IL PLUSVALORE DELLA POESIA, IL SIGNIFICANTE NON MERCIFICABILE NÉ DIGITALIZZABILE VS I CLOMINIMEDIA (parte III). Saggio di Antonino Contiliano

Il linguaggio della poesia contro-tendenzaIl plusvalore della poesia, il significante non mercificabile né digitalizzabile VS I CLOMINIMEDIA

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di Antonino Contiliano

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Il linguaggio della poesia contro-tendenza

 

Se la terza rivoluzione industriale capitalistica è quella che sfrutta il linguaggio automatizzandolo pur nei modi sofisticati degli algoritmi elettro-informatici, ma sempre come linguaggio omologo al capitale e alla sua riorganizzazione, perché non pensare il  linguaggio della poesia come una rivoluzione e un agire in tendenza opposta?

In quanto divenire libertà cooperativo-plurale di costanti e variabili simbolico-semiotiche eterogenee, la cui significanza rimane una forza viva e potente innovazione creativa ed euristica, il linguaggio dei testi poetici ha, infatti, e propone, una politicità pluralizzata di lotta senza pari. La potenza dei suoi sensi esorbitanti e di soglia “indecidibile” (come il teorema di Gödel in logica matematica: se coerente è incompleto; e se completo è incoerente) non abiura all’impegno della responsabilità etico-politica verso il futuro. È come se fosse l’etica della poesia a chiamare verso l’impegno nella realizzazione di nuovi rapporti con le cose. Il tempo dell’a venire, disponibile a realizzare i valori dell’essere antagonista, infatti, non ha senso alcuno al di fuori del suo rapporto espressivo eversivo segni-cose. Una vera e propria dismisura estetico-politica che, in certo qual modo, si com-misura con quell’istanza morale emergente che, in una globalità voluta a-teorica e a-conflittuale, si vorrebbe conciliatrice, ma in realtà (se sola) è occultatrice del “reale”, delle sue contraddizioni e dei suoi antagonismi politico-sociali.

Il suo reale sfugge al simbolico dato e ordinato dal/al dominio; è in preda a una passione che lo apre all’imprevedibile realizzazione di senso e stili di vita sì immaginati ma, tuttavia, attesi e tesi come possibilità di un’ucronotopia concreta e proiettata sull’eternità del tempo, il futuro; il futuro che si schiude e avanza senza sosta o stasi di sorta. Una forza viva perciò il cui uso si presenta allora come disciplina e azione antagonista, e, in quanto tale, tensione e tendenza che spacca e lacera i tessuti anchilosati del senso comune, e curato da certo lirismo mercificato e connivente col sistema-mondo. Il tipo di scrittura cioè che non disdegna l’estetizzazione alienante e l’erotizzazione che giova a consolidare comportamenti consoni all’ordine costituito, il controllo capitalistico.

Ma c’è una poesia che, come una testualità significante irregolare, è, ipotizziamo, come quella delle figure del mondo della matematica astratta dei frattali, il mondo “Tor’ Bled-Nam”; il mondo dei cavallucci e degli anemoni di mare o dei viticci o di altre figure che hanno una consistenza altrettanto variegata e ricca, così unica in ogni forma realizzata, che è intrattabile al di fuori della lingua dei numeri complessi che le danno corpo.

Il mondo “Tor’ Bled-Nam è il mondo dove l’autosomiglianza di scala e delle irregolarità prende anche il nome metaforico di “polimero del diavolo” – “l’insieme di Mandelbrot” – generato da una semplice equazione ripetitiva che ibrida numeri reali e numeri immaginari. Il polimero del diavolo è il prodotto sempre differenziale dell’iterazione di una regola molto semplice; quella che produce forme geometriche (le figure frattali) sfruttando la combinazione dei numeri complessi, o “numeri ibridi”. I numeri cioè che hanno una parte “reale” e una parte “immaginaria” come (2 + i), (3 – i) , irriducibile l’una e l’altra e a qualsiasi calcolo che vorrebbe depotenziarne la forza creativa incontrollabile.

Ecco perché, in questo contesto, dove reale e immaginario sono inseparabili e l’uno la ragione dell’altro, ci piace l’accostamento del testo poetico all’intreccio del “polimero del diavolo”, così come abbiamo (avanti) accostato il tempo esponenziale della poesia e quello immaginario della teoria della relatività di Einstein-Minkowski.

