I LIBRI DEGLI ALTRI n.40: Parabole di viaggio. Paolo Carlucci, “Strade di versi”

Paolo Carlucci, Strade di versiParabole di viaggio. Paolo Carlucci, Strade di versi, Roma, L’aura di Roma Edizioni, 2011

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di Giuseppe Panella

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Scrive Eugenio Ragni nel suo lungo saggio introduttivo a questa nuova raccolta di poesie di Paolo Carlucci, provando a racchiudere in una frase il senso riposto e profondo della sua proposta :

«Antico e moderno sono compresenze in parallelo o, altre volte, contrapposte quel tanto che basta per connotare il trascorrere del tempo, ma quasi mai per confronti moraleggianti, anche dove gli accenti si fanno più caustici : la tipologia urbana mutata e i modus vivendi fatalmente diversi dall’oggi non suscitano infatti le abusate modulazioni di gemebonda nostalgia care a tanta rimeria dilettantesca, ma costituiscono la base per disegnare una suggestiva immagine in diacronia della città, dove la coesistenza di passato e presente – anzi, di un “antico presente” – compone l’originale, suggestiva fisionomia atemporale di un agglomerato urbano assolutamente unico ; cui Carlucci aggiunge di volta in volta coloriture ora bistrate d’amarezza, ora elegiacamente pastello, ora espressionisticamente graffianti : Rovine / il rumore del Tempo in città / Riaffiorano antichi / sepolcreti in periferia / il sonno dell’eternità. Tra le case grigie, infinite / i dormitori della Modernità»[1].

La scrittura poetica di Carlucci non è nuova a cimentarsi in questo tipo di imprese letterarie che fondono un’indubbia capacità lirica con la volontà di mostrare piuttosto che di puramente descrivere. La bella intuizione di far “vedere” (in un certo qual modo come in presa diretta) le realtà urbane e naturali protagoniste della sua avventura in versi gli permette, di conseguenza, di evitare i luoghi comuni della poesia di paesaggio e il colore locale che la contraddistingue.

I suoi passaggi lirici sono costruiti e dipinti a macchia di leopardo, una sorta di contrappunto tra realtà vissuta (e osservata) e prospettiva onirica, in un gioco di rimandi che ha come protagonista unica la parola poetica come sua salvaguardia estetica ed esistenziale.

Il libro di Carlucci, quindi, si inserisce in una tradizione che vede nel viaggio e nell’esplorazione della realtà una forma più avanzata dell’ indagine e dell’approfondimento del proprio Sé interiore tipica della ricerca poetica in un tentativo di innovare un genere ormai codificato del quale, tuttavia, si cerca di rinnovare le caratteristiche e le modalità di funzionamento.

Ancora una volta il nume tutelare del poeta romano è certamente Cardarelli (così come era avvenuto nel precedente Dicono i tuoi pettini di luce, dedicato all’amata e rimpianta Tuscia, e pubblicato nel 2010) ma non è assolutamente trascurabile – come già aveva notato utilmente Plinio Perilli a proposito di quel libro – l’apporto della poesia del primo Pasolini e le sue escursioni disperate e trascinanti sull’Appia antica e per le strade di un Appennino che non è ancora stato distrutto e trasformato (in peggio) da speculazione edilizia e incuria umana.

Carlucci prova ancora una volta in questo libro a giocare la carta della brevità lirica, talvolta dell’epigrammaticità, altra volta addirittura della modalità spiazzante di un dialetto che, se pur ha perso la forza primitiva e spesso in-genua del riporto belliano o pascarelliano, è pur sempre in grado di regalare la sorpresa di un tuffo in un passato non completamente archiviato dalla crisi presente del linguaggio poetico.

In sostanza, Strade di versi è capace di regalare quelle emozioni che il sovraccumulo di senso delle immagini audiovisive che tempestano e tambureggiano ovunque, dagli schermi TV a quelli della rete, sembrano aver ormai relegato nel ruolo di nostalgiche trasmissioni del passato o tra quelle forme espressive ormai considerate d’antan che fanno sorridere gli sperimentatori più ostinati.

Vivere, per Carlucci, implica la necessità di passare e di attraversare con lo sguardo ancora pulito e incontaminato dello scrittore luoghi e dimensioni altrimenti incrostate e sedimentate non solo della bellezza di ciò che è stato quanto della sua deturpata e transitoria fungibilità presente.

«Strade. Nel grigio uniforme delle case / tra le vie, occultate dalle insegne, / sirene della pubblicità, tra corridoi / ottusi di luce vocianti di sgangherati / idiomi, sfiorisce il folle groviglio / di lucenti meraviglie nella memoria / che pure ogni mattina nel mosaico dei nomi / s’incaglia e, nell’agave spinosa del ricordo, la felicità incisa nella piastra della via ritrova / nella geografia di cemento di nomi di città / talora vedute, su cui si sofferma il mio occhio / nomade tra i colori dei semafori»[2].

La vita fiorisce sempre, anche se una volta sola, come accade all’agave messicana, che pure si perpetua lanciando lontano il suo seme destinato a perpetuare l’incanto asciutto e spinoso da cui proviene. Così anche la poesia, pur nelle circostanze più difficili e più angosciose o in quelle meno propizie alla sua sopravvivenza, continua ad alimentare il flusso necessario e impossibile della sua capacità di descrizione del reale. La felicità non nasce dalla continuità del fluire della vita ma proprio dal suo interrompersi e ripartire, dal suo essere il “sogno di una cosa” (per dirla sempre con Pasolini, stavolta narratore in prosa) che si può avverare così d’un tratto, in un’epifania di senso, in un gesto apparentemente incongruo o imprevisto, in  una visione istantanea e senza preavviso, in una possibilità di vita non sperata e, proprio per questo, colorata di speranza.

