PITTURE NERE n.1: Marino Magliani, “L’ estate dopo Marengo”

Marino Magliani, L'estate dopo MarengoMarino Magliani, L’ estate dopo Marengo, Philobiblon Editore, 2003, pp.142, € 10
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di Lorenzo Muratore

Alla vigilia di muovere verso l’Italia, il Primo Console venne informato d’un alto tasso di diserzioni tra i soldati: sulle cause dell’insolito scoraggiamento fu costituita una Commissione d’inchiesta. Perché, ad esempio, quei due granatieri dalle barbe lunghe, le pupille ardenti, se ne stanno sdraiati e immobili? Queste donne color dell’ombra… Questo cielo di sabbia.

C’è chi sospetta che certi semi gettati sopra le pietre roventi emanino un vapore, inebriati dal quale diventano ebbri respirando fumo; oppure che una bevanda li immerga in un sonno di visioni paradisiache. E così imprigionato nel suo grembo, il soldato cessi di combattere, e preso da queste libertà di navigar per l’aere, diserti.

La guerra è stata imposta alla Rivoluzione; e dalla funesta dialettica di quelle gloriose spedizioni lontane; − che serbano in sé il rumore della Rivoluzione, senza più mettere al primo posto la libertà − nacque un vuoto, nel cuore dei francesi.

Ma quando si è “dentro” alla scacchiera, non è come se, avulso dalla partita, uno venisse collocato sopra una scacchiera vuota.

− Vi prego signori, sopportatemi solo un paio di minuti − esordisce il medico.

− Cosa succede quando uno ne fa uso?

− L’hascisc gli fa credere di essere Dio.

Queste cose sono in limine. Poi il demone prende la mano; e t’imbatti, tu, forse, nel vascello che ti salva: la nobile nave sulle chiare marine, calma e innocente.

La Rivoluzione divora i propri figli, allorché questi non la sognano più.

Un sorso, un’ansia: è quel che resta. Una minutissima e quasi invisibile gocciolina di attimi può divenire nondimeno aspra e pungente poesia.

La lenta infinita correntìa dell’Ordine che signoreggia, non sopporta che alcuno se ne stacchi; e non concede al misero disertore, come a tutto, che il tuffo nel precipizio.

Il Principe della Festa, nonostante i suoi astuti travestimenti, non sa come correggere le imperfezioni di questa vita. Ma l’eternità non dovrebbe essere molto dissimile da quell’umile nebbiolina sotto il viale di pioppi tremuli; quei giorni appena sospirati e presto travolti dallo scatto liquido, ma ruggente, del presente.

“L’estate dopo Marengo” cela nel suo bozzolo, e compone e implora, una poetica elegia dedicata a quelli che hanno tentato la fuga attraverso sentieri alti e irregolari.

Venuto il tempo di lasciare il porto di Alessandria, l’hascisc pareva una leggera brezza languida che s’alzasse o si stendesse generosamente come un canto sulle acque.

Così, innocenti come fanciulli addormentati, al pigro scrollo dell’onda, − a parte la costante invisibile minaccia dell’Ammiraglio Nelson −, su quella lucentezza che incanta la mente si raccolsero; e, oltrepassato il limbo di quelle acque, e giunti alla terra ferma, vi fu poi la battaglia, che nell’anima di questi nuovi scettici e visionari si avvolge d’una più cupa foschia.

“L’estate dopo Marengo”, per la sua nettezza di contorni, diventa nelle mani scultoree di Marino Magliani una categoria dello spirito.

Quei soldati si pongono, con un genio nuovo e vigoroso, il nodo di come disertare le pesanti tenebre dell’esistenza; e come entrare in uno spazio negato; in un cosmo sognato sotto la vernice magica che gli sigilla le ciglia.

L’estate dopo Marengo è una stagione profonda; forse persino mostruosa, inebriante e dolorosa.

A compiere quel nero sortilegio di spalancarsi le profondità infinite; a fare questo miracolo, non erano autorizzati.

L’avventura inizia nei pressi del mare − dell’infinito il mare ne è il primo simulacro −; ma sembra svanire e confondersi più con le tenebre della terra.

Ebbene i nostri sguardi discendono. Agguantano, per così dire, l’orizzontalità dell’infinito.

