Gaetano Savatteri, “I siciliani”: la pazzia e la logica della contraddizione

Gaetano Savatteri, I sicilianiGaetano Savatteri, I siciliani: la pazzia e la logica della contraddizione

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di Giovanni Inzerillo

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Chiunque si accinga a leggere un saggio dedicato ai siciliani si aspetterebbe, probabilmente, specifiche osservazioni, concetti ben chiariti, altrettanto precise conclusioni; vorrebbe poter avere delle risposte per cementificare assunti preconcetti o per, una volta smantellati, giungere a nuove considerazioni. Sarebbe di certo un buon proposito destinato, però, a non sortire gli esiti sperati.

È impossibile, infatti, comprendere appieno, e qui la saggistica serve a poco, quali logiche sottendano alla Sicilia, terra benedetta dai suoi eroi, maledetta dalle sue sciagure, contraddetta dalla storia:

La Sicilia come luogo dove toccare terra e scoprire non le risposte, ma le domande immutabili e spietate della vita. La Sicilia come luogo dell’assoluto.

Basterebbe chiedere in giro per il mondo per sentire immediata la similitudine con la mafia ma capire la Sicilia è per tutti, intellettuali e non, italiani e stranieri, persino per gli stessi siciliani, una questione irrisolvibile. Vorrebbe dire, piuttosto, attribuire a tutti i costi senso alla contraddizione, determinatezza all’assoluto, discernimento nel più totale disordine.

È un luogo che «ognuno racconta a modo suo» e che immagina e vive in maniera altrettanto individuale. Qui non vale il concetto di identità, o meglio di un’essenza che sia quella, e solo quella, siciliana; vale, piuttosto, il concetto di pluralità, plurima a tal punto da perdere qualsiasi logica di identificazione. La Sicilia è un’«isola anomala e plurale», una «irripetibile ambiguità psicologica e morale», un «caso», un «fenomeno», un «problema» che arriva a cercare nella contraddizione il suo senso.

Pure geograficamente essa rappresenta una anomalia: terra solitaria ma culturalmente internazionale, dove «perfino il paesaggio diventa il peggior tiranno dell’uomo», dove la bellezza dei suoi scenari si scontra con la maligna natura degli stessi e in cui tutti gli elementi, pur nella loro abbacinante magnificenza, possono ribellarsi e devastare. In essa giacciono latenti gli spettri delle più svariate catastrofi, quando l’esplosione di un maestoso vulcano o il fragore di un violento terremoto riecheggiano il detonare di una bomba e il chiasso mafioso che ne consegue.

Terra «irredimibile» per bocca dei suoi stessi uomini che l’hanno fatta, eroi della storia e geni della letteratura e della scienza (si pensi al celebre motto, forse una lapidaria condanna, pronunziato dal principe di Salina nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»), dove sembrano avere la meglio, anche adesso come allora, una sorta di torpore intellettuale, o all’opposto un eccessivo intellettualismo, e una radicata sfiducia nella storia concepita, citando De Roberto, come «monotona ripetizione» in cui «gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi».

Sarà pur efficace, in fin dei conti, l’ambiguità del termine isola nei suoi due significati di nome e di verbo ma è altrettanto vero che proprio da questo luogo ribolliscono da sempre fermenti e pulsioni così forti da far scuotere la terra stessa, così come fanno i terremoti a cui la Sicilia è già da tempo avvezza.

Così Savatteri passa in rassegna, raggruppandoli per caratteristiche comportamentali e culturali comuni come la ribellione e la pazzia, il potere e l’orgoglio, la femminilità e l’anticonformismo, numerosi personaggi che hanno contribuito, ciascuno a suo modo, a rendere quest’isola curiosamente particolare sia nella fama sia nel disonore.

Insieme a tanti personaggi poco conosciuti emergono illustri protagonisti della storia antica e recente: da Giovanni Falcone a Peppino Impastato, da Cagliostro al popolare Giufà, dal nobile Ferdinando Gravina al potente cardinale Ernesto Ruffini. Per non parlare degli scrittori famosi, Brancati, Pirandello, Verga e Sciascia, la cui letteratura si è imposta con maggiore forza che altrove.

Sono ritratti un po’ bizzarri questi, figure in primo piano ma tutte picassianamente scomposte e a tratti deformate. Perché la Sicilia, bisogna dirlo, è così stravagante ed eccentrica da glorificare come eroi gli impostori e i delinquenti, da elogiare i suoi sciocchi e i suoi pazzi quali maestri di dottrina e di sapere, da fare la sua chiesa più potente dello Stato; al punto da dare ragione al torto e torto alla ragione.

E sarà questo, quasi certamente, l’arcano fascino che da sempre fa della Sicilia un paradigma irresolubile. Tutto in Sicilia spicca per paradosso e contraddizione, luoghi e cose, personaggi reali e fantasmi dell’immaginazione. Ma alla fine, come conclude Savatteri, «rimescolando il mazzo, distribuite le carte, ne viene fuori sempre la Sicilia. Declinata al plurale, sfuggente al paradigma, nascostamente narcisa, segnata dalla solita regola dell’eccesso: un luogo dove troppo si perde, troppo si vince».

Scrive Pirandello:

Il pazzo costruisce senza logica. Essa è la forma e la forma è in contrasto con la vita. La vita è informe e illogica. Perciò io credo che i pazzi siano più vicini alla vita. Niente c’è di fissato e di determinato in noi. Noi abbiamo dentro tutte le possibilità. Tanto è vero che da noi impensatamente e improvvisamente può scappare fuori il ladro, il pazzo.

Se il paradosso e la contraddizione, l’essere tutto e niente, uno e centomila, significa avere più chiaro il senso della vita e della storia, forse la Sicilia, pazza e anomala per antonomasia, assorbe in sé la ricchezza delle più impensabili e sconcertanti verità.

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