Quartiere non è quartiere. Un’intervista a Luciano Curreri a cura di Marino Magliani

Luciano Curreri, Quartiere non è un quartiereQuartiere non è quartiere. Luciano Curreri, Quartiere non è un quartiere. Racconto con foto quasi immaginarie, Venezia-Mestre, Amos, “Calibano”, 2013, pp. 120, 12 euro

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 di Marino Magliani

 

Quando si prende in mano Quartiere non è un quartiere di Luciano Curreri – uscito per Amos edizioni, nel novembre del 2013 – l’impressione è di avere a che fare con una ristampa, perché sulla quarta di copertina appaiono alcuni commenti che sembrano tratti da diverse recensioni ma che di fatto veicolano una specie di “quarta collettiva”, che “mixa” le opinioni di ben sei autori diversi. L’idea mi sembra geniale, e non sto a dirvi chi firma gli “strilli”, non è importante, anche se son davvero bei nomi, tutti, e alcuni addirittura grandi.

Un’altra cosa del libro, da dire, subito, guardandolo da fuori, appoggiandolo sulla scrivania o rigirandolo tra le mani, è che è curatissimo. Ma questa, a dir il vero, non è una novità: i libri di Amos sono ben riconoscibili per sobrietà e eleganza, caratteristiche (oggi non troppo diffuse) con cui Michele Toniolo ha dato vita a collane dove trovano posto pagine selezionate di letteratura italiana e straniera e autori e artisti – talora in doppia veste, talora in tandem compositivo, fra scrittura e materiali iconografici – come James Baldwin, Roberto Ferrucci, Vladimir Kantor, Tiziano Scarpa, Jean-Philippe Toussaint,  Kenneth White, Julio Llamazares.

Luciano Curreri (1966) è ordinario di lingua e letteratura italiana all’università di Liegi. Saggista, narratore, esperimentatore (notevole, a proposito, un recente graphic essay in collaborazione con Giuseppe Palumbo, L’elmo e la rivolta. Modernità e surplus mitico di Scipioni e Spartachi, edito da Comma 22, nel 2011).

Intanto la questione del sottotitolo: Racconto con foto quasi immaginarie. Ci sono tre foto. L’ultima  ritrae un uomo verosimilmente sereno, che tuttavia sembra guardare, con occhi socchiusi, indagatori, inquieti, il lettore, quasi a interrogarlo (sei soddisfatto?) e a immaginarselo (esisterà poi davvero un lettore per questo libro?). Le altre due sono un paio di fotografie prese dall’alto, quasi una specie di cartina geografica disegnata in volo, si direbbe, e quel volo, visione e passaggio sul territorio, hanno una loro concreta funzionalità.

 

MAGLIANI: 1) Il luogo visto dall’alto, Luciano, è vero, ma non è anche “visto” attraverso il tuo telescopio piazzato in Belgio?

