Il “Poetry Music Machine” di Marco Palladini. Un ologramma in onda poetica

Poetry Music Machine, Marco PalladiniIl “Poetry Music Machine” di Marco Palladini. Un ologramma in onda poetica

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di Antonino Contiliano

 

Chi volesse avvicinarsi alla poesia di Marco Palladini e, in modo particolare, a quella del suo Poetry Music Machine (oyxeditrice, Roma, 2012), una “Audio antologia” (libro +CD), non può trovare, crediamo, immagine analogica migliore che quella di un’onda verbo-ologramma in versi e “arsi” in girotondo e semiosfera di guerra po(li)etico-artistico. L’onda che non trascura niente dell’oggetto – il modello del suo mondo estetico-poetico e ideologico-politico – ripreso e offerto agli altri, l’ipotetico lettore/ascoltatore e/o critico.

L’onda ologrammatica di Poetry Music Machine è quella di una poesia, naturalmente, che relaziona letterario ed extraletterario e lo aggomitola alla maniera dei punti di tempo della pagina del cyberspazio – che simulano l’informazione-comunicazione contratta nei nodi lanciati alla velocità bit della luce. E il peso e la densità di questi nodi poetici, trasportati dai versi lungo le due coordinate offerte dalla pagina, ne curvano il piano nella bidimensionalità degli assi linguistici (paradigmatico e sintagmatico, la scelta e la combinazione degli elementi coinvolti), come se fosse una geometria alfabetica relativistica e, per altro verso, in mimesi della bidimensionalità della virtualità temporale del cyberspazio. Il tempo della rete e dei suoi nodi www. Il reticolo comunicativo che ha sconvolto l’abituale successione cronologica di passato, presente e futuro, così com’è proprio della turbolenza del tempo poetico che sostanzia (almeno siamo inclini a leggere) i testi poetici di questo Poetry Music Machine di Marco Palladini.

La sua espressione corpuscolare – l’informazione annodata e significante che la materializza – è quella semantica complessa e concentrata dei versi che potenzia, in maniera aggiuntiva e complementare transcodificata intersecata, quella delle catene linguistiche standards o comuni che trascurano come inessenziali, e quindi scartabili, ciò che invece viene recuperato e significato dalla poesia e dal mondo che lì dice. Lì dove è proprio il potenziamento inusuale delle parole e delle idee conflittuali veicolate (rapportate al mondo ordinario contestato) e della loro sintagmaticità trasgressiva che, mettendo in gioco la plasticità della lingua, che si segna la qualità artistica del linguaggio e la simulazione poetica di un altro mondo (non copia!). Un modo di significare culturale-politico che, con la sua differenziata espressività, anche tra sinonimica e non, agisce opposizione e antagonismo con una polisemica esorbitante e dall’intreccio e dall’intersecazione pluri-misto-linguistici di diversa sostanza segnica (semiotica).

Un vero e proprio mescolio sorgente che ne potenzia però ulteriormente il senso e la dimensione plurisignificante tracciando passaggi in cui le catene grafico-verbali e vocali e sonore si sovrappongono e gli stessi ritmi specifici si semantizzano in maniera traboccante e martellante. Basta rivolgere attenzione alle strutture delle “ripetizioni” delle “equivalenze” tipiche della po(i)esis (livelli e gruppi diversi), che ricorrono nei testi (n. 13) poetici della Parte I del libro –“AUDIO-TESTI” – e quelli (n. 61) della II – “Bonus text: PAPE SATAN BAND” –, perché dall’evidenza immediata del costrutto si passi subito alla logica del montaggio artistico-poetico che Marco Palladini, poeta, (mettendo a frutto anche le sue competenze di performer, attore e regista, fra l’altro) mostra come una costante della sua produzione.

