QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.99: Il vento soffia ancora… Giuseppe Iuliano, “Vento di fronda”

Il vento soffia ancora… Giuseppe Iuliano, Vento di fronda, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2012

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di Giuseppe Panella*

 

«Soggetti plurali. Respiriamo a fatica / in un mondo usuraio / che guarda al solo profitto / e accumula talenti. // Chissà se avremo forza di semenza / e le donne voglia di parto / tra sterili convenienze, aborti / di ogni peccato? Del vero peccato. // Ci resta una terra spolpata / l’osso dei meridionalisti / la gobba di monti e piane / occhio di malizia per discariche // gli inganni della politica / gli intrighi ruffiani / premi e castighi a capriccio / come rovesci di pioggia // Monta invasiva l’orgia del potere / adesca, fascina e corrompe. // La terra è sfruttata / come corpo di prostituta / presto vecchia e rinsecchita. // Avremo solo agonia e morte ai paesi. / Anche la parola è radice sterrata / negata a voci opposte discordi / tra bocche cucite con fili / che tessono convenienze e paure. // Sono invece i figli a lasciarci / scoraggiati stanchi già prima del tempo. / Povera e senza memoria ci separa / una storia divisa da troppi rimorsi» (p. 27).

E’ una visione apocalittica quella che apre la raccolta.

La terra riarsa e impoverita da troppi raccolti insufficienti e troppa inutile fatica è lo specchio della sua gente, intimidita dalla prepotenza del male, attonita di fronte alle difficoltà di sempre, spesso incapace di reagire adeguatamente al sopruso e alla truffa continua del lenocinio e del potere assoluto. La parola non è usata come strumento di lotta ma solo come lenimento ipocrita.

Antonio La Penna, nella sua lunga Prefazione (Il Giovenale irpino) che apre la nuova fatica poetica di Giuseppe Iuliano, paragona il poeta di Nusco allo scrittore satirico latino Decimo Giulio Giovenale e il paragone è sicuramente suggestivo e tale da incuriosire il lettore. Ma con un’avvertenza d’uso, tuttavia, cui neppure La Penna, come è naturale, si sottrae: se in Giovenale prevale la rabbia e lo sconcerto (almeno nelle prime sei Satire a noi pervenute) e solo verso la conclusione della sua opera il tono si rivela pacato e ormai rassegnato al tradimento delle antiche tradizioni della precedente romanità, in Iuliano, il tono, sebbene talvolta elegiaco e nostalgico, rimane sempre vibrante e sostenuto, fiero della sua originalità, capace di appoggiarsi ad una recisa forza d’animo (che non è tanto protervia e presunzione quanto orgoglio e umanità mai dismessa o rinnegata) e mai si nega alla comprensione piena del presente.

Iuliano, infatti, è sempre stato e si è sempre considerato un “poeta del presente” a partire dalle sue prime raccolte di versi (Malinconia di terra del 1976, Una misura di sale del 1983) per giungere fino alle più recenti (Verso la cruna del 2008, Rosso a sera del 2010).

Anche Vento di fronda è una raccolta di versi che cerca di interpretare la realtà contemporanea (non solo del Sud, come è giusto che sia) alla luce di alcuni principi fondamentali: l’amore per la propria terra e per alcune sue irrinunciabili tradizioni, il rifiuto del compromesso e del “particulare” (come avrebbe detto l’irpino De Sanctis citando Guicciardini) come stile di vita e di guadagno personale, la memoria come forma di evocazione di un passato del quale non si vuole perdere il tratto fondamentale e la verità profonda, la sostanza che resiste allo scarto dell’oblio.

Qui La Penna ha ragione nel dimostrare come la poesia di Iuliano sia fedele alla terra da cui rampolla e come la sua lingua sia limpida e demistificatrice. Il poeta nuscano non ama l’artificio linguistico o lessicale caro a certa avanguardia (sovente in malafede, spesso incamminata per una strada di non ritorno ma si sofferma su una rotondità linguistica che è quella del linguaggio comune, del sermo humilis della comunicazione demotica. Scrive, infatti, La Penna:

 

«il lessico è quasi sempre quello dell’uso comune, senza nessuna ricerca della coloritura plebea e senza rarità dialettali; ma dalla compositio verborum, dalle immagini, dalle metafore si sente con certezza che questa è una poesia colta, elaborata con una cura che non traspare. La dinamica poetica di Iuliano non esclude, come alcune avanguardie del Novecento, il logos; ma la sua forza è nelle immagini, soprattutto nelle metafore. Talvolta metafore, anche eterogenee, germinano a grappolo dalla pianta piena di linfe. Più caratteristico di questa poesia è l’irrompere delle metafore senza mediazione o quasi; in questa dinamica si moltiplicano le iuncturae inattese» (p. 21).

