ESOTERISMO E COSPIRAZIONE POLITICA NEI ROMANZI DI ROBERTO ARLT: UN CONFRONTO CON CURZIO MALAPARTE E PIER PAOLO PASOLINI (Parte 1/6). Saggio di Primo De Vecchis

ROBERTO ARLT Esoterismo e cospirazione politica nei romanzi di Roberto Arlt: un confronto con Curzio Malaparte e Pier Paolo Pasolini.

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di Primo De Vecchis

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Vita e opere di roberto arlt 

I.1. Il padre e la madre: l’autorità e l’occulto

 

 

L’opera di Roberto Arlt attinge moltissimo dalla vita dell’autore (come spesso accade), ma in tal caso gli episodi autobiografici entrano a far parte del serio gioco narrativo assieme all’immaginazione rocambolesca dei romanzi d’appendice ottocenteschi ed alle informazioni contenute nei manuali tecnici: trattasi quindi d’una sorta di ‘contaminazione totale’, dove la realtà mimetica autobiografica diviene tessera del mosaico assieme agli altri disparatissimi elementi. Ci pare quindi doveroso tracciare una biografia quantomeno puntuale dell’autore per identificare poi quei punti che entreranno a far parte dell’opera letteraria, nero su bianco, sottratti all’oblio ma inseriti in una nuova struttura.

Roberto Arlt nasce il 26 aprile 1900 a Buenos Aires, nel quartiere San José de Flores. Vi sono comunque oscillazioni e varianti per quanto riguarda la data di nascita e il nome completo dell’autore. Arlt spesso modifica la sua data di nascita: 7 aprile, 26 aprile (molti testi inoltre riportano l’ulteriore data del 2 aprile: per esempio Gerardo M. Goloboff in Genio y figura de Roberto Arlt).[1] Inoltre firma i primi testi come: Roberto Godofredo Christophersen Arlt. Tuttavia nel certificato di nascita appare solo: Roberto Arlt (nonché la data: 26 aprile 1900 alle undici di notte).

I genitori sono dei migranti: Karlt Arlt è un disertore dell’esercito prussiano, mentre Catalina Iobstraibitzer proviene da una famiglia contadina di Trieste. Il padre quindi è un prussiano dal carattere duro e ombroso: severissimo e a tratti violento. La madre invece è un’italiana molto religiosa, cultrice delle scienze occulte, dedita all’astrologia, attratta dai sogni premonitori e dalle allucinazioni, interessi che sa trasmettere al figlio sin dall’infanzia, popolando la sua immaginazione di spiriti, forze astrali ed energie soprannaturali.[2] Si può ben dire quindi che dalla fusione del selvatico ed ostinato temperamento del padre e della sensibile fantasia materna germogli il particolarissimo genio di Roberto Arlt. L’aggiunta del nome Godofredo a quello di Roberto (nome del padre di Karl) sarebbe un’idea bizzarra della madre:

«Mi madre, que leía novelas romanticonas, me agregó al de Roberto el de Godofredo, que no uso ni por broma, y todo por leer La Jerusalén Libertada de Torcuato Tasso».[3]