E come in un testo di poesia in cui il principio “somiglianza” include la differenza e un procedere connesso e frammentato, nel mondo frattale degli insiemi di Jula e di Mandelbrot c’è il principio dell’autosomigliaza che produce una varietà di forme frattalizzate (connesse e non connesse) incredibilmente infinita e, in scala, ugualmente dal tratto fratto. Frattale infatti vuole significare simile a sé. In questo mondo tutte le forme – polipi, cavallucci di mare, anemoni di mare, fiocchi di neve etc. – si assomigliano, ma mai sono identiche. Pullula una varietà infinita che rende impossibile l’uniformità, nonostante il meccanismo della produzione sia dato da una sola formula: quella dei numeri complessi, che si ripete e si itera senza soluzione di continuità producendo nella ripetizione dell’eguale una diversa configurazione di forme. Anche nel linguaggio della poesia la ripetizione delle equivalenze (per esempio, le figure foniche, ritmiche…), che, per qualche tratto, accomunano parole  ed enunciazioni semanticamente differenti, produce configurazioni di senso diverse.

Il linguaggio della poesia allora come il “polimero del diavolo”, l’insieme di Mandelbrot. Un’unica formula/espressione (l’“iterazione”[39]) e un’infinità di forme. Una pluralità di configurazioni possibili e significazioni aperte come è il senso di un testo poetico singolare/individuale, o anche collettiva sia la sua fatturazione e prodotto di un “noi” plurale anonimo. Non c’è un solo punto di vista e un solo ritmo, o un solo tempo, continuo o discontinuo. La poesia è lì con le sue potenzialità. Il soggetto che legge infatti comprende l’oggetto artificiale come costrutto linguistico/simbolico non monosignificante.

Torniamo alla poesia come “polimero del diavolo”. Entrambi sono oggetti/costrutti che, nonostante certe costanti (che lascerebbero pensare all’omogeneo e non alla polimorfia), si configurano, ognuno nel proprio dominio, come configurazione differente, differenza. La loro forma, nel mentre si genera, richiede “ripetizioni” e “iterazioni”; ma non per questo genera l’uniformità derealizzante e anestetica della simulazione digitalizzante, il calcolo combinatorio che mercifica parole e immagini.

In poesia può essere: un morfema, la fonologia, il ritmo o il parallelismo sintattico-grammaticale, le anafore, il “contiguo” disomogeneo ed eterogeneo, etc.

Nell’eterogeno della geometria “frattale”, quella che interessa l’insieme di Mandelbrot (il polimero del diavolo) e i suoi numeri complessi, è l’iterazione di una sola e semplice formula. Una combinazione unica ma capace di cogliere nella sua geometria barocca o dell’arabesco ciò che sfugge alle regole della linearità: per esempio la forma di un fulmine, del zigzagare di una linea di costa, del moto e forma di  una nube, delle oscillazioni in una determinata epoca di cose o eventi instabili o delle stesse oscillazioni delle onde cerebrali di un soggetto particolare. La forma di un oggetto matematico, congetturata e nominata, quale può essere quella delle figure frattali di Mandelbrot, così, è realizzata secondo i termini della ripetizione (una misura e un ritmo dato), come  è il ritmo procedurale della connessione iterativa che genera i vari numeri complessi. Peraltro oggi può essere resa anche graficamente simulandone il diagramma al computer.

E, nel caso della determinazione del numero frattale che si concretizza come figura nel video-diagramma – oggetto mai identico a un altro  –, la regione di appartenenza (indicata con il bianco o con il nero), localizzata secondo le indicazioni della geometria del cosiddetto “piano di Argand” (un comune piano euclideo), è diagrammata con le solite coordinate cartesiane x, y e lo 0. La x rappresenta l’asse reale e misura la distanza orizzontale – positiva verso destra e negativa verso sinistra –;  la y è l’asse immaginario e misura la distanza verticale – positiva verso destra e negativa verso sinistra –;  lo 0, il punto di origine all’incrocio dei due assi, è esso stesso invece considerato come un numero complesso. Il confine del piano può avere o meno un limite. Il confine dipende dalla sequenza dei numeri “c” (complessi): sequenza limitata; sequenza non limitata. L’insieme di Mandelbrot, da Roger Penrose denominato il mondo “Tor’ Bled-Nam”, si configura come regione nera o come bianca a seconda se le immagini frattali si concretizzano nel piano o fuori, nell’infinito. “La regione bianca consiste in quei punti c per cui la sequenza è illimitata. […] Se è limitata, il computer fa apparire sullo schermo, nel punto corrispondente a c, una macchiolina nera. Se è illimitata, il computer sullo schermo fa apparire una macchiolina bianca. Infine, per ogni pixel nell’ambito preso in considerazione, il computer deciderà se il punto dovrà essere colorato di nero o di bianco[40]”, senza che per questo viene meno il principio di autosomiglianza.