CURRERI: Quartiere è stato scritto in Belgio, che è tutto tranne che un luogo triste. Il mio vero volo – se vuoi la mia vera fortuna, il mio vero destino – è quello di esser finito quassù e di aver potuto scrivere in volo e al volo, proprio per essermi spostato ed essermi ritagliato – in un anno durissimo (tra l’estate del 2012 e del 2013), fatto di lutti, tradimenti, disillusioni fortissime – il tempo per riappropriarmi di uno spazio che non era più davvero “mio” da quasi un decennio, e forse da molto di più, in fin dei conti. Tutto quello in cui avevo creduto, fortissimamente creduto, stava sparendo, o forse era sparito da tempo e io non me n’ero mai fatto una ragione, come si dice. E quando non riesci a fartene una ragione, l’unica, per me, è scrivere. Con questo “tempo” instabile, ho dovuto puntare sullo “spazio”, non per moda ma per salvare almeno, in prima istanza, una coordinata vitale. Il rischio di perdermi era grandissimo. Dovevo ancorarmi a un paio di immagini, che mi hanno dato il senso e finanche la concretezza della “penultimità” che mi trovavo a vivere, tra una partenza scanzonata ma dolorosissima e un ritorno che solo l’immaginario poteva accogliere, forse risolvendo pure l’assedio che avevo posto a me stesso. In effetti, “c’è più tempo che vita” vuol dire anche questo, che viviamo sempre in una condizione di assedio e di “penultimità”: scriviamo sempre un po’ prima della fine, e poco importa la cronologia che la dirà, anche per noi, uno di questi giorni, anni, decenni. Ho provato a guardare questa nostra condizione da una finestra del cielo, mi sono sporto troppo e son “cascato” giù: è stata la mia salvezza. Ho fatto un po’ la pace col tempo, sono andato di nuovo in bicicletta, in strade anche sterrate, e il menisco, operato, non mi faceva manco male, neanche un po’. Il luogo visto dall’alto è un’astuzia, una ruse, una mètis per precipitare nel basso, l’unica occasione di vera, sincera vita che si ha. In alto io non sono un “eroe”, non agisco e anzi approfitto solo di un passaggio in deltaplano, che peraltro delego; insomma, non guardo sereno dall’alto dei cieli, mi cago addosso, e “cado”, nella storia e nel territorio. A terra, comincio a ricordare e a incarnare una marea di piccoli “eroi”, perché il mio fisico principia – è proprio il caso di scriverlo – a reagire, a darsi e dirsi in tanti piccoli atti: la verità è ancora lontana, certo, ma comincia ad essere a portata di mano. La quête non è più un’indegna questua, perché non si è esaurita nella carità di un passaggio, funzionale ma non fondamentale. Detto questo, chi mi ha sollecitato ad essere funzionale, è stato ringraziato, et pour cause. Senza l’input di Marco Belpoliti – legato a un’iniziativa che stava mettendo insieme per “doppiozero” e filtrato dalla granitica generosità dell’amico Giuseppe Pippo Traina -, Quartiere, semplicemente, non sarebbe esistito. Per carità, poco male. Ma è certo che le strade di casa son davvero infinite.

 

MAGLIANI: 2a) In realtà, le vere foto immaginarie sono i racconti stessi, undici, della prima parte, mentre la seconda apre su un Appendino di appendici, ovvero nove approssimazioni al ritorno e alla verità.

2b) E qui tocca ancor più alla fauna umana, che a tratti sembra disperdersi nel paesaggio, ma ha troppo cuore per non tradire le pulsazioni. E il lettore la scopre subito, anche nascosta, nei pagliai e nei fossati, con una certa, felice facilità, quasi si trattasse di un “gruppo” condivisibile da tutti.

CURRERI: Quel lettore che mi ha detto – esiste, lo giuro – “ci sono poche foto” non ha capito niente. Tu, invece, hai capito tutto. A parte che è scritto, nero su bianco, è forse bene ripetere, a questo proposito, un paio di punti fermi: non è un libro di geografia, né umana, né letteraria, e non è un racconto di/con foto vere e proprie. E non è che per questo suo “non-essere” sia necessario leggerlo per forza come un manifesto (ce ne son già troppi, ammetterai) o addirittura come un manifesto “contro”; magari facendosi pure aiutare da alcune battute della seconda parte, più metanarrativa, d’accordo, ma non finta, né staccata dalla prima in senso programmatico. Certo, si vede che a me non garbano il farla lunga, la progettualità infinita, i manifesti, le teorie, gli statuti, i ruoli, i protocolli dei savi che non sono savi, gli eterni profili dell’intelligenza italiana (repubblicana e “post-repubblicana”), i gruppi degli snob, dei santi e dei fannulloni, le visioni, le scuole di scrittura, le fabbrichette del romanzo. Quartiere, nel suo piccolo, è per il fare, direttamente, e non per il dire di fare o dare giudizi di valore e/o far conto sugli amici, in tal senso; e accetta, proprio per quel fare (lavorare), anche una buona dose di solitudine, d’incomprensione, di sviste madornali (anche degli amici). Guarda che ancora oggi, non essere come gli altri non significa “essere una leggenda”; significa soltanto, per molti, essere un “fascista”. Chi vende fondali di cartapesta ha anche questo monopolio della memoria, oltre che delle tessere (dei gruppi, dei partiti, dei filologi con un solo manoscritto). Quartiere, nel suo piccolo, si oppone a tutto questo ma non è un manifesto, né un album di famiglia; insomma, che ci lascino almeno i nostri morti, i nostri corpi morti dentro i nostri corpi vivi! Non a caso intitolavo A ciascuno i suoi morti il mio primo tentativo di avvicinamento alla scrittura cosiddetta creativa, edito da Nerosubianco, di Cuneo, nel 2008.

