I LIBRI DEGLI ALTRI n.12: Cronache di ordinaria provincia. Cosimo Calamini, “Le querce non fanno limoni”

Cronache di ordinaria provincia. Cosimo Calamini, Le querce non fanno limoni, Milano, Garzanti, 2010

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di Giuseppe Panella*

 

«Life is what happens to you while you’re busy making other plans  / La vita è ciò che accade quando ci occupiamo di altro»

(John Lennon, Beautiful Boy )

 

Far costruire con una delibera solo istituzionale e senza coinvolgimento dei cittadini una grande moschea all’interno di un parco pubblico da tempo immemorabile appannaggio del ristretto numero di abitanti di un paesino toscano (in questo caso l’immaginario borgo di Montechiasso situato a pari distanza tra Firenze e Siena) è un evento che può sembrare inconcepibile. Tale appare, infatti, alla maggioranza dei cittadini più avvertiti e più animosi che spesso sono anche quelli più politicizzati del paese. La protesta contro la moschea e, di conseguenza, anche animosità e rifiuto nei confronti della comunità islamica che l’ha richiesta montano e divengono il fatto del giorno proprio alla vigilia delle elezioni amministrative. Contro la giunta comunale (e il sindaco) uscente viene presentata una lista civica (il Chiasso dei Cittadini) che vede come suoi esponenti molti vecchi ex-militanti della sinistra (parlamentare e non) che raccoglie immediati (ma poi, alla fine, non sufficienti) consensi. All’interno di questa disputa si inseriscono vicende personali e una storia d’amore che ne complicano lo sviluppo e lo rendono drammatico, perfino frenetico.

Calamini intreccia le storie dei personaggi principali della vicenda con un coro (spesso volgare e sguaiato ma efficace) composto da figurine popolari spesso appena sbozzate e sicuramente un po’ becere che fanno da contrappunto commentando ciò che sta accadendo.

Attilio Malquori, ex-ferroviere ormai giunto all’evento fatidico della pensione, sua moglie Anita, casalinga inquieta con un passato di mobbing e sua figlia Sara, studentessa di storia dell’arte a Firenze, sono i tre pilastri sui quali è appoggiata l’architrave narrativa. Una famiglia modello – si direbbe – se non fosse che ognuno di essi ha i propri problemi esistenziali e delle scelte morali e private da fare nell’immediato, mentre intorno ferve la lotta contro il “mostro” della moschea.

All’inizio del romanzo, Attilio, ammiratore sfegatato di John Lennon, ex-frontman e chitarra d’appoggio del paesano complesso dei Timidi, sacrifica la sua foltissima chioma sopravvissuta negli anni per celebrare l’ingresso nell’epoca della pensione. Il suo rifiuto nei confronti della moschea più che a ragioni religiose e/o ideologiche, è legata alla volontà di mantenersi in uno stato ottimale di quieto vivere. L’afflusso di islamici e le loro pratiche religiose (egli teme soprattutto il Ramadan) romperanno gli equilibri del presente e renderanno difficile e turbinosa l’esistenza quotidiana.

Inoltre c’è una vecchia ruggine con Franco Bardelli, divenuto ormai un noto giornalista televisivo, che sarà il candidato sindaco per il partito che da sempre governa la cittadina: ai tempi del Sessantotto, durante una manifestazione studentesca alla quale entrambi avevano partecipato e che la polizia aveva caricato brutalmente, l’amico era fuggito assai vigliaccamente abbandonando Attilio nelle mani dei celerini e si era poi guadagnato un bel cazzottone che aveva posto fine alla loro amicizia. L’astio contro Bardelli è una delle molle che fanno scattare la passione politica di Malquori e lo spingono a candidarsi alla poltrona di sindaco, appoggiato in ciò da un folto gruppo di “dissidenti” del PD (paradossalmente proprio in massima parte ex-comunisti di ferro).

Sua moglie Anita, dopo aver lavorato a lungo come segretaria in uno stabilimento che produceva ceramiche, essere stata l’amante del suo principale e aver posto bruscamente fine al rapporto con lui e contemporaneamente essersi licenziata dopo un periodo concitato di mobbing, è in preda a una crisi di carattere religioso e sente fortemente l’attrattiva esercitata su di lei da don Lorenzo, il nuovo parroco. L’uomo, che è stato missionario in varie regioni del mondo e ha sofferto sulla propria pelle i drammi spaventosi del Terzo Mondo, soffre però di problemi psicologici piuttosto pesanti e finirà per negarsi al suo pur larvato corteggiamento. Della relazione a distanza con l’uomo resterà ad Anita una curiosità intensa e poi una forte passione per l’etruscologia in lei indotta dalle curiosità che anche il prete nutre e manifesta in maniera spiccata (la zona in cui è situata l’azione del romanzo è popolata da siti archeologici etruschi di una qualche rilevanza).