La madre quindi sembra anteporre Tasso all’Ariosto, la bizzarria alla chiarezza, il manierismo grottesco al classicismo cristallino: e ciò ci pare una cifra stilistica dello stesso autore, che eredita inoltre dalla madre la passione per i romanzi d’appendice. Mentre con la madre si possono ravvisare tali affinità intellettuali (benché nel figlio le fantasticherie s’irrobustiscano alla luce del cinismo e dell’umorismo salaci) diversamente saranno i rapporti con il padre-padrone. Karl, emigrato in Argentina in cerca di fortune, e trovatosi ad affrontare una realtà ben diversa e precaria (s’impegnerà in diversi lavori senza buon frutto), sembra sfogare sul figlio taciturno e astratto tutti i propri risentimenti di capo di famiglia migrante e umiliato dalla competitiva società portegna. I frutti di tali contrasti emergeranno a tratti nella nevrosi angosciante di Erdosain, uno dei protagonisti del romanzo Los siete locos (I sette pazzi) del 1929 e chiaro alter-ego dell’autore. Punto dolente infatti nella vita del giovane Arlt è anche il basso rendimento scolastico che peggiora il suo rapporto (già compromesso) con il padre, il quale va sempre più deteriorandosi fino all’idea di scappare di casa all’età di sedici anni. Arlt disvela un ricordo dei suoi trascorsi scolastici in una aguafuerte porteña (poi si vedrà di che si tratta) dove dialoga letteralmente con un suo ex-professore, Emilio Valessina. Lo studente è indisciplinato e distratto: viene spesso pescato a leggere romanzi di Salgari e Carolina Invernizio (La figlia dell’assassino) durante le lezioni; si astrae e sogna di essere un pirata che rapisce una bella fanciulla del quartiere oppure afferma già di essere un inventore provetto.[4] Coltiva un linguaggio tutto suo: ripete parole complicate ed arcaiche rubate dal vocabolario che consulta ossessivamente, sembra un anacronistico Quijote di nove anni.[5] In verità il giovane studente è trilingue: comprende il tedesco, ma si rifiuta di usarlo, attinge all’italiano materno (che contaminerà la sua sintassi e il suo vocabolario), e padroneggia ovviamente il castigliano nella sua varietà portegna, prediligendo i vocaboli e le forme più popolari e gergali (attinte dall’argot ‘lunfardo’ e dal ‘cocoliche’).[6]

In tal senso sin dall’inizio la linea arltiana è antipurista, realista e contaminatoria al tempo stesso (a metà tra il Pasolini delle borgate e il Gadda ricco di termini tecnico-scientifici; per un certo ideario politico, oggetto di sapiente parodia, dovrò però in seguito scomodare addirittura Curzio Malaparte). Ben presto comincia a sorgere nel giovane ragazzo un’ansia che non lo abbandonerà più: il desiderio compulsivo di denaro per poter uscire definitivamente dallo stato di indigenza nel quale versa la famiglia. Secondo una mitologia che lui stesso ha contribuito a creare, Arlt scrive il suo primo racconto a otto anni per poi venderlo a cinque pesos a un vicino di casa. Da qui in poi l’idea di letteratura sarà anche vincolata alla retribuzione del proprio lavoro creativo, al denaro, una particolarità biografica che lo avvicina per esempio a Fëdor Dostoevskij e lo allontana similmente da autori argentini coevi provenienti dall’alta borghesia (come Jorge Luis Borges, tra i tanti) che pagano loro stessi i costi delle proprie prime pubblicazioni stampate in pochissimi esemplari.

Infatti tra i dieci e i quindici anni è la madre stessa a spingerlo a trovarsi un qualsiasi lavoretto per portare un po’ di denaro in casa, dato che le imprese del padre fallito non sortiscono l’effetto di cavarli fuori dall’indigenza. Il ragazzo (quasi dickensiano) intraprende svariati lavoretti, passa da una carbonaia ad una vetreria, s’impiega presso un elettricista e un rilegatore di libri: da ogni esperienza non trae altro che noia (per il tempo sprecato in mansioni ripetitive e non all’altezza del suo ingegno) e un vago senso di umiliazione (nell’elemosinare un impiego precario e sottopagato da un’officina all’altra). Tale sottile cappa di umiliazione del giovane lavoratore precario verrà poi sublimata entrando a far parte del bagaglio psicologico di alcuni suoi personaggi, in primis Erdosain de Los siete locos, l’impiegato piccolo-borghese di una multinazionale dello zucchero che cercherà di fare il salto nell’ascesa sociale truffando l’azienda per la quale lavora.

Tuttavia il giovane riesce ancora a trovare il tempo per immergersi nelle appassionate letture dei feuillettons di De Val e di Rocambole nonché di manuali tecnici di chimica ed elettricità. Vuole infatti diventare inventore (per uscire dalla miseria) e s’interessa quindi dei meccanismi per la fabbricazione di birra, delle bobine elettriche e della galvanoplastica.