Il principio di autosomiglianza per i frattali di Mandelbrot e i numeri “ibridi” – complessi o immaginari –  e il principio di somiglianza per i testi poesia, considerati nel  mescolamento delle parti che gli sono proprie, è ciò che, generando quelle complesse configurazioni, fanno sì, secondo noi, che la poesia si possa trattare come il “polimero del diavolo”: un esperimento mentale e una pratica significante che nella polis della globalizzazione neoliberista non scinde astrazione poetica, astrazione scientifica e conflitto, certamente cognitivo-euristico, e non solo. L’astrazione, in entrambi i casi, non certo finalizzata al profitto o alla eliminazione della corporeità; e non per questo è priva di un valore d’uso o di utilità pragmatica di contro-tendenza. Certo le analogie, non meno delle statistiche, non sempre assolvono a tutti i compiti (specie se riguardano le decisioni e le alternative politiche): ma è pur vero che sono un modo di far conoscere indirettamente e di dirigere l’azione della scienza e della poesia come una parola collettiva in movimento.

Come “il polimero del diavolo”, il “fiocco di neve” di von Koch può essere anche un altro rimando per mettere in parallelo e analogia poesia e astrazione matematica. Come il “fiocco di neve” di von Koch, la costruzione di un testo poetico non è meno l’iterazione/espressione di una “parola” lavorata come corpo linguistico a variabile complessa; e perciò differenza di un lavoro tecnico vivo non omogeneizzabile. Anche perché il tempo che l’attraversa non è lineare, ma aleatorio e fratto in istanti costellati, sì che ogni cristallo del fiocco di neve è diverso da un altro, sebbene generato con lo stessa misura fratta.  Insomma una differenza che si moltiplica intrecciando nessi casuali e non casuali. Un ordine in entrata e in uscita che coniuga storia individuale, collettiva e contestualità in termini sia determinati quanto imprevedibili nel come e nel quando degli sbocchi; come se ci trovassimo di fronte ai fenomeni dell’“effetto farfalla” della turbolenza o alle percezioni reali e virtuali dei fenomeni quanto-relativistici dell’”onda fantasma” o dell’“effetto tunnel”. Tutti oggetti/costrutti molto lontani dai fantasmi/simulacri del marketing che girano nel cyberspazio.

Il mondo “cyber” dove l’immaterialità, paradossalmente, fa a meno dei corpi materiali e delle singolarità sociali, le quali sono invece la stessa forza viva del cognitivo e delle relazioni comunicative che ne sostanzia la consistenza; uno spazio cioè sempre più trattato come contrazione del tempo, e fino al punto in cui i punti geometrici della rete sono nodi di tempo. I vettori che, accelerati fino alla velocità prossima a quella della luce, e incapsulati nei pixel, traducono l’istantaneità in immediatezza, il virtuale in reale (e viceversa) e la certezza intuitiva in comportamenti concreti non sempre vagliati criticamente.

Il che comporta, per altri versi, che gli eventi dell’invenzione tecno-scientifica condizionano i comportamenti pratici come, per altri modi, avviene con i costrutti dell’invenzione poetica e dell’arte quando influenzano, mediando tramite il linguaggio, gli atteggiamenti e le passioni, la simbolizzazione significante e l’alterazione delle dimensioni temporali  (passato, presente e futuro).

In ciò sembra che la poesia sia stata profetica: “Verso tante lacrime sulla finzione” (Aleksandr Serghejevič Puškin).

Qui il tempo della finzione poetica delle lacrime genera delle lacrime vere obbligandoci a pensare a un tempo di vita e di essere che può essere scandagliato solo, ove possibile, con quello delle scale atomiche o fotoniche. È come il tempo di Planck che, su una “scala di 10-33” centimetri delle fluttuazioni quantistiche, fa scendere l’occhio, l’ascolto, il tatto e il pensiero fino alla misura temporale di “10-43 secondi” per cogliere l’essere della “schiuma quantistica” nel suo evolversi a cosa.

Alla stessa maniera negli istanti temporali complessi del testo poetico, e pure in quelli contratti – microsecondo (un milionesimo di secondo), nanosecondo (un miliardesimo di secondo), psicosecondo (un millesimo di miliardesimo di secondo), femtosecondo[41] (un milionesimo di miliardesimo di secondo) attosecondo (un miliardesimo di miliardesimo di secondo) “come si può trovare nelle scale atomiche e fotoniche”[42]) – del testo cyberspaziale, c’è una mole di informazione processuale e comportamentale che è impossibile non trattare come un sistema reticolare aperto e pluribiforcante. Un sistema, quello artistico e poetico, in cui gli elementi di un insieme o sottoinsieme risultano inclusi e relazionati con quelli di un altro sistema, sì che i significati dell’uno e dell’altro (costruzione/convenzione e comportamenti pratici) si potenziano reciprocamente anziché annullarsi, dando vita a una simulazione di secondo grado plurisignificante e aperta. Un nuovo sapere inscindibile dal linguaggio simulante. Una sfida all’ordine delle cose accreditato del/dal senso comune e del/dal sapere classico delle determinazioni meccaniche.

