IL PLUSVALORE DELLA POESIA, IL SIGNIFICANTE NON MERCIFICABILE NÉ DIGITALIZZABILE VS I CLOMINIMEDIA (parte I). Saggio di Antonino Contiliano

CLOMINIMEDIAIl tempo è rivestito di indumenti diversi a seconda del ruolo che riveste nei nostri pensieri.
John Wheeler
Il tempo viaggia in posti diversi con persone diverse. Ti dirò con chi il tempo va all’ambio, con chi al trotto, con chi al galoppo, e con chi sta fermo.
William Shakespeare
Noi deduciamo la nostra estetica, come pure la nostra moralità, dai bisogni della nostra lotta.
Bertolt Brecht

Il plusvalore della poesia, il significante non mercificabile né digitalizzabile. VS I CLOMINIMEDIA

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di Antonino Contiliano

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Siamo nel pieno avanzamento dell’economia dell’immateriale industrializzato (la svolta post-fordista), l’economia capital-neoliberista che nei suoi processi produttivi espropria e sfrutta il cervello/mente, il linguaggio e gli affetti, l’informazione e la comunicazione, il cognitivo e le relazioni cooperative mentre, dall’altro lato, cura l’occupazione della terra delle soggettivazioni sociali con l’ausilio complementare delle nuove protesi macchiniche quali il computer e internet.

Il processo era già iniziato, come scrive Marx nei Grundrisse – “frammento sulle macchine” – allorquando il capitale ha cominciato ad utilizzare la tecnologia scientifica come macchine automatiche – automi –, valore d’uso produttivo autonomo, immediato e “capitale fisso” dell’industria capitalistica. Il capitale fisso tecno-scientifico che ha introiettato e fatto propria la “forza-lavoro”, il lavoro vivo dell’uomo come capacità generale sia singola che “cervello sociale”; e ciò nella forma del knowledege(conoscenze, sapere comune) e general intellect (intelletto generale in quanto pubblica e comune potenza astratta di conoscenza e attività cooperativa) coinvolti nel processo di produzione. Un processo e un ciclo di produzione che, appropriandosi della dynamis del lavoro vivo – l’insieme delle sue componenti come potenziale produttivo (ridotto a organi meccanici quanto intellettuali) – e del tempo di lavoro, rende addirittura superfluo l’operaio stesso come forza produttiva immediata e miserabile lo stesso furto del tempo che, finora, aveva funzionato come base per la produzione della ricchezza. Così cade pure anche la vecchia forma dell’antagonismo.

«Lo sviluppo del mezzo di lavoro in macchine non è accidentale per il capitale, ma è la trasformazione e la conversione storica del mezzo di lavoro ereditato dalla tradizione in forma adeguata al capitale. L’accumulazione della scienza e delle abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così, rispetto al lavoro, assorbita nel capitale, e si presenta perciò come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio. Le macchine si presentano così come la forma più adeguata del capitale fisso, e il capitale fisso, se si considera il capitale nella sua relazione con se stesso, come la forma più adeguata del capitale più in generale. […] In quanto poi le macchine si sviluppano con l’accumulazione della scienza sociale, della produttività in generale, non è nel lavoro, ma nel capitale, che si esprime il lavoro generalmente sociale. […] La scienza si presenta, nelle macchine, come una scienza altrui, esterna all’operaio; e il lavoro vivo si presenta sussunto sotto quello oggettivato, che opera in modo autonomo. L’operaio si presenta superfluo, nella misura in cui la sua azione non è condizionata dal bisogno (del capitale). […] In questa trasformazione non è né il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavoro, ma l’appropriazione della sua produttività generale, […] è lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza. Il furto di tempo del lavoro altrui, su cui poggi la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base […] il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. […] Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale viene a perdere la forma della miseria e dell’antagonismo”».[1]

Ora, se il tempo di lavoro necessario, quello dovuto in termini di valori scambio per la riproduzione dell’uomo-lavoratore, viene meno o diminuisce, e dall’altra – senza che tuttavia venga superata la contraddizione insita nell’amministrazione della sovrapposizione paradossale dei due tempi stessi – aumenta il tempo libero degli individui socializzati, allora è il “capitale fisso” stesso (le macchine che incorporano il general intellect) ad essere la contraddizione stessa, lì dove la diminuzione del tempo di lavoro, grazie all’appropriazione del valore d’uso del cervello sociale e della lingua come comunicazione, aumenta il tempo disponibile, ma soggetto alla valorizzazione capitalistica piuttosto che, come si vorrebbe, al libero sviluppo scientifico e artistico dei soggetti. Infatti si diminuisce

«il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (question de vie et de morte) di quello necessario. […] Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale».[2]

Così è la stessa capacità o forza-lavoro viva, ovvero l’insieme delle attitudini fisiche, intellettuali, sociali, le conoscenze, il sapere e il “cervello sociale” come intelletto pubblico, generico o generale – il general intellect –, inseparabili dalla corporeità stessa dei soggetti e propri della “soggettività” umana stessa, che l’esproprio e lo sfruttamento capitalistico imprigiona per alimentare la propria macchina produttiva e riproduttiva come merce e denaro. Infatti il valore d’uso, catturato dal capitale fisso delle macchine,  è quello dell’individuo sociale o del soggetto che  “esiste soltanto come attitudine, capacità del suo corpo; fuori di questo non esiste affatto”[3].

Ma se l’appropriazione del valore d’uso del general intellect degli individui è diventata question de vie et de morte per la rigenerazione e la sopravvivenza del capitale, altrettanto lo è anche quello dello sfruttamento dell’ordine simbolico (lingua pre-individuale) ed estetico-percettivo. L’apparato sensoriale e quello della potenza simbolico-intellettuale astraente, – che sono mezzi inscindibili e immanenti alla corporeità e con cui i soggetti creano scienza, politica e arte anche in termini conflittuali e antagonisti –, non sono meno però in attrito tra loro di quanto non siano esposti alla cattura del loro valore d’uso, consumato sul piano delle confliggenti soggettivazioni politiche e artistiche. O, per dirla anche con Jacques Rancière (Il disagio dell’estetica, 2009; Politica della letteratura, 2010), c’è anche un conflitto tra il “disaccordo” politico e il dissidio dell’arte. Sono due modi diversi di intendere la politicizzazione dell’arte e quella del “noi” collettivo in ordine alla “partizione del sensibile” (la politica come l’arte per ogni inclusione determinata inevitabilmente debbono escludere qualcos’altro), nonostante ci sia un’ineludibile relazione che rapporta arte e politica. La politicità dell’arte è altra rispetto a quella della politica. Se la soggettivazione politica dissolve nel noi anonimo i soggetti dell’enunciazione, la letteratura e l’arte vanno in senso inverso. “Ciò che definisce la politica è il fatto che la trasformazione di un certo spazio pubblico passi attraverso la presa di parola collettiva che dice ‘noi ci siamo, siamo questo e vogliamo quest’altro’. Ciò che definisce l’arte è invece il fatto di operare sul sensibile in maniera tale da dissolvere le forme d’individuazione piuttosto che costituirle”[4].

La cattura capitalistica odierna, oltre che alla sussunzione della vita sotto di sé, per la produttività mira anche all’esproprio della componente più idiosincratica del “cervello sociale”, il sapere della “lingua” sia come campo sociale e collettivo pre-esistente che poi come esercizio individuale e individualizzato. La lingua, infatti, liquido amniotico pre-individuale e comune come il general intellect, è dell’ordine dell’intersoggettività o della relazione (praxis) e della soggettivazione come incorporazione di un’idea, per esempio, quella di comunismo quale operazione di “totalizzazione” e non presupposto metafisico o trascendentale. Essa infatti richiede, per richiamarci ad Alain Badiou, una  relazione empirica quanto astratta di tre elementi: “un’Idea è la soggettivazione di una relazione tra la singolarità di una procedura di verità e una rap­presentazione della Storia”[5]. Solo poi si concretizza nella parola individualizzata o differenziata e articolata in funzione della conoscenza, della comunicazione e dell’agire pubblico nell’agorà del collettivo come essere-in-tanti-insieme (Jean-Luc Nancy). Quell’agorà del fare (arte/poiesis) e della parola-azione (praxis), antica quanto moderna o della rete elettronica (WWW/INTERNET) della post-modernità, se non “catamodernità” (Francesco Muzzioli), o dell’essere fino in fondo alla modernità piuttosto che nel suo superamento (il post), in cui il conflitto delle parti, specie di quelli che non hanno parte (gli esclusi e sfruttati), è sempre in re e nel tempo delle cose e del molteplice come “sostantivo” (Gilles Deleuze) e, insieme, intreccio singolare-plurale. “Ricucire fratture o descrivere strutture non è però qualcosa che possa sostituirsi al pensiero dell’essere stesso come essere-insieme. Poiché al crollo del comunismo si risponde così solo rimuovendo in tutta frettala questione dell’essere-in-comune (che il comunismo cosiddetto ‘reale’ aveva a sua volta rimosso e nascosto dietro un essere comune. Ma è proprio quest’ultima la questione che è invece emersa, questa e nessun’altra, e non ci si abbandonerà più, dato che in essa noi siamo in questione”[6].

