I LIBRI DEGLI ALTRI n.29: Le onde del mare, il ghiaccio dell’esistere, il sogno della vita. Giancarlo Micheli, “La quarta glaciazione”

Giancarlo Micheli, La quarta glaciazioneLe onde del mare, il ghiaccio dell’esistere, il sogno della vita. Giancarlo Micheli, La quarta glaciazione, Pasian di Prato (Udine), Campanotto Editore, 2012

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di Giuseppe Panella

 

«XV. Tu che non ti sei piegata / Ai primi freddi della quarta glaciazione / Perché nel mondo interiore non vige legge di consolazione / Della termodinamica non vi si osservano i principi /  Né una salomonica distribuzione / Dei delitti e delle pene / Tu che libera ti sei spogliata / Della negazione di questa vita / All’occhio che fiorisce infinito / Contemplando sovrano il mondo in sé / Appari nel disgelo di quest’ora / Fiore di loto dalla neve di Aprile» (p. 160).

 

E’ uno dei componimenti (il terzultimo) che chiudono questa terza e più complessa raccolta di versi di Giancarlo Micheli. La “quarta glaciazione” cui si fa riferimento è naturalmente quella contrassegnata dal fiume Würm in cui raggiunse il punto termico massimo di avanzamento dei ghiacci. Anche se avvenne nel Pleistocene, all’incirca 12.000 anni fa, è, in realtà, l’ultimo punto di riferimento umano nell’avvicendarsi di epoche calde e fredde nella storia del continente terrestre.

E’ inutile dire che quella della glaciazione è una metafora molto efficace della condizione umana nell’epoca della globalizzazione e della trasformazione in merce dei sentimenti, degli affetti, delle vite umane e della poesia che essi alimentano. Ma se tutto si limitasse o si riducesse a questo, la poesia contenuta nel volume lirico di Micheli non sarebbe altro che un esercizio sociologico di rabbia e di indignazione forse profetica, non un tentativo di esplorazione poetica delle frontiere superstiti o residue dell’umano. Come lui stesso aveva scritto precedentemente, in una lunga suite poematica intitolata Rivolta in cinque stanze e dedicata all’elenco delle doléances del presente:

 

«4. In un arido settembre della quarta glaciazione / I miei libri mi trovano con facilità / Mentre in convivi e in adunanze / Un pullulare di polluzioni / Implica la schizofrenica povertà / Di chi vende prole e giorni ad esperimenti / Educativi in regime di mercato / Che è tutto quello che di libero rimane / Quando i funzionari dei beni culturali conferiscono licenze / Secondo i circoli viziosi della loro paranoia  / Sacrosanta per cognizione del dolore dell’altro //  Sarà scaltro peraltro a sua insaputa / Il medico che fa la piaga pietosa / Per esosa mercede e compatibile / Alla dogmatica delle forme spurie / Quanto potrà essere onesto / Nel seguire la virtù / Profonda a misura del fiume sensibile / E fino al placido estuario della mente / Quando vi reca la cura della verità / Sarà oggi e non sarà domani / Quando avrà la gioia e l’eguaglianza / Di giustizia e di bontà / Umane per desiderio della vita / E consistenza di memoria / Nuova gloria che non affonda infine / Nell’onore di abissi di abiezioni // Pietre reiette di abusati paragoni / Giacciono a fondamento di superflue novità / Mercantili perché a dovere moltiplicata la dominazione / Di vili passioni locupleta gli ipocriti e chi mente / Per contraffatta pietà ed interessata …» (pp. 104-105).

 

La “quarta glaciazione” è, dunque l’”orizzonte degli eventi” della poesia di Micheli.

All’interno della società attuale, il suo sviluppo apparentemente invincibile e la sua pervasività sono quelli di sempre. Ovunque, in essa, infatti, domina un inverno pesante e ottuso, fatto di corruzione e di miseria, di dolore e di morte, un panorama che non sembrerebbe lasciare spazio al futuro.

L’orizzonte della poesia di Micheli è – lo si è gia detto – un presente dilatato all’indietro fino ad inglobare il passato tutto dell’umanità. Si tratta di un panorama freddo, sconvolto, desolato quello che lo contraddistingue e dove domina la logica del profitto e dell’alienazione umana e da cui ci si può salvare soltanto attraverso la lotta, lo scontro frontale con esso, la volontà di non cedere e non assuefarsi ad esso. La forza che lo rende apparentemente invincibile è la morte di ogni speranza nella possibilità di rovesciarlo e cambiarne drasticamente le coordinate strutturali.

L’arma migliore per contrapporsi all’”inverno dello scontento” che incombe e rende impraticabile l’orizzonte futura dell’esistenza degli uomini, è, allora, il sentimento d’amore – l’unico sicuramente e globalmente in grado di “cambiare la vita”.