I saperi dell’essere po(i)etico, tanto quanto i numeri frattali del “polimero del diavolo” e le costruzioni tecniche dei media della scienza elettronica, hanno smesso di separare mente e corpo, spirito e materia, linguaggio, cose e significati, ragione e immaginazione (e in ciò la poesia è precorritrice). Con il loro ritmo particolare, capovolgono infatti la percezione dell’ordinaria e statica simmetria (presupposta e creduta) tra ordine simbolico e ordine del reale di una determinata cultura e propongono nuove contingenze produttive. Così, lì, si dice di un reale che, sulla scia della freccia del tempo (quanto su tempi paralleli), parli in termini di polimetria, di logiche e linguaggi diversi come insieme e insieme di insiemi. Un insieme complesso di elementi molteplici che simultaneamente si concretizzano in un “comune” corpo linguistico, il quale ibrida la pluralità dei tempi e dei linguaggi propri alla biodiversità biopolitica e alla sua economia immateriale.

Una rivoluzione in corso che non tocca solo l’innovazione dei punti di vista culturali, i soggetti e i loro corpi, se le attività produttive e i rapporti sociali e politici, a livello globale, ne hanno fatto forza produttiva e riproduttiva come “capitale” vivo unificato; lì dove ieri invece il “general intellect”, subordinato al comando capitalistico “trascendentale”, distingueva tra il capitale costante privato (il suo general intellect) e il capitale variabile (la forza-lavoro dipendente e subordinata), tempo di lavoro e tempo di vita, negotium e otium.

Oggi la divisione è caduta e il sapere sociale, di cui ciascuno è titolare come parte che contiene il tutto, è espressione di conoscenza, azione e vita comune che cerca l’agire insieme all’insegna del piacere collettivo politico dei corpi e delle menti all’interno di una democrazia reale e sostanziale. “La libera espressione e la gioia dei corpi, l’autonomia, l’ibridazione e la ricostruzione dei linguaggi, la creazione di nuovi, singolari e mobili modi di produrre – si rivelano con continuità ovunque. La perversione trascendentale oppone, ai corpi, ginnastiche e mode; ai linguaggi, disinformazione e censura; ai nuovi modi di organizzare la produzione, un comando inafferrabile sulla scena del mondo. Ed alle mobilità apolide, frontiere determinatissime e turismo globale”[43].

Allora necessita una resistenza, un conflitto, una sfida che urti con attacchi fuori “misura” l’ordine simbolico capitalistico che non separa più, nell’industria dell’immateriale, lavoro morto e lavoro vivo, in quanto identifica il lavoro materiale con quello immateriale della mente e dell’informazione significante viaggiante, in rete, e non usa più atomi di tempo ma bit di luce-tempo e digitalizzazione da marketing. Una trasformazione, questa dei bit di luce, che commuta lo spazio e la sua tridimensionalità classica (le tre coordinate dell’asse cartesiano) nella curvatura ondulatoria bidimensionale del tempo o nell’energia corpuscolo-ondulatoria, la cui velocità (accelerata) contrae e dilata il tempo fino alla reciproca commutazione del tempo nello spazio e dello spazio, come nel caso del cyberspazio, in tempo (reale).

Un tempo altrettanto bidimensionale e curvo dal momento in cui la stessa catena della successione passato, presente, futuro si perde nell’onda (bidimensionale) energetica che è il messaggio stesso raggomitolato in nodo. I nodi della rete del cyberspazio virtuale. Solo che in questo nuovo campo energetico virtuale e semantico, diversamente che nella teoria della  relatività di Einstein, non è la materia-corpuscolo, onda che si muove alla velocità della luce, a curvare il campo “semantico” di riferimento, bensì l’immateriale informazione linguistico-segnico-simbolica; quella che egualmente si muove in bit di onde luminose bidimensionali (spazio e tempo), aggomitolate in nodi reticolari e temporali (dunque diversi). Tempi diversi da quelli non virtualizzati. Le informazioni-onde infatti sono flessibili in quanto non dipendono, come in una traiettoria di moto iniziale, solo dalle condizioni iniziali ma da tutte le perturbazioni e le interazioni che si effettuano nella funzione d’onda come nelle vibrazioni di una corda sonora.

