I LIBRI DEGLI ALTRI n.57: Il Classico ritrovato. Evaristo Seghetta Andreoli, “I semi del poeta”

Evaristo Seghetta Andreoli, I semi del poetaIl Classico ritrovato. Evaristo Seghetta Andreoli, I semi del poeta, con una prefazione di Patrizia Fazzi (“Un’anima etrusca”) e una nota di Carlo Fini, Firenze, Polistampa, 2013

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di Giuseppe Panella

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Evaristo Seghetta Andreoli è funzionario in un importante istituto di credito di Arezzo per mestiere, ma è un poeta per sincera dedizione. Lo si deduce dalla passione con cui si è gettato nella stesura dei versi di questo suo primo libro. Come ha scritto Patrizia Fazzi nella sua intensa Prefazione al volume, il poeta si era realizzato finora solo nella profondità della sua applicazione continuata alla pratica continua del verso:

 

«Evaristo Andreoli, quasi novello Italo Svevo, pur se calato, come l’autore triestino, nelle stanze dei conti e dei rapporti commerciali, ha mantenuto il “vizio” segreto di scrivere, di annotare e trasformare in poesie l’esercizio altrettanto quotidiano di ascoltare se stesso e di “osservare” la realtà esterna e i fenomeni naturali nella loro mutevole misteriosa epifania» (p. 5).

Ma la poesia di Andreoli non è soltanto un “giornale di bordo” dell’Io e un’evocazione in versi di eventi quotidiani che si rastremano in voce che canta o sussurra utilizzando le parole per decantarli; è sostanzialmente un omaggio alla poesia come ragione di vita, come “seme dell’uomo” e della sua necessaria vocazione al superamento della quotidianità in nome di un Oltre necessario. È quello che accade in molti dei suoi testi più suggestivi legati alle letture di formazione del loro autore:

 

«DE RERUM NATURA. Scende al tramonto / nel pulviscolo / di un raggio di sole / di Lucrezio il verso, / clandestina anima / nella penombra canicolare. // Lui canta per me, / senza timore / nel girotondo perpetuo: / nenia latina, / vortice lento d’arcaiche parole, / frammenti del tutto, / di luce di stelle, / di atomi eterni, / di vita divina» (p. 47).

 

Sono “i semi” dell’Universo, atomi immortali e cangianti, che il clinamen che li guida spinge a realizzare il mondo in cui viviamo e che continuamente si compone e si ricompone. Allo stesso modo è fatta la poesia: parole che si intrecciano e si rinnovano continuamente, utilizzando i pre-testi più labili per trasformarli in momenti che aspirano all’eternità. A questo modo, le città in cui Seghetta ha amato o in cui ha lavorato (Parma, Ferrara, Orvieto, Carrara rivissuta assai efficacemente come “vela di marmo”), le situazioni poetiche più frequentate (la pioggia, l’alba, l’amore contrastato o vittorioso), la cultura del passato che non si rifiuta all’attraversamento di una modernità mai esaltata in maniera astratta ma pesata in modo tale da saggiarne la portata universale, la passione e i sentimenti della vita che permettono alla poesia di porsi sullo stesso piano delle necessità dell’esistenza costituiscono la sostanza del debutto di un poeta che ha scelto la scrittura per verificare la verità profonda della propria vocazione.

 

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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