Non c’è scissione. Se si dichiara è solo un puro atto di separazione artificiale. E se non c’è scissione del/nel “noi”, non c’è neanche nella lingua di ciascuno se non come una differenziazione diacronica che relaziona criticamente l’ordine simbolico e la pratica allegorica. L’ordine simbolico, comune o pre-individuale, non separa l’allegoria, il processo cioè di allegorizzazione praticato dalle singolarità e dai processi di incorporazione che guardano al futuro quanto alle verità instabili e contro l’azzeramento del tempo sul presente e contro la fine della storia. Occorre “che il simbolo venga immaginariamente a sostegno della fuga creatrice del reale. Occorre che fatti allegorici ideologizzino e storicizzino la fragilità del vero”[7].

L’articolazione della lingua, della parola e dei linguaggi particolari secondari è nesso necessario e condizione inevitabile della loro connessione sincronica e diacronica, lì dove invece il capitalismo cognitivo contemporaneo separa la parola sia dal suo liquido amniotico pre-individuale quanto dal corpo dei soggetti e, alla stregua del denaro, la tratta come astrazione indifferente per estrarne i minerali semantici e tradurli in valori di marketing.

Chiaro è però che per ogni singolo “la lingua in quanto sua propria lingua egli è in rapporto solo quale membro naturale di una collettività umana. La lingua come prodotto di un singolo individuo è un assurdo. Ma altrettanto lo è [la] proprietà”[8]. Altrettanto assurdo è separarla dal corpo con cui vive un’unione strutturale, ovvero naturalmente autonoma come non-capitale – libera dal tempo di lavoro necessario di ieri, e tuttavia ancora sorgente del valore post-fordista – e consapevole della contraddizione che travaglia il tempo capitalistico. La contraddizione tra il tempo “diminuito” della tecnologia lavorativa e il tempo “superfluo” aumentato per lo sviluppo scientifico e artistico del lavoro vivo disponibile, ma come tempo povero, depotenziato e subordinato, in quanto la potenza e le capacità sono state trasferite al capitale fisso degli automi.

Ora, più l’accumulazione dei saperi, dei linguaggi, degli affetti, dei desideri, grazie alla tecnologia teleinformatica avanzata, diventa la forza-lavoro-potenza delle relazioni comunicative e attività cooperativa autogestita, direttamente e socialmente antagonista di nuova generazione – open source, “p2p”, file sharing, network sociale, movimenti sociali, banca sociale del tempo e dei mutui servizi –, più il vecchio capitale, quello che adesso si presenta solo nella forma monetaria e nella speculazione finanziaria incorporante l’immateriale linguaggio sociale creativo, esaspera l’espropriazione sussumendo l’intera vita sotto il capitale. Nasce la biopolitica e il biopotere (M. Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France -1977-1978; La nascita della biopolitica, 1978-1979) e una nuova forma di lotta di classe sotto il segno della ‘cura’ e della ‘moltitudine’ (che non è più la “popolazione”-popolo della sovranità dello stato moderno); il nuovo soggetto dell’antitesi e della lotta ora è il “noi” plurale e molteplice dell’individualità sociale cooperativa e anche dall’identità ibrida. Nasce la governamentalità  ordoliberista della cura e della riproduzione della vita materiale e socio-mentale stessa delle singolarità sociali – inscindibile unità plurale di corporeità e incorporeità, materialità e culturalità – come forza-lavoro-potenza (dynamis, Marx) creativa e propria.

Il nuovo conflitto di classe, infatti, mette in evidenza che la “popolazione”-popolo, secondo quanto emerso dalle ricerche di Foucault (Sicurezza, territorio, popolazione) non è più l’oggetto delle cure del governo dello Stato moderno, della sua economia politica e dei suoi micropoteri, quelli cioè atti a garantirne la sicurezza territoriale (un tempo prioritaria, o comunque complementare nell’ottica dell’equilibrio della politica delle sovranità degli Stati). In Sicurezza, territorio, popolazione, scrive il curatore dell’opera, Michel Senellart, si passa dal triangolo “sicurezza-territorio-popolazione” al triangolo “sicurezza-popolazione-governo”. È la svolta dove Foucault conia il termine della  “governamentalità” politico-amministrativa per sottolineare come la volontà dello stato ‘liberale’ sia tesa a individuare ulteriori tecniche di razionalizzazione per l’amministrazione della popolazione come “cura” della vita. Gli stratagemmi del “principe” di Macchiavelli (modello giuridico e domestico, istituzionalista o funzionalista) non funzionano più. E Foucault si interroga: “È possibile passare all’esterno dello stato, ricollocando lo stato moderno in una tecnologia generale di potere che ne avrebbe determinato i mutamenti, lo sviluppo, il funzionamento? Si può parlare di qualcosa come una ‘governamentalità’, che starebbe allo stato come le tecniche di segregazione stavano alla psichiatria, le tecniche disciplinari al sistema penale, la biopolitica alle istituzioni mediche?”[9]. Nasce la biopolitica; e nel “Corso al Collège de France (1978-1979)” Michel Foucault precisa:

«Il tema in origine stabilito era dunque la “biopolitica”, termine con il quale intendevo fare riferimento al modo con cui si è cercato, dal XVIII secolo, di razionalizzare i problemi posti alla pratica governamentale dai fenomeni specifici di un insieme di esseri viventi costituiti in popolazione: salute, igiene, natalità, longevità, razze… È noto quale spazio crescente abbiano occupato questi problemi a partire dal XIX secolo e quali poste politiche ed economiche abbiano costituito sino a oggi.

Mi è sembrato che questi problemi non potessero essere dissociati dal quadro della razionalità politica entro cui sono apparsi e hanno assunto il loro rilievo, vale a dire il “liberalismo”, dal momento che è in rapporto a quest’ultimo che essi hanno assunto l’aspetto di una sfida. In un sistema attento al rispetto dei soggetti di diritto e della libertà d’iniziativa degli individui, in che modo può essere preso in considerazione il fenomeno “popolazione”, con i suoi effetti e i suoi problemi specifici? […] Con l’emergere dell’economia politica, con l’introduzione del principio limitativo nella stessa pratica di governo, viene operata una sostituzione importante, o piuttosto un raddoppiamento, poiché i soggetti di diritto sui quali si esercita la sovranità politica appaiono a loro volta come una popolazione che un governo deve gestire.

È questo il punto di partenza della linea organizzativa di una “biopolitica”. Non si può non vedere, però, che si tratta solo di una parte di qualcosa di ben più ampio, [costituito] da questa nuova ragione di governo. Si tratta, insomma, di studiare il liberalismo come quadro generale della biopolitica».[10]

La lotta classe, ora,  includendo così il governo della vita e della mente, non può più limitarsi al salario, ma interessa tutto lo spettro della vita come unità pisco-fisica, attività-lavoro viva e capacità creative, dynamis (la potenza psico-fisica come capacità generale su cui Marx già, nei Grundrisse, aveva appuntato la sua attenzione come il nuovo “capital fisso” della civiltà delle macchine, gli automi).

Riprendendo il concetto della forza-lavoro o lavoro vivo (K. Marx, Grundrisse) come potenza-dynamis – “se non inizialmente di lavoratori liberi, tuttavia di lavoratori che lo sono dynamis, la cui unica capacità è la loro capacità lavorativa e la possibilità di scambiarla con valori esistenti; individui ai quali tutte le condizioni oggettive della produzione stanno di fronte come proprietà altrui”[11] –, ma che Marx, per i tempi, aveva considerato solo nella logica dello scambio degli equivalenti e nella distinzione tra la vita come tempo di lavoro e tempo libero, Paolo Virno scrive che solo a partire dalla “forza-lavoro” o dal lavoro vivo – inscindibile unità complessa di materiale e immateriale – risulta più comprensibile e proprio parlare di biopolitica.