La flessibilità dell’onda informativa inoltre si riproduce anche come flessibilità del tempo fino a consentire ciò che nel tempo reale è proibito. Ferme restando, infatti, e solo per fare un esempio molto indicativo, la divisione del mondo tra oriente e occidente, e una certa differenza tra velocità globale e locale, la flessibilità del tempo virtualizzato, infatti, condiziona il destino politico e sociale di una società e dei suoi componenti. Una notizia che è percepita prima in un contesto e subito trasmessa in un altro luogo dove ancora la luce deve fare giorno, infatti, può decidere del destino delle cose in maniera diversa e non certamente in modo egualitario e libero, per quanto le dinamiche conflittuali non siamo mai scontate. È come se viaggiando nel passato di un altro mondo si può influenzare il passato di un altro futuro.

Nel mondo dell’informazione tele-industrializzata del capitalismo (mondo dematerializzato), un certo messaggio che viaggia alla velocità prossima a quella della luce, spedito da oriente allo spuntare del giorno (che rappresenta il presente) verso l’occidente, ma ancora immerso nel sonno della notte (che rappresenta il futuro da raggiungere), e captato da chi è padrone delle macchine elettroniche capaci di trasmette e di ricevere messaggi (viaggianti alla velocità della luce) costituisce un anticipo privilegiato che permette decisioni immediatamente attuabili; scelte che influenzano il futuro stesso di chi sa e chi non sa, anticipatamente. Il vantaggio non è egualmente distribuito, dal momento che le definizioni di passato e di futuro globalmente non sono le stesse per tutti. Il digital divide tra chi ne dispone a piacimento, chi no e chi addirittura non ne ha. L’informazione circola così come forza produttiva e di controllo soprattutto secondo gli interessi privati del modello economicistico-finanziario del neocapitalismo elettronico.

A questo punto, – considerata l’importanza oggi assunta dai linguaggi e dalle parole/immagini comunicativi, che alimentano la produzione economico-finanziaria capitalistica e condizionano la formazione di nuovi comportamenti occupando l’immaginario sociale e innervandosi nelle soggettivazioni individuali –, è possibile, pensiamo, che l’arte e la poesia di oggi oppongano un dis-interesse interessato, estetico-sociale e politico-collettivo alternativo, come anche per il tempo-tempus della sua testualità fatta di istanti-messaggi plurali e plurisignificanti, molteplici. Idem plurale il soggetto che, ibridandosi con il “noi” eterogeneo e identità diversa, ne significhi la molteplicità nei linguaggi e nel self individuale oltre i vecchi schemi dell’individualismo e della sua essenza individua. Muoversi verso la differenza come un universale altro e non monolinguistico.

Non meno che nel tempo bit dell’industria capitalistica, che governa la produttività dell’immateriale, infatti, nel tempo che ritma il linguaggio della produzione poetica si interseca pure una bidimensionalità analoga a quella dei nodi informazione della rete, ma al tempo stesso differenziale/allegorica. È la bidimensionalità delle coordinate (due) del paradigmatico (l’area da cui si prendono le parole/segni per associarli) e del sintagmatico (l’asse in cui l’associazione dei segni è oggetto d’ordine secondo quanto la “sintassi” complessiva sociale in funzione ha convenzionato) che hanno funzione d’intersecazione poetica specifica e finalità non riducibile ad unicum.

È la bidimensionalità dell’asse paradigmatico della lingua  e dei suoi affluenti mescolati (il luogo della selezione dei contenuti incapsulati nelle parole e nei vari segni) e quella dell’asse sintagmatico (il livello della combinazione sintattico-logico-pragmatico che trasgredisce l’ordine sequenziale della lingua comune e degli algoritmi bit-elettronici). Un incrocio non memo potente, flessibile e denso di informazioni di quello che riduce le coordinate dello spazio in nodi informativi virtualizzati, quelli del piano della rete; l’onda circolare del tempo che, nella stessa rete cyberspaziale virtuale, è amputato dei suoi ritmi non formalizzati. Nell’incrocio e nell’intersezione del testo poetico, invece, niente viene sacrificato, anzi. L’onda poetica, infatti, come sappiamo, s’incrementa per accumuli e retroazioni delle co-vibrazioni delle “equivalenze” materiali-significanti non scissi dal piano della significanza, come inseparabili sono il dritto e il rovescio, l’avanti e il retro di un corpo. E i corpi concreti non sono né virtuali né digitalizzati.

