Remainders n.12: La realtà dell’anima. Emily Brontë, “Cime tempestose”

Emily Brontë, Cime tempestose

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di Francesco Sasso

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L’altro giorno, mentre leggevo per puro svago masochistico il romanzo di un’autrice contemporanea la quale metteva in scena emozioni portatrici di idee semplici e di una monotonia di toni notevolissima, mi sono sorpreso a pensare che la realtà è troppo frammentaria per essere ricomposta in tal ghisa. E non so come, ad un tratto, dal nulla è emerso in me il ricordo di Cime tempestose, romanzo straordinario di Emily Brontë.

Adesso bisogna che vi spieghi perché Cime tempestose è un capolavoro di narrativa dove i temi del Romanticismo si fondono in una fiabesca sinfonia. E questo non è facile da spiegare. Come molte cose della Letteratura, bisogna intuirlo. Sarà bello se riesco a renderlo chiaro a me.

A voler essere severi, Cime tempestose contiene, in effetti, inverosimiglianze, esagerazioni e tutte le astuzie melodrammatiche del romanzo “nero”. Insomma, ha tutto per piacere ai lettori del suo tempo. Tuttavia, Emily Brontë seppe trasfigurare tutto con arte sopraffina. L’autrice non ricercò la realtà nelle vicende, bensì nelle anime, nel loro accordo perfetto con gli elementi della natura, in una specie di paganesimo naturale, esaltando tutti i poteri dell’immaginazione. Con il “tumulto atmosferico”, il tumulto delle passioni. Come i grandi visionari, Emily Brontë conferisce al suo straordinario romanzo un’atmosfera di sortilegio e d’incantesimo dalla quale si resta inevitabilmente ammaliati. Per non parlare poi della terribile rappresentazione del Male che il romanzo ci restituisce. Altro non so dire. Il silenzio è il solo omaggio che reco in dono a certe divinità. Il silenzio della (ri)lettura di Cime tempestose.

 

f.s.

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