I LIBRI DEGLI ALTRI n.42: Il perché è noto. Francesco Varano, “Il Giardino Medievale. Poesie 1977-1979”

Francesco Varano, Il Giardino MedievaleIl perché è noto. Francesco Varano, Il Giardino Medievale. Poesie 1977-1979, Firenze, Polistampa, 2012

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di Giuseppe Panella

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Nella sua intensa e non formale Introduzione al libro di Francesco Varano, Franco Manescalchi sembra non avere troppo dubbi riguardo al destino di quest’opera mista di poesie e di immagini:

«Il Giardino Medievale, composto tra il ’77 e gli inizi del ’79, ha il doppio senso di luogo della meditazione ma anche, nell’etimo dialettale della terra del poeta, terreno arido da abbandonare scegliendo l’emigrazione. E’ la prima di una ricerca coerente giunta fino ad oggi e attraverso la quale Varano impagina vasti palinsesti di storia in una grande allegoria, dialogando con i poeti che ama e scendendo alle radici del dolore di questo medioevo che ci riguarda.

Esemplari questi versi:

La via – la sera che rincaso – la mia casa  / il mio studio non sono gli stessi. / Hanno avuto una relazione con il passato / tra giustiziati giornalieri in mezzo a legali abitudini”. L’idea portante di Varano consiste nel dilatare il tempo, nel mettere la società sotto una lente per cui la visione del mondo non nasce dal mondo medesimo, ma lo sottopone a una verifica prefigurante e configurante altro, armata – al limite – anche della propria sconfitta da testimoniare e da cui ripartire. E porrei l’attenzione su questa scelta testamentaria, confermata dalle crocifissioni interne all’opera di Antonello da Messina e dal dialogo col Pasolini “filologico” del Vangelo»[1].

Il testo di Varano, allora, risale ad anni ormai molto lontani (tra il 1977 e il 1979) ma non risente troppo dello spesso impietoso trascorrere del tempo e, nonostante il necessario richiamo alle vicende cui si ispira, il poemetto mantiene in gran parte la sua freschezza e la sua originalità.

Infatti, di poemetto si tratta, anzi della prima tranche di un lavoro che probabilmente necessita di essere continuato fino al presente in modo da cercare di comprendere, tramite la ragione poetica, la ratio politica e morale dell’irresistibile declino politico dell’Italia repubblicana.

Lo stile di Varano è teso, spesso concitato, talvolta esplosivo:

«Eppure sono un figlio. A nessun segreto o margine di questo mondo / sento di somigliare. Eppure sono un figlio. // Padre, senti l’aria del mondo ostile e preghi per me. /  Sai che mi sento disperso nella sua autorità // e nemmeno raggiungo la tua recintata solitudine / di madre, e dalle sue figure mi guardate lontano. // Nello specchiarmi io in voi non c’è nessuna realtà. / E’ un’immagine solida, in alto sempre eterna. // E come innamorati di un avvenire vorreste / prendessi posto in ciò che non muta mai. // Voi con amore ripetete : “partite, partite…” / E vi costa fatica il dirlo. In quel momento non più riconoscendo // la pietà, nel disagio che continua sento il vizio dell’odio / che trattengo verso tanti governi dopo anni di vittorie. // Mi consola che le vittorie reali di questo mondo / non hanno vinto completamente la coscienza // perciò spero … ma si va via. Allora potessi amare / dall’estremo della mia croce moderna !»[2].

Il calco pasoliniano è evidente (anche se il poeta friulano privilegiava il riferimento a madri e figli[3], interrompendo la tragedia della costituzione familiare di tipo patrilineare della tragedia greca classica) e anche l’air du temps che vi si respira; eppure il taglio è assai diverso nella modulazione dei temi e nella pietas che contraddistingue questi versi tersi, un po’ attoniti per l’emozione, fatti di nodi irrisolti e di meditazioni sofferte, di convinzioni profonde e di paure condivise.

La condizione di figlio comporta pietà per quelle di padre e di madre, per le loro aspirazioni frustrate, per i loro sogni riguardo a un futuro che non si è avverato, per le speranze di una palingenesi sociale che non è avvenuta ancora. Figlio non vuol dire soltanto successore nella genealogia parentale o antidoto contro la morte corporea ma, invece, fratello pur nella figliolanza, compagno nella lotta, sofferente nella comune angoscia per un destino che morde e non lascia scampo. Essere figlio è la condizione del padre prima di lui e così ancora e ancora ed essere la sua discendenza non salva dalla necessità di avere pietà di chi è venuto prima e non è riuscito a salvarsi. Ma chi prosegue il cammino si salverà poi, alla fine? La croce attende tutti e l’odio è la reazione naturale di fronte alla violenza subita e all’angoscia provata. Ma non c’è certo (solo) ideologia o risentimento nei versi di Varano: c’è amore vero nei confronti del tempo passato e della Storia che pure è stata avara di soddisfazioni e di riscosse. C’è il desiderio di una vittoria che poteva esserci e che è stata bloccata, impedita, resa inerte dai meccanismi stritolanti di un Potere cieco e ottuso :

