I LIBRI DEGLI ALTRI n.64: Remote stanze, voci più vicine. Letizia Dimartino, “Ultima stagione”

Letizia Dimartino, Ultima stagioneRemote stanze, voci più vicine. Letizia Dimartino, Ultima stagione, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2012

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di Giuseppe Panella

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Accompagnata dal viatico di numerose presentazioni e note critiche (una lettera di Renato Minore, una presentazione di Guido Oldani, una Nota critica di Matteo Vecchio al termine del testo, una quarta di copertina di Francesca Mastruzzo), il volume di Luciana Dimartino è una raccolta di liriche dal tono e dal taglio coordinato e intensamente rilevato in cui a squarci lirici di lacerante profondità si accoppiano letture della realtà di più ampio respiro.

Non a caso Renato Minore parla di «un diario anche assillante e force, ma senza risentimento, quel dialogo continuo con un tu sempre in scena, quasi che l’altra voce sia quella dell’accompagnamento che, rispettando il ritmo e il respiro, sostiene una melodia, la prepara, la raccoglie e talvolta ad essa s’intreccia senza mai cercare di contrastarlo o disorientarlo, “la voce che vorrei / la voce che calma / il sorriso che non ha sapore”»[1].

Oldani, invece, più legato a una sorta di movimento pittorico della scrittura e al suo ondularsi coloristico e lucente, ritrova nella poesia di Letizia Dimartino una dimensione rappresentativa umbratile e ferma nello stesso tempo.

«Le sue pagine scorrono al ritmo fluido di una clessidra che muove come in un infinito in continuità, quasi un dolcissimo supplizio di un esausto eterno. Ovvio che questa sua claustralità faccia pensare a una Dickinson, ma di un capitolo esistenziale secondo, di una Dickinson di ritorno. Tutto si gioca in un interno, come in certe tele di Bonnard, ma più in ombra, dove si mormora e pensa coattivamente e circolarmente senza posa, con attenuati picchi e strapiombi quasi reali di vicissitudine. La stanza ha gli avanzi di una cena o di una colazione confortevole e la tenda, mossa dalla brezza, è sempre affaccendata, ma poi si è in una cella monastica forse di una possibile mistica spagnoleggiante»[2].

 

Infine, Matteo Vecchio nella sua Nota finale al testo rileva la presenza di un forte nucleo di soggettività lacerato che vorrebbe ricomporsi all’interno di una possibilità esistenziale nuova che aiuta a ricomporre e a restituire all’integrità originaria il taglio, lo squarcio, “la ferita originaria” da cui il flusso poetico sembra essere scaturito in maniera sorgiva e, nello stesso tempo, dolorosa:

 

«La scrittura volutamente arranca attorno al proprio nucleo fondante, si attorciglia attorno al rovello. Eppure è altra, rispetto ad esso; ha pur sempre il tenero calore della vita, ha il respiro di colei che, attraverso il labor della scrittura (esistenziale ancor prima che creativo), comprende il dolore della vita e ne fa scaturire una laica e censiva accettazione. Accettazione che, del dolore, costituisce un superamento: non irenico, ma sempre agonistico, combattivo. L’interazione con l’altro – “comunicare nella penombra” –, quasi attraverso vie d’aria azzurra, di bosco di montagna, in certi asprigni, verdi slants of life mattutini …, è il problema vitale dell’io che in queste parole nude e lacere scrive la propria silenziosa lettera al mondo. La comprensione da parte dell’altro, se gli occhi di quest’ultimo sono offuscati, incapaci di scorgere oltre il velo dell’effettivo, oltre la porta di una stanza»[3].

 

Che cosa si può ricavare, allora, da questa breve carrellata ispirata alle parole dei critici che accompagnano e appoggiano il percorso lirico delle parole poetiche di Letizia Di martino?

Sicuramente l’idea di un percorso tutto interiorizzato di morte e rinascita, di recupero dell’Io profondo rispetto alla superficie del distacco e dell’indifferenza, di ricucitura di strappi morali che segnano la vita ma, nello stesso tempo, dialetticamente, ne permettono l’emergenza matura delle verità che essa contiene.

La poesia della Dimartino è tutta costellata, allora, di queste emergenze salvifiche necessitata dalla volontà di costruire un’“ultima stagione” di conoscenza, di comprensione del mondo, di ricompattazione del conflitto che non ne estingue il bisogno ma ne ricomprende la ragione intima, più segreta e compiuta.

