IL TERZO SGUARDO n.39: Un concorso pubblico di Dino Campana. Paolo Maccari, “Il poeta sotto esame”

Un concorso pubblico di Dino Campana. Paolo Maccari, Il poeta sotto esame, con due importanti inediti di Dino Campana, Firenze, Passigli, 2012

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di Giuseppe Panella*

 

 

Anche Dino Campana, il più irregolare (e forse maudit, sicuramente il più sfortunato dal punto di vista umano) tra i fin troppo “regolari” poeti italiani del Novecento, si è sottoposto a un esame statale per cercare di avere un posto di lavoro stabile come insegnante di francese.

In un eccellente reportage tra  lo storico-critico e il filologico, Paolo Maccari (interessante poeta e già studioso di Bartolo Cattafi) ha portato alla luce i compiti scritti redatti dall’autore dei Canti Orfici in occasione di un concorso bandito dal Regio Istituto di Studi Superiori di Firenze (istituzione universitaria che, all’epoca, vantava Ernesto Giacomo Parodi tra i suoi più autorevoli docenti) per l’insegnamento delle lingue straniere nei ginnasi italiani.

Si sapeva già che, nel 1911, Campana aveva fatto domanda di essere iscritto ai corsi per diventare “alunno delegato di Pubblica Sicurezza”, per entrare in polizia in sostanza (lo testimonia Gabriel Cacho Millet nel suo Dino Campana fuorilegge, Palermo, Novecento, 1985, p. 92). La richiesta fu, naturalmente, respinta e forse non poteva essere diversamente.

Ma, in quello stesso anno e propriamente, nell’aprile, il poeta di Marradi si era cimentato in un esame piuttosto impegnativo per diventare insegnante di lingua francese proprio presso quello che allora veniva ancora denominato Istituto di Studi Superiori di Firenze (diventerà Università di Firenze solo nel 1923 per insistenza di Giovanni Gentile).

La mancanza di insegnanti di lingue straniere per gli istituti superiori si era fatta grave (non esistendo all’epoca una Facoltà preposta all’insegnamento delle lingue straniere stesse) e la necessità del loro reclutamento era imperiosa, da cui il bando di concorso cui Campana aderì.

Il poeta di Marradi conosceva, se non bene, a sufficienza per poterle leggere correntemente, le principali lingue europee. D’altronde, la qualifica di “diplomando in lingue straniere” da lui esibita con orgoglio è già presente in una lettera del 1910 indirizzata alla rivista “Difesa dell’arte” dove Campana si propone come collaboratore per delle traduzioni, conoscendo egli ben “cinque lingue” e avendo viaggiato molto per diversi paesi europei.

Le tracce proposte per i due compiti scritti furono, per quanto riguardava la composizione italiana (ovvero la dimostrazione della capacità dei partecipanti al concorso di scrivere in buona lingua italica) “A zonzo per Firenze” e per quanto concerneva la composizione in lingua francese “Le repentir” come momento topico nella letteratura di Francia. La debâcle di Campana, tuttavia, avverrà per una pessima dettatura sotto esame e nella prova di traduzione. Classificato in totale con un 99 su 200 nelle quattro prove previste (essendo cinque i membri della commissione d’esame), le sue possibilità di trovare lavoro come impiegato statale tramonteranno definitivamente.

Il lavoro nella pubblica amministrazione o un impiego onorevole e sicuro non erano mai state lontane nella mente di Campana. La sua stessa iscrizione alla Facoltà di Chimica di Bologna preludeva, nelle sue aspirazioni, alla possibilità di un lavoro, sicuro e tranquillo, come futuro farmacista. Lo stesso vale per il progetto di entrare in polizia (d’altronde, in Argentina – racconta romanticamente Gabriel Cacho Millet che crede a quel che  ha tramandato Carlo Pariani, scegliendo giustamente di affidarsi ai ricordi medici di quest’ultimo – non era stato “pompiere e poliziotto” ?).

Dopo il fallimento del concorso nelle scuole, a Campana non resterà che riprendere la vie errante con tutto quello che ne conseguirà, realizzazione dei Canti Orfici compresa.

Ma questa sarebbe stata tutta un’altra storia (o leggenda, che dir si voglia). Nel 1912, il poeta non è ancora tale in tutta la sua potenza e capacità immaginativa e creativa. L’uomo di cultura c’è già e si può già individuare con sicurezza nei due testi scritti d’esame.

Nel compito d’italiano, Campana si cimenta nella descrizione di una serie di scorci della Firenze di allora e, pur non sfuggendo a una certa retorica tradizionalistica, sembra sincero quando rivela il proprio amore per la città medicea e le sue tradizioni popolari :

 

«Nessuna anima sensibile» – ammette il poeta di Marradi all’inizio del testo – «può sottrarsi a questa atmosfera spirituale che avvolge Firenze. Ogni volta che più tardi vi sono tornato, ho provato una commozione profonda all’apparizione del suo duomo. Abito qui da qualche tempo. Dapprima urtato dall’ambiente, mi sono lasciato conquistare dalla fresca poesia delle tradizioni, dagli schietti costumi, ed ho trovato un’eco della poesia di Poliziano nel cuore tenace di questo popolo. Bocca baciata non perde ventura» (p. 83).