Né, in tempi di tecnologie linguistiche digital-automatizzate, assurte a forza creativo-produttiva, la sorte del linguaggio poetico può essere lasciata tra i rottami della civiltà delle macchine logicistiche dell’immateriale produttivistico, o bollata come un crimine in quanto attentato agli algoritmi dell’esproprio biocapitalistico e della sua ambivalente autoreferenzialità finanziaria.

Né è pensabile che l’autoreferenzialità del capitalismo linguistico-finanziario, d’altro canto, sebbene simuli l’autoreferenzialità della lingua e la sua potenza creativo-costruttiva, sia elettivamente affine a quella della poesia. L’autoreferenzialità del capitalismo linguistico ha come centro immobile la logica monovalente del ‘valore’ bloccato, e ripetitivo, sul  significante denaro, la cui autovalorizzazione, inserita nell’automatismo formalistico della lingua finanziaria tautologica, non ha niente della plasticità del linguaggio della poesia.

L’autoreferenzialità del linguaggio poetico ha invece un centro polilogico di autovalorizzazione plastico, il quale, in quanto lavoro vivo autonomo ma non indipendente dall’extrapoietico, si concretizza nell’autovalorizzazione della polisemia non lineare e di controtendenza come una macchina linguistica immanente. L’autoreferenzialità del linguaggio poetico in quanto lavoro vivo autovalorizzante, per effetto della sua stessa logica immanente autonoma e di intreccio multiplanare, si sottrae ad ogni tentativo di bloccarla in pacchetti semantici univoci e spendibili sul mercato della comunicazione commerciale, o finalizzati al disciplinamento di comportamenti omologabili a partire fin dalla colonizzazione dell’intimità come essenzialità privata isolata. Perché c’è un’“intimità delle cose”, dice G. Bataille che è relazione, la relazionalità come il proprio dei rapporti sociali che qualifica il vivere politico, lì dove la sua perdita, al tempo della dittatura nazi-fascista, da C. Jaspers è stata definita come la “colpa metafisica”. Una colpa che l’eterno presente della competizione individualistica mercantile sembra aver ben ben sostanzializzato e senza remore.

Certo una poesia che si nutre dell’autoreferenzialità intimistica (il solito intimismo lirico sganciato dal sociale e dal politico) farebbe da stampella complementare al mondo della verbo-capitalizzazione elettronica. Peraltro, la finanziarizzazione “just in time della potenza della lingua, in questa forma di intimità ripiegata e desiderosa di esteriorizzarsi in quanto tale, vi troverebbe un ulteriore sopporto complice per parcelizzare ulteriormente e più atomisticamente i suoi portatori.

Ma ora è tempo di kairòs, del tempus in cui il nome e le cose nominate acquistano in ‘costellazione’ esistenza e significato; e simultaneamente muovono verso la decisione climatico-pratica della rottura della temporalità finanziaria “just in time  dell’ordoliberismo e della sua logica capitalistica. La logica del continuum dell’ordine egemone che taglia ogni rumore di fondo e le stesse soggettivazioni non digitalizzabili in ordine al computo delle scambio del marketing comunicativo, lì dove invece il taglio del tempus del linguaggio della poesia derealizza la derealizzazione del just in time (il tempo della merce) “assumendo a suo tempo peculiare il kairòs, l’‘istante intensissimo ed esplosivo’, il tempo istantaneo-concentrato-frammentario, e suo spazio la costellazione, la dimensione della simultaneità-corisonanza di frammenti, aforismi, dettagli, fuori da ogni tema precostituito”[44], ovvero la logica del montaggio allegorico.

Il linguaggio dell’arte e della poesia è tale, così, che, nella sua comunicazione, significa e potenzia persino gli stessi elementi asemantici e/o allusivi, e/o impliciti, affatto manipolabili, e i tempi del tempus/kairòs, come quelli della logica dell’inconscio o dei sogni,  delle soggettività singolari sociali, affatto spazializzabili, ma non per questo privi di effetti pratico-esistenziali. Il linguaggio della poesia li chiama direttamente a raccolta e, come fa per l’insieme delle altre componenti, li de-automatizza lì dove il capitalismo linguistico (dell’attenzione o dell’espressione) ha invece sempre bisogno di elementi informativi infiniti e riduzioni automatizzabili per farli circolare senza attrito nel cyber-spazio illimitato, o per creare così disorder nel cyber-tempo dell’attenzione e della consapevolezza piena, il deficit d’attenzione (come è stato chiamato, o disturbo dell’attenzione temporale).

