I LIBRI DEGLI ALTRI n.43: Mi(s)tica del quotidiano. Sauro Albisani, “La valle delle visioni”

Sauro Albisani, La valle delle visioniMi(s)tica del quotidiano. Sauro Albisani, La valle delle visioni, Firenze, Passigli, 2012

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di Giuseppe Panella

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Sauro Albisani, discepolo spirituale di Carlo Betocchi e  conosciuto anche come autore teatrale, non ha certo bisogno di lunghe presentazioni delle sue opere.

Alcune delle sue opere (Campo del sangue, il dramma del 1987 edito da Vallecchi e Terra e cenere, Il Labirinto, del 2002) sono conosciute al pubblico dei lettori di poesia italiana contemporanea. Apparso diciannove anni dopo All’uomo nuovo e dieci dopo Terra e cenere, l’ultima fatica lirica di Albisani si presenta come il poema di una vita, soprattutto familiare, ma soprattutto il bilancio di una solitudine incardinata in una scrittura che alla dimensione colloquiale di alcuni momenti alterna il tono alto della confessione (ma di ascendenza romantica – caratteristica della prosa autobiografica da Rousseau e Tolstoj in poi – piuttosto che di quella teologico-religiosa tipica di Sant’Agostino). Il poeta qui si mette a nudo e si conforta trovandosi carente e umiliandosi, cercando una spiegazione al suo disagio e una verifica del suo passato nel bene e nel male.

«AI MIEI DEMONI. Sono esistito, non è stato bello. / Sono esistito, non è stato un piacere. / Sono esistito, non lo rifarei. / Un armadio pieno di compiti / corretti mille volte, e la sensazione / che tutte quelle cose non siano mai successe. / Provo ogni tanto a perdere la chiave, / ma la ritrovo sempre. Almeno sapessi / perché. / Tutti quegli anni a scuola / senza imparare nulla, senza riuscire a insegnare nulla. / Cerco di non passare sopra le radici / dell’albero che hanno tagliato / per consentire alle macchine  / di far manovra nel piazzale. / Stanno sempre lì, sotto l’asfalto. Vive ? / Quell’albero era nel posto sbagliato. / Per me era un punto di riferimento. / Almeno sapessi perché. / Proprio adesso / è uscito un sole che stamani / chi l’avrebbe detto ? La custode / prima di andare in pensione / vuole una poesia. Vuole che gliela scriva. / Ho pochi mesi di tempo. / Io le sorrido e penso : evviva» (p. 20).

La salvezza che arriva, dunque, è legata non tanto alle vicende della vita ma a quelle della scrittura. La poesia da completare prima che la sua committente vada in pensione è la metafora di un compito da portare a termine prima che sia troppo tardi, che l’ora scorra inevitabilmente verso una conclusione forse desiderata, certo mai considerata con orrore o timore. La prospettiva in cui il poema è stato scritto appare, come si può facilmente intuire, impossibile da comprendere senza situarlo in una dimensione totalizzante e, di conseguenza, tutta “privata” (come hanno notato i recensori più attenti), cioè priva di un centro possibile e mancante di una dimensione condivisa sia socialmente che umanamente se non nei rari momenti di conforto soggettivo legato agli affetti familiari di un tempo che è stato.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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