«Essere sani e malati. Ci sono stati giorni più inquieti / di questi in cui parliamo / della giustizia, pur non credendo. / Continuiamo a patire, a aver paure / a vivere. Dopo i sentimenti / del coraggio, / ritorna il dovuto passato // e siamo rimasti in molti senza pudori / di dire il male che ci prende : è tutto questo / ridotto a energie uguali d’impotenza. // Siamo ancora nella vita soltanto / perché gli elementi naturali risplendono / di una luce propria, perché le nebbie / esterne a noi, si diradano senza l’intervento / dell’uomo, è la stessa condizione di viventi che ci fa essere sani e malati. // Sentiamo come ci toccano nella / loro rotazione quotidiana la pelle, il viso. / Li rendono più scarni. E stiamo sotto il sole //  ancora per alcuni miliardi di anni : siamo / tristi vagabondi nell’idea, nel pensiero, / e se per essi avevamo fatto rinunce // e volevamo vivere, c’è un senso / che è poco chiamarlo smarrimento. // Primo : stiamo parlando del potere : esso / vive in sé e per sé. E noi ? Forse, per esso soltanto. / Dunque, il volere è tutto limitato ! // La fantasia, la memoria compongono / scompongono desideri. Cerchiamo  noi / di convincerci che l’anima ci sia, / in noi risorta, qui, su questi / luoghi con piccole stanze : / e sempre in un crocifisso come // i corpi vestiti, appena vestiti di difese e paure. / E a coloro che più vicini a me / sono confusi in queste sensazioni, / non so fare domande per iniziare / la conversazione …»[4].

Essere sani e malati insieme è la condizione umana – sostiene Varano – così come avere paura è l’altra faccia del coraggio e della speranza in un futuro di giustizia…

Suddiviso in cinque capitoli (di cui il secondo in due parti) e una nota storico-poetica finale, il libro di Varano è – come si diceva prima  – un poemetto e vuole abbracciare, anche con il suo apparato iconografico classico, un largo squarcio di storia politica e umana dell’Italia degli anni Settanta.

Si attraversa la vicenda umana di chi lottò ed ebbe fiducia nel futuro, la si rivede in un presente scialbato di impotente dolore e colorato di ricordi del passato, si connette la Storia di quegli anni (esemplare il testo lirico su Piazza della Loggia) alla storia (e alle storie) di chi la visse volendo imporre la propria potenza di vita dispiegata e fu ricacciato indietro.

In fondo, Il Giardino Medievale consiste della narrazione di una realtà che voleva farsi sogno e che, invece, divenne incubo e si trasformò mano a mano nella cocente delusione della sconfitta subita non per colpa propria. La vita quotidiana è, in fondo, quello che accade quando la Storia si occupa d’altro e non tiene conto di “memoria e desiderio”, del “tempo passato e del tempo presente” (per citare l’amato Eliot che fa da esergo a una sezione, L’inizio del sole, del libro di Varano).

«L’inizio del sole. Nel tempo / delle credenze a me incerto : / i sogni sventolano sull’anima, / come in preda ai freddi. Essi, i cari amici, e consiglieri / sono diventati all’improvviso cuscini / brucianti e meno teneri : / e al capo di tutti si offre la paura»[5].

E’ forse il momento più alto del libro, il redde rationem e, nello stesso tempo, il nuovo inizio e la rimessa in gioco di ciò che precedentemente era avvenuto.

Non si può fare a meno dei sogni ma la loro avveduto capacità di rassicurazione si è rovesciata nella paura del domani: “la Storia ci uccide”, dirà in seguito Varano, la Storia prende senza dare e senza coprire lo spazio attonito tra vivere e morire, tra lottare ed essere sconfitti, tra sognare e raggiungere il risultato voluto… Nella Storia vince sempre il più forte (anche se quasi sempre ha torto) ma in poesia le parole dei vinti hanno sempre più peso di quelle di chi ha trionfato con la frode o con la violenza. Il loro compito è riscattare chi ha perso anche se aveva ragione e lasciare in eredità ai figli il sogno impavido e doloroso dei padri.


NOTE

[1] F: MANESCALCHI, “Francesco Varano. Una voce fuori dal coro”, Introduzione a F. VARANO, Il Giardino Medievale. Poesie 1977-1979, Firenze, Polistampa, 2012, pp. 6-7.

[2] F. VARANO, Il Giardino Medievale. Poesie 1977-1979, Firenze, Polistampa, 2012, p. 26.

[3] “Mi domando che madri avete avuto. / Se ora vi vedessero al lavoro /  in un mondo a loro sconosciuto, / presi in un giro mai compiuto / d’esperienze così diverse dalle loro, / che sguardo avrebbero negli occhi? / Se fossero lì, mentre voi scrivete / il vostro pezzo, conformisti e barocchi, / o lo passate, a redattori rotti / a ogni compromesso, capirebbero chi siete?” (P. P. PASOLINI, La ballata delle madri in Poesia in forma di rosa del 1964).

[4] F. VARANO, Il Giardino Medievale. Poesie 1977-1979 cit. , pp. 57-59.

[5] F. VARANO, Il Giardino Medievale. Poesie 1977-1979 cit. ,  p. 60.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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