«Di questa nozione si parla dovunque nelle scienze sociali, trascurando però con disinvoltura il suo carattere aspro e paradossale. […] Che cosa significa “forza-lavoro”? Significa potenza di produrre. Potenza, cioè facoltà, capacità, dynamis. Potenza generica, indeterminata: in essa non è prescritta l’una o l’altra specie particolare di atti lavorativi, ma qualsiasi specie, tanto la fabbricazione di una portiera […], tanto il chiacchiericcio di una telefonista della chat-lines quanto la correzione di bozze. […] Parlando della forza-lavoro ci si riferisce implicitamente a ogni sorta di facoltà. Competenza linguistica, memoria, motilità ecc. Solo oggi, in epoca post-fordista, la realtà della forza-lavoro è pienamente all’altezza del suo concetto. Solo oggi, cioè, la nozione di forza-lavoro non è riducibile (come al tempo di Gramsci) a un insieme di doti fisiche, meccaniche, ma comprende in sé, a pieno titolo, la “vita della mente”»[12].

Catturare il “capitale vivo”, il non-capital – il lavoro vivo che, come fonte del valore, non è uno strumento disponibile o a portata di mano, ma un mezzo inseparabile dal corpo stesso dei singoli produttori autonomi e indipendenti, o dagli stessi gruppi-soggetti dell’open source o dal “noi” singolare sociale plurale dell’identità collettiva, molteplicità antagonista – è un obiettivo prioritario della guerra di classe del capitalismo cognitivo-digitale contemporaneo. Il digitale che con le sue combinazioni numerico-binarie, eliminata anche l’associazione ana-logica parola/immagine e cose, identifica virtuale e reale e viceversa o, come dice Baudrillard, “frattalizzando” il reale e “viralizzandolo”, dà vita alla virtualizzazione integrale come realtà integrale.

Se si vuole far fruttare ancora la legge della valorizzazione ai fini del profitto/rendita, per riprodurre il rapporto sociale capitalistico come subordinazione del collettivo e del comune, non c’è altra via che mantenere assoggetto il lavoro vivo. L’attività che in quanto potenza creativa e fonte del valore, ma autonoma e indipendente, è, in quanto tale, un “non-capitale” o una esteriorità negativa che come relazione sociale antagonista va – dice il capitale – assoggettata, facendo scomparire così la differenza tra capitale e lavoro e le stesse relazioni antagoniste.

Ma anche in questa fase storica l’uomo continua ad essere “l’insieme dei rapporti sociali” – praxis – (K. Marx, Le tesi su Feuerbach, VI), o una relazione-essere libertà ed eguaglianza di soggetti in lotta comune; un insieme che vuole “produrre l’uomo a mezzo dell’uomo” facendo agire gli espropriati e sfruttati come produttori associati e insieme esproprianti gli espropriatori della comunicazione a mezzo della comunicazione o della lingua/intelletto come potenza generale o generica.

Senza questa svolta non c’è salvezza o redenzione alcuna per la libertà e i veri produttori, anche lì dove il conflitto tra interesse privato e vantaggio collettivo – dice Francesco Muzzioli – dovesse toccare la produzione letteraria. Il richiamo al filosofo di Treviri (terzo libro del Capitale: “La libertà (…) può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il comune controllo….”) è inevitabile quanto puntuale e preciso. “La salvezza  – scrive Muzzioli  – è insieme”[13]. Oggi il “ricambio”, la riproduzione, però è anche altrove, ovvero nell’artificiale e convenzionale dell’ordine simbolico.

E l’insieme o il collettivo della forza viva e creativo-sociale, infatti, non deve riportare sotto il comune controllo dei produttori associati solo il ricambio con la natura; anche quello della storia, dell’ordine simbolico e delle varie forme semiotiche, che lo animano e lo pluralizzano, deve essere oggetto di riappropriazione. Deve essere sottratto al vantaggio del privato sfruttamento e alla mistificazione dei rapporti virtualizzati dell’estetizzazione spettacolare dei media del “capitale” e della loro potenza mediatica derealizzante assurta a merce reale.

L’essere non-capitale della capacità creativa corpo-immateriale dei soggetti produttori – il nuovo general intellect po(i)etico della mente, dei linguaggi e della comunicazione cooperativa sociale e insieme politica, direttamente gestita dagli produttori –, scrive Francesco Raparelli (Rivolta o barbarie, 2012),

«ha un significato molto preciso: negazione, esteriorità, antagonismo. Affinché ci sia un rapporto capitalistico – Marx lo chiarisce a più riprese – questo primato ontologico dell’antagonismo, oggi arricchito dai livelli alti e diffusi di informazione e dalla potenza relazionale messa in campo dalla rete informatica. Per questo, con la crisi, i flussi finanziari devono imporre, distaccandosi dal rapporto di capitale (la cosiddetta economia reale), meglio, prendendo in ostaggio, nuove e violentissime enclousures: devono espropriare […] il comune del lavoro vivo, della cooperazione sociale, del cervello interconnesso (come leggere altrimenti la guerra senza frontiere alle università o alle pratiche di file-shraring?). Negazione, ma anche esteriorità, seppure solo e sempre […] parziale. Esteriorità del lavoro che vuol dire capacità di costituzione autonoma, progetto alternativo, invenzione di nuove forme di vita».[14]

In quanto idee, creatività e gestione esecutiva non sono più separate dall’uomo produttore, lo stesso, in quanto unicum molteplice e plurale con tutta la sua potenza  lavorativa “soggettiva” incorporata (cervello/mente/conoscenze/linguaggi/relazioni…), questa sorgente, pensa il capitale (il capitale come soggetto), non può essere lasciata libero corpo che gestisce antagonisticamente e socialmente questa sua forza viva indipendentemente dai rapporti di assoggettamento sociale (egemonizzanti e dominanti) del capitalismo.

Qui, nell’impero del semio-capitalismo, come qualcuno ha chiamato l’economia (post-fordista) dei linguaggi e della comunicazione produttiva, solo la politica del marketing, gestita dai soli flussi monetari dei signori delle speculazioni finanziarie, ha ragione d’essere, mentre la parola e l’immagine stesse diventano denaro, e il denaro stile di vita. Anzi, lo stile di vita, permanendo lo stesso rapporto capitalistico sociale, diventa esso stesso immagine della merce e del denaro (non viceversa); e l’immagine, brevettata, coperta dal copyright, si raffigura come unità monetaria riconosciuta come marchio, branding.

Parola e immagine non sono più segni che rimandano ad altro, ma virtualità elettro-tele-medializzate che, permanentemente cangianti come le tante identità avatar che girano in rete, o svuotate di corporeità reale e socialità concreta, sono giocate solo come pure astrazioni algoritmiche di frodo. Come il denaro, deprivate di verità o falsità, persino l’auto-referenzialità e l’etero-referenzialità del loro statuto non hanno più significanza se non nella cattura dell’attenzione e dell’espressione che può imprigionare l’utente e il cliente nella rete dell’aggiornata fabbrica dei desideri costruita dal capitale. Il soggetto che ne gestisce l’incetta telematica come “capitale umano” vivo e inesauribile, ma espropriato e sfruttato.

Nessun aspetto della comunicazione linguistico-simbolica, e della sua tecnologia retorica, viene sottovalutato per catturare l’attenzione, strumentalizzare la mediazione espressiva e formare le soggettività che debbono consumare e riprodurre il mondo nella misura prevista dal capitale e dalla potenza del denaro, creando così una retroazione circolare e interdipendente – diversamente dal vecchio modello materialistico che puntava sulla struttura come fondamento primario – tra ordine strutturale e ordine sovrastrutturale.

L’economia capitalistica, insieme ai prodotti, produce anche i suoi consumatori e i soggetti preposti alla sua riproduzione. Ieri con la legge del valore, la compera-vendita del tempo medio sociale di lavoro e la separazione tra tempo di lavoro e tempo libero, oggi invece con la sussunzione intera del tempo di vita (lavoratori e non lavoratori) al tempo di lavoro capitalistico; la sussunzione totalizzante che mette in crisi la legge del valore dello scambio, essendo che è tutto il lavoro vivo, inseparabile unità di corpo/mente e individuale/sociale, ad essere l’oggetto delle brame e della cattura dell’economia capitalistica e della sua nanotecnologia, quella cioè in grado di trasformare l’energia impacchettata negli algoritmi e nella statistica descrittiva.

Così non c’è più angolo, per esempio, del linguaggio o della lingua standard o artistico-letteraria e scientifica che, sottoposto a saccheggio, pur di far quadrare i conti, non sia tirato in ballo per similare/simulare il passaggio chiasmatico da un campo all’altro dei linguaggi: dal linguaggio della vita al linguaggio dello sfruttamento economico privato e dell’egemonia socio-politica dei signori della finanza e delle guerre di moneta, o delle nuove guerre non militari. Il linguaggio delle cose diventa allora il linguaggio dell’economia, del mercato e della monetizzazione derealizzante e viceversa.

