I LIBRI DEGLI ALTRI n.35: Forse per sempre. Gabriele Lastrucci, “Ora-mai”

Gabriele Lastrucci, Ora-maiForse per sempre. Gabriele Lastrucci, Ora-mai, Prato, Claudio Martini, 2012

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di Giuseppe Panella

 

Per Gabriele Lastrucci, nel suo breve ma intenso poemetto di circumnavigazione poetica del mondo, Ora-mai è in realtà qualcosa che vorrebbe scandire i tempi di ciò che avverrà per sempre. Scritto in tre tempi – una stesura più ampia, ancora incompiuta, i cui scarti e i lacerti obliqui fanno da pendant alla versione definitiva e poi compiutamente prosciugata nella scrittura e nei temi – è la storia ritmata di come un poeta si possa costringere alla poesia a forza di trovare in essa le sole possibili ragioni per vivere. Nel testo lirico più significativo dell’opera, La Rosa-Murante, l’apertura verso il mondo si rovescia nella necessità di conformarne la verità attraverso l’olocausto programmatico della parola che la mostra nella sua realtà di operazione di conoscenza dell’Io.

«Nero Ago d’Albore. // Noi : ch’è Sacra-Follia: Febbre / del nostro Santo – / Bruciare. // Mio-Male-d’ Estasi / Colmo d’Insondabile – (Tuo) Nudore, / Beato-d’-Inferno, Nascente – / Lacrima che guarisce, d’Istante – / l’Eterno. // S’alba d’Ora la notte. // Perso, nel m-io, / bruciante, / te. // Mente Tutto Sboccia / in un’Ellissi / d’Infinito» (p. 12).

Lastrucci si consuma nella ricerca di una poesia che sia del tutto pura, assoluta, “murata” nella sua medesimezza e cerca di  sconfiggere, con il rigore del verso, l’angoscia e la febbre esistenziale che nascono soprattutto dalla sua impossibilità a esprimere quello che altrimenti rimarrebbe confuso nel magma delle parole-emozioni che esplodono all’interno della sua gabbia linguistica. Ora-mai è, quindi, un quasi-sempre, una condizione poetica che si affranca dal dolore di vivere per approdare al fiorente giardino circondato di parole in cui è possibile trovare risposta ai suoi  interrogativi tanto consunti quanto continuamente evitati.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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