Leonardo Sciascia, Una storia semplice: ombre nella luce della verità

Leonardo Sciascia, Una storia sempliceLeonardo Sciascia, Una storia semplice: ombre nella luce della verità

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di Giovanni Inzerillo

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La assai ricca ed eterogenea produzione letteraria di Leonardo Sciascia si conclude col romanzo Una storia semplice pubblicato, per volere dello stesso autore, il giorno della sua morte, avvenuta il 20 novembre del 1989, e ispirato al furto del celebre dipinto di Caravaggio, Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, trafugato nell’ottobre del 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e da allora mai più recuperato.

Una sorta di testamento letterario, di epigrafe culturale, data l’essenzialità del romanzo, dove confluisce (e forse si comprende) l’intero e certamente complicato percorso narrativo di uno degli autori a furor di critica più rilevanti della seconda metà del ventesimo secolo. Nonostante la brevità che lo ha reso, al di là di qualsivoglia concettualizzazione culturale, uno dei testi più letti e conosciuti, specie tra i più giovani, dell’autore siciliano, Una storia semplice, come recita la quarta di copertina, è «una storia complicatissima». Un tipico giallo sciasciano che, tramite il rapidissimo susseguirsi di eventi e di colpi di scena, e la fugace apparizione di comparse (il prete, il professore, l’autista della Volvo, la moglie e il figlio della vittima), si risolve, come da protocollo, con la scoperta del colpevole dell’omicidio che apre la vicenda. Con una narrazione rapidissima e una prosa fluida e scorrevole Sciascia fissa, come a comporre disordinate tessere di un puzzle, piccole parti (i paragrafi in cui è diviso il testo) in un tutto ben definito ed omogeneo. È un racconto per immagini, non è un caso che la vicenda ruoti attorno a un misterioso dipinto scomparso (non citato sebbene se ne conosca l’ispirazione), che non lascia spazio a psicologie criminali o a complicate indagini investigative. Una storia semplice è, piuttosto, uno straordinario esercizio di bravura letteraria, una formula scientifica, un quesito aritmetico, un gioco di intelligenza che il lettore, ancor più che il brigadiere o il questore protagonisti delle vicenda, è chiamato a risolvere nel più breve lasso di tempo possibile. Recita ancora la quarta di copertina:

«Davanti alla proliferazione dei fatti, non solo noi lettori ma anche l’unico personaggio che nel romanzo ricerca la verità, un brigadiere, siamo chiamati a far agire nel tempo minimo i nostri riflessi – un tempo che può ridursi, come in una memorabile scena del romanzo, a una frazione di secondo.»

È quello che fa il brigadiere, elevato al ruolo di acuto ed esperto detective, che così parla:

«Voglio raccontarle tutto quello che, partendo ora dall’interruttore, sto mettendo aritmeticamente insieme». «Aritmeticamente…» sorrise il professore. «Ma si sciolga sempre qualche dubbio».

 

Pertanto la morte di un certo Giorgio Roccella, diplomatico in pensione, un presunto suicidio, un caso in apparenza facilissimo da risolvere, almeno secondo le intenzioni del questore («Questo è un caso semplice, bisogna non farlo montare e sbrigarcene al più presto…»), si complica velocemente tramite ulteriori scoperte, testimonianze e omicidi:

 

«Così, tornando in città, il colonnello dei carabinieri seppe dal suo brigadiere quel che ci voleva per rendere il caso più complicato di quanto il questore desiderasse».

 

Ma, come scrive Massimo Onofri nella sua recensione del 1990 nel primo volume de «L’Indice»:

 

«Questo ritorno all’antico nella costruzione della ‘detective story’, certo da spiegare nella storia dello scrittore, perde d’importanza quando si scopre che il thriller è assunto a mero pretesto per più gravi e vaste riflessioni di marca autobiografica; come rivelano anche i numerosi dati che trapassano dalla vita dell’autore a quella dei suoi alter ego (la vittima, il brigadiere, il professore). Ancora una volta, dopo Il cavaliere e la morte, alcuni interrogativi radicali e privatissimi, lungi dal risolversi in quella lucida autobiografia della nazione che Sciascia non ha mai cessato di scrivere, vanno ad intramare una dolorosa ed alta meditazione esistenziale, parallela alla narrazione, che è spesso sfiorata dalla tentazione di una “risposta spirituale”, nella delusione delle risposte “materiali” tanto cercate».

 

La luce della verità, che guida e motiva la scrittura di un giallo, qui riflette aloni di taciuti silenzi, di questioni ancora non del tutto risolte, di altri misteri e di problemi sociali, come mafia e droga, nemmeno pronunciati e di cui un omicidio è da intendersi soltanto come una marginale conseguenza. Scrive ancora Onofri:

 

«Bisogna subito dire, però, che Una storia semplice, nella sua peculiare qualità di giallo, si differenzia dalle precedenti. In tali opere infatti, almeno a partire da Il contesto (1971), non appena gli eventi si dispongono nella luce della Verità (che nel corso degli anni si è sciolta nelle pirandelliane centomila verità) perdono consistenza, deflagrano fino a svaporare. La determinazione lucida ed inesorabile della realtà, insomma, si converte nel suo annichilimento. […] In Una storia semplice ciò non accade. La verità, come nei primi gialli Il giorno della civetta (1961) e A ciascuno il suo (1966), si ripresenta univoca ed indefettibile all’intelligenza del brigadiere, benché non si faccia pubblica con la condanna dei colpevoli, in una vicenda che si chiude nel clima di un’universale omertà».

 

Sotto questa prospettiva allora è possibile comprendere la citazione di Dürrenmatt posta dallo stesso Sciascia a epigrafe e sostegno del libro:

 

«Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia.»

 

«Forse», per l’appunto, perché, nonostante il caso dell’omicidio di Giorgio Roccella si risolvi con lo smascheramento dell’assassino, ben più grosse responsabilità rimangono, in conclusione, sospettate ma taciute. È una verità che, seppur palesata, non si «converte nel suo annichilimento» come nei romanzi precedenti ma apre il varco ad altre sottese menzogne:

 

«Quel prete, » si disse «quel prete… L’avrei riconosciuto subito, se non fosse stato vestito da prete: era il capostazione, quello che avevo creduto fosse il capostazione». Pensò di tornare indietro, alla questura. Ma un momento dopo: «E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?». Riprese cantando la strada verso casa.

 

Sciascia chiude così il palcoscenico della sua attività letteraria con un piccolo capolavoro, la perfetta conclusione di un lungo percorso che lo ha portato a denunciare, con quella sua peculiare cifra tragicomica e spiccatamente siciliana ma così realisticamente onesta, la complicata semplicità che giace al fondo di tutte le vicende universali e soprattutto umane.

 

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