I LIBRI DEGLI ALTRI n.19: La ragazza selvaggia. Alessandro Bertante, “Nina dei lupi”

La ragazza selvaggia. Alessandro Bertante, Nina dei lupi, Venezia, Marsilio, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Nina dei lupi è molti romanzi in uno: è una storia apocalittica, un romanzo di formazione, una riflessione ecologica sul futuro destino del mondo. E’ una storia di crescita e di dolore, di follia e di voglia di vivere. Segue vicende parallele: la piccola Nina, il suo mentore e padre sostitutivo Alessio, i cani che assistono i loro padroni nel duro compito di sopravvivere al freddo alla fame all’assalto dei nemici, i predoni che si sono impadroniti con la violenza e la loro primordiale ferocia della cittadina di Piedimulo, gli abitanti del paesino di montagna che sono rimasti nelle loro mani.
La situazione iniziale ricorda i molti romanzi apocalittici di cui la narrativa di anticipazione abbonda forse fin troppo per certi aspetti (da Dissipatio H. G., l’opera postuma di Guido Morselli scritta nel 1973 a La morte di Megalopoli di Roberto Vacca pubblicata da Mondatori nel 1974): una catastrofe economica molto plausibile ma non ben precisata nelle sue motivazioni iniziali, accompagnata da una serie di tumulti popolari che ha comportato la fine delle abituali consuetudini di vita della popolazione e la distruzione delle forme più elementari di convivenza civile, ha distrutto le città e le industrie del mondo esterno rispetto al paesino di montagna dove pochi fortunati già vivevano o avevano casualmente trovato rifugio. Il loro capo spirituale, Alfredo, il nonno di Nina, non aveva avuto esitazioni a riassumere la situazione divenuta ormai irreversibile dopo l’esplosione che aveva sigillato le vie d’accesso al paese in cui vivevano:

«L’esplosione e il blocco della galleria tennero lontana la sciagura ma con essa anche tutte le risorse del mondo civile. I paesani dovettero abituarsi a una vita più faticosa. In neanche un mese si esaurì il gas delle bombole e per cucinare e scaldarsi bisognava usare i camini e le vecchie stufe di ghisa, recuperate dalle soffitte. Di legna ce n’era quanta se ne voleva ma, pensando al futuro, come ogni capo deve fare, Alfredo aveva fatto stivare la benzina avanzata. Forse un giorno sarebbe venuta buona per fare muovere le automobili ma per il momento non serviva, la strada asfaltata era lunga solo poche centinaia di metri e poi c’era la galleria, bloccata dalla frana. L’acqua invece non era un problema, bastava andarla a prendere coi secchi nelle fontane sorgive. Era buona, molto ferrosa. A Nina piaceva e il nonno diceva che faceva bene. Dopo l’esplosione Alfredo aveva riunito tutti i paesani davanti al municipio. “La nostra vita è cambiata” disse. “Fuori dalla vallata, lontano da noi, gli ospedali e le città bruciano e la gente si ammazza senza motivo. Il cielo muta di colore ogni ora portando con il vento le maledizioni dei morbi. Lo capite cosa sta succedendo? Riuscite a immaginare a cosa siamo scampati? Per questo motivo noi dobbiamo essere sempre pronti, dobbiamo essere fermi nella nostra decisione. Non sarà facile ma ce la possiamo fare» (p. 28).

Ma lo “splendido isolamento” nel paesino piedemontano non era bastato a salvarlo dall’attacco dei predoni scatenati alla ricerca di bottino. Un giorno un gruppo di predoni a caccia di bottino più allettante e di una migliore posizione strategica aveva fatto saltare la galleria che bloccava l’accesso al paese ed era dilagato come un’orda barbarica. Era stato un massacro inumano e inenarrabile – si erano salvati in pochi, soprattutto giovani donne che sarebbero servite come “riposo del guerriero” per il capo dei predoni e in principal modo Nina, messa in salvo dal sacrificio della nonna che le fa da scudo, permettendole di scappare sulla montagna. Qui viene accolta da Alessio che la nutre e la accoglie nella sua casa circondata dalla neve e dai lupi. La bambina (che si appresta tra poco a diventare una donna) dovrà imparare a collaborare con il proprio lavoro alla salvezza comune e apprenderà diverse e articolate strategie di sopravvivenza in un mondo freddo e ostile (come avviene a molti dei personaggi delle avventure nel Klondike narrate da Jack London).
Dovrà imparare a convivere con i lupi che Alessio ha addestrato a difenderlo dagli altri lupi selvatici e arriverà ad affezionarsi ad essi (come Dea a Homo, il lupo che traina la carretta di Ursus in L’uomo che ride). Dovrà soprattutto avere la forza di volontà di aspettare che la violenza brutale del freddo invernale passi e li lasci indenni. Attendere non è facile – richiede pazienza e forza di volontà quale Nina non ha mai dovuto dimostrare. Ma anche i predoni e in particolar modo il loro capo, Valerio Ricciardi detto il Fosco, dovranno imparare a convivere insieme in una situazione non facile nel villaggio conquistato e ormai semidistrutto dove hanno deciso di impiantare la loro base.
Tra di loro presto scoppieranno litigi e dispute per la supremazia e la gestione delle loro sempre più scarse risorse. Il loro comandante non si rivelerà all’altezza della situazione nonostante la sua supponenza e la sua spietata fiducia in se stesso, la sua (forse soltanto supposta) possibilità di esercitare il proprio dominio sulle donne e sulla gestione di ciò che è rimasto del bottino:

«Lui era Fosco Ricciardi. Sopravvissuto agli anni selvaggi, era arrivato il momento della raccolta. Fosco Ricciardi avrebbe mangiato, dormito, fumato le sigarette seduto al sole e fatto all’amore. Giovanna giaceva con lui tutte le notti. Giovane e bella, era diventata la sua donna. Così succede in guerra. […] Procedendo lungo le strette strade del borgo pensava alle priorità da affrontare in quelle settimane. Avrebbe dovuto subito mettere al lavoro i suoi uomini e solo il pensiero lo faceva imbestialire. Detestava quella accolita di rancorosi buoni a nulla. Chi si abitua a vivere di saccheggi poi non è capace di fare altro, lo spirito gramo è debole, manca di volontà e di tenacia. Vaneggia di forza e di violenza, illudendosi che la realtà possa essere domata dal sopruso, e non sa più imparare. Non sa nemmeno riconoscere le cose. Le cose cambiano, ci vuole intelligenza per capire quando è arrivato il momento giusto. Fosco pensava di averla quella intelligenza. La questione era molto semplice: a furia di ammazzare si rimane da soli, non c’è alternativa, si diventa come le bestie randagie, costrette a guardarsi sempre le spalle, a combattere per ogni metro di terra calpestata. Non era quello che voleva, era necessario avviarsi verso una nuova stagione di pace. Ma Fosco non sapeva se potesse contare su tutta la banda. Riusciva a tenere a bada i suoi uomini perché era più cattivo, non perché fosse rispettato e infatti portava sempre addosso la sua rivoltella, anche di notte» (p. 118-119).

Fosco non ha la statura di un vero capo – la violenza è l’unico strumento di governo che conosca.
Ma il tempo passa e le risorse diminuiscono. I predoni si rendono conto ben presto che hanno bisogno di procurasene altre. Ma l’incursione che il capobanda progetta per stanare Alessio e Nina sulle montagne fallisce miseramente e infine le contraddizioni esistenti nel gruppo finiscono per esplodere. In una battaglia finale vertiginosa e solenne a Piedimulo, Fosco e Alessio moriranno entrambi ma il paese sarà libero. Nina, divenuta donna e poi rimasta incinta dell’uomo che l’ha salvata, darà alla luce un figlio cui darà il suo nome. Negli anni successivi, poco a poco, la vita ritornerà più o meno normale ma il nome della ragazza che viveva con i lupi diventerà simbolo e leggenda della lotta combattuta contro la fame e i nemici inesorabili e crudeli. Nell’immaginario collettivo Nina sarà d’allora in poi “Nina dei lupi”.
Del romanzo di Bertante colpisce subito l’elemento fantasy calato in un contesto post-apocalittico. La catastrofe che è dilagata senza che nessuno potesse opporvisi, l’apparente idillio della vita montana, la volontà di una piccola comunità di rimanere isolata per salvarsi dal contagio della violenza brutale di ciò che è sopravvissuto al di fuori delle regole della vita civile, il rapporto privilegiato con una parte selvaggia della Natura (i lupi) e poi il massacro, la guerra spietata di tutti contro tutti, la necessità di resistere in ogni modo in un mondo brutale fanno pensare ai film ambientati in un contesto post-atomico di cui la serie Mad Max (con Mel Gibson) è stato il fiero capofila. Ma il romanzo va al di là della sua cornice (solo apparentemente) di genere per trasformarsi – come si è detto – in un “romanzo di formazione” che copre la parte centrale della narrazione. Nina è una ragazzina che apprende la difficile arte di essere una donna in un contesto molto difficile e che ha bisogno di attivare tutte le proprie potenzialità che fino ad allora le sono sconosciute per sopravvivere alla morte sicura nel deserto di ghiaccio dell’inverno alpino; in questo suo sforzo di vivere nonostante tutte le difficoltà che questo presenta, conoscerà l’amore anche se per poco. La lotta contro i predoni e lo scontro con la ferocia del loro capo Fosco concede alla storia un profilo epico che l’arricchisce di momenti drammatici che la conducono verso una dimensione darwiniana di “sopravvivenza del più adatto”. Ma proprio la scelta epicizzante della scrittura le permette di articolare alla fine quel sottotesto mitico che riscatta, in certo qual modo, l’intelaiatura di genere. Romanzo-crocevia dai molti sviluppi stilistici, dunque, Nina dei lupi si rivela un esperimento che va al di là del puro incrocio delle soluzioni narrative e le trasfigura tutto in un impasto mitopoietico impastato di dolore e di sogno in egual misura.

 

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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