I LIBRI DEGLI ALTRI n.62: L’amore ai tempi della band. Alessandra Farro, “Il bianco il nero e il jazz”

Alessandra Farro, Il bianco, il nero e il jazzL’amore ai tempi della band. Alessandra Farro, Il bianco, il nero e il jazz, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2012

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di Giuseppe Panella

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Melissa, detta Say dai suoi compagni di avventura musicale, è la voce solista di The Pleasure, un gruppo di indie rock che nutre ambizioni professionistiche e sembra avviato verso la strada del successo. Della band fanno parte Matteo, il batterista, che ne è l’anima musicale e anche quella imprenditoriale, Elice, una polistrumentista, figlia di un hippie ormai attempato e cresciuta nella più piena libertà di idee e di costumi e un francese, Jacques Perreaut, che è l’oggetto (non tanto) oscuro del desiderio delle ragazze del gruppo. Melissa vive in un appartamento con la sorella Debora, una pubblicitaria che si prende cura di lei con affetto e un pizzico di ironia, anche se spesso sembra ben disposta a farsi travolgere dalle avventure un po’ ingenue e un po’ maliziose della ragazza.

La grande occasione della band sta per arrivare: Jacques ha ricevuto un’offerta che non si può rifiutare tanto facilmente. Suonare in pubblico in un locale off, il Damned Rock, può essere un’occasione impedibile per spiccare il volo nel mondo della musica rock.

Tutta la prima parte del romanzo della giovanissima napoletana Alessandra Farro (classe 1991) ruota intorno alla preparazione di questa prima esibizione della band e agli amori che nascono, muoiono e si intrecciano intorno a questo evento così importante per il suo destino.

Soprattutto l’amore che per Melissa sembra non voler arrivare. Anche se la relazione con Jacques è partita, certo in maniera un po’ affannosa e contraddittoria, tumultuosa e incerta, la ragazza non è del tutto sicura che si tratti della soluzione sentimentale più giusta.

Lo stesso accade per gli altri amici del gruppo. Matteo, abituato a “volare di fiore in fiore” in maniera frenetica e certamente necrotizzata come un seduttore da operetta, si ritrova con Sofia, una sua ex-fiamma, che in arte si fa chiamare Armony e con la quale ha sempre avuto un rapporto conflittuale. Elice trova in Giorgio, più vecchio e maturo di lei, un solido punto d’appoggio per cercare di dare consistenza alla propria vita. Debora non riesce a convincere il suo compagno di lunga data, Teodoro, della necessità di andare a vivere insieme. E Melissa, alla fine, troppo insoddisfatta di Jacques, che all’inizio le era sembrato il suo ideale di uomo e nonostante volesse convincersi della necessità di continuare il suo rapporto con lui, finirà per innamorarsi di Davide, un ragazzo che l’ha sentita cantare al suo primo concerto.

Il gioco delle coppie, come in una commedia di Arthur Schnitzler, finisce per rimbalzare in un gioco di sponda che rende frenetico il ritmo del romanzo di esordio della Farro.

Il “gioco dell’amore e del caso” (per dirla con il titolo di una celebre commedia di Marivaux) sarà la padrona del destino delle giovani coppie che passano il loro tempo (il forse troppo tempo libero che hanno a disposizione) a confidarsi, a malignare, a stuzzicarsi, a testimoniarsi il loro affetto e la loro amicizia. Quello che conta è che l’amore arrivi e riempia delle giovani esistenze fino ad allora alla ricerca di un punto di riferimento, di una dimensione esistenziale da trovare e da condividere con  la (possibile) certezza che sia forse quello giusta, di un cammino da percorrere con un’anima gemella e non soltanto con un partner occasionale.

Opera prima con forti ambizioni narrative più che di ricerca stilistica, il romanzo di Alessandra Farro vive di una serie di momenti evocativi di una qualche significatività (anche se certamente ancora bisognosi di limatura e di elaborazione ulteriore dal punto di vista della scrittura).

I suoi spunti migliori possono essere ritrovati nella costruzione dei personaggi e nella descrizione della nascita dell’amore (un sentimento che certamente evolve nel tempo ma che si mantiene oggi come ieri saldamente impiantato sulla sua logica universale di azioni e reazioni, di cristallizzazioni e di delusioni, di incertezze e di improvvise illuminazioni) più che nella elaborazione della trama.

Melissa, Elice, Jacques, Debora, Matteo, Teodoro, Davide, Giorgio sono figure di un certo rilievo pur nella loro semplicità e nel loro comportamento spesso bizzarro e azzurro, frutto di un’inquietudine che è quello di una generazione di mezzo, incerta tra la nostalgia per la tradizione e una volontà trasgressiva che non sempre riesce a cogliere il segno.

Alessandra Farro mostra con ricchezza di accenti (quando non si lascia andare a una scrittura un po’ troppo corriva, per vezzo – credo – piuttosto che per scarsa competenza linguistica) le oscillazioni e le inquietudini della sua generazione che, ben lungi dall’essere “bruciata” come quella degli anni Cinquanta, è fatta di aspettative non corrisposte, di necessità di adattamento, di sogni rosa che si rovesciano talvolta in incubi, in gesti eclatanti e in tenerezze nascoste o sottaciute, in desideri dell’anima che non riescono a diventare passioni dei corpi (o viceversa). Un’aspirazione alla totalità, in sostanza, che non trova un corrispettivo nella realtà del quotidiano e nelle sue pesanti stringente materiali.

 

«Cominciai a interrogarmi sulle risposte che in ogni momento della nostra vita cerchiamo. Risposte riguardo drammi esistenziali profondi, oppure la semplice ragione per cui se vediamo qualcuno sbadigliare sbadigliamo di riflesso. A volte mi accorgo di quante realtà che ci sembrano veritiere, andando a scavare, non lo sono; eppure è divertente guardare come sia facile cadere nell’errore credendo che lo siano. Era successo a me per prima così tante volte che ormai avevo perso il conto» (p. 273).

 

Pronunciando questo elogio dell’errore e dell’imperfezione, Melissa dimostrerà di aver capito in cosa consista la logica dei sentimenti amorosi e nel tentativo di trovare una realtà meno incerta delle altre finirà per vincere alla roulette dell’amore: un gioco sempre pericoloso che purtuttavia dà, nella maggior parte dei casi, una sensazione di trionfo quando, per caso o per necessità, si riesce a puntare sul numero giusto e vincere davvero.

 

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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