I LIBRI DEGLI ALTRI n.18: L’attesa, l’oblio. Daniela Dawan, “Non dire che col tempo si dimentica”

L’attesa, l’oblio. Daniela Dawan, Non dire che col tempo si dimentica, Venezia, Marsilio, 2010

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di Giuseppe Panella*

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Zakhor (ricorda!) è l’imperativo ebraico per eccellenza. Ma tkelouch el denia nassiana (non dite che col tempo si dimentica) è il suo sviluppo in termini umani e affettivi.

Il romanzo d’esordio di Daniela Dawan si occupa proprio di questo: l’impossibilità di dimenticare forgia e ricostruisce la catena del ricordo che permette ai viventi di non far precipitare i morti nell’oblio, rende ciò che è stato importante alla stessa stregua di ciò che sarà.

La storia narrata, infatti, si sviluppa su un doppio binario: il presente e la sua felicità consegnata alla storia d’amore tra la brillante pianista Anna Orvieto e l’altrettanto brillante fotografo Philippe e il passato in cui la fine della vicenda amorosa tra Cesare Orvieto, un prestigioso medico fascista di origine ebraica che opera a Tunisi e la pianista Augusta Levi si intreccia con la crisi del suo matrimonio e l’avvento delle leggi razziali promulgate nel 1938 dal governo Mussolini.

L’intreccio tra le due vicende è reso possibile dai legami di parentela tra la giovane pianista di oggi e il celebre medico di ieri e da un viaggio che la donna farà a Tunisi alla ricerca del filo spezzato dei suoi ricordi incompleti. Anche se, quasi ovviamente, la parte più robusta della storia è costituita dalle vicende infelici e tragiche di Cesare Orvieto, il contrappunto della vicenda amorosa (e pianistica) di Anna, sua nipote, rilancia continuamente la narrazione e la rende compatibile con le aspirazioni e i rimpianti dell’oggi, soprattutto con la nostalgia  per ciò che si sarebbe voluto conoscere meglio e non si è potuto farlo. La giovane pianista avrebbe desiderato da sempre essere maggiormente consapevole del suo passato ma solo le imprevedibili evenienze del presente glielo permetteranno.

Cesare Orvieto ha scelto di aderire al fascismo sulla base di un (certo male interpretato) senso di orgoglio in nome di una più Grande Italia; la sua bravura di medico e il suo senso di umanità nei confronti dei malati (soprattutto di quelli poveri) sembrano, infatti, essere in aperta contraddizione con le sue rivendicazioni anti-francesi e filo-nazionalistiche. Ma il suo fascismo non è certo reazionario o basato su pure e semplici opportunità di carriera:

 

«”Io sono un grana!” esclamò in un tardivo sussulto d’orgoglio. Così gli arabi chiamavano gli ebrei italiani arrivati in quei posti da Guernata, Livorno. Si erano spostati in cerca di fortuna due secoli prima e fortuna e onore avevano trovato. Rappresentavano l’Italia, ricoprivano importanti cariche istituzionali, e adesso? Che scherzo beffardo stava giocando loro il destino. Quando il fascismo era salito al potere, Cesare aveva aderito al partito. Riconosceva nelle dichiarazioni di Mussolini molti degli insegnamenti ricevuti da bambino. “Il tuo studio, il tuo lavoro, il tuo impegno devono contribuire a migliorare l’Italia” gli ripeteva spesso il padre. E lui lo aveva ascoltato, gli aveva creduto. Adulto, aveva combattuto per l’Italia, l’aveva servita, era italiano: questa era l’identità da difendere, la sua. In Tunisia, dove i francesi si ritenevano gli unici padroni, essere fascista voleva dire semplicemente restare italiano, ma i proclami liberali sbandierati dal duce si erano rivelati un inganno. Gli ebrei erano diventati l’oggetto di un’ostilità ottusa, cieca. Com’era potuto accadere ? » (p. 18).

 

Le leggi razziali lo penalizzano in maniera  definitiva e prevedono che sia  privato del suo ruolo di primario all’Ospedale di Tunisi. Inoltre la fine della sua relazione extraconiugale con la pianista Augusta da lui molto desiderata lo ha privato di ogni possibilità di compensazione privata. L’amore per la moglie Corinna, una volta ballerina all’Opera, è ormai finito da tempo anche se la donna continua ad essere innamorata del marito. Cesare Orvieto ripercorre tutta la sua vita passata nei pochi giorni che precedono la sua morte e si confronta nel corso di essi con il suo vice Mario Cattan (un ebreo refoulé che finge di non conoscerlo e lo espelle brutalmente dall’ospedale di cui era stato uno dei migliori elementi fino ad allora per prenderne poi lui stesso il posto), con gli indipendentisti tunisini tra cui spicca Habib Bourguiba, futuro leader popolare e poi dittatore della Tunisia una volta che il paese avrà conquistato la propria autonomia nel dopoguerra, con Alfred d’Espinger, segretario personale del reggente di Francia, suo amico ma anch’egli tanto invaghito di Augusta Levi che finirà per sposarla nonostante la forte differenza d’età.

