NOTIZIE DALLA CASA DEL VENTO. La poesia come narrazione spirituale in Giusi Verbaro. saggio di Giuseppe Panella

OLYMPUS DIGITAL CAMERA«O tu, vento selvaggio dell’Ovest, / tu, respiro dell’autunno, / tu, dalla cui invisibile presenza / le foglie morte vengono sospinte / come spettri messi in fuga da un mago incantatore, / gialle, pallide, nere, rosso acceso, / quasi tutte colpite da una pestilenza ! / Tu che trasporti come su un carro nel cielo al loro letto invernale/  i semi alati  che giacciono freddi, / ciascuno come salma nella tomba, / fin quando la tua azzurra sorella, in primavera, / non suonerà sulla terra che sogna / la sua tromba, colmando con colori /  vividi  e con dolci profumi, il colle e il piano, / mentre spinge  nell’aria dolci germogli simili a  batuffoli / Spirito Selvaggio che ti sposti ovunque /  – che distruggi e che preservi – ascolta, ascolta ! »
(Percy Bysshe Shelley, Ode al vento dell’Ovest)

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di Giuseppe Panella

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 NOTIZIE DALLA CASA DEL VENTO. La poesia come narrazione spirituale in Giusi Verbaro

 

1. Una narrazione ininterrotta

“Il vento soffia dove vuole” – lo sostiene autorevolmente il Vangelo di Giovanni (3, 8), “ne puoi udire la voce, ma non sai né da dove viene né dove va”. Sono parole rivolte da Gesù al fariseo Nicodemo che vorrebbe capire la natura del messaggio, per lui troppo oscuro, del Messia (anche se, alla fine, non ci riuscirà).

Nel suo soffiare incontrastato e continuo, il vento raggiunge i luoghi più impervi, più difficili, più nascosti. La sua forza travolge ogni ostacolo e rende possibile ciò che apparentemente non sembrerebbe esserlo. Anche la sua origine resta oscura se non si sa come ascoltarne il messaggio e comprenderne il flusso di desiderio che da esso si sprigiona.

Ciò che vale per il vento (e il luogo della sua nascita sorgiva) vale per il flusso poematico della scrittura: la sua emergenza lirica resta misteriosa (confinata probabilmente nei precordi del suo autore). A chi la legge e la ausculta non resta che cercare di analizzarne i moti e le movenze, i toni e i ritmi, la sostanza significante e il significato profondo (quando, ovviamente, si riesce a farlo).

Fin dai suoi esordi, la poesia rappresenta, per Giusi Verbaro, un flusso continuo che conosce interruzione e scampo solo nella scansione narrativa dei diversi episodi che la producono e la ricompongono. Anche questo suo ultimo Il vento arriva da uno spazio bianco non fa eccezione a questa regola. Per coglierne il progetto di scrittura e per riuscire a dare qualche breve indicazione in vista di una sua lettura più approfondita sarà necessario seguire la progressione tematica che la caratterizza[1].

Ma, anche se il libro è diviso in tre parti, la narrazione che comporta è unica. I blocchi che lo compongono fanno corpo in una narrazione ininterrotta di sentimenti e di ricordi, di rievocazioni trasognate e oniriche, di omaggi e di rimandi, in un unico concento di voci e di richiami.

Gli stessi tre brevi testi che fanno da esergo sono significativi al riguardo. Il primo, a sorpresa, è dai Canti di Maldoror di Isidore Ducasse de Lautréamont e richiama alla dimensione dell’ “infantile rovescio” della vita che talvolta serve maggiormente a chiarire ciò che accade nella dimensione adulta di essa, cogliendone il livello estremo e sagomandone il perimetro della conoscenza; il secondo, più celebre, dai Fleurs du Mal di Charles Baudelaire, rovescia, a sua volta, la dichiarazione di Lautréamont, introducendo il tema “invernale” della mestizia e del ricordo, la freddezza della vita matura dopo l’entusiasmo e il calore inesausto della giovinezza; il terzo, tratto dall’amico e maestro Mario Luzi, costituisce una sorta di leit motiv per il testo successivo, una sorta di introduzione a quello che successivamente sarà possibile leggere. Peraltro, tutto il libro è intessuto di citazioni (e talvolta di criptocitazioni) di autori, soprattutto italiani della contemporaneità (oltre il già citato Luzi, compaiono brevi testi a commento di Caproni, Sereni, Barolo Cattafi, Giovanni Raboni, Czeslaw Miłosz e soprattutto Montale, ma anche, a sorpresa, Dino Campana).