Anche le metafore e l’insieme dell’armamentario tropologico e topico classico del dire e dello scrivere, compresi la creazione di neologismi ad hoc, del vedere e dell’ascoltare, del pensare e del sentire, della prassi e delle pratiche significanti, fino ai network, vengono così riciclati e adibiti per “formattare” l’immaginario senza immaginazione della società dell’immateriale capitalistico. Diventano mediatori semantici, e persino tra-duttori, lì dove la forte astrazione del linguaggio algebrico-matematico e statistico della matematica finanziaria e dell’economia-finanza matematizzata non potrebbe toccare nemmeno la minima comprensione dei bisogni reali e differenziati della generalità degli spettatori, del pubblico destinatario o dei cittadini che, smantellato il modello del welfare state, non siano considerati solo come consumatori terminali dalla semantica del marketing d’azienda. È cioè la politica del marketing e del management – che con il suo linguaggio standardizzato sui costi e i benefici, egemonizzati dall’interesse privato, e le procedure operazionali che lo veicolano –  azzera la stessa differenza tra significante e significato, e la sostituisce con una “semantica virtuale”. Congedato definitivamente il welfare, anche i beni e i servizi, culturali e non, sono infatti sotto sequestro della logica del business. Il consumatore che non si adegua è attaccato dal virus del disorder e del deficit, e pertanto va curato in quanto individuo ammalato (?!). La “scienza” medica viene incaricata di mettere a punto un lessico funzionale e diagnosi che nulla hanno a che fare con l’organico, ma con i comportamenti disturbati per stress di ordine sociale. Così nasce una nuova medicalizzazione del sociale, che connette la salute fisica e mentale delle persone con le oscillazioni economico-finanziarie, e, assolutamente artificio strumentale, un nuovo “gergo” semantico.

Nel linguaggio degli affari o “del business si forma così una nuova semantica virtuale del sintomo e della malattia, governata da leggi non scritte che promanano dai meta-livelli amministrativo, politico, economico-finanziario e borsistico. Si pone una sorta di coincidenza tra significato e significante, ed è questa coincidenza ad essere assoggettata alle leggi del mercato, proiettandosi nel business del futuro come una fonte inesauribile di investimento speculativo”[15].

Poco importa se il settore del prelievo è quello della vita quotidiana, dell’arte, della religione, della guerra, della medicina e della salute, delle catastrofi o della fantasia logica del barocco. L’obiettivo è quello di far passare, agendo sui desideri, le aspettative, i bisogni e l’immaginario individuale e sociale delle persone (più o meno complici consapevoli), la decisione del modello economico-sociale ristrutturante in corso d’epoca, e determinare la stessa capacità di scelta e deliberativo-consensuale delle persone e del collettivo. Il tempo di lavoro di una volta sembra essere stato declassato a favore delle dimensioni subliminari dell’uomo cybernetico, quello che ha declassato il vecchio umanesimo.

Il denaro diventa come un liquido; come il liquido amniotico vitale o gli staminali che servono per vivere e curare le malattie e le crisi di crescita e sviluppo; oppure, pescando nella psicologia del profondo, diventa come un investimento libidinale; oppure un’opzione magica, se pesca nell’alchimia; attività ludica, se pesca nel gioco e diventa gioco di borsa; oppure è vitamine e sangue se metaforizza con l’organismo umano. La sua penuria, nei periodi di crisi, diventa una disgrazia (la perdita della grazia divina, di origine calvinista) che si abbatte sui colpevoli come l’onda anomala dello Tsunami.

Ma con la rincorsa al denaro e alla creatività linguistico-simbolico-comunicativa – e, per averli,  al finanziamento delle idee del general intellect –, l’informazione di rete e in rete diventa così sovrabbondante che l’economia finanziaria dell’attenzione stessa, altra denominazione per riferirsi alla radicale modernizzazione della new economy, paradossalmente, satura e ingolfa la capacità stessa d’attenzione dei soggetti. Paradosso: la creazione e la ricerca di attenzione che paralizza l’attenzione. Allora si dà vita pure alle nuove malattie e si battezza il neonato disturbo col nome di deficit d’attenzione e iperattività (ADHD: deficit dell’attenzione e disturbo dell’iperattività; una patologia creata ad hoc dai laboratori americani dell’APA – American Psychiatric Association – e registrata, sotto l’egida delle case farmaceutiche, sia nel DSM – Manuale Diagnostico Statistico dei disturbi mentali e di personalità – sia nell’ICD – Classificazione Internazionale dei Disturbi mentali e di personalità – dell’OSM – Organizzazione Mondiale Sanità).

Un’economia dell’attenzione e della visione che ottura, dunque, l’una e l’altra, e tenta – come dice Frédéric Kaplan (Verso il capitalismo linguistico – Quando le parole valgono oro) – il passaggio di fase lanciandosi verso un’economia dell’“espressione”, o della vendita delle parole come oro per non perderne vantaggi e privilegi. Una parola/merce che, in un mondo d’esistenze virtuali e simulacrali, lanciati alla velocità della luce, vorrebbe rimpiazzare, digitalizzata e in forma di algoritmo astratto-statistico, quella che dialettizza invece profondità e superficie come molteplicità immanente e complessa. Neanche l’apparenza della trasparenza fenomenologica, nel paradigma del marinaio di G. Simmel, aveva perso il rapporto superficie-trasparenza/profondità. I segni denotavano ancora il denotatum: il denaro rimandava agli stili di vita.

«La circolazione monetaria — che si muove alla superficie della vita — permette di cogliere l’essenza e la configurazione della vita profonda, intesa come mondo interiore, come senso della vita individuale, articolazione di un destino, propensione alla cultura simbolica. Il principio euristico che presiede all’indagine simmeliana si attua come itinerario che dalla superficie del denaro conduce alla profondità della vita: profondità e superficie istituiscono ancora una relazione esplicativa; il primato della superficie e esclusivamente euristico, un primato che le è riconosciuto innanzitutto e per lo più dal nostro prospettivismo, dai nostri sistemi di rilevanza e da propensioni della percezione. […]

Per Marx, l’anatomia della società derivava dall’analisi di un livello profondo, che sfuggiva alle lenti ideologicamente deformate dell’economia politica classica: il livello della formazione di valore, la cui essenza recondita veniva individuata da Marx a prescindere dai valori di mercato, determinati dal meccanismo superficiale di domanda e offerta. Compito della critica dell’economia politica era quello di svelare un carattere arcano che la metamorfosi delle merci non permetteva di indi­viduare: la formazione di valore e la sua costituzione in tempo di lavoro. In tal modo, la sovrastruttura politica, culturale, artistica veniva ricondotta, con opportune mediazioni, a questo processo inesplorato della produzione capitalistica. Per Simmel, tale procedimento è parziale, perché manca di reciprocità: il denaro (la configurazione di superficie) genera gli stili di vita (la configurazione profonda) ma questi a loro volta retroagiscono sulla vita economica. Avvalendosi della complementarità di profondità e superficie, il rapporto struttura-sovrastruttura si evolve nella stessa direzione della revisione operata da Weber con la sua analisi della relazione fra etica protestante e spirito del capitalismo.

Il sapere della superficie può così, evidenziare i suoi contenuti aurorali: poiché il denaro e il risultato di un processo di astrazione dalla concretezza dei valori d’uso, Simmel sostiene persuasivamente che l’economia monetaria favorisce il predominio delle funzioni intellettuali sulle funzioni emotive, la riduzione delle deterninazioni qualitative a determinazioni quantitative, l’assenza di carattere e l’oggettività dello stile di vita. Denaro e intelletto — «lo specchio indifferente della realtà» — sono solidali nel negare la singolarità del carattere, la specifica tonalità affettiva, lo spettro cromatico della sensibilità».[16]

Il denaro, nell’apparenza simulacrale odierna, è, invece, solo una realtà senza rimandi; una continuità mobile, fluida e cangiante parvenza solo di se stessa, copia di se stessa. Una liquidità pura.

Una liquidità verbo-segnaletica esponenziale che si scioglie in mille rivoli informativi senza che i suoi marinai o navigatori di rete abbino la possibilità di com-prenderla tutta; una segnaletica fatta di nodi e bit di velocità e volatile come il denaro che procaccia ricchezza di classe solo ai suoi impresari e comandanti di rotta. La socializzazione della ricchezza, generata in questo ambiente, è impedita dal potere dominante (come nel passato), mentre l’economia della rete web si espande solo per l’intelligenza sociale dei produttori reali. L’espropriazione e lo sfruttamento di classe, generalizzati, praticano la via del finanziamento privato e dell’indebitamento (l’uomo indebitato/esodato di oggi) con il seguito della brevettazione delle idee produttive, del copyright (salvaguardia del vecchio diritto proprietario, ora intellettuale), della politica banco-finanziaria degli interessi sull’interesse e dei profitti privati sempre più alti; più simili alle vecchie rendite parassitarie che alla logica del differenziale – il differenziale che separava strumenti di lavoro, vita, soggettività e linguaggio – del saggio di profitto e di plusvalore della vecchia economia di mercato, lo scambio.