 

E, nonostante il fatto che Firenze non sia una città “romantica”, andare a zonzo per le sue strade e stradine assorte e riverberanti il suo passato artistico glorioso piace al giovane poeta. La sua promenade iniziata al Museo degli Uffizi e continuata poi a Palazzo Vecchio fino al “seducente” Ponte Vecchio. Non manca una nota di stizza da parte del “turista”  di Marradi (i quadri agli Uffizi gli sembrano “confinati là da un collezionista annoiato”) ma per il resto la città lo affascina e lo conforta con i suoi colli e la sua struttura raccolta e solare (non ci saranno mai “spettri” a Firenze):

 

«[…] pure mi piace guardarla di notte dai suoi colli, corsa dalle strisce di fuoco dei suoi fanali, colle sue torri che nereggiano sopra l’incendio; e penso a una città fantastica, in fondo a qualche mitica valle orientale, che si consumi nella gioia dei suoi trionfi» (p. 86).

 

Anche i poeti che Campana ama non sono quelli della tradizione. Baudelaire è il poeta del “rimpianto sorridente” mentre Verlaine, invece, con la sua scrittura musicale raddolcita dalla malinconia che l’attraversa costantemente, è il lirico del ricordo che si converte in pentimento. Hugo non fu autore da pentirsi troppo della sua vita passata mentre De Vigny, “perdutamente nostalgico” e de Musset, “cervello senza equilibrio”, hanno fatto del pentimento la cifra esistenziale della loro versificazione più riuscita. Lo stesso Campana, tuttavia, afferma di non credere al pentimento degli artisti così come a quello degli uomini in generale e al suo in particolare:

 

«Noi conosciamo ogni giorno il pentimento. E’ fatale. Il nostro compito deve essere che non sia sterile. Coraggio, sempre. D’altra parte, il mondo è grande. Io, per esempio, se boccerò all’esame di francese, non mi sfinirò in un interminabile pentimento. Me n’andrò in America, dove gli ampi spazi, la vita libera, mi faranno presto ringiovanire. In America, ora che ci penso, il pentimento passionale è più raro che qui. Ciò è dovuto al fatto che la vita, laggiù, ha meno impacci e la personalità può liberamente esprimersi in mille modi diversi. D’altra parte, la vita moderna , più agile, ci ha reso estranei moltissimi eroi gemebondi del romanticismo» (p. 89).

 

E’ una frase quest’ultima che vuole essere di sfida nei confronti della commissione giudicatrice o una pura e semplice espressione di sentimenti profondi che traggono linfa da un’esperienza di vita fatta di vagabondaggi senza meta e di inquietudine incessante?

Probabilmente è così. Campana scrive ciò che sente e non si preoccupa di dare di sé un’immagine troppo “accademica”, anche perché il suo francese è modesto (i vistosi errori collazionati con attenta acribia da Maccari lo testimoniano) e non potrebbe forse esprimersi meglio di così.

Emergono da questi temi il suo amore per la letteratura francese dell’Ottocento (soprattutto Verlaine – resta escluso il pur apprezzatissimo Rimbaud di cui all’epoca Campana ancora non conosceva l’opera) e l’idea della coincidenza tra opera letteraria e vita. I “pentimenti” lirici dei poeti citati nel tema in francese sono considerati “autentici” nella loro espressione e non forme espressive tipiche di una tradizione letteraria – per questo motivo, Hugo gli sembra heureux e, invece, Musset instabile e troppo dedito all’assenzio, mentre Verlaine gli sembra sincero, soprattutto, nei versi che non sono d’occasione (come quelli destinati alla moglie Mathilde per manifestargli il suo pentimento per il quasi strangolamento di cui era stata vittima il 13 gennaio 1872).

Che cosa dell’opera futura di Campana sia già presente in questi testi di concorso è difficile dire con precisione. Sarebbe troppo facile anti-vedere nel partecipante al concorso l’autore dei Canti Orfici.

Eppure certe espressioni, certi guizzi lirici (in prosa), certe forme discorsive sono già previste dallo stile dei compiti del poeta marradese. Così come l’idea di insegnare non lo abbandonerà più:

 

«Campana rimarrà sempre in uno stato di precarietà, un’umiliazione per lui, da ogni punto di vista. E l’idea dell’insegnamento continuerà ad attrarlo, fino ai momenti concitati della sua profonda e terribile agitazione, allorché si sente perseguitato e respinto. 8 aprile 1916, a Cecchi: “Vorrei andare a Nizza a insegnare qualcosa e là prendere la cittadinanza”» (p. 59).

 

Nel suo progetto di stabilizzazione attraverso un posto fisso da insegnante, Campana può essere accomunato ad un altro grande “irregolare” della letteratura novecentesca, James Joyce, che proprio nel 1912, anno evidentemente di bandi di concorso, proverà a diventare professore di lingua inglese nella scuola media superiore e del quale i compiti scritti ci sono anch’essi pervenuti: uno su L’influenza letteraria universale del Rinascimento e l’altro su Il centenario di Charles Dickens, entrambi espressioni sintetiche e significative del gusto estetico e delle convinzioni joyciane sulla necessità della letteratura.

In entrambi i casi, le prove andarono a vuoto e il loro desiderio di un posto fisso naufragò. Se avessero avuto successo, però, sarebbero stati lo stesso i grandi autori che la storia letteraria ci ha tramandato? Forse che sì, forse che no…

 

 

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*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

 

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