A stralcio, della Parte I, qualche esempio di rimando:

 

«Who is my father?…He said… / His father, Leo Alcide Kerouac… / Grey downtown…in centrocittà un’ombra nera, / se ne andava in giro, ciondolava / […] / Padre, sono quasi fuori gioco… / Nelle strade dove le macchine entravano nella follia diurna / e gli occhi bruciavano cercando nell’aria torrida / la rivelazione perfetta… / […] / Padre, aiutami, sono quasi fuori gioco… / È il crepuscolo senza nome né pietà / e mentre i paraculi hanno fatto soldi / io non ho saputo amare di più il denaro… / […] / Siamo in fine di partita, padre / e l’ora del giusto meditare / è giunta come sempre fuori tempo massimo» (PADRE, SONO QUASI FUORI GIOCO # 1, pp. 15-16).

 

[…]

 

«Questa è poesia ke spakka / l’animo e la mente / Poesia mordace come un serpente / ke divora il kuore oscuro del presente // Questa è poesia ke spakka / e proclama: niente facili resurrezioni / oggi l’ordine mondiale s’impone / tra inclusioni ed esclusioni // […] / Questa è poesia ke spakka / poesia da delitto & castigo / poesia multipla che s’iperfeta / senza nessun corrivo o pallido mito // Sì, questa è poesia ke spakka / l’animo e la mente / poesia serpente dialettica irridente / e ke divora il kuore / di vetro oscuro del presente» (KOMBAT POETRY # 14, pp. 40, 42)

 

Le citazioni, che seguono, sono stralciate dalla Parte II di Poetry Music Machine. Una vera macchina di guerriglia linguistico-simbolica e, come le guerre del capitalismo della produzione e del controllo bioelettronico, di nuova generazione?

I testi della Parte II (“Techodelica – Psycomultipla – Pornolalica”), lo stesso poeta Marco Palladini, sinteticamente presenta come Un azzardoso e annoso esperimento simil-parolibero postfuturista e mistilingue, che percola dentrofuori le mille gergalità e i proliferanti sub-idioletti della scena disco-musicale ‘urban’ internazional-popolare. Prosimetro aberrante e metanarrativo e skizosemantico e ipersegmentale, disposto in sessantuno irregolari verbostringhe. Outlaw&trash writing come un’opera concettuale, consimile ai pattern in rete, che ad ogni istante implode nel suo vuotopieno inafferabile:

 

«Wellcome to the Dope Show…Live Evil Fest, as you like it…if you wanna technodrugs & other pleasures…pikkia duro l’elektroDada e si spallano i jovani alcoolisti intruppati nel dancefloor…il big-beat vive in symbyosis …fixe e fighe del Visual crash…Bottemaledette&sigherette: qui si lotta e non ci s’immignotta…[…] celebrations di corpi mutanti&hurlanti, ultima frontiera di movide sfrementi e dementi, epifanie di lame luccicanti: kirurgie delinquenti dei neo-Mengele del Cyber 2050…» (p. 51).

 

[…]

 

«Così, la faccenda si chiude e si riapre: e, sfaccendandosi, riparte la promotion per un altro bel sabbato gore-musikale, vivido animale, ruvido sexuale, surreale, neurokriminale, very glocale, multiversale…» (p.75).

 

In tutti questi testi la scrittura sembra non la transcodificazione dalla semiosi vocale e/o dalla lingua letterale-materiale di base o primaria, ma come osserva acutamente Giovanni Fontana – che del libro cura una “indispensabile” introduzione per seguire con maggiore accortezza e comprensione adeguata il dettato testuale –,“un’altra storia”. Perché l’universo tecno-mediatico della “nuova orali­tà”, interagendo con la scrittura, condiziona l’elaborazione testuale, sì che sostenuta “dalle nuove tecnologie elettroniche, la voce-testo produ­ce esiti sorprendenti come nel folgorante «Decollare… Decollarsi» realizzato con Luca Salvadori” (p. 11). E se c’è un’altra storia c’è anche una lingua altra che la interpreta e la scrive.

