I LIBRI DEGLI ALTRI n.27: Guida sentimentale di Firenze. Vanni Santoni, “Se fossi fuoco, arderei Firenze”

Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei FirenzeGuida sentimentale di Firenze. Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei Firenze, Roma-Bari, Laterza, 2011

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di Giuseppe Panella

 

“S’io fossi foco, arderei Firenze”, canta De Andrè parodiando un celeberrimo sonetto del poeta maledetto ante litteram Cecco Angiolieri. E’ proprio nel cuore della narrazione della città che si situa questo episodio. E’ il personaggio di Annabel, un’annoiata, scostante e un po’ tanto disperata figlia della Firenze benestante e massonica, che si incanta a guardare le lucciole nel boschetto di Villa Strozzi mentre in lontananza, dalla Limonaia, si sente la voce di De André  che canta assorto e un po’ appannato il testo di Cecco Angiolieri. Ma Firenze non va a fuoco nonostante le scintille della prima parte (forse la più intensa) del libro.

Il libro è il terzo romanzo di Santoni dopo Personaggi precari (RGB Edizioni) e Gli interessi in comune (Feltrinelli) e, in realtà, non vorrebbe essere una “guida sentimentale” di Firenze, anche se poi finisce, nonostante tutto, per diventarlo. Non lo è certo nel senso che gli dava Diego Valeri quando scrisse il suo vademecum veneziano (la Guida sentimentale di Venezia), ma nelle sue pagine veloci e freneticamente sovrapposte di fatti e di vita pulsante e dolorosa non si può negare un amore contrastato e spesso beffardo per la sua città (proprio come quello di Angiolieri per la sua avidissima Becchina).

Il viaggio all’interno di Firenze comincia con la visione “esterna” di chi è appena arrivato in città e la osserva dall’alto di piazzale Michelangelo. Continua con lo sguardo deluso e straniato di Lindsay, studentessa americana che vive il suo soggiorno fiorentino non come un’occasione culturale e sociale ma come una sorta di coazione a ripetere le stesse scene (di sesso, di divertimento coatto, di volontà di obnubilamento e di ricerca di qualcosa che non sa neppure lei cosa sia o possa essere).

Prosegue in piazza della Repubblica con Alfonso, commesso in via Tornabuoni che cerca un contatto con i ragazzi che transitano davanti a quello che è stato fino a poco tempo fa il caffè Gambrinus (dal poco nobile passato di sede un tempo del Fascio fiorentino anche se in esso transitava il giovane Vittorini) e ora si chiama Hard Rock Café, finisce male con una rissa tra i gambrini e lo sprovveduto aspirante giornalista, continua con Duccio che fa conoscenza con la rivista autoprodotta maniaco e i suoi redattori e inizia una collaborazione con loro che culminerà in la possibile pubblicazione di un romanzo che poi non si farà. Continua con la storia di Cosimo, uno dei redattori di maniaco che, amareggiato e introverso, va a un incontro musicale alla Stazione Leopolda e poi… Ovviamente non è il caso di continuare a esporre le sequenze narrative che compongono il libro di Santoni ma cercare di capire le ragioni strutturali del suo stile.

Tutto il testo è, infatti, costruito così, con un rincorrersi forsennato di personaggi e di situazioni angosciate e ilari, sconvolte e turbolente, appassionate e riluttanti. Leggendo lo ci si trova all’interno di un girotondo (che ricerca molto quello teatrale e sconvolgente di Arthur Schnitzler) dove ognuno ha un posto ben preciso in un gioco delle parti di cui nessuno conosce le motivazioni (e potrebbe anche essere che non ce ne siano).

Attraverso le loro storie – di cui Santoni racconta un lacerto significativo – emerge il vero protagonista della storia, il centro storico e il tessuto sociale di una città antica che cerca di aprirsi al nuovo ma non ci riesce o ne adotta soltanto le storture e gli abbagli e non certo la necessità profonda. La Firenze descritta nel romanzo non è quella delle guide e delle mappe e dei saggi storico-eruditi (anche se i contorni che perimetra sono gli stessi): è una Firenze “dell’anima” (se è lecito ancora usare un’espressione come questa, cara a Pratolini o a Valerio Zurlini) dove predominano essenzialmente sentimenti di rabbia o di disincanto e dove personaggi demotivati a vivere continuano a farlo alla ricerca di una soluzione ai propri problemi di sempre.