L’uomo curvato sulle acque, che lo hanno cullato nella nausea dell’hascisc, è come un cieco portato per mano a galleggiare dovunque; e ora al di là delle cerniere montagnose dalle grandiose promesse, par che s’aduni una voragine.

Sono pronti a tutte le partenze, randagi eroi, buttati sul sasso che Ercole spezzò: è alto sulle macerie il limpido stupore di questo paesaggio.

Negli istanti di qualche provvisorio silenzio, non calma assoluta, ecco il gracchiar d’un corvo.

E chi, oggi, non spera di disertare? Una voglia di acqua e di riposo, e di trovarsi in un bosco nel silenzio degli uccelli, o presso una riviera, rimuove ognuno dalla battaglia. Ma il disertore deve decidere di notte, e trepida nella penombra, come un fantasma nel mistero siderale.

La notte è piena di questi messaggi da decifrare.

La storia, non a caso, è iniziata in una città di antiche tombe, al limite del deserto; e luogo eletto delle immagini che abbagliano la mente.

Qual cosa arcana li lega ancora al vivere che danno loro le stelle?

Il disertore è separato, come i morti.

Non potendo, in questa circostanza, neppure usare l’hascisc, si trova che non è né qui, né là, ma in uno stato di limbo, di navigazione.

Siamo nel controcanto, e siamo anche nella vena idilliaca. Sotto la sua carezza malinconica, questi quasi morti si muovono con passo felpato, con reticenza sagace, quasi con pudore.

Sopra questa faccenda Marino Magliani è tutto compreso del sublime aspetto della notte; ne spiega con calma e naturalezza i segni, ne smorza la confusa materia quietamente. Su quelle fragili, molli acquette del transito dai campi di Marengo alla copia enigmatica delle nostre certezze storiche, il passo che indi trae questi risorti, come di fantasmi, è arcano e lontano.

Ma in quelle orbite e giunture del tempo si entra con fraterna dolcezza.

A Marino Magliani non sfugge quel senso di precarietà che tien sospeso l’animo di chi fugge: quando uno si pone a giacere, e non conosce gli oggetti che gli stanno intorno; e le difficoltà ch’egli ha nel trovare una percezione di quel luogo, quando la fantasia non ha il tempo materiale di irraggiarlo di pensieri di amicizia.

L’amicizia che il fuggiasco stabilisce con quei campi è la pura sorpresa, sono le frescure bisbiglianti; le nebbie che diventano isole.

Piano, bisognava considerare bene, se non ci fossero indagini segrete intorno.

Il disertore posa come in un nido d’aquila i suoi stracci, e le sue bende; e, leggendo è come se anche noi guardassimo, dall’alto e sospesi a mezz’aria, la provvidenza che governa la Storia.

Fin dall’inizio, e nel metallo del tramonto, l’uomo ormai senza patria vorrebbe poter dire: − Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle, miglior vento aspettando.

L’oceano − oro e trasognamento − carezza la nave; un vento gagliardo ha spinto la poppa e la prora; sì che il piede incauto d’improvviso ho messo nell’infinito…

Sono pensieri ancora da pensare. Ma le pagine di “L’estate dopo Marengo” me li dispiegano: quando l’universo ha perduto il suo antico ordine, e non conosce il suo avvenire. Quando incominciano a tacere le sirene del ritorno a casa; e recinti e certezze, e confini. Nei cieli alti della giovinezza, quelle fredde, stellate paginette, in cui la penna si libra, li delineano in ombra.

Nell’assopirsi delle ultime stelle, ormai l’alba non può tardare tanto. L’annuncia un passaggio di corvi.

Sovente, l’intensità d’un volo irrompe; e quello che di greco c’è nel nostro sangue si risveglia nel rintocco consueto, e nuovamente meraviglioso.

La nebbia, che protegge questo giocarsi della vita a dadi, è un’anima senza più peso; ed i prati hanno tale tenerezza, che non è diverso il battere del cuore e il senso di una rovina che incombe.

Ma anche presso un antro solingo, pronto rimando de’ più sottili accenti, la voce è ripetuta da la spelonca, e il vivo sasso echeggia; per cui occorre tacere; o dove acqua assassina copre invece le voci delle ronde è l’incanto terrificante, dal quale la mente si allontana impaurita.

Ci si abitua, in questa rupe alpestre, a spiare il mondo col cannocchiale: e illudersi che sia lontano.