 

«Che ti rispondo se mi chiedi / di questo pomeriggio / che non ha una forma / se le mie cose restano / allineate / nell’ordine del tempo / o forse del vento ? // mi offri un’ora di silenzio / le frasi necessarie / alla lontananza / la solitudine ripaga / ogni gesto sui capelli / quel braccio a cui mi lego / è un principio, penso, o / la fine della tua intemperanza. // Intanto la tenda poggia sulla sedia / sul letto illuminato dal riposo. / Svuota il mattino, / lo vedi? / è come un rigo – smemorato. // Cerca anche lontano / ma cerca, fra le maglie / e i profumi / vieni, da solo, in questa casa / e resta. // Fai finta sia per sempre»[4].

 

Il segreto della poesia di Letizia Dimartino è, dunque, nella realtà e nella capacità dell’attesa, nella sua ricchezza immaginativa e desiderante, nella sua potenzialità esibita nel costruire situazioni in cui lo scarto tra ciò che si desidera e ciò che si ottiene è recuperato attraverso la messa in scena lirica della parola, attraverso la predominanza oggettiva del cor inquietum rispetto alle logiche del quotidiano rilasciate e ricondotte ai corpi che lo contengono.

E’ la necessità, allora, di dare ordine e forma a ciò che non lo ha, di dare voce ai momenti di silenzio, di riempire di presenze il taglio netto di un’assenza che pesa e che si vorrebbe recuperata per sempre dalle profondità inusitate dell’oblio.

La vita nella stanza coincide, di conseguenza, con l’esistenza fuori di essa: il ricordo non basta ancora a riempirla di senso e il suo essere vuota si ricompone nella necessaria e disperante, lancinante volontà di vederla di nuovo abitata, anche se in maniera provvisoria, legata a una lontana che è fatta di parole al posto dei gesti.

 

«Ho scarpe senza strade da attraversare / le allineo, le guardo / poi volto la testa // i cappotti attendono, / soli / hanno colori, pieghe, / il mio viso impallidisce / apro le ante agli armadi / e annuso l’odore del mio male // così i pomeriggi passano / e poi i giorni, accatastati // e poi sento freddo e cerco / l’abbraccio che non viene»[5].

 

E’ sempre la stanza il luogo in cui si svolge il travaglio dell’attesa e del confronto: l’armadio, i gesti quotidiani, l’amarezza di una solitudine che si ripiega come “i cappotti” che aspettano di essere indossati e utilizzati. E’ sempre l’attesa la severa maestra di vita che costringe a considerare il tempo l’amico-nemico cui rivolgere la propria attenzione di vita. E’ sempre la solitudine l’avversario con cui confrontarsi e a cui trovare rimedio ogni volta.

 

«Non so correre / né spegnere quel fuoco / m’attardo, cerco, ma / non mi segui: hai mai atteso tanto?»[6].

 

La poesia, tuttavia, vorrebbe colmare il vuoto lasciato nel cuore dall’inquietudine prodotta dall’attendere invano il compimento del possibile sogno e della continua ricerca.

Il “fuoco” che non si sa (o non si può ?) spegnere è il simbolo di quell’attesa e di quella diuturna volontà di continuare rappresentata dalla scrittura poetica che si arricchisce ogni giorno di più di segni che la riconfigurano e la rappresentano.

La conclusione del “diario” di cui Minore scrive nella sua lettera a Letizia, allora, non può essere che amara, insistente e dura ma resta sempre lucida, cristallina, intensa (come è accaduto in tutto il corso della raccolta stessa), racchiusa nel suo nitore definitivo di addio, compiuta come una parentesi ormai richiusa nel e dal Tempo:

 

«E ogni cosa succede, // perché avrei potuto averti: / eravamo vicini senza saperlo // senza mai pensarlo / per anni e anni / in tutti i mattini / e ogni cosa è rimasta al suo posto / e abbiamo vissuto così // non eravamo, semplicemente»[7].

 


NOTE

[1] L. DIMARTINO, Ultima stagione, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2012, p. 5.

 

[2] L. DIMARTINO, Ultima stagione cit. , p. 7.

 

[3] L. DIMARTINO, Ultima stagione cit. , pp. 165-166.

 

[4] L. DIMARTINO, Ultima stagione cit. , p. 11.

 

[5] L. DIMARTINO, Ultima stagione cit. , p. 88.

 

[6] L. DIMARTINO, Ultima stagione cit. , p. 143.

 

[7] L. DIMARTINO, Ultima stagione cit. , p. 164.

 

 

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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