Spezzare l’azione dell’informazione capitalizzata, che, con la sua informatizzazione concatenata, automatizzata e veloce, tiene in scacco i limiti del cyber-tempo mentale, mettendo a produzione e produttività la fabbrica dell’immateriale e dei desideri e piegando la “ripetizione” al profitto e alle sue equiparazioni di scambio, allora diventa un impegno possibile; e la possibilità la si può esercitare a partire già dalla stessa “sintassi” frammentata, deautomatizzata – paratattica, per così dire – e lenta del linguaggio poetico come una macchina da guerra sparsa e molteplice, tumulti linguistici. Conflitti diffusi e lisci alla presa del capitale linguistico. Nessuna velocità e accelerazione in competizione!

Nella ripetizione altra del plusvalore del linguaggio poetico, come pratica significante, infatti, le equivalenze informative degli intrecci del testo non omologano su veloci operazioni riduzionistiche ed espropriatrici del proprio semantico delle parole e delle relazioni infra-inter-extra-testuali, bensì conservano e potenziano il valore delle differenze che si sparpagliano, e insieme lavorano per l’universale come differenza. La logica del profitto e della rendita non gli appartiene, né tanto meno l’identità omologante.

L’economia semiocapitalistica, che, nella sua versione di linguaggio standardizzato dall’informatizzazione, sfrutta il general intellect (il sapere/bene collettivo e comune) e procede con la brevettazione e i diritti di proprietà, tuttavia, in ordine alla lingua della poesia (lingua di secondo ordine) non è in grado di esercitare il suo potere algoritmo e monetizzante: non è in grado di arginare la paratassi e la deautomatizzazione delle differenze e il tumulto linguistico di fuga nomade che animano gli universi del linguaggio poetico, per di più se considerato lingua creola.

Sebbene il capitale miri ad assorbire tutto nel linguaggio della sua biopolitica e del suo bipotere (M. Foucault), grazie anche alla sua delocalizzazione e all’indubbia potenza della digitalizzazione elettronica (la quantificazione binary-digit) monetizzata, il linguaggio della poesia è un’indubbia capacità di resistenza altra e di contro-tendenza derealizzante quanto cooperativamente socializzante tale che le sue “idee/immagini” mai possono assumere lo statuto commerciale di branding e sostenerne il principio di somiglianza come identità simulacrale che lo governa.

Nel tempo, il principio di somiglianza, che relaziona i segni dell’ordine simbolico con le cose, i fatti della storia, la realtà e l’immaginazione, ha avuto altri usi; come è possibile sapere, per esempio, da Aristotele a Aleksandr Sergeevič Puškin (“Verso tante lacrime sulla finzione”) ha una funzione di “similarità” e ana-logia tra segni e cose.

Non difforme n’è stato l’uso fattone dalle scienze dell’infinitamente piccolo e schiumoso come si legge, per paragone meta-forico-allegorizzante, nel tanka (XVI) giapponese “Io che devo attraversare / un mondo evanescente / come la spuma delle onde, / ciò che desidero di più / è una piccola barca da pesca”! Come/dove sarebbe possibile algoritmizzare e monetizzare la significanza di questo testo poetico!

E ancora: come binarizzare (binary digit), per esempio, l’espressione poetica (lessicalmente più moderna e mimante un vocabolario più aderente) “vacanza vacanza fra i deliri dei buchi neri / eri una danza e non vacanza vagante / / in canoa dis-orbite infuriava il vento solare / soledad il fotone sulle tue orbite” // choc e chance l’evaporazione / “charme” dance e “stranezza” / dis-d-io il tempo kaone”?

E ancora: se il capitale ha messo a lavoro la vita intera, l’intero  sociale (occupati, disoccupati, non occupati, nati e non nati, viventi e non viventi…), il linguaggio e il cervello/mente, è anche vero, oggi (e da sempre), che la sua è un’ artificialità storica e di classe; e che in quanto tale il suo è un segno di non eternità, anche se ha una lunga storia di dominio e di egemonia. Il futuro della poesia, come quello dell’essere del mondo e della vita, invece è l’eternità del tempo; perché l’eterno è solo il futuro del tempo. Quel tempo che la stessa velocità e accelerazione non azzerano o nientificano, se poi, come si registra negli stessi esperimenti di pensiero messi a prova dai laboratori sperimentali, compare sia sulla linea dei numeri immaginari (i) che nei diagrammi che gli danno immagine insieme poetica e scientifica, in quanto il sapere non è meno produzione nell’una che nell’altra.

