Una Lettera di Philip K. Dick: “definirò la science fiction dicendo cosa non è sf”

[Trascrivo qui la lettera di Philip K. Dick del 14 maggio 1981 tratta da: Philip K. Dick, Prefazione, in Tutti i racconti. Le presenze invisibili, introd. Vittorio Curtoni, Mondadori, 1994, pp.13-14. (f.s.)]

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Per cominciare, definirò la science fiction dicendo cosa non è sf. Non la si può definire “un racconto (o un romanzo o un’opera teatrale) ambientato nel futuro” visto che esiste l’avventura spaziale, che è ambientata nel futuro ma non è sf. E’ soltanto questo: avventure, lotte e guerre, nel futuro e nello spazio, che comportano una tecnologia super-avanzata. Allora perché tutto questo non è sf? Sembrerebbe esserlo, e Doris Lessing, per esempio, crede che lo sia. Pero all’avventura spaziale manca l’idea nettamente nuova che è un ingrediente essenziale della science fiction. E inoltre, può esistere una sf ambientata nel presente: il racconto o romanzo che parla di un mondo alternativo. Quindi, se separiamo la sf dal futuro e anche dalla tecnologia super-avanzata, cosa ci resta che si possa chiamare science fiction?

Abbiamo un mondo immaginario. E’ il primo gradino: una società che non esiste nella realtà, ma che viene ipotizzata sulla base della società che conosciamo; cioè, la nostra società serve da trampolino di lancio per arrivare all’altra società; la società immaginaria procede dalla nostra in un modo o nell’altro, magari in senso ortogonale, come accade col racconto o romanzo su un mondo alternativo. E’ il nostro mondo che viene dislocato grazie a uno sforzo mentale da parte dell’autore; il nostro mondo viene trasformato in ciò che non è o non è ancora. Questo mondo deve differire dal mondo reale almeno per un punto, e questo unico punto deve essere sufficiente per dare il via ad avvenimenti che non potrebbero verificarsi nella nostra società, o in qualunque società nota del presente o del passato. Questa dislocazione si deve basare su un’idea coerente, cioè si deve trattare di una dislocazione concettuale, non insignificante o semplicemente bizzarra. E’ questa l’essenza della science fiction: la dislocazione concettuale rispetto alla nostra società che genera nella mente dell’autore una nuova società. Questa nuova società viene trasferita su carta, e dalla carta si comunica alla mente del lettore sotto forma di uno shock convulsivo, lo shock del disriconoscimento. Il lettore capisce che il mondo di cui sta leggendo non è il suo mondo reale.

In quanto a separare la science fiction dal fantastico, è cosa impossibile a farsi, e un attimo di riflessione ci aiuterà a capire perché. Prendiamo le doti psi; prendiamo i mutanti che troviamo nel meraviglioso More Than Human (Nascita del superuomo) di Ted Sturgeon. Se il lettore crede che simili mutanti possano esistere, vedrà nel romanzo di Sturgeon un’opera di science fiction. Se pero egli ritiene che quei mutanti siano, come stregoni e draghi, non possibili, nemmeno in futuro, allora starà leggendo un romanzo fantastico. Il fantastico si occupa di ciò che l’opinione comune considera impossibile; la science fiction si occupa di ciò che l’opinione comune considera possibile, date certe condizioni. Si tratta, sostanzialmente, di un giudizio soggettivo, visto che non è dato sapere cosa sia oggettivamente possibile e cosa non lo sia; entrano in gioco le convinzioni soggettive dell’autore e del lettore.

E in quanto a definire la buona science fiction… La dislocazione concettuale (in altre parole, la nuova idea) deve essere veramente nuova (oppure una nuova variazione su una vecchia idea) e deve essere intellettualmente stimolante per il lettore; deve invadere la sua mente e risvegliarla alla possibilità di qualcosa che sino ad allora il lettore non aveva mai pensato. Quindi, l’espressione ”buona science fiction” è un giudizio di valore, non un parametro oggettivo; pero io credo che esista realmente, oggettivamente, qualcosa che è la buona science fiction.

Penso che il dottor Willis McNelly, della California State University di Fullerton, abbia espresso il concetto nel migliore dei modi quando ha detto che il vero protagonista di un racconto o romanzo di sf è un’idea, e non una persona. Se si tratta di buona science fiction, l’idea è nuova, e stimolante, e, cosa probabilmente più importante di ogni altra, mette in moto nella mente del lettore una reazione a catena di ramificazioni di idee; per cosi dire, apre le porte della mente del lettore, e così anche quella mente, come quella dell’autore, comincia a creare. Quindi, la sf è creativa e ispira la creatività, cosa che la narrativa mainstream, in grande parte, non fa. Noi che leggiamo science fiction (adesso parlo come lettore, non come scrittore) la leggiamo perché amiamo sperimentare questa reazione a catena di idee provocata nelle nostre menti da qualcosa che leggiamo, qualcosa che contiene un’idea nuova; per cui, in fin dei conti, la migliore science fiction finisce con l’essere una collaborazione fra autore e lettore, una collaborazione all’interno della quale entrambi creiamo, e ci divertiamo a creare: il divertimento, il piacere, e l’ingrediente finale ed essenziale della science fiction. La gioia di scoprire qualcosa di nuovo.

Trascrizione di Francesco Sasso

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