“Sono i poeti con cui ho condiviso atmosfere e sogni: gli amici (e maestri) scomparsi Luzi, Caproni e Raboni e, ancora, i poeti-guida Montale, Sereni, Cattafi, Giudici. E’ alle loro erranze che devo traiettorie e percorsi del cuore”.

Non si tratta qui di uno sfoggio erudito né soltanto di una rivendicazione di frequentazioni (anche personali) del passato. Sono anch’esse voci portate dal vento, appunti di un diario durato tutta una vita, segni trascorsi di un immenso alfabeto intessuto di ricordi. L’incipit della prima parte è tutto intriso del senso del mistero che le poesie successive profonderanno a piene mani alla ricerca di una possibile soluzione, nello sforzo di evocare ciò che è stato sull’onda dell’emozione portata dal vento:

“Resta nell’aria una eco di parole. Ma chi le pronunciò? / Chi diede nome al nome? E’ ancora notte / ma già qualche discreta luce d’alba / balugina nel buio. // Lunga notte d’inverno, buia come più buio / è il misterioso perdersi – negati alle presenze / e ai rovelli consueti – e dopo ritrovarsi. Eppure c’è d’attorno, / nella maestà dell’ora non predisposta ancora / alla vita che pulsa, e non più soggiogata al sonno-morte / e all’agguato dei sogni, un fervore di fiati: essenze misteriose / che solo a notte tornano e che luce disperde”

Nella lunga filatura dell’interrogarsi, la voce appare rotta e piena di presentimenti, scanditi dall’alternarsi di parole che rappresentano ciascuna una sorta di presenza spirituale (“essenze misteriose”, le chiama la Verbaro). Ma, nonostante il timore e il tremore del presentificarsi di ciò che non è più o non è ancora, predomina una nota di fiducia nella possibilità dell’evento.

“Tutto ritorna.  / Aperta ad ogni voce, anch’io ritorno / – nella sacralità di questa notte / che battezza l’estate e ne incide / l’inizio della fine – / al senso più segreto delle cose / nell’unità perfetta tra la natura / e il tempo. Nell’armonia che lega / al ciclo degli eventi / le scansioni più perse. Più lontane: // i sogni inconsapevoli che, pure, / dicono di altra vita, di altre vite. / Le vite perse, in apparenza prive / di ogni traccia, / ma che a tratti ritornano / con tocchi impercettibili. / Un fiorire di segni e indizi ambigui / che chiamano al ricordo / di tappe ancora oscure. // Tutto un baluginare / di lumi nell’inconscio / che si aprono a scenari e piste nuove / nel mistero del tempo. / Nella grandiosità delle sue trame” – aveva già annotato in una importante pagina del precedente Solstizio d’estate del 2008.

Anche in questi versi, la parola-chiave era la ricerca di un’armonia perduta, la volontà di risolvere un mistero, il baluginare di una luce nel fitto “mistero del tempo” che accendeva di speranza e rendeva plausibile la possibilità di un ritorno sperato, voluto con tutte le proprie forze. Si tratta probabilmente di quella stessa luce che aveva aperto, con prepotenza, la strada al nuovo millennio appena cominciato, ancora pieno di speranze (presto smentite subito dopo), di un augurio di nuova armonia e di vera possibilità di gioia.

“Lontano dai clamori / dal rumore convulso della vita del rosso dei fuochi / e dei suoi roghi. E’ il monte Hakepa il punto / della luce. Il segno del riscatto e del ritorno / da cui l’annuncio al pellegrino / che l’antico disegno qui non muta “ – Giusi Verbaro aveva scritto ancora prima in Luce da Hakepa del 2001.

Tutti i temi delle raccolte precedenti, dunque, sembrano confluire in questo nuovo progetto poetico, nei tre tempi del cammino da percorrere e da realizzare compiutamente, nel percorso che conduce da Firenze alla Calabria natia e avita fino all’esplosione di luci e colori della perfezione angelica (non a caso, la terza sezione, Angeli, era accompagnata dalle splendide immagini del pittore Vanni Rinaldi, calabrese trapiantato a Roma e molto noto anche negli ambienti della Capitale).