Esemplare è il caso dell’iniziativa e dell’ascesa dell’impresa di Bill Gates, o del motore di INTERNET Google (Frédéric Kaplan, Verso il capitalismo linguistico – Quando le parole valgono oro). Google, il motore di ricerca, sempre più aggiornato e attento alle parole usate dai navigatori per sfruttarne il valore d’uso sociale, dando la possibilità ai suoi imprenditori e managers di convertirlo in denaro, arricchimento d’impresa, accumulazione capitalistica e potere finanziario.

«Il successo di Google si regge su due algoritmi: il primo, che permette di trovare delle pagine che rispondono a determinate parole, lo ha reso famoso; l’altro, che assegna a queste parole un valore commerciale, l’ha reso ricco. Il primo di questi metodi di calcolo […] consisteva in una nuova definizione della pertinenza di una pagina Web in rapporto a una data richiesta. […] I fondatori di Google proposero di calcolare la pertinenza di ciascuna pagina a partire dal numero di link ipertestuali che conducevano a essa […] Mentre molti osservatori si domandavano come avrebbe fatto l’azienda californiana a monetizzare i propri servizi,  è stata l’invenzione di un secondo algoritmo a renderla una delle imprese più ricche del mondo. […] Google propone in effetti più collegamenti, associati a brevi pubblicità testuali, verso siti aziendali. Tali annunci sono presentati prima dei risultati della ricerca propriamente detti. Gli inserzionisti possono scegliere le espressioni o le parole-chiave alle quali essi desiderano vedere associata la loro pubblicità. Essi non pagano se non quando un internauta clicca effettivamente sul link proposto per accedere al loro sito. Allo scopo di scegliere quali pubblicità esporre per una data richiesta, l’algoritmo propone un sistema di offerte in tre fasi:

• L’offerta su una parola-chiave. Un’impresa sceglie un’espressione o una parola, come «vacanze», e definisce il prezzo massimo che sarebbe pronta a pagare se un internauta arrivasse a lei per questo tramite. […].

• Il calcolo del punteggio di qualità della pubblicità. Google attribuisce a ciascun annuncio, su una scala da uno a dieci, un punteggio, in funzione della pertinenza del suo testo con la richiesta dell’utente, della qualità della pagina presentata (interesse del suo contenuto e rapidità del caricamento) e del numero medio di clic sulla pubblicità. Questo punteggio misura fino a che punto la pubblicità funziona, assicurando allo stesso tempo un buon ritorno agli inserzionisti e imponenti redditi a Google, che guadagna soldi solo se gli internauti scelgono effettivamente di cliccare sul link proposto. L’algoritmo esatto che stabilisce questo punteggio rimane segreto, e modificabile a piacimento da Google.

• Il calcolo della posizione. L’ordine nel quale le pubblicità appaiono è determinato da una formula relativamente semplice: la posizione è l’offerta moltiplicata per il punteggio. Una pubblicità che abbia un buon punteggio può così compensare un’offerta più debole e arrivare davanti. Google ottimizza qui le sue possibilità che l’internauta clicchi sulle pubblicità proposte. Questo gioco di offerte è ricalcolato per ciascuna richiesta di ciascun utente – milioni di volte ogni secondo! Questo secondo algoritmo ha fruttato al marchio di Mountain View la considerevole somma di 9,72 miliardi di dollari per il terzo trimestre 2011 – una cifra in crescita del 33% in rapporto allo stesso periodo del 2010 […]  Google segue il movimento della lingua minuto per minuto, perché ha scoperto per primo in lei una miniera straordinariamente ricca, e si è dotato degli strumenti necessari per sfruttarla. La scoperta di questo territorio del capitalismo fin qui ignorato apre un nuovo campo di battaglia economico. […] stiamo lasciando un’economia dell’attenzione per entrare in una economia dell’espressione. La sfida non è più tanto di captare gli sguardi ma di mediatizzare (diffondere attraverso i mass media) la parola orale e scritta. Chi ci guadagnerà saranno quelli che avranno potuto sviluppare delle relazioni linguistiche intime e durevoli con un gran numero di utenti, per modellare e indirizzare la lingua, che avranno potuto creare un mercato linguistico controllato e organizzare la speculazione sulle parole. […][17]».

La speculazione delle/sulle parole, orali e scritte, così diventa un affare e con loro le informazioni di cui aziende e imprenditori del simbolico si servono per arricchirsi disciplinando e controllando le condotte dei soggetti esposti.

“Sono peraltro società americane, come Facebook e Google, ad avere trasformato il Web in una ‘macchina di sorveglianza’ che assorbe tutti i dati commercialmente sfruttabili sul comportamento degli internauti […] la governance mondiale di Internet è tutto salvo che egualitaria e pluralista, e il potere esecutivo americano non intende cedere nulla del suo monopolio”[18].

La massa informazionale diventa un vero regime di verità. I soggetti, sempre meno capaci di gestirla, costretti a soggettivazioni che stridono con i limiti sensoriali e percettivi, oltre ad essere categorizzate medicalmente con i “disturbi” psicopatologici (i quali invece hanno  la loro origine sociale nel sistema etico-politico egemone), sono stigmatizzati come incapaci e i soli responsabili del proprio fallimento.

Se la “visione” e lo sguardo, infatti, soffrono per il sovraffollamento delle informazioni digitalizzate immesse in rete alla velocità della luce, la qualcosa è un sovraccarico impossibile per la durata e l’intensità d’attenzione proprie all’uomo nella sua forma attuale, se non ai limiti strutturali che la stessa natura organica gli ha dato, allora la via del linguaggio, della parola e dell’espressione (messi a lavoro)  sembra quella più idonea a formattarne le identità occupandone l’immaginario, e strumentalizzandone le combinazioni che favoriscono il dinamismo molteplice e il mescolamento opportunistico.

In fondo, se l’occhio o il vedere hanno avuto una parte preponderante nella formazione del cervello/mente della cultura occidentale, è pur vero che i segnali poi trovano la transcodificazione nel linguaggio, nella sua polimorfia e nell’ordine simbolico, il quale governa in fine la praxis dei rapporti individuali e sociali nella collettività pubblica e comune. Non c’è linguaggio e semantica, infatti, se non in relazione alla presenza dell’altro. In questo contesto l’altro è il singolare-plurale sociale e il molteplice eterogeneo è il collettivo delle differenze – il noi che precede l’io –, così come la lingua precede le relazioni linguistiche tra i singoli e la storia pensata ne temporalizza, però astrattamente, il rapporto tra stati di cose, usi, significato e senso.

Il pensiero allora vede e sintetizza la realtà prima nell’astrazione del linguaggio socializzato e poi nella concretezza dell’esperienza oggettivata, sì che il vero problema poi è quello di scendere (K. Marx) dal pensiero/linguaggio nella molteplicità contingente della realtà concreta.

«Il concreto è concreto perché è sintesi di molte determinazioni, quindi unità del molteplice. Per questo nel pensiero esso si presenta come processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza, sebbene esso sia il punto di partenza effettivo e perciò anche il punto di partenza dell’intuizione e della rappresentazione. Per la prima via, la rappresentazione concreta si è volatizzata in una astratta determinazione; per la seconda, le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cam­mino del pensiero. È per questo che Hegel cadde nell’illu­sione di concepire il reale come risultato del pensiero, che si riassume e si approfondisce in se stesso, e si muove spon­taneamente, mentre il metodo di salire dall’astratto al con­creto è solo il modo, per il pensiero, di appropriarsi il con­creto, di riprodurlo come qualcosa di spiritualmente con­creto. Ma mai e poi mai il processo di formazione del con­creto stesso. La più semplice categoria economica, come per es. il valore di scambio, presuppone la popolazione, una popolazione che produce entro rapporti determinati, ed anche un certo genere di sistema familiare o comunitario o politico ecc. Esso non può esistere altro che come relazione astratta, unilaterale di una totalità vivente e concreta già da­ta. Come categoria, al contrario, il valore di scambio mena un’esistenza antidiluviana. Per la coscienza — e la coscienza filosofica è così fatta, che per essa il pensiero pensante è l’uomo reale, e quindi il mondo pensato è, in quanto tale, la sola realtà — il movimento delle categorie si presenta quindi come l’effettivo atto di produzione (che ahimé, ri­ceve soltanto un impulso dal di fuori) il cui risultato è il mondo; e ciò è esatto nella misura in cui — ma qui ab­biamo di nuovo una tautologia — la totalità concreta, come totalità del pensiero, come un concreto del pensiero, è in un prodotto del pensare, del concepire; ma mai del concetto che genera se stesso e pensa al di fuori e al di sopra dell’intuizione e della rappresentazione, bensì dell’ela­borazione in concetti dell’intuizione e della rappresentazio­ne. La totalità come essa si presenta nella mente quale tota­lità del pensiero, è un prodotto della mente che pensa, la quale si appropria il mondo nella sola maniera che gli è pos­sibile, maniera che è diversa dalla maniera artistica, religiosa e pratico-spirituale di appropriarsi il mondo. Il soggetto reale rimane, sia prima che dopo, saldo nella sua autonomia fuori della mente; fino a che, almeno, la mente si comporta solo speculativamente, solo teoricamente. Anche nel metodo teorico, perciò, la società deve essere sempre presente alla rappresentazione come presupposto».[19]