Orvieto si confronta soprattutto con le proprie radici ebraiche (finora neglette e accantonate)  e le proprie scelte di vita culminate con l’adesione al fascismo. Le contraddizioni del suo comportamento politico precedente emergeranno in un serrato confronto con d’Espinger sul futuro prossimo venturo:

 

«”Permettemi, ma è stato uno sbaglio esultare per la conquista dell’Etiopia, per la proclamazione dell’impero. Vedete, lì c’erano i germi del razzismo”. “Dite? Tutti i miei correligionari ne erano entusiasti, se sono stato cieco non ero il solo”. Si allontanarono alla ricerca di un posto più riparato. “Sapete, ero tra la folla a Bengasi e ho visto il corpo di Omar al-Mukhtar nel barracano bianco penzolare dal cappio. Il nostro duce, per dimostrare la sua potenza, aveva ordinato di impiccarlo. Lui, un vecchio, trascinato in catene al modo di una bestia feroce. Che importava che avesse chiesto di essere fucilato, l’hanno impiccato davanti a una folla di persone come un ladro. Ho ancora nelle orecchie la sua voce incrinata che ripeteva: Da Dio siamo venuti e a Lui ritorniamo. Professore, che significa per voi essere ebreo?”. Cesare lo fissò restando in silenzio. Perché d’Espinger si accaniva con questi discorsi? Che importava a lui dell’ebraismo?» (p. 108).

 

E’ questo l’errore fondamentale di Cesare:  aver condannato a un oblio senza scampo le proprie origini razziali, voler negare il senso del proprio essere membro del popolo ebraico e confinarlo nel limbo degli eventi casuali, non voluti, accidenti di cui non si comprende fino in fondo la natura necessaria. Aver creduto nel fascismo e aver aderito ad esso è stata una delle conseguenze di questo rifiuto della propria appartenenza alla “razza maledetta”. Il suo rifiuto di essere ebreo e il suo presentarsi soltanto come italiano desideroso di partecipare al trionfo dei “fatali destini” della patria gli hanno impedito di accettarsi per quello che effettivamente era – e alla delusione per il tradimento da parte del fascismo l’unica risposta che Orvieto sa dare è quello di darsi la morte avvolto nella bandiera italiana. Sorte comune a quasi tutti gli ebrei fascisti traditi dal regime nonostante la loro adesione incondizionata alle sue sorti nel momento della necessità del consenso, la vicenda del medico italo-tunisino ne richiama alla mente tante altre (il suicidio dell’editore filo-fascista Angelo Fortunato Formiggini, ad  esempio, che si gettò dalla Torre della Ghirlandina di Modena per protestare in maniera plateale e definitiva contro le leggi razziali anche se poi la stampa non diede neppure notizia del suo gesto). Nel caso di Orvieto, tuttavia, oltre al disincanto per le scelte politiche fatte gioca un ruolo fondamentale la disillusione amorosa e la scelta della donna tanto amata di optare per la cittadinanza francese e di tornare a Tunisi sotto la protezione di d’Espinger.

Tragedia legata al fallimento delle proprie scelte esistenziali, la morte di Cesare viene pianta veramente solo dalla moglie Corinna e il rabbino della comunità tunisina accetta di celebrare il rito religioso funebre solo dopo molte esitazioni e distinguo: il suicidio, infatti, è rifiutato in maniera assoluta dalla legge mosaica e solo un’articolata rielaborazione dell’evento luttuoso (Orvieto è stato spinto a suicidarsi per disperazione, non l’ha fatto di propria volontà) permetteranno di superare la proibizione in un primo tempo propugnata dal rabbino.

Il destino del medico suicida, tuttavia, sembra essere l’oblio. Di lui nella famiglia superstite si parla poco o nulla e tutte le richieste fatte da Anna  di saperne di più affondano in un muro di gomma di silenzio e di reticenza. Solo l’amore di Philippe e il viaggio a Tunisi predisposto e propiziato da quest’ultimo le permetteranno di riscattare la memoria del prozio.

Libro di ricordi e di riscoperte di un passato remoto eppure ancora attivo e operante nelle corde del presente, il romanzo di Daniela Dawan è un tentativo di riannodare narrativamente i fili di ciò che gli eventi tragici del primo Novecento sembrano aver spezzato per sempre con la persecuzione e la morte. Certo se la parte relativa alla sorte tragica di Orvieto è ben ricostruita, la storia d’amore della nipote gli fa da pendant in maniera meno organica, meno significativa dal punto di vista dello scavo e dell’indagine psicologica. Ma entrambe le vicende rappresentano il tentativo di testimoniare che non è possibile rifiutarsi di ricordare (anche quando lo si vorrebbe fare per comodità esistenziale o scelta di vita) – che il ricordo e la memoria sono parte integrante della vita di ognuno, qualcosa da cui non si può – neppure volendo – prescindere in alcun modo.

 

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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