I luoghi fiorentini non sono soltanto quelli della cultura – ricordano momenti di vita quotidiana, di episodi, di scoperte personali, di “spazi bianchi” (è il titolo di una delle liriche più concentrate della raccolta) e di impressioni spesso fuggevoli. La poetessa li definisce “eventi minimi” ma non lo sono certamente – non tanto per i destini generali di ognuno quanto per la risonanza possente che hanno sulla sfera della rievocazione lirica e della sua prepotente capacità di eco riposta tutta all’interno della futura risonanza universale che vorrebbe produrre. E’ ciò che accade nella lirica Via De’ Neri, vera e propria proposta di redde rationem nei confronti della vita (di tutte le possibili vite vissute e da vivere):

“Ma non mi pare questo sia il momento / di presentare i conti e bilanciare il dare con l’avere. / E’ già così difficile puntare su un pareggio. Ma oggi, / che qui mi affiorano i venti di ponente / ed andare per vicoli e per ponti / ad incontrare i morti / è autentico progetto di follia, /  forse è meglio fermarsi sulla soglia / della vecchia Hostaria di via De’ Neri: / guardare le ragazze e ritrovare / quelle che ariose e lievi, nelle piccole gonne, / sottili d’aria e fiati, passavano danzando”.

Anche Firenze, dunque, è un “luogo dell’anima” (come Lubecca lo era stato per Thomas Mann o Siena per Mario Luzi nel suo viaggio in nome di Simone Martini). E’ la prima tappa di un percorso esoterico che, tuttavia, non vuole cambiare o modificare la concezione della vita in cui affonda le proprie radici quanto giustificare il desiderio del possibile ritorno ad essa, ai suoi giorni e alle sue opere, ai suoi sogni e alle sue originarie aspirazioni:

“A conferma di questa volontà d’incessante cammino, la scrittura di Giusi Verbaro non si compiace delle oscurità esoteriche da cui pure è tentata, i suoi versi si allargano, abbondando di enjambement e attingendo persino qualche tocco conversativo, come a cercare la condivisione col lettore dei suoi «rovelli consueti», dei suoi affetti, delle nostalgie per le persone perdute, ormai «non sfiorate dal tempo / non soggette alla legge del mutare” (scrive utilmente Daniele M. Pegorari nella Prefazione).

2. Lo “spazio bianco” della poesia

I ricordi conservati giudiziosamente e gelosamente nella memoria abitano lo «spazio bianco» dove è mantenendo l’essenza stessa del fare poetico (il titolo rimemora, infatti, nella sua assonanza, un bel romanzo di Valeria Parrella[2], già ricordato da Davide Pegorari nella sua Nota di presentazione, storia del difficile parto e poi della lotta per la sopravvivenza di un bambino fortemente voluto dalla madre) ma si tratta di un luogo che vive la propria sospensione libica come un evento che ha qualcosa di magico e di illusorio, “tra la vita ed il sonno”, in un mondo dove non vale più nessuna sicurezza (naturale o indotta) e regna soltanto la potenza del “vento della poesia” intesa come capacità di rievocazione e di creazione di un “altro” reale che vive in un “altro” paese.

Lo stesso discorso vale per la successiva suite della raccolta, La casa sulla scogliera, dedicata al mare di Calabria, il luogo nel quale precipitano i ricordi e la densità della ricerca si fa accorata narrazione di un passato che non si vorrebbe perdere e che si rivela sempre più difficile raggiungere. Dalla lirica che dà il titolo alla seconda sezione:

“E’ la luce radente dell’alba sopra il mare / che a volte la precipita entro vortici d’acqua / nel mentre la marea / la sommerge nel bianco della luna. // La casa sugli scogli si scompone come gioco di specchi: si perde. Si frantuma / come miraggio altero o come sogno / che si fa vita e gemito, al risveglio. // Mia madre – adesso senza peso e senza luoghi – / vi transita improvvisa / incurante del vento e dell’inverno / che ne ha chiuso le porte e serrato le mura”.

La “casa sulla scogliera” (così come La casa dei doganieri di Montale cui, con tutta evidenza, si ispira) è il luogo del desiderio di immortalità. In essa la madre è ancora viva con tutta la sua energia vitale e la sua presenza che unifica ciò che è stato a ciò che adesso partecipa ancora della sua esistenza di un tempo. In un nodo in districabile di “tempo passato” e di “tempo presente” (Eliot), dall’interrogazione si passa, quasi bruscamente, all’evocazione e i luoghi, le persone, le situazioni, le aspirazioni e i sogni si ricongiungono tutte portate dal vento del ricordo.

