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