 

E’ anche vero, però, che la poesia di Iuliano vive di improvvise accensioni di memoria, di epifanie che vengono dal passato e si irrobustiscono nel confronto con il presente e che è proprio nell’alternanza tra passato (spesso vagheggiato e impreziosito dal passo trascorso della giovinezza) e presente (ripudiato con l’atteggiamento inquieto di chi lo vorrebbe con un volto migliore di quello con cui si mostra e si pro-duce) che la lirica sgorga come una sorgente limpida e irrefrenabile di cui si conosce il percorso ma si ignora la nascosta vena sorgiva.

Ne sono esemplificazione significativa tutta una serie di liriche di impianto appunto evocativo-epifanico in cui l’infanzia o la prima giovinezza si rivelano fonte di riflessione lirica:

 

 

«Via Portella. Le mie corse erano a perdifiato / fino a giungere smorto / per la fatica e il pallore. / Mia madre lanciava / anatemi di protezione / a quelle follie suicide / che erano frequenza di scivolo / di scarpe limate ad ogni discesa / con rovinose cadute / su lastroni di pietra / disegnanti le strade. / Bocca cucita la sua / al sermone paterno / – sfiato di stessa litania / sacrilega di voce e paura – / per me seguace di Vulcano / nero di sole e carbone / negro di fatica alla forgia. // Sulle scale di via Portella / al civico dieci / dove l’orto di Principia si sbreccia / altre creature innocenti / strillavano ostinate voli e fughe. // Oggi è pegno di storia / contare direzioni e distanze / e tocca al cuore malato / cercare prove di memoria / e le ultime fatiche» (pp. 46-47).

 

Eppure, sia sul versante della melodia legata al ricordo di un passato che non può tornare sia sul fronte della protesta civile e della rabbia innescata alla vista di ciò che non si credeva potesse ancora permanere nonostante il tempo passato (gli errori di giudizio sociale e la mancanza di solidarietà che si susseguono di generazione in generazione, il malcostume e la corruttela dei politici, l’angoscia per un futuro sereno e condiviso che non si dà ancora e che non si sa di certo per quanto tempo rimarrà incognito o impraticabile), la poesia di Iuliano non si rassegna soltanto ad essere invettiva. Non è questo, infatti, il compito unico della poesia civile. La poesia, nell’ottica dello scrittore di Nusco, vuole essere, nonostante tutto, voce di speranza. Nell’accorata poesia dedicata alla memoria di Pasquale Martiniello, i toni sono sì elegiaci e critici verso la realtà della vita comune ma lo spirito che la anima e la sostiene è pur sempre quello della spinta a voler continuare e a trovare ragioni sempre nuove per farlo:

 

«Parole e discorsi a più voci. E’ una serra il tuo canto / dove coltivare il bello / è esultanza pasqua (le) di pensieri. / Com’è salutare il trionfo / della vita sulla vita / che conta terra di ragioni / parole di concime / e versi d’acqua. / La tua voce smuove parole e cori, / preme e ondeggia a bolle di sapone / vive di danza e di scontro / per scoppi silenziosi / e di pronti rianimi / a nuovi soffi. // La nostra voce copre eco d’altura / cavalca serre e vallate / e ritorna suono duro / sui monti eremi silenziosi / tra gente sempre più sola. / E’ scrittura di protesta la poesia / per collera di poveri / e fa storia di cronaca / che l’ipocrisia di nessun’arte / a scandalo rifiuta. // C’è chi si contenta / – invidia metropolitana – / del verso del cuculo, del fiore di campo / del gregge di brume. / E c’è chi invece cerca nella parola / da tempo muta / ragioni, sfoghi e verità. / Dal tuo viaggio nel pallido febbraio / l’inverno resiste / ma da allora libertà di cielo / più non ci esclude» (pp. 63-64).

 

In questi versi accorati e venati di tristezza misti a pianto, però, Iuliano è esplicito: la poesia protesta contro il mondo ma si fa anche carico della sua possibilità di bellezza e di sogno. Protestare non servirebbe a molto se non si avessero nuovi valori da proporre – valori che forse possono sembrare troppo simili agli antichi (e, quindi, apparire arcaizzanti) e che, riproposti, tuttavia, valgono non tanto per il rabbioso rimpianto del passato ma per la capacità di individuare nella loro continuità con l’oggi il loro sedimento più profondo e, per questo, impossibile a corrompere e a rimuovere. Iuliano non si compiace della miseria del presente. Le sue parole, spesso aspre e arrochite dal dolore e la rabbia, si ricompongono in un dettato che, tutto sommato, è pur sempre quello classico della tradizione della poesia italiana del Novecento. Il suo modello mi sembra quello della lirica neorealista italiana del dopoguerra, primo fra tutti l’amato Scotellaro (anche se spesso il tono familiare di certi accenti richiama Caproni e a lui più vicini Martiniello e Piscopo, senza l’accentuazione più barocca ed efflorescente di quest’ultimo). Sullo sfondo, certo, c’è il Quasimodo civile delle ultime prove senza, tuttavia, la volontà di una parola “piena” che Iuliano sa essere ormai in attingibile. Vento di fronda conferma la vena originale del poeta nuscano e allude a sviluppi futuri che non mancheranno.

 

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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