I LIBRI DEGLI ALTRI n.60: Un poeta senza tempo ma in attesa del mondo a venire. Giacomo Leronni, “Le dimore dello spirito assente”

Giacomo Leronni, Le dimore dello spirito assenteUn poeta senza tempo ma in attesa del mondo a venire. Giacomo Leronni, Le dimore dello spirito assente, postfazione di Massimo Morasso, Novi Ligure (AL), Puntoacapo, 2012

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di Giuseppe Panella

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Ha ragione da vendere Massimo Morasso quando sostiene che Leronni, pur essendo “un poeta al passo con i tempi”, è in realtà un poeta che si misura con un tempo che non c’è e che forse ci sarà nel futuro remoto, sospeso nel suo linguaggio assorto e minimale in “un limbo infralinguistico”:

«Perché è ben vero, per fortuna, ma in un altro senso, più profondo, che Leronni è un poeta al passo con i tempi. Per buttar giù due nomi d’oggi, oltre a un ossificato Bigongiari, mi ricorda per esempio certo Cagnone e certo Cappi, l’ultimo, il più “originario”, per qualità analitica e respiro metafisico. Ma Leronni è al passo con i tempi, ci tengo a specificarlo, come lo è o dovrebbe esserlo ogni poeta in grado di fare i suoi conti con il tempo del segreto che attraversa sottotraccia l’accadere, restituendone i geroglifici al vaglio delle potenze dell’anima. Questo prezioso neonato Le dimore dello spirito assente lo testimonia in modo inequivocabile» (pp. 142-143).

Ma è anche vero che Leronni riesce con la scansione severa e riluttante del suo versificare a costruire i suoi tempi poetici, il suo senso del ritmo, il suo ondeggiare tra rimpianto e profezia, tra rievocazione e ammutolimento.

L’idea del silenzio, dell’assenza abita, infatti, la prospettiva di riduzione all’essenziale poetico che contraddistingue la prospettiva lirica dello scrittore di Gioia del Colle.

La sua visione di poetica è ben esemplificata dal primo testo della raccolta:

«Dichiarazione di poetica. Sfilano gli stracci / della verbosità. // si essicca il discorso paludato // il fasto retorico / uggiola di finitudine // la ridondanza perde morsi. // Giacciono i fronzoli disattivati / annegano gli orpelli / si staccano / le cornici esornative: // chi parla adesso è asciutto / un corpo scarnificato / evaporato / nient’altro che un’anima» (p. 7).

La proposta lirica nasce da una richiesta di essenzialità, di pulizia estetica (che è poi sempre pulizia morale), di riduzione e asciuttezza della parola. Le “cornici esornative” che si distaccano dalla dimensione verbale lo portano a concludere con rigore estremo a una scrittura che, invece, non vuole avere molto a che fare con la parola parlata. La matrice fisica della lirica non rimanda più al corpo del poeta ma alla sua sensibilità esasperata dalla volontà di andare oltre la retorica del gesto e della frase per “essiccare” i termini e le soluzioni verbali consueti e per trovarne, più che di nuove, di meno confuse e acerbe. Il poeta non insegue più tanto la novità quanto l’essenzialità, ciò che egli chiama l’”anima” della sua ricerca di soluzioni liriche e rammemorative.

Ne è tacita esplorazione ed esposizione una sezione delle liriche che compongono il volumetto e che porta il sintetico emblema di Lectio facilior e in particolare:

«Per alcuni l’estetica / coincide con la religione // per altri è data / dall’osso che marcisce. // Le case intanto / dispongono radici / oltre l’apparenza. // Alcuni / vi dimorano con gesti nitidi // altre le occupano / per caso o frenetici // e abitandole le svuotano» (p. 19).

La richiesta di rigore morale è evidente – l’estetica assume un carattere centrale nella scrittura di Leronni ma non può esaurirne del tutto il suo spazio umano. Quello che conta è il radicamento (l’”abitare”, direbbe Heidegger) nella poesia che va al di là del puro e semplice fraseggiare della retorica. Chi svuota la propria casa della lirica lo fa costringendola a perdere la propria autenticità più fonda e più interna: la dimensione poetica congeniale al proprio progetto di lettura del mondo va ricondotta alla sua esemplarità, non alla sua esteriorità più vistosa che, probabilmente, risulterà maggiormente condivisa e allargata, ma non approfondita nelle sue radici che si vorrebbero universali e personali insieme. Il poeta deve essere in grado di mostrare tutto ciò che vive ma senza fare della sua esistenza un campo di battaglia dell’ Io o un megafono della superficie dell’anima bella. Leronni non si stanca di ribadirlo, verificando il suo assunto di partenza mediante la sua strategia della visione degli oggetti del tempo che descrive e con i quali si cimenta:

«Quando la mente si avvezzerà / all’usura, al dettaglio / che funge da ponte // un silenzio non piegato / affondato nella storia // quando la mente virerà / dal suo inseguimento // sarò pronto, lesto / a rinserrare // il mio divino abbandono» (p. 114).