Infatti, se nel consumo lirico tradizionale, la lettura a voce può essere una recita-replica senza nessun potenziamento complementare e aggiuntivo di pensiero e significazione rispetto al copione scritto e “si pone come banalizzazione o come mera spettacolarizza­zione del testo secondo i canonici stilemi della declamazione di marca convenzionale” (Ivi), non così avviene dove la poesia fa implodere ed riesplodere i linguaggi in causa. Nella poesia che sorge dallo scontro dei linguaggi e delle frequenze simboliche loro, che entrano in attrito e dialettizzano i codici diversi amplificando, per esempio, la voce e i suoni (anche quelli del linguaggio musicale cooperante), ne gode anche il pensiero “al di qua e al di là della scrittura stes­sa, attraverso forme di sonorizzazione capaci di attraversare il corpo intero, di penetrarlo. La voce allora riesce a trasformare il silenzio della pagina in potenza sonora.  In urgenza acustica.” (Ibidem).

La struttura espressiva, scossa da cortocircuiti tellurici immanenti al corpo del testo e del suo autore, nel momento in cui diventa concreto impasto di media diversi, ma complementari – testo scritto, testo vocalizzato, testo sonoro (il CD, che ripropone i testi scritti della Parte I, diventa la versione che fa convivere/intersecare: “musica, electronics: naUt; musica, electronics, sax: naUt; Drums e Percussione di Mariano De Tassis; Voce cantante di Frankie Depedri) –, non è più controllata dal solo linguaggio alfabetico. In questa rete di nodi multimediali, invece, è come se fosse il solo principio del suono, e della sonorità trainante dei significanti, a disorganizzare e riorganizzare semanticamente de-viante i testi e i loro contenuti veicolati nella forma dell’enunciato in versi. Si può pensare, così, a una prospettiva in cui, come nella nostra contemporaneità del linguaggio elettronico-digitale, il linguaggio scritto, quello parlato e del suono (vocale e del linguaggio musicale) tornano a integrarsi secondo il principio della complementarietà per far sì che la significazione non rimanga sequestrata entro il solo fisso della lettera. Anche l’articolazione della phoné reclama il suo spazio semantico-pragmatico.  Del resto, e solo per ricordare un pensiero di Aristotele (le righe 16a 3-8 della Retorica) sulla relazione tra cose, oggetti, concetti (affezioni dell’anima), oralità/phoné e scrittura, le tre dimensioni del linguaggio – articolazioni vocalico-sonore, scrivibilità alfabetica e le operazioni logico-cognitive, sebbene diverse e complementari tra loro –, “ruotando attorno ai pragmata – Franco Lo Piparo, Aristotele e il linguaggio, 2003 – generano delle espressioni (lexeis) indefinite e molteplici.

C’è, in vero, quasi, si può dire, nel linguaggio della poesia di Marco Palladini, scegliendo una analogia calzante, un certo modello ondulatorio-corpuscolare delle onde armoniche; un sovrapposizioni di “onde” semiche plurali che, del suo Poetry Music Machine, articolano relazioni semantico-denotative e di senso sul piano di trans-codificazioni orbitali. La polisemia informativa  migra esteticamente da un codice ad un altro. Senza sosta. È come se i nodi semantico-pragmatici, alla stregua del salti fotoatomici, cambiassero/scambiassero i livelli orbitali e “spire” – gli assi della lingua e dei linguaggi – senza tregua. La metafora delle “spire” non è poi tanto peregrina se la poesia del nostro è una “poesia serpente” e una poesia del/da combattimento. Anzi.

Individuato, infatti, fra gli avvolgimenti e rivolgimenti di questa scrittura poetica, che il piano estetico-poetico dell’opera si interseca (e viceversa) con la transcodificazione etico-politica e culturale non omologata, l’operazione di Palladini, nell’attuale panorama – dove la parola e la comunicazione sono assurte a forza produttiva e di mercato – appare come la scelta più incisiva di dissenso linguistico-simbolico vs il “serpente monetario” dell’Europa delle bolle/balle finanziarie dell’olismo capitalistico.

Impossibile non pensare inoltre, qui, allora, che l’onda delle corde “remix”, di Poetry Music Machine, è un’onda olistico-poetica di controtendenza: “poesia di lotta e di sgoverno / poesia-larva e poi farfalla-desiderio / ke dà scacco al gioco dell’infermo / […] / poesia ribelle e fuori da ogni moda / poesia davvero aliena in codesto belpaesaccio” (pp. 41, 42).

 

 

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