La cattura dell’attenzione, da parte dell’economia dell’immateriale e cognitivo-digitale, implicherà – come dirà Yves Citton (Il marketing come sfruttamento culturale, “Alfabeta2.26”/2013) – pure un pensare della difesa, della distanza e della fuga in direzioni divergenti. È il pensiero dell’interpretazione lì dove sia il singolo che la collettività legano il dettato ad altre progettualità di vita comune, sebbene l’intasamento e il disorder dell’attenzione – come nota Christian Marazzi – è un  problema che sussiste e si aggrava agendo come una forbice sociale allargata (il digitale lega quanto divide, specie se l’accesso alla rete è negato: per censura, segreto o per indisponibilità dello strumento che manca, per povertà).

L’espansione dell’infosfera rispetto alle limitate capacità di ela­borazione della mente individuale – è talmente illimitata infatti che si registra sempre più un deficit d’attenzione, specie per quelli che vivono in rete e hanno scambiato il cyberspazio e la sua virtualità come la più concreta quotidianità. L’esponenziale crescita informativa, finalizzata alla normale attività lavorativo-produttiva e alle relazioni sociali, creando una distanza incolmabile tra la massa dei segnali del cyberspazio e l’attenzione richiesta, oltre a richiedere una quantità di tempo che non si ha, genera pure una riduzione attentiva e un divario di opportunità che si declina in disparità di redditi. Aumentato il volume delle informazioni e delle possibilità  – scrive Christian Marazzi – si è imprigionati nella penuria del tempo disponibile. Il tempo è diventato una risorsa scarsa, e non i beni del mercato. È aumentata la riduzione

«del tempo di attenzione che siamo capaci di dedicare a noi stessi e alle persone con cui lavoriamo e viviamo. Siamo cioè in una situazione di information glut, di eccesso, o sovraccarico, di informazioni. […] Lo squilibrio tra offerta e domanda di attenzione è all’origine della sindrome panico-depressiva da infostress, a tal punto che la vendita di un farmaco come il Ritalin per curare l’attention deficit disorder (ADD), è cresciuta […] “Ciò che l’informazione consuma […] è l’attenzione dei suoi destinatari. Quindi una ricchezza di informazioni crea povertà d’attenzione”. […] In questa crisi da sproporzione tra offerta e domanda di attenzione è inevitabile che la competizione porti a processi di monopolizzazione della produzione del distribuzione di informazione. Ma se il monopolio può ridurre il numero dei concorrenti sul lato dell’offerta di beni informazionali, non può comunque colmare il divario strutturale tra offerta e domanda di attenzione. Oltre che umano, questo divario è di tipo monetario: se per comandare l’attenzione è necessario investire sempre più soldi (oltre che possedere i diritti di proprietà intellettuale), per vendere/realizzare l’offerta dopo aver eliminato i concorrenti occorre sul lato della domanda (o, se si vuole, del consumo di attenzione) ci sia un reddito sufficiente per acquistare i beni informazionali offerti sul mercato».[20]

Ma, dall’altro lato, il passaggio dall’economia dell’attenzione a quella dell’“economia dell’espressione” (Frédéric Kaplan, Verso il capitalismo linguistico – Quando le parole valgono oro), ovvero il passaggio di fase che dalla fascinazione della visione va a quella dell’“espressione” non pare migliorare le cose in tempi di neoliberismo scatenato. L’attenzione, come la mente – che nessun sa dove stia di casa (o in quale sinapsi o enzima neuro-biologico sia localizzata) –, nel malcostume della politica del marketing e della medicalizzazione del neoliberismo, allora, fissata in sintomi classificati statisticamente, riceve diagnosi tipicizzate e cure farmacologiche su base psico-patologica; e non è certo agevolata nelle sue scelte critiche, aggredita com’è da vere guerre di conquista.

L’apparato percettivo, oggetto di massicce campagne pubblicitarie, le quali fanno terrorismo o promosse di ricchezza e felicità per la gioia delle diseguaglianze, è diventato un terreno di conquista senza scrupoli di sorta. Le agenzie della pubblicità, che agiscono in sintonia con le compagnie imprenditori & profitti, pescano in ogni dove e angolo le espressioni verbo-iconiche più persuasive, mentre il calcolo monetario-statistico pondera quelle più probanti e ne gioca le offerte pubblicitarie con consumata malizia estetizzante, istantanea e di immediatezza reattiva. Il suo tempo virtuale diventa reale, e quello reale viene dematerializzato.

L’idea di un’economia dell’attenzione e della cura dell’espressione, che cattura l’apparato percettivo dei soggetti per influenzarne le decisioni operative, dice Yves Citton, non è cosa nata con la politica del marketing odierna. L’insegnamento, l’arte e la politica ne hanno fatto pratica da sempre. Le pratiche della retorica e la storia, che ne ha registrato teorie e metodi, sono lì a testimoniare che l’arte della persuasione e dell’orientare i comportamenti altrui hanno una lunga tradizione. Solo oggi, nel tempo della centralità dell’attenzione e dell’espressione – d’altronde non ci può essere attenzione se comunque non ci sono in giro segni (impliciti o espliciti) che funzionano da pungolo – è diventata però un nodo cruciale, un regime di produzione veritativo e una fonte utilizzata dalla politica del marketing capitalistico.

«In ge­nerale si possono distinguere tre diversi regimi o modi di produzione dell’attenzione: la fidelizza­zione, che cerca di stabilire una relazione stabile a lungo termine tra una marca e il suo consumato­re; l’allarme, che si fonda sull’intensità dell’emo­zione, sugli stimoli e l’eccitazione permanente, come nell’effetto di un flash o nello zapping; l’im­mersione, in cui l’attenzione è sinonimo di assor­bimento totale in un’altra esistenza, e che è bene illustrata dai videogiochi. […]. Le campagne pubblicita­rie occupano i nostri schermi e le nostre menti come un’invasione militare, cercando di appro­priarsi del nostro immaginario, dei nostri deside­ri e della nostra capacità di azione per sottomet­terli alla logica unica del profitto che riposa sui meccanismi dello sfruttamento culturale. Il male non è tanto nell’attività di promozione di prodotti e di persone quanto nel suo allineamento mono­maniacale e riduttivo con la finalità del profitto economico. Del resto la logica del denaro, come l’attività di promozione, non deve essere conside­rata pericolosa in sé: lo diventa solo nel momento in cui le si accorda il ruolo di motivazione unica o di finalità principale, come è per l’appunto il caso del marketing»[21].

Ma se la motivazione finanziaria è retta dalla volontà politica del dominio capitalistico, il linguaggio del marketing, e dei presupposti che lo reggono, non può essere lasciato all’a-conflittualità e all’azione piallatrice dei comportamenti. Perché è vero che ogni linguaggio di potere e di sapere, con la sua organizzazione di verità, pro-voca trasformazioni, metamorfosi; vero è infatti che l’uomo, nel succedersi delle stagioni antropo-logiche e storiche, è stato qualificato ora primitivo, ora sapiens, economicus, ludens, eroticus, interneticus, indebitato…

Non è impossibile allora mettere in campo linguaggi e azioni di contro-condotte, che distraggono, o diversamente dis-traenti, lì dove, come nel caso dell’arte e della poesia, si possono fare scattare processi di attenzione critica e di interpretazione autonoma, in quanto portatori di modelli altri di vita e soggettivazioni con-facenti. Qui alla distrazione della crescita abnorme dell’info-semio-sfera,  e di quella pubblicitario-bombardiera del marketing, unitamente al deficit d’attenzione registrato, si può opporre l’attenzione “dis-tratta” (W. Benjamin) attraverso la parola/espressione complessa ed est-etico-significante dei testi poetici; una parola, sintetizzando un pensiero di Benjamin, giusta politicamente perché giusta poeticamente, oltre che allegorica.