Ciò che i sogni permettono non lo concede tanto spesso la vita. La dimensione onirica placa l’ansietà del domandare e rimanda a un regno altro, in cui le ombre hanno la consistenza della realtà e dove la luce filtra, nonostante il buio che circonda il presente. Da Il lampo che ci abbaglia:

“I sogni. Forse soltanto i sogni / ci consentono pallide evasioni. / Sono i sogni i pertugi, le fessure da cui filtra la luce. / Da cui nasce memoria e conoscenza. / La coscienza del limite ma assieme la speranza / che ogni ciclo è ancorato ad una ruota. / E che la ruota gira senza mai sosta e fine. / Ma noi chiudiamo l’uscio della casa. / Sbarriamo le finestre / e diamo voce al vento perché / copra insolente / ogni altra voce e non arrivi il lampo / che ci abbaglia”.

In che cosa consiste questa consapevolezza improvvisa che giunge rapida come un lampo e che inutilmente la mente cerca di evitare in nome di una compiuta razionalizzazione della realtà ?

E’ difficile trovare un filo rosso che permetta di seguire tutte le circonvoluzioni del labirinto in cui gli uomini abitano e che inutilmente cercano di rendere coerente e ordinato. Il mondo intorno appare attraversato da trame incoerenti, da indizi labili, da intuizioni inesatte, da verità appena sussurrate, da sogni blandamente terrorizzati ma sempre sfuggenti alla luce dell’alba.

Solo la premonizione di una possibile compresenza di creature altre e diverse, di una dimensione spirituale amica e ospitale apre, quale possibile sbocco esistenziale, alla domanda da cui la poesia era stata originata. Portati dal vento, gli abitatori dello “spazio bianco” dell’altrove si annodano alle vicende di coloro che vivono nell’ hic et nunc fragile e assorto della caducità umana:

“Nel punto misterioso / in cui posano gli Angeli furtivi / che occhieggiano curiosi / sostando solo un attimo sui nostri fiati fermi / sulle ferme escrescenze del cuore, / per poi perdersi lievi a un sospiro di vento / che s’alza nella notte” – sono i versi conclusivi della raccolta.

Gli Angeli evocati da Giusi Verbaro non sono “tremendi” – come quelli di Rilke nelle Elegie duinesi. Sono creature operose e miti che circondano gli uomini per provare la loro consistenza e cercare di salvarli dalla loro impietosa fragilità. Sono esseri benevoli che permettono di sognare una futura armonia salvifica e soprattutto sono sostanziati di eternità e si negano alle forze della distruzione. La loro natura sublime gli permette di evitare la perdita e la sconnessione che caratterizzano da sempre la sconfitta degli uomini. Per questa loro natura di memoria vivente, sono forse il simbolo tangibile della potenza della poesia: non rispondono alle domande eterne circa la caducità dell’effimero ma permettono di postulare ciò che non è solo un momento transeunte quanto qualcosa di destinato a durare. Se i sogni muoiono all’alba, il fruscio delle ali degli Angeli è ciò che ne resta. Dalla Firenze della sua formazione poetica e umana alla Calabria delle sue origini e della sua ascendenza familiare fino al luogo misterioso dove gli Angeli sfiorano la terra per dare speranza e luce agli uomini, il cammino della poesia di Giusi Verbaro è fatta di interrogazioni e di sussulti, di emergenze e di rammemorazioni, di intuizioni e di precorrimenti tesi alla ricerca della verità.

Si tratta di un lungo tragitto fatto, soprattutto, della capacità di rendere “in forma di parole” le emozioni, i sentimenti, il dolore e le inquietudini di una vita fino al suo possibile sbocco nella luce accecante della poesia conquistata.

 


NOTE

[1] Sull’opera poetica di Giusi Verbaro è da tenere presente senz’altro il lavoro di analisi tematica ad opera di Mauro Francesco Minervino, Senza fine, senza terra. Metafore del viaggio nella poesia di Giusi Verbaro, Castel Maggiore (Bologna), Book Editore, 2003. Spunti interessanti sono presenti anche in una nota dal titolo, “Il presente della Verbaro”, di Luigi Fontanella apparsa sulla rivista “Gradiva”, da lui diretta, nel 2010.

[2] Cfr. Valeria Parrella, Lo spazio bianco, Torino, Einaudi, 2008. Da questo difficile e complesso romanzo di atmosfere e di psicologie serrate, Cristina Comencini ha tratto un film abbastanza riuscito, con la sceneggiatura di Francesca Pontremoli e la stessa Comencini, interpretato da Margherita Buy, Gaetano Bruno e Antonia Truppo.

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