A parte i nomi delle donne e la loro sacra presenza in seno a un percorso modulato sulla più grande, dinamica, salda, muscolosa, temprata, generosa, vigile combattente femminile ch’io abbia mai conosciuto, la Dolene, tutti gli altri personaggi sono tritati e mixati a dovere: a partire da quell’autobiografica maschera collettiva che ha più nomi e che è costantemente dispersa sul paesaggio a far da concime, a tratti anche come un piatto abbandonato, una briciola, una buccia, o come grasso, frutta più che morta, cacca, letame. Insomma, non ho comprato fertilizzanti né mi sono arreso alla mimesi più indegna: quella di chi ti ci deve e ci si deve ritrovare, per forza, come se Quartiere non fosse che un contenitore di due, tre campi, con due, tre tipi di coltivazioni e steccati rigidi, quasi muri, ostacoli al ritorno dell’altro, di uno “straniero” che cerca di riapprendere il dialetto ma che accetta di darsi e dirsi da fuori, di e da nascosto, con pudore e tuttavia provando a “respirare” con te e come te; e come il paese, come il paesaggio. Il cuore è condiviso, partagé, le pulsazioni pure. E quando queste vengono meno, al defibrillatore si preferisce sempre un bel paio di tette, anche solo immaginate e viste per davvero negli occhioni di una donna.

 

MAGLIANI: 3) Quartiere è romanzo, un pavimento di piastrelle di cotto che ci accompagna in altre stanze: sono quasi tutti tuoi conterranei, e tu li conosci bene, ma ne nomino solo un paio, Cavazzoni e Zena Roncada. Del primo sembra ci siano fonti in comune, Quartiere ha un respiro di poema cavalleresco. Di Zena Roncada, leggendo il suo Margini (2013), mi pare di incontrare i tuoi margini, il gusto del guardarsi attorno, lentamente, anche se le biciclette vanno veloci e cadono nei fossi, e le moto passano a tutta velocità, e il tempo anche.

CURRERI: Non so se Quartiere sia un romanzo ma mi piace l’immagine che usi per evocarne eventuali parentele. Cavazzoni, che ho letto, come Celati, mi sembra un po’ un dio, lontano (ho un grande rispetto, di entrambi, anche se potrei renderli protagonisti di clamorosissime bestemmie, proprio come il buon Dio). Mentre Zena Roncada, che non ho ancora letto (e mi dispiace), mi sembra, come dire, “a portata di bici”:  “margini” sono anche le mie fosse, i miei canali, l’idrovoro (l’impianto dell’idrovoro), margini di un mondo che possiamo ancora misurare, anche correndo, anche scapuzzando; margini e argini di un mondo che forse neanche il tempo avrà l’ardire e il coraggio di cancellare per davvero, almeno fino a che ci sarà un cantore, anche di serie b, come il Curreri (già Scalabrin-Pollastri), a dare un po’ di vita per fare la pace proprio con quel tempo che la vita la supera da sempre, e senza mettere una freccia che sia una.

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