Come per i Surrealisti che restano pur sempre la bussola cui Micheli ama orientare il timone della propria poesia (e gli esergo che aprono le diverse sezioni che compongono il libro stanno lì a dimostrarlo), “trasformare il mondo” (marxianamente) non avrebbe senso se non fosse la stessa idea di esistenza umana a mutare radicalmente e profondamente (come è noto, è proprio questo lo scacco maggiore delle grandi procedure rivoluzionarie del Novecento ormai trascorso).

La poesia militante che attraversa con toni tra l’accorato e il sarcastico il libro si coniuga, quasi sempre, con l’evocazione della passione d’amore. Il sentimento della rabbia e dell’indignazione per il “dolore del mondo” si trova pur sempre collegato all’evocazione delle persone amate come parentesi di felicità e di piacere nell’ambito di un’esistenza che sembra, ogni volta, scattare come una trappola per impedirne il dispiegarsi della passione e del sogno.

 

«Io e te nasciamo in ogni istante / Quando abbandoniamo del tempo il pregiudizio / E rovesciamo il compito impartito / In tutto quello che è scambiato con l’amore / Al prezzo del pane quotidiano / Che hanno spezzato lungo le nostre schiene / Per venderci una doverosa gravità / Quella che ci confonde di chiarezza quotidiana / Di ossequio alle divinità di ciò che è stato / Le meglio presentabili e dal dubbio più esentate / Perché noi sappiamo anche il cattivo viso / Al di là del bene carnefice e mansueto / Che allestisce il gioco per le vittime predestinate / Noi destiniamo all’eternità la mente e il cuore / Gli elementi del sogno che si avvera / Sappiamo il gioco spietato della meraviglia / Sulle cui ciglia la lacrima è innalzata alla visione / Distinta dell’unità dell’anima nel caso / Dove il tempo si combina al desiderio / E ride ciò che è serio / E il volto è riconosciuto / Umano specchio che nel dio riflette l’animale / Finché all’infinito presente / Coniuga di noi gli occhi e le parole / E la felicità è alla portata del senso e della mano» (pp. 156-157).

 

I due poli della produzione in versi di Micheli, dunque, la critica della società del presente e la violenza che esercita sui soggetti che la costituiscono e la via d’uscita da essa rappresentata dalla “rivoluzione a due” che avviene nel momento dell’innamoramento e poi della passione amorosa si congiungono sovente nel corso di lunghe esternazioni di tipo paratattico che sembrano scardinare il ritmo consueto della scrittura nella tradizione della poesia italiana.

L’inanellarsi fitto e deciso delle situazioni descritte e delle passioni provate ha la (probabile) funzione di accentuare in senso dimostrativo e sovente narrativo quello che potrebbe sembrare il puro e semplice congiungersi delle parole nei momenti più a lungo usati (e spesso inutilmente abusati) della poesia lirica immessi nel loro significato come tradizionalmente viene indicato ed espressi. Per Micheli, allora, più che costruire una nuova “tradizione” della poesia  a venire si tratta di verificare le basi e di ricostruire dalle fondamenta quella che c’è già.

In effetti, nel suo stile di scrittura, non c’è sperimentalismo o plurilinguismo ostentati come armi distruttive del retaggio del passato quanto il rifugio in una lingua spesso ripulita da facili neologismi o  mimetismi ostentati in senso corrivo e, quindi, facilmente consumati. In senso opposto rispetto alla riconduzione del linguaggio lirico all’andamento prosastico che sembra contraddistinguere molte esperienze della contemporaneità poetica, Micheli punta alla ricerca di un linguaggio non certo ermetico né “puro” (alla Mallarmè) ma sicuramente terso e liberato dalle incrostazioni più esacerbate,  incitate e infette del consumo linguistico corrente.

La sua lingua della poesia è quella di chi vorrebbe rimandarla ed esporla come un’etica della vita e ricongiungere, in un solo circolo esistenziale, critica dell’esistente infausto e retrivo e apertura verso l’utopia della libertà amorosa.

Nelle cinque sezioni che costituiscono il tessuto lirico-descrittivo della poesia di Micheli, i diversi momenti che costituiscono il suo progetto di lettura del mondo che lo circonda si intrecciano e si articolano tessendo una tela di rimandi morali e di accensioni intime fino a rendere il loro ritmo incalzante e continuo come le onde del mare, tante volte evocate nei suoi componimenti, che si infrangono infaticabili sugli scogli che circondano i porti o la battigia in cui va a morire la spiaggia dalla sabbia innumerevole sempre rinnovata dal Tempo e sempre apparentemente uguale  di fronte alle sue sollecitazioni pulsanti.

Continue e poderose come la spinta candente delle onde marine, le lunghe emanazioni liriche della produzione di Micheli ritrovano una loro possibile sintesi finale nell’”armonia delle labbra e del silenzio” il cui tratto evocativo chiude il libro. Le parole della rabbia rimandano al silenzio del sentimento amoroso e si congiungono in un cerchio incantato in cui domina l’utopia del mondo senza il Male.

 

 

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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