Sono soprattutto i giovani (e le loro famiglie) i protagonisti di questo carosello di amori infelici e di innamoramenti subitanei, di accoppiamenti fugaci e di passioni a lungo covate sotto la cenere, di necessità materiali che trovano momentaneo sollievo e di incertezze che, invece, non riescono ad essere risolte nel tempo. Firenze assiste impassibile a queste vicende, dall’alto dei suoi molti secoli di storia e del suo benessere più esibito forse che concretamente raggiunto, fatto di compromessi e di grovigli tra politica e accordi segreti. Significativo è il passaggio su Borgo Albizi, riguardo alla storia d’amore tra Diego (uno degli ex- redattori della rivistina maniaco) e Annabel, il grande amore della sua vita, figlia di un ben introdotto professor Leopoldo Brunetti che si aggira nella notte con il suo grembiulino massonico in una cartella suscitando il blando e malinconico sarcasmo del ragazzo :

«Diego guarda passare i massoni e pensa a Annabel, a Annabel che ha poi ritrovato all’università – se non altro avevano ancora in comune il fatto di essere abbastanza candidi da iscriversi a Filosofia – e lì i rapporti erano stati ristabiliti; rinegoziati, su un’amicizia che non poteva non essere o complice o imbarazzante e quindi andava sedata, separata, ingessata. Non era più stato a casa di lei da quando si erano amati e dunque non può riconoscere tra gli uomini che ora gli sfilano davanti, mentre sorride loro, come a dire “lo so, carini, cosa avete in cartella: conosco il vostro futile segreto”, il padre di lei, ma già costoro non lo interessano più poiché nella sua testa echeggia solo un nome. Annabel, Annabel, Annabel. Chissà che oggi – quant’è che non ci vediamo. Chissà che oggi – quant’è che non ci vediamo ?» (p. 104).

Ma l’incontro, fortemente atteso da lui, viene liquidato da lei con un frettoloso e francamente scortese “E’ tardi, e non avevo veramente voglia di vederti. Potresti andartene?” (p. 109) che chiude la partita amorosa. La ragazza vuole andare alla Limonaia di villa Strozzi ma, una volta arrivata là, non trova di meglio da fare che andarsene di nuovo. Cacciare via Diego non l’ha certo resa più felice, tutt’altro. Ma sentire De André cantare il sonetto di Cecco Angiolieri l’ha rinforzata nel suo proposito di restare a Firenze piuttosto che andarsene (come gli ha consigliato poco prima un suo ex-compagno di scuola) – nella città in cui è nota si sente al sicuro, entro il recinto delle sue porte.

Le stesse porte gli è stato chiesto di fotografarle ed è stato suo padre a farlo per un libro che deve scrivere sull’argomento ma l’accidiosa ragazza si è guardata bene dal farlo. Ci proverà più goffamente il padre chiedendo il permesso al Comune che, sotto la veste ufficiale di un suo geometra, gli permetterebbe, in realtà, di visitare soltanto la Porta San Niccolò, dove sono in corso dei lavori di restauro e c’è un elevatore in funzione. Il padre di Annabel, però, sottrae con un trucchetto facile facile (le copre con la sua giacca) le chiavi di tutte le porte della città (sono ben nove) e si reca in taxi a fotografarle. Ma, alla fine, tutto si concluderà con un incubo perché il professore sognerà di aver trovato un teschio alla Porta San Frediano.

Quello che mi sembra veramente l’aspetto più importante di questo libro è la sua tecnica di scrittura più che le storie di vita che racconta o i personaggi che abbozza continuamente e spesso lascia cadere in attesa di altre figure più significative. Il libro è tutto un unico giro di situazioni che vengono a incastrarsi l’una nell’altra dando l’impressione di interruzioni continue che, in realtà, non sono mai tali. Il filo della narrazione non si spezza comunque e non interrompe mai il respiro della descrizione dei luoghi della città pur dando l’impressione di ricominciare ogni volta in modo sempre nuovo (ma, in realtà, sempre uguale come accade nella vita).

Tutto è collegato come in un film a incastri ma del film non ha la volontarietà – il libro conserva una sorta di svagata illogicità che è quella delle azioni del quotidiano dove non tutto può essere studiato, anzi non deve esserlo. Dirò di più: l’apparente svagatezza delle connessioni e degli incroci ne conferma, invece, la ferrea concatenazione interna.

Santoni studia con abilità la connessione dell’intreccio in misura calibrata e talvolta lo trasforma in un congegno di precisione che, tuttavia, non si vede e addirittura non risulta, in prima battuta, ai lettori. Il meccanismo è tale che il lettore si sente quasi costretto in maniera, questa sì del tutto cinematografica, a voltare la pagina successiva per seguire l’andirivieni della storia e delle sue vicende interne. Ma questa coazione a leggere non è mai vissuta come una necessità quanto come un flusso di libera intensità di desiderio. Il libro è come una sorta di corsa in discesa nel corso della quale non si può fare a meno di continuare a correre. E’, in fondo, il legato “americano” dello scrittore, nutritosi a lungo di Don Delillo, Bret Easton Ellis e David Foster Wallace.

Solo nell’ultima pagina si trova il riposo atteso da tempo, una possibile conclusione della corsa, quando Maddalena, da poco tornata a Firenze, entra nel cimitero delle Porte Sante. Qui la ragazza, regista in cerca di lavoro “vero” e non solo di parole di stima e di conforto, trova il solito repertorio ipocrita di epigrafi che sanzionano, a differenza del cimitero di Spoon River, solo la bontà onestà rigore e fedeltà dei “cari estinti”, pronuncerà anch’essa un sincero epitaffio per se stessa e la sua generazione X:

«Ecco un’impresa alla mia portata: sbattetemi qui e spendete due bugie, quando davvero verrò per rimanere» (p. 148).

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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