La prospettiva, quindi, non è tanto quella dell’ispirazione o dell’abbandono al mondo ma esattamente l’opposto: non si tratta di parlare ma di tacere, non è il caso di gettarsi nel caos della storia del presente ma delibarne l’essenza, cogliendone “il dettaglio” come forma esplicativa di una totalità che comprende il silenzio come schedatura onnicomprensiva della molteplicità delle parole.

Perché una tale fenomenologia dello “spirito assente”, allora, e dove allignano le sue “dimore” oggetto della ricerca del poeta?

Non si tratta – a mio avviso – di una mancanza quanto di una più sobria latenza. Il tempo della visione totale non è ancora venuto e bisogna accontentarsi di quella che si dispone lateralmente per conoscere e attenuarsi di fronte al rumore della storia già vissuta.

Lo “spirito” è “assente” perché è troppo condizionato dall’inquietudine dell’esistenza esplicita e ancora raggrinzito dal fuoco che lo brucia senza arderlo completamente. La poesia non brucia più ma rimane “sottotraccia” (come scrive bene Morasso), quasi cenere candente che non riesce più a comunicare l’incendio lirico che l’ha divorata. Le “dimore” in cui potrebbe abitare sono i frammenti di quella stessa totalità che è stata rifiutata e che non può più essere ricostruita senza forzare i tempi e i luoghi di un possibile reintegro dell’assenza che l’ha sostituita:

« Poco per volta / finché il chiodo penetri // e la bava simuli il mare // di tanto in tanto / senza ressa // senza distrarre / il carnefice, il guanto del dolore / la disfatta // a poco a poco, per frammenti / o scaglie, aculei // perché oltre questi minimi spazi / non risuono» (p. 56).

e, nella poesia successiva (p. 57), ribadirà la natura necessaria della sua “distruzione” del tempo già consumato ed emerso così come la necessità della sua radicale rimessa in discussione (“per accompagnare / tutto questo legno di ore / ad ardere).

Il mondo è segmentato, scandito dall’emergenza dei “minimi silenzi” (“gli attimi del tempo” della tradizione legata alle epifanie romantiche) che si dispongono come “scaglie” o “aculei” piuttosto che come le ampiezze dello sguardo o i lunghi passi del viaggio o dell’avventura.

Il dolore di vivere o la sofferenza della convivenza sociale, metaforizzata dal carnefice e dal suo “guanto di dolore”, conducono a un rifiuto netto delle regole del gioco tradizionale della finzione (letteraria e non) e, contemporaneamente, alla scelta e al privilegiamento dei “frammenti” della realtà come loro residuale compimento. Leronni sa che, se lo spirito è “assente”, abitare le sue “dimore” è possibile solo per procura e per approssimazione.

La poesia ha questo ufficio di supplenza esistenziale e la sua presenza salva e preserva quel poco che è possibile salvare, quello che non si può “ardere” perché è sopravvissuto alla crisi e alla distruzione delle certezze e dell’esibizione al mondo illusorio, alla “simulazione”, in cui si è costretti a vivere. Ciò che rimane, ciò che “risuona” è la comprensione della verità che scaturisce dall’assenza e dal vuoto in cui le parole ricadono dopo aver galleggiato nel silenzio.

Riprendendo l’amato Zanzotto (di cui nel libro compaiono in esergo ben due brevi testi da Sovrimpressioni del 2001), per Leronni, in effetti, la parola rimbomba esaustiva solo nel “dolce vuoto” dell’impossibilità di dire tutto e subito. Bisogna, invece, accettare la presenza di ciò che manca e ricomporla a poco a poco, come una sorta di ricucitura di uno strappo nel tessuto vitale che non è facile accettare e (forse) neppure capire:

«A voce alta aggiungiamo / postille al giorno / che non ci ascolta // fuori martella sicuro / croce e necessità» (p. 17).

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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