La ragazza Sara, figlia unica di 19 anni, ha una relazione praticamente segreta con un ragazzo di origine araba (ma nato all’ospedale di Empoli come lei!). Di essa la giovane un po’ si vergogna anche se vorrebbe continuarla e soprattutto la considera inopportuna proprio nel momento in cui si sta arrivando ai ferri corti per la vicenda della moschea. Averroè, il suo giovane innamorato, comprende le sue preoccupazioni ma non certo fino in fondo – non riesce a capire, ad esempio, perché la ragazza non voglia andare a vivere con lui quando si trasferirà a Roma come atleta delle “Fiamme Gialle” che lo hanno ingaggiato come atleta nella loro formazione di atletica leggera e non capisce perché non voglia avere neppure il più piccolo contatto con suo padre che è l’imam della comunità musulmana. Ma tra i due c’è certamente stato molto di più di una semplice amicizia  tanto è vero che Sara si scopre incinta anche se si rifiuta di accettarne perfino l’idea (partorirà poi in circostanze drammatiche mentre in paese si svolge una tragedia di carattere ben più rilevante).

La lista civica viene sconfitta per una manciata di voti e, quindi, con il nuovo sindaco appare ormai scontato che la moschea si farà. Il lungo e allampanato Guido detto Bofonchio, un giovane che soffre di turbe psichiche di rilievo e che è molto legato ad Attilio dopo la morte di suo padre Remo (il terzo componente del complesso dei Timidi dopo Malquori e Bardelli) prende male la costruzione dell’edificio religioso e tenta un colpo disperato per non farla costruire. Sequestra Averroè in un capanno di caccia e pone come condizione per il suo rilascio l’abbandono del progetto del centro culturale islamico. Nella concitata sequenza della sua liberazione, purtroppo, Bofonchio fa partire un colpo di fucile a caso che uccide sul colpo il fidanzato di Sara. Di lui resterà un bambino (del tutto sano e colorato di marrone nonostante l’anoressia della madre) cui verrà posto il nome di Hicham in onore del grande atleta mezzofondista El Guerrouj, molto amato e quasi idolatrato da Averroè (che intendeva emularlo proprio nei 1500 metri, specialità di cui il marocchino è tuttora campione del mondo).

Ma il personaggio del romanzo che tra tutti spicca maggiormente è l’ormai anziano nonno di Sara, Desoriano, il padre di Anita. Anche se il suo ruolo di confinato a letto è marginale rispetto ad altri, a lui spettano quelle dichiarazioni e quelle intuizioni che danno un po’ il senso di tutto questo romanzo, delle aperture di senso in un mondo che altrimenti sembrerebbe consegnato alla pura presentificazione della vita umana che la porta soltanto all’oblio.

In una pagina di forte pathos morale, il vecchio Desoriano si fa portare a braccia da Attilio alla finestra di camera sua per contemplare i due cipressi che fanno la guardia al parco cittadino dove dovrebbe sorgere la moschea e che sono stati legati da sempre ai momenti più belli della sua esistenza semplice e abbarbicata a poche convinzioni sicure:

 

«Il peso, seppur lieve, si fa sentire e vorrebbe riportare Desoriano sul letto, ma l’altro ha ancora qualcosa da dirgli: “Non voglio morire e sapere che quei cipressi saranno abbattuti”. Una lacrima, lentamente, gli scende tra le rughe: “Ora rimettimi a letto”, aggiunge e con il dorso della mano, ruvido e ossuto, fa sparire quella goccia salata. La gola di Attilio è tutta un nodo mentre lui si trattiene, sforzandosi per non commuoversi troppo, per non lasciarsi sfuggire, a sua volta, una lacrima. Lo poggia delicatamente sul letto, attento a non sciupare le sue fragili ossa. Desoriano gli lancia ancora uno sguardo, poi, d’improvviso, si apre in un sorriso impacciato, anche inatteso, se si vuole, almeno per Attilio, che istintivamente ricambia e fa per uscire dalla camera con una certezza nuova sul suo futuro, più o meno prossimo. Ma prima che guadagni il corridoio, il vecchio soffia ancora il suo nome con l’esile voce e lui si volta per ascoltarlo: “Ditemi!”, lo asseconda e fa un passo verso il letto. Il vecchio muove lentamente la testa, tenendo la gota sul cuscino: “Attilio ricordati una cosa: le querce ‘un li fanno i limoni, nemmeno se le spremi!”» (pp. 74-75).

 

Il romanzo di Calamini è una vicenda corale, allora – come si può ben vedere. Ispirata certo a ben noti fatti di cronaca, è però anche un tentativo di andare oltre la superficie delle rappresentazioni strapaesane della vita di paese fin troppo frequenti nella “linea toscana” e trovare, sotto la sua superficie, quella dimensione di forte umanità che ancora non ha perduto.

 

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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