In questo linguaggio, il sovraffollamento informativo, infatti, vuole concentrazione quanto interpretazione critica e autonoma. Non provoca deficit d’attenzione. E il suo “plusvalore” – la polisemia dinamica e relazionale –, per essere portato in superficie, necessita sia d’immersione quanto di distanza vigile, di comprensione quanto di interpretazione, di appropriazione del senso quanto di autonomia critica. La poesia non produce profitti e omologazione come l’univocità del plusvalore economico-finanziarizzato. Produce senso e conflitti. La sua momentanea alienazione estetica, richiesta per attraversarla, a fronte della monovalenza omologante del profitto e del denaro per il denaro, è solo il paradossale e strategico rischio di una pratica significante derealizzante quanto plurisemantica. E una parte consistente della sua bellezza erosiva è declinata sul valore del concentrato informativo, della “plasticità” del suo essere “linguaggio secondario” (J. Lotman), della creoliticità, autosufficienza o “autoreferenzialità” (R. Jakobson), temporalità “esponenziale” (Kolmogorov), complessa.

Il tempo del testo poetico è sempre un divenire-senso, una possibilità di significanze e di interpretazioni a “soluzioni multiple” (E. Gadda); un esserci dove lo stesso contesto storico funziona da significante aperto e azione d’incentivo per l’immaginazione e la polisemia poetico-politica proliferante, o per il divenire “perfettibile” (P. Valery) dei testi. Può essere anche il testo poetico come ‘scrittura” della “parodia rossa” (F. Muzzioli), quella cioè che “prende a prestito stili e materiali precedenti per colpire un obiettivo esterno, che è un obiettivo in senso lato politico”[22]; o la scrittura/“atto totale” come radicalizzazione della sfida del corpo e del pensiero che, prassi parodistica e parossistica, ironica e autoironica, si muove dove “Il delitto perfetto” (J. Baudrillard) uccide più l’illusione che la realtà, cioè nei luoghi dei simulacri; e qui ne inverte la marcia appropriandosi di nuovo dell’illusione. “Appropriandosi parassitariamente del codice commutativo, contaminato, combinatorio della simulazione, lo radicalizzano costringendo a una mutazione interna che si ritorce in reversibilità, seduzione, illusione. Solo assumendo in sé il paradosso, come un vaccino, il pensiero può farsi in sé evento paradossale, per disidentificare l’iperrealtà da se stessa, per sedurre la simulazione, per dis-illudere la disillusione-derealizzante mediatica”[23].

In questo contesto così variegato e multilivello dell’universo della poesia come testo e scrittura, l’interpretazione non può non essere accompagnata da una attenzione sveglia e autonoma, e tale che il suo discorso est-etico-poietico non può essere disancorato da quello del dissenso etico-politico pubblico, visto che la parola, non esclusa quella poetica, è sempre un’azione e una relazione che si qualifica insieme e in presenza d’altri; e ciò, senza perdere della sua “plasticità”, sia per convenire che per confliggere o contraddire rimanendo nella sua autonoma autoreferenzialità di forma e contenuto. Non c’è forma che non presupponga un quid: la formatività procede dalla realtà e dai “bisogni della nostra lotta”.

La parola poetica, infatti, sebbene “autoreferenziale” – incentrata su se stessa –, al destinatario chiede di prelevarne sia il senso denotativo che connotativo, e riconoscere sia la funzione euristica delle ‘figure’ retoriche (usate pure dalla pubblicità per gli effetti subliminari) quanto le valenze del discorso politicizzante e conativo-performativo. Il significato/senso codificato nella forma data, e propria della poesia, non è mai neutrale; né può essere relegato solo nell’intimità psicologica di ciascuno, o individuato solo nella forma e ora nel contenuto, o rinchiuso nell’intemporalità e avulso dal contesto in cui si vive, si pensa e si agisce, o interagito eliminando il filtro del tempo che lo visita, il nostro.

Se è vero che il “contenuto” e il valore aseico della poesia sono inscindibili dalla forma (particolare) che li struttura, non sono tuttavia riducibile, come il valore statistico-autoreferenziale del denaro per il denaro (D-D1-D2…), algoritmizzato dell’attuale dittatura finanziaria al potere, alla sola forma. In quanto mondo non liscio, infatti, le pluri-plus-valenze semiche che attraversano il linguaggio dei testi poetici riferiscono di valori e scelte pragmatiche, le quali, a loro volta, rimandano senz’altro alla realtà extraletteraria e ai percorsi “vagabondi” che immettono i soggetti in spazi del conflitto contro le percezioni estetiche puramente alienate e l’attenzione riflessiva trafugata alla critica.

Lotman, esaminando la costruzione semiotica della poesia, dice che la complessità della sua struttura artistica è molto articolata e che il suo significato, oltre a crescere proporzionalmente con l’informazione trasmessa, è legato intrinsecamente sia agli elementi formali che non formali. Così che il dualismo di forma e contenuto non ha più ragione di esistere.

Se nella complessità virtuale del testo c’è un’autoreferenzialità che chiama anche l’etero-referenzialità (il testo è al tempo stesso dentro il mondo che nega e l’altro che costruisce), quel dualismo cade. Deve “essere sostituito dal concetto di idea che si realizza nella struttura adeguata e che non esiste al di fuori di questa struttura. Una struttura mutata porterà al lettore o allo spettatore un’altra idea. Ne deriva che nella poesia non ci sono elementi formali nel senso che di solito viene attribuito a questo concetto. Il testo artistico è un significato costruito in modo complesso”[24]. Tutti i suoi elementi – forme grammaticali e altri elementi formali nel testo poetico  –, come aveva scritto R. Jakobson, sono elementi del significato; e da qui la sua complessità che coniuga varianti e invarianti.

La quantità d’informazione, combinata e recepibile attraverso questo sistema, fa sì che il comune della comunicazione artistica sia l’informazione pluri-determinata e insieme il “tempus” del suo “plus-valore” poetico, il più di significazione, che la qualifica come tale. Quel più di significazione che è poi il proprio della poesia stessa, ovvero la sua capacità di sferrare un volume di informazione attuale e potenziale in termini assolutamente concentrati e impossibile altrove. La sua espressione è talmente densa che, come avviene nel campo ondulatorio-corpuscolare (un’analogia produttiva!), per comprenderla occorre un’attenzione zapping che sappia far comunicare insieme il principio di complemetarietà e il principio d’indeterminazione.

Se “il volume d’informazione contenuto nel linguaggio poetico e nel linguaggio comune fosse uguale, il linguaggio artistico perderebbe il diritto di esistere e, indiscutibilmente, morirebbe. […] la complessa struttura artistica, creata col materiale della lingua, permette di trasmettere un volume d’informazione che sarebbe assolutamente impossibile trasmettere con i mezzi della struttura linguistica normale. Deriva da ciò che la data informazione (il contenuto) non può esistere, né essere trasmessa fuori della struttura data. […] In tal modo, la metodologia dell’esame del ‘contenuto ideologico’ separato, e delle ‘particolarità artistiche pure separate’, tanto pervicacemente in uso nella pratica scolastica, si fonda sull’incomprensione delle basi dell’arte ed è nociva, in quanto induce nel lettore di massa una falsa rappresentazione della letteratura come di un mezzo per esportare in modo più lungo e abbellito gli stessi pensieri che si possono esprimere in modo breve e semplice” [25].

Occorre, quindi, stabilire delle coordinate di riferimento e delle condivisioni possibili per vedere la poesia come un mondo complesso di attrattori molteplici – pluribiforcazioni di ordine e disordine come sentieri eterogenei e in divenire – dove la ragione e l’immaginazione, il previsto e il caso non sono l’uno senza l’altro, e dove tempi diversi (verticali, orizzontali, circolari, obliqui) si mescolano e richiedono attenzione riflessiva e interpretante oltre gli schemi puramente formali o formalizzabili.

La forma che attira l’attenzione sull’espressione coagulata, e storicamente determinata, non trascura né la scelta delle parole, né l’aspetto fonico/iconico, né la costruzione delle frasi. Perché l’obiettivo della costruzione formale è anche conativo: spingere la riflessione consapevole e indurre il comportamento delle persone nella condotta immaginata sfruttando l’espressività complessa e l’efficacia del messaggio/contenuto/medium. Esemplare, ricorda Jakobson, è l’espressione “I like Ike” del generale americano Eisenhower durante la campagna elettorale presidenziale americana degli anni Cinquanta.

Anzi, per individuare e conservare l’ambiguità e la plasticità della lingua poetica, una volta tanto, viene in soccorso pure, come ricorda Jurij Lotman stesso, richiamando il matematico sovietico Kolmogorov, l’astrazione delle formule logico-matematiche.