In fondo l’utilità della poesia, dell’arte e dello ‘scire’ è all’incrocio dell’impegno dei bisogni della forma-uomo costruibile con l’immaginazione utopica e pubblica – produzione complessa dell’uomo attraverso l’uomo – e il tempus che rigetta qualsiasi essenza metafisica dell’uomo stesso. Il tempo cioè che è il taglio che “taglia” e “tende” (mescolanza, keránnumi e kairòs) la molteplicità degli elementi tra intemperie (tempestas) e temperie (temperanza) e atti di decisione kairologica antagonisti, i quali, in ogni modo, co-relazionano singolarità e collettività entro una storia determinata e le rotture del “risveglio” e dell’impegno nel momentum jetztzeit che dà inizio alle rotture/discontinuità.

Il tempo del risveglio che, processo e azione po(i)etica quanto lotta di contro-tendenza – “Noi deduciamo la nostra estetica, come pure la nostra moralità, dai bisogni della nostra lotta” (Bertolt Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte) –, lotta le varie derealizzazioni mercificanti della lingua e delle parole per riappropriarsi del “tempo superfluo” (quello nato dalla nano-tecnologia scientifica contemporanea del software capitalizzato) e usarlo non come tempo “disponibile” per  il capitale fisso-digital, ma come tempo dell’avanguardia del conflitto del noi pluralizzato.

L’avanguardia del “noi” e del poetic general intellect che sa che il tempo del capitalismo delle attenzioni distratte e delle parole/espressioni mercificate (tempo storico fra l’altro in preda alle crisi convulsive dei “titoli tossici”), della fabbrica dei desideri, della tonalità affettiva cinica e ciarliera e della nietificazione, sebbene mistifichi sul comunismo riducendolo al “socialismo reale”, non ha eliminato l’idea del comunismo come utopia possibile e concreta.

Non è improbabile allora, per chiudere, sapendo che mai le cose si identificano con i nomi, che la poesia di Friedrich Hölderlin ne lasciasse aperta la porta quando ebbe a scrivere: “là dov’è il pericolo / lì è la salvezza”. È la salvezza dalla life technology del comando capitalistico.

Perché la “question de vie et de morte” del capitalismo, ovvero la lotta per la sopravvivenza e la persistenza del suo dominio, nella versione cognitivo-digitale e nano-tecnologica di questo XXI, coincide con la question de vie et de morte dell’animale umano nel suo “naturaliter” contesto finora conosciuto e articolantesi tra costanti e variabili.

Se è vero, infatti, che le neuroscienze e la medicalizzazione della vita biopolitica, – trasformando la stessa colonizzazione anestetizzante dei soggetti in modello di vita virtuale-reale, sempre più controllato secondo le decisioni e le anticipazioni del mercato mediale capitalistico –, hanno sostituito la semantica reale-storica-determinata con la semantica virtuale detemporalizzata medica e di altro tipo, è anche vero che il biopotere nano-capitalistico procede rapidamente verso un traguardo che va assolutamente bloccato, impedito: l’identificazione totale della vita con i media. La creazione dei clominimedia (uomini-artefatti di nuova generazione). Non avremo più cloni e uomini ma soloclominimedia. Anche le loro pelli, insieme con il cervello e gli organi, avranno/saranno la carta d’identità come una rete integrale di sensori (la smart-device tecnologia è in corso d’opera) comandati e permanenti: nessuna differenza tra la “camicia di Nesso” e chi la indossa.

(fine)

[Qui trovi la prima parte del saggio]

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NOTE

[39] L’iterazione è un procedimento matematico che segue una regola molto semplice: si prende un numero che comincia con 0 ( z ) e il numero complesso ( c ), corrispondente al punto che viene sottoposto a sperimentazione; lo si moltiplica per se stesso ( z2 ) e gli si aggiunge il numero ( c ) di partenza. Per continuare si itera il processo: si prende cioè il risultato, si moltiplica per se stesso e gli si aggiunge lo stesso numero di partenza ( c), e così via.

[40] Roger Penrose, La “realtà” dei numeri naturali, in La mente nuova dell’imperatore, BUR, Milano, 1992, p. 133.

[41] Nota. Femtosecondo (Cfr. wikipedia.org): “Nel sistema internazionale di unità di misura il prefisso “femto-” indica 10−15. Il suo simbolo è fs.

[42] Derrick de Kerckhove, La conquista del tempo, Editori Riuniti, Roma, 2003, p. 22.

[43] Antonio Negri, Alma Venus, Prolegomeni sulla Povertà, in Kairòs, Alma Venus, Moltitudo, cit., p. 92.

[44] Giovanni Gurisatti, Scacco alla realtà. Estetica e dialettica della derealizzazione mediatica, cit. p. 126.

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