Il “viaggio in Italia” di Carlucci è fatto, per questo motivo, di queste occasioni, di queste apparizioni di luce e di tempo, di queste costruzioni di parole che si aggrappano alla roccia della visione per cercare di scalarla e guardare oltre, nel territorio inesplorato di un Io sempre uguale, sempre diverso, sempre sognante e sempre lucido (tutto nello stesso tempo).

«Stazioni. Binari / confusi labirinti / dell’ovunque in movimento / lische di ferro / esanime / rughe di ruggine alla luce del neon / delle stazioni / che profumano delle voci / della solitudine / degli addii / della felicità di vetro / del ritrovarsi / del pianto sul vetro / del lasciarsi / tra le rotaie quotidiane / di frantumati affetti / massaggiati con gli sms / da nuove Anne Karenine / vive sul binario morto / eterne viscere in movimento / tra due coincidenze amorose / all’oscuro di Tolstoj»[3].

La poesia vorrebbe (e talvolta perfino ci riesce) riscattare e giustificare (per quel che può) tutto questo e trovare in esso un senso forse ascoso e forse banale, un segno che ciò che serve è ancora disponibile a chi sa vedere, a chi sa accettare/accettarsi, a chi sa che si fa sempre in tempo a rassegnarsi all’inevitabile trascorrere della ruggine del tempo.

C’è in Carlucci un desiderio quasi disperato di andare al fondo delle cose, di fermarne “l’attimo fuggente” in una parola, in una frase, in un’immagine e farne una sorta di piccolo monumento alla Bellezza, quella stessa “beltà” che sembra ormai sfuggire e appartenere al tempo che non è più dato richiamare indietro per rinnovarne fasti e dolori, angosce e speranze, sogni e amari risvegli.

Il viaggio del poeta è tutto questo (e altro ancora) – è il simbolo di ciò che passa inesorabile e inesorabilmente si conficca nel quadro sempre mutevole  e deperibile del fluito prossimo, del rimando continuo a ciò che sarà, al contenuto in divenire di una forma che non vuole cessare di accogliere in sé le modificazioni e le configurazioni del vissuto.

Questa volontà alta di affidamento al verso è presente anche nella ricerca di soluzioni originali affidate al dialetto, dove sembrerebbe  che vada privilegiato il sermo humilis delle classi subalterne o degli eventi di una quotidianità senza scampo o senza possibilità di evoluzione in positivo:

«Cecafumo. Roma se specchia ne li sassi antichi / ma pure vive, mejo se sgruma, drento / li formicai in disumani de Cecafumo / un purgatorio de tribboli eterni / ma sorciara de magnaccia e … de farfalle / e su tutto sto sbrullicà de pori cristi / indemoniati, da millanta / la faccia tosta de la luna mignatta / e der Comune, che cojona e millanta»[4].

Anche Cecafumo diventa, in questo modo, un luogo dell’anima, una possibilità e una risorsa di umanità dolente e mistificata da continue promesse mai mantenute, vittima di contraddizioni brucianti e mai risolte. La lingua “gagliarda” del dialetto romano si attesta nello sberleffo e nel diniego, nell’attacco senza remissione e senza falso rispetto umano a chi “cojona e millanta” ma che continua a farlo, nonostante i secoli siano trascorsi e si sia passati dal Papa re al Re costituzionale alla democrazia spesso incapace di cambiare a favore di chi è stata promulgata a suo tempo.

Il viaggio del poeta, dunque, è scalata del Tempo alla ricerca di una sua possibile dimensione di redenzione: un riscatto sempre fatto di parole che si posano, tuttavia, nella vita come pietre che segnano la strada e che si appoggiano alla possibilità del futuro.

Per questo motivo, la “lastra del giorno” (così come il “muro del tempo” descritto da Ernst Jünger in un suo celebre testo saggistico) restituisce la passione del vivere alla sua natura più autentica:

«Sulla lastra del giorno. Sulla lastra del giorno l’attimo di luce / il fiore che redime forse / una malvissuta umanità ebbra di vino / in cerca nella tenebra, del vino di luce / della Grazia, la carne immensa, / il sangue dell’eternità»[5].

A questa tenue speranza la poesia si appoggia da sempre – ritrovare in un frammento di eterno la possibilità di salvare di se stessa una piccola scintilla di sogno e di desiderio, la capacità di arrivare alla fine del viaggio più arricchita e più coraggiosa di quando era partita senza sapere dove volesse andare a ritrovarsi…


NOTE

[1] E. RAGNI, “Vento nuovo d’antiche sillabe”, in P. CARLUCCI, Strade di versi, Roma, L’aura di Roma Edizioni, 2011, pp. 11-12.

[2] P. CARLUCCI, Strade di versi cit. , p. 86.

[3] P. CARLUCCI, Strade di versi cit. , p. 129.

[4] P. CARLUCCI, Strade di versi cit. , p. 74. Il doppio uso del termine “millanta” non può che ricordare la novella di Calandrino nel Decameron di Boccaccio.

[5] P. CARLUCCI, Strade di versi cit. , p. 146.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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