I LIBRI DEGLI ALTRI n.16: Il senso di Matilde per la neve. Benedetta Cibrario, “Sotto cieli noncuranti”

Il senso di Matilde per la neve. Benedetta Cibrario, Sotto cieli noncuranti, Milano, Feltrinelli, 2010
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di Giuseppe Panella*

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«Il mondo è fatto di dettagli. Noi siamo un agglomerato di dettagli. Siamo una manciata di neve fresca che si scioglie al calore della mano. Palline di mercurio, sensazioni imprecisate, trascuratezze, minuti evaporati. Mezze frasi a cui non si è prestata attenzione, facce di cui non si ricorda più l’espressione. Avvertimenti. Segnali. Intuizioni. Paure, premonizioni, fesserie, sogni che si infrangono e sogni che si avverano, siamo gli oggetti che intasano le nostre case, le memorie che si accavallano e perdono di senso, fuse come sono in un significato nuovo. Siamo le disattenzioni. Le conseguenze. Le fortune immeritate. Le sventure. Siamo addormentati sotto cieli noncuranti, cieli che sono ovunque benché la neve li nasconda allo sguardo, come a proteggerli dalle domande di fuoco che incendiano la testa. Avrei soltanto voluto avere il tempo di spiegare a un bambino dalle ciglia scure che i semi della melagrana sono traslucidi e che i bottoni di madreperla un tempo sono stati conchiglie cullate dal mare. E che non siamo capaci di volare. Non lo saremo mai» (p. 196).

E’ dicembre, mese di freddo, di neve, di cerimonie religiose e di rituali domestici legati alle festività. L’ingegner Pietro Serra, benestante torinese, amante solo da qualche mese di Claudia Vannelli, signora romana insoddisfatta dal suo rapporto con il marito e dalla vita che conduce, decide di chiudere con la propria relazione extraconiugale e, dopo un ultimo incontro sessualmente appagante con lei in un grande albergo romano, torna a casa – ha deciso che non continuerà il rapporto con la donna e si dedicherà alla famiglia e al vivace figlioletto di tre anni.
Quando arriva a casa, a notte fonda ormai, trova la moglie inebetita e muta, in ginocchio accanto a una finestra aperta che dà sul cortile interno della casa; scende a vedere cosa sia il fagotto informe coperto di neve che si intravede nell’oscurità e scopre che è il cadavere del figlio, precipitato lì ormai da parecchio tempo. Delle indagini viene incaricato il giudice Giovanni Corrias che coordinerà il lavoro del nucleo investigativo della Squadra Mobile diretta dal commissario Antonio Avogadro, uomo tetragono e triste, dalla vita sentimentale ormai inesistente. Tra i suoi uomini c’è la psicologa Violaine Grisot, originaria di Rouilles nella valle di Thures (dove ha ancora la famiglia). La giovane donna ha un passato di campionessa di sci, carriera che ha dovuto interrompere per via di un grave incidente che le ha impedito in seguito di riprendere le competizioni agonistiche. Quella stessa notte, la moglie di Giovanni Corrias, madre di tre bambine ancora molto piccole, esce per portare il loro cane Simba a fare la consueta passeggiata escrementizia. Una Ford Cayenne che sbanda per via della neve l’investe e l’uccide sul colpo (è un incidente, comunque, e il guidatore del SUV la passerà liscia).
Pur schiacciato dalla propria vicenda personale di lutto, il giudice decide di non lasciare l’indagine sul caso Serra e l’affida alla giovane investigatrice che cerca di cavarsela come meglio può. Cercando nei conti personali dell’ingegner Serra, la ragazza scopre che l’uomo pagava l’affitto di un appartamentino romano intestato a una donna che non poteva essere la moglie. Per non aver comunicato questo particolare alla squadra e ad Avogadro viene estromessa dall’indagine, anche se continuerà a collaborare con Corrias.
Violaine non ritiene che la madre abbia deliberatamente spinto nel vuoto il suo bambino per vendicarsi del tradimento del marito di cui potrebbe essere venuta a conoscenza – questo tipo di vendetta, purtroppo niente affatto inusuale, viene chiamato “sindrome di Medea” dal nome dell’eroina abbandonata da Giasone che l’aveva sedotta e resa madre. Crede nella tesi dell’incidente perché il bimbetto era molto irrequieto. Ma comunque l’episodio resta oscuro.
Intanto Corrias ha difficoltà a gestire le sue tre figlie e pensa in un primo tempo ad affidarne la custodia alla sorella della moglie che ha due figli propri più grandi e che fanno di tutto per rendere loro più facile il trasferimento in una casa diversa. Ma la donna ha un’idiosincrasia per il cane Simba e il suo soggiorno in casa, senza nessuno che se ne occupi, potrebbe diventare difficile. Alla fine, il giudice decide di riprendersi le bambine e poi di portarle in vacanza in montagna a Clavière in Alta Val Susa (un soggiorno, del resto, già precedentemente programmato).
Ma l’albergo non sembra apprezzare la presenza del cane e, dopo una serie di situazioni incresciose e liti furibonde con altri clienti, il giudice abbandona l’albergo anche se non sa dove andare nei giorni immediatamente precedenti il Capodanno. Violaine offrirà ospitalità ai quattro a casa sua dove le bambine si troveranno a loro agio con Augusto (detto Barba) e Linda, i suoi genitori che non hanno mai rinunciato all’idea che la figlia (unica) torni a stare di nuovo al paese dopo la parentesi di Torino. Anzi Linda, la madre, spera che non l’aiuto della figliola potrà realizzare il suo sogno di gestire un agriturismo come ce ne sono già tanti nella zona. La situazione sembra bloccata finché Claudia Vannelli rivela a Violaine che in quella tragica notte della morte del bambino ha telefonato alla moglie di Pietro Serra e si è presentata come l’amante dell’uomo. L’incidente è stato davvero tale e dovuto, quindi, allo stato di choc della donna che ha dimenticato di chiudere il balcone lasciato provvisoriamente aperto per far uscire l’odore delle sigarette fumate un po’ di nascosto da suo marito. Nella notte del 31 dicembre, quando a Rouilles si svolge da sempre la cerimonia tra il mistico e il pagano del Sentiero delle Anime e della richiesta di soddisfazione dei desideri individuali spediti giù per una pista innevata su slitte predisposte a questo scopo, Matilde si impadronisce di uno dei fucili di Barba Griot per attraversare una delle porte che collegano all’ “altro mondo”. Ma il vecchio Augusto si accorge in tempo della scomparsa della sua carabina nuova e ferma Matilde prima che accada ciò che non ha senso che si verifichi:

«Corse alla grangia Martin affondando nella neve a ogni passo, inciampando e imprecando in silenzio. Ricacciava l’affanno della salita cercando di respirare con calma, per non arrivare sfiatato.  Girò attorno per entrare dal retro. La luce di una torcia, appena visibile, filtrava attraverso le assi sconnesse che chiudevano la parte superiore della parete, sotto il culmine del tetto, dove c’era il fienile. Lei era lì con la carabina in mano, appoggiata di schiena contro una pila di balle di fieno. Aveva legato il cane alla trave mediana del fienile e gli parlava a bassa voce, da una certa distanza. O almeno così sembrava, ma era impossibile distinguere le parole. Matilde si interruppe e poi riprese a bisbigliare nella penombra. Nonostante la scarsità di luce, Augusto riusciva a vederla chiaramente. Lei si fermò, di nuovo. Stava prendendo la mira. Poi riappoggiò il fucile a terra e subito lo rimise in posizione. Avrebbe sparato, Griot lo capì da come tremava. Cinque, dieci secondi al massimo, e avrebbe sparato. Doveva correre il rischio» (p. 251).

Romanzo polifonico, con alternanza assidua di punti di vista e di prospettive psicologiche diverse (alle voci dei personaggi principali, Violaine, Corrias, Matilde, Serra e Claudia Vannelli, si aggiungono i flussi di coscienza di Avogadro, ad esempio, e dei genitori della giovane poliziotta), Sotto cieli noncuranti è quasi naturalmente una riflessione sul destino, su ciò che accade quasi sempre per caso e che avrebbe potuto avvenire diversamente se le circostanze fosse state altre o più favorevoli. Anche se i cieli del mondo non si curano delle vicende di “uomini e topi” (per citare il verso di Robert Burns tanto caro a John Steinbeck), le possibilità da esplorare che restano agli esseri umani sono sempre un ventaglio amplissimo e l’”incapacità a volare” è compensata dal modo in cui si prosegue il proprio cammino, passo dopo passo.
Se la neve copre tutto quello che la terra conserva e protegge e impedisce che si possano cogliere le differenze e i dettagli, l’unica possibilità è farsi strada attraverso di essa e cercare un sentiero che porti verso una possibile (non sempre probabile) felicità di essere.
Lo stile della Cibrario non concede nulla (o quasi) al parlato (spesso fin troppo “giovanilistico”) che sembra aver dominato per parecchio tempo il panorama linguistico della narrativa italiana in una corsa ad inseguimento del (poco) lessico dei giovanissimi e dello straziato mistilinguismo delle classi medie. La sua è una lingua molto compatta, duttile psicologicamente ma formalmente intesa a rendere più che le sottigliezze dell’investigazione poliziesca o giuridica, la presa diretta sulla concretezza dei problemi umani che vuole raccontare. Ma soprattutto è forte la tentazione della poeticità: i paesaggi innevati, le baite solitarie, la desolazione metropolitana, gli interieur  medio-alto borghesi sono visti e inquadrati con una luce radente che ne mostra luci e ombre, inquietudini e sogni, paure e desideri. Anche sotto i cieli noncuranti del mondo, la vita continua sempre.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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