Ugualmente adorando idolo ingrato, e languendo in questo orrore, in cui si stemprano nel respirare l’aria ombrosa e nera di questo antro riposto, Marcel deve chiedersi in segreto se in certe notti, da bambino, non avesse gridato nel sonno proprio a queste cacce, in cui si trova coinvolto; e che quasi non lo riguardano.

Riducendo l’abbigliamento austero di quando erano armigeri, ad uno straccio da girovaghi, attorcigliano le coperte, gettano ciò che un tempo era dorato segno di piccola supremazia: pellegrini in fila indiana contro il cielo, non riescono a rassegnarsi al concetto che un posto valga l’altro, nella valle senza uscita.

È un distacco da ciò che sono stati, soldati di guerre in cui sostò per sempre la sconfitta, − perché quella vittoria portava sempre più lontano, in un deserto bombardato da bocche di fuoco −; e a tramandarla nello scavo della parola s’insinua il primo ammonimento di una filosofia minima: che l’esistenza bisognerebbe attraversarla senza una nausea troppo violenta.

Questi disertori non hanno un peccato grande, luminoso, che contenda, e li sollevi al di sopra degli dèi.

Nulla che oltrepassi la dolcezza del nostro essere. Ma, proprio per questo, instaurano in noi una fraternità quasi morbosa. Fanno vibrare la grazia della loro dissonanza.

Si erano incamminati per cammini che non menano da nessuna parte.

Così, come di un naufragio, vediamo sparpagliate delle lettere di qua e di là; e quelle poche reliquie, assurgono a epigrafi di una storia grandiosa.

Nessuno è in grado di sostenere quei funesti sogni, e di stigio veleno un ramo aspersi.

“Ed è bizzarro come l’ombra delle nuvole sulle colline alte assomigli a quella che fanno le farfalle sull’erba”.

E se noi sostituissimo alla parola “farfalle” la parola “anime”?

E divenissero quelle, le ombre di quelli che muoiono assieme?

Questa “Estate dopo Marengo” di Marino Magliani sarebbe allora un giardino delle Esperidi dove l’ebbrezza della sopravvivenza sarebbe un istante.

Mi rendo conto che qui il simbolismo funerario è talmente appena accennato, così segreto, che mi pare di offendere quelle pagine nell’indovinargli questa effigie così incorniciata a caso; ma nondimeno qui è comunque un paesaggio che risuona nell’anima, prima che nella vista; è l’eterna cantilena delle cascatelle: uno abbassa le palpebre e ascolta la notte.

Lo strazio che trabocca con grido verticale dal limo e risuona negli antri dove il buio ti protegge: l’udito ne scompone le note per farne un paesaggio.

Nel rumorio dei giorni la memoria appare come un boa dove aggrapparsi; una grotta dove rifugiarsi.

Spesso è la gioia atroce di ascoltare l’amara rana, o il timbro d’una campana.

Se vi poggi l’orecchio, vedi con l’anima; e il paesaggio si incide ancora più profondo che se lo contemplassi.

La vittoria, qui non ci sarà ritorno a pietrificarla in un attimo perfetto. Ma tuttavia, se guardiamo bene, forse questi tre non sono neppure disertori. Gilbert, nella pazienza in cui si ostina ad ubbidire, è ancora come un soldato. Leduc ha addosso secoli di gloria che gli franano addosso. E Marcel, l’aristocratico, di disertare ne avrebbe quasi il diritto, o il privilegio.

Se poi gli concediamo la consapevolezza, c’era l’usanza, nel regime antico, di “mettre un intervalle entre la vie et la mort”; prendere congedo per una solitudine, nota soltanto al Re, nella quale “se reconnaître”: ed avere il tempo di comporre un addio al mondo.

La diserzione è il tempo − ahimè − per riconoscersi.

Il soldato interroga; e il mondo tace e non risponde. Ma è proprio per questo che si potrebbe anche vivere in un’isola lontana.

Le pietre, ad una ad una annoverate, non te lo dicono.

Sul silenzio di queste pietre Marino Magliani ha scritto “L’estate dopo Marengo”.

Gli occhi anche quando sono chiusi pare guardino già altri sentieri, altri porti.

La quieta ammanierata rassegnazione dei soldati, ed anche la loro ribellione, non turba il cosmo. Ma è una differenza che ci aiuta a pensare.

 

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PITTURE NERE n.2: Il volo del colibrì. Marino Magliani, “Quattro giorni per non morire”

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