Kolmogorov – studioso dei fenomeni della turbolenza caotica e dei suoi tempi esponenziali  – è il matematico sovietico che dedicò molta attenzione al linguaggio dei poeti e all’“entropia” stessa (perdita di significato, senso e proprietà) dei testi letterari e poetici. Volendo differenziare tra l’informazione lineare d’uso comune e quella polisemica e plastica dell’arte e della poesia (la “lingua creola”), Kolmogorov ha costruito uno “script” logico-matematico adeguato, molto semplice e chiaro per individuare l’aseità della lingua poetica. Una formula, la sua, che permette, quando il testo passa dalla sintesi dello scrittore alla percezione e all’analisi del lettore/navigatore poetico stesso di orientarsi sul testo stesso sia come struttura artistica, quanto sulla componente interpretativa che, pur variamente connotabile, è sempre tesa a salvaguardare il senso e la polisemia della comunicazione poetica come pratica significante.

Nel processo di assimilazione e interpretazione del lettore, l’incontro con l’impasto linguistico del testo è sottoposto infatti a un mescolamento e a un rimontaggio particolare che, a misura, debbono relazionarsi con le lingue che già esistono nella coscienza del lettore e i suoi processi di soggettivazione. Si forma così “in certo qual modo una nuova lingua creola”[26] di secondo/altro ordine, come è la stessa lingua poetica. Un tessuto di per sé già creolo che,  nonostante le “equivalenze” e i “parallelismi” che strutturano il sistema come costanti, mescola elementi diversi e livelli eterogenei gerarchizzati (insieme di insiemi  e sottoinsiemi) e genera una comunicazione differenziata e determinata che, sia in entrata che in uscita, non si sottrae a ulteriori riletture negentropiche.

Si pongono infatti questioni di entropia significante quanto la comunicazione estetica rimane, soprattutto, entro i binari di una presunta corrispondenza biunivoca possibile che allineerebbe i sensi del testo e il suo “contenuto” sul significato univoco della linearità discorsiva, come è camuffato nei testi del marketing e del capitalismo elettronico. Si azzererebbe la plasticità e la polisemia del testo, lì dove invece i processi di lettura non possono eludere il conflitto interpretativo e l’attenzione all’esistenza di significati altri.

In tutta evidenza, infatti, l’informazione che circola nel testo poetico, per le sue peculiarità artistiche eterotopiche, entra nella coscienza dei lettori e della loro storia sia per vie riconoscibili che con attriti e aperture di senso possibili. Si “organizza in una certa gerarchia, e il calcolo della sua quantità ha senso solo all’interno dei livelli, perché solo a queste condizioni si osserva omogeneità dei fattori confrontati…Tutto ciò naturalmente ha portato al problema dello studio dell’entropia della lingua poetica”[27]. Se tra i livelli non si mantiene la “dismisura” che li mescola e li potenzia, il linguaggio della poesia non può dire e suggerire ciò che invece non può fare la sequenzialità della scrittura lineare e codificata.

Ciò che fa di uno scritto un testo di poesia, del resto, dice A. N. Kolmogorov (accademico sovietico e studioso dei fenomeni della turbolenza e dei flussi caotici), è la plasticità della lingua, la possibilità cioè “di esprimere lo stesso contenuto con mezzi diversi, aventi pari valore”[28], o ciò che si potrebbe definire come il plusvalore significante della “lingua creola”. Se la plasticità della lingua (“h2” di “H”, la lingua letterale-materiale) viene sopraffatta dal significato “h1” della stessa lingua “H”, ovvero dall’informazione della lingua naturale semplicemente decodificata nel suo significato più scontato, allora non si genera la poeticità.  Le lingue con “h2 = 0”, come quelle dell’artificialità scientifica che, per esempio, non hanno sinonimi, non sono utilizzabili come materiale per la poesia.

La “creazione poetica è possibile solo finché la quantità d’informazione utilizzata per le limitazioni, simbolizzate con “ß” (ritmo, rima, lessico, stile…), non supera ß <h2,, la plasticità del testo. In una lingua con ß ³ h2 la creazione poetica è impossibile”[29]. Se il tasso d’informazione codificata è interpretato biunivocamente e alla stessa maniera e  supera “h2”, ossia la plasticità del testo (ovvero la fonte della poesia), allora la creazione poetica è impraticabile e il suo ventaglio significante ridotto a significato commercializzabile univocamente. Statisticamente contabilizzabile, e con la sua turbolenza semio-temporale depotenziata, diventa un’informazione trattabile alla stregua di una qualsiasi altra informazione tradotta in prodotto-merce, ovvero con significato fisso scambiabile secondo la legge del “valore”; quella egemonizzata e spendibile da chi detiene le chiavi del sistema.

Lì dove, invece, il testo poetico, quale mix temporale di alta complessità diveniente – tempus po(i)etico molteplice, in cui il ritmo stesso è molteplicità di variabili che procedono esplodendo e implodendo in termini non lineari –, si piega e si ripiega (si fa verso), stendendosi in maniera retificata e aggomitolata, è impossibile trattarlo come una prassi semantica sottoponibile a letture semplificate, o a semplici procedure statistiche blindate, o a combinazioni commutative numerico-binarizzate.

Il modello di lettura, interpretazione e reinterpretazione, è allora paragonabile piuttosto, sempre, ad un’ulteriore metafora e allegoria linguistica, più che ad un vero e proprio sistema di codifica e decodifica chiuso e univoco, ovvero ingabbiato dentro un sistema linguistico algebricamente e formalmente significante solo secondo la chiave monologica dell’economia dell’immateriale digitalizzato  e capitalizzato.

(Fine prima parte)

[Qui puoi leggere la seconda parte del saggio]


NOTE

[1] Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 2, La Nuova Italia, Firenze, 1978, pp. 392, 393, 401-402.

[2] Ivi, p. 402, 403

[3] Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 1, cit., p. 266.

[4] Paolo Godani Prefazione, in Il disagio dell’estetica (Jacques Rancière) , Edizioni ETS, Pisa, 2009, p. 14

[5] Alain Badiou, L’ipotesi comunista, Cronopio, Napoli, 2011, p. 158.

[6] Jean-Luc Nancy, Essere singolare plurale, Einaudi, Torino, 2001, pp. 61-62.

[7] Alain Badiou, Possiamo, quindi dobbiamo (Traduzione dal francese di Livio Bon), in  “Alfabeta2”, II, n. 8, Aprile 2011.

[8] Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 2, cit., p. 115.

[9] Michel Senellart, Nota del curatore, in Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France-1977-1978 (Michel Foucault),  Feltrinelli, Milano, 2005, p. 283

[10] Michel Senellart, Nota del curatore, in Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France-1978-1979 (Michel Foucault), cit., pp. 261, 272.

[11] Ivi, p. 131.

[12] Paolo Virno, Un concetto equivoco: la biopolitica, in Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanea, DeriveApprodi, Roma, 2002, p. 82.

[13] Francesco Muzzioli, Per una parodia rossa nell’epoca del ridicolo, in Qui si vende storia (Nevio Gàmbula), Odradek, Roma, 2010, p. 55.

[14] Francesco Raparelli, I poveri siamo noi, in Rivolta o barbarie, Ponte alla Grazie, Milano, 2012, pp. 106-107.

[15] Luciana Degano Kieser e Giovanna Gallo, “The big deal”: i nuovi usi della diagnosi nella postdemocrazia tedesca, in “Aut Aut”, n. 357, gennaio-marzo 2013, pp. 182-183.

[16] Marco Vozza, Il paradigma del marinaio, in “Rivista di estetica”, XXVI, n. 22, 1986, pp. 85-86, 86-87.

[17] Frédéric Kaplan, Verso il capitalismo linguistico – Quando le parole valgono oro, in “Le monde diplomatique/il manifesto”, XVIII, n. 11, novembre, 2011, p. 2.

[18] Dan Schiller, Chi governa Internet, in “Le Monde diplomatique il manifesto”, XX, febbraio, 2013, p. 24.

[19]  Karl Marx, Il metodo dell’economia politica, in Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 1, cit., p. 27.

[20] Christian Marazzi, Capitale & linguaggio- Dalla New Economy all’economia di Guerra, DeriveApprodi, Roma, 2002, pp.  63, 64, 66.

[21] Yves Citton, Il marketing come sfruttamento culturale, in “Alfabeta2.26”, III, febbraio 2013, p. 15.

[22] Francesco Muzzioli, Per una parodia rossa nell’epoca del ridicolo, in Qui si vende storia (Nevio Gàmbula), cit., p. 72.

[23] Giovanni Gurisatti, Scacco alla realtà. Estetica e dialettica della derealizzazione mediatica, Quodlibet, Macerata, 2012, p. 243.

[24] Jurij M. Lotman, La struttura del testo poetico, Mursia, Milano, 1976, pp. 18-19.

[25] Ivi, p. 17.

[26] Jurij M. Lotman, La struttura del testo poetico, cit., p. 33.

[27] Ivi, pp. 34, 35.

[28] Ivi, p. 35.

[29] Ibidem.

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