In tale fase precoce di apprendimento da autodidatta l’assimilazione delle rocambolesche trame di certi romanzi d’appendice e la curiosità suscitata dai manuali tecnici più diversi (il cercare di capire come funziona un macchinario, e dunque anche una storia e non l’interrogarsi sul senso di entrambi) sembrano elementi inscindibili della sua forma mentis. In tal senso lo scrittore e critico Alan Pauls ha sviluppato delle interessanti riflessioni su come si articola il laboratorio creativo arltiano:

«En Arlt, las máquinas trabajan como trabaja el sueño. Por todas partes artefactos, engranajes, mecanismos que zumban, vibraciones contagiosas que pueblan el aire. Los dispositivos tecnológicos proliferan. […] La literatura como máquina no es una cuestión de sentidos, sino de funcionamientos. A la pregunta “¿qué quiere decir?”, Arlt opone ésta que Astier esgrime para saber “¿cómo opera?”, y al enigma oracular “¿qué significa?”, la interrogación-consigna “¿para qué puede servir?”»[7]

Ciò illuminerebbe meglio il metodo di composizione arltiano, meccanismo creativo che fagocita i linguaggi altri per assemblarli in una nuova opera, ma senza perdere di vista la vida puerca, la realtà minuta, la vita stessa (quindi un ‘postmodernismo critico’, mimetico, in tal senso vicino alla poetica per esempio dell’ultimo Pasolini, come vedremo in Petrolio). Ciò rende il linguaggio di Arlt sin dall’inizio altamente innovativo e del tutto incomprensibile ai contemporanei: si considerino i numerosi rifiuti ricevuti dagli editori per la pubblicazione de La vida puerca (La vita schifosa), che poi diverrà El juguete rabioso (Il giocattolo rabbioso), stampato nel 1926.

Nel 1916 il padre Karl si sposta nella Provincia di Misiones, nel nord est dell’Argentina, impiegandosi nella raccolta dell’erba mate. Catalina esorta ancora il figlio a trovarsi un lavoro e stavolta ottiene da un amico una lettera di raccomandazione. Arlt riesce quindi a impiegarsi in una libreria di avenida Lavalle di proprietà di un certo don Caetano. In questo periodo comincia a interessarsi di esoterismo, occultismo e teosofia e legge testi di Madame Blavatsky e di Annie Besant. La passione materna si cristallizza ora nel figlio attraverso queste attente letture che confluiranno poi in uno dei primi testi di una certa importanza dell’autore: Las ciencias ocultas en la ciudad de Buenos Aires (Le scienze occulte nella città di Buenos Aires) del 1920. L’esoterismo è uno dei temi chiave che percorre l’opera arltiana quasi nella sua interezza. La madre, come accennai, consultava frequentemente un libro di astrologia portato dall’Europa. In molte occasioni l’autore allude agli oroscopi; alcuni suoi amici, come Alpherat, astrologo del giornale «El Mundo» hanno reso noto il profondo interesse dello scrittore per gli oroscopi, fino al punto di confezionare carte astrali ai suoi compagni di lavoro.[8]

Grazie all’amicizia con un certo Villers, Arlt inizia a frequentare le riunioni di una scuola teosofica. In seguito s’interessa anche alla questione del ‘terzo occhio’. Tuttavia un certo scetticismo ironico accompagna sempre lo scrittore e tali esperienze saranno solo utili per altre invenzioni letterarie. Il tema della setta, anzi della psico-setta, del gruppo esoterico (che si trova d’altronde in molti romanzi d’appendice) è fortemente presente nell’opera arltiana. Ciò che interessa lo scrittore è quel particolare rapporto di sudditanza e dipendenza psicologica che si può creare tra maestro ed adepti. Arlt non farà altro che fondere il tema della setta, del gruppo esoterico, con quella della banda criminale, dell’organizzazione mafiosa, della cellula politica clandestina, della cellula terroristica, quasi in una vertigine analogica che non conosce requie. E ogni volta il pungolo dello scrittore sarà di capire: ‘come funziona tutto ciò?’ e non ‘che significa?’. Ancora una volta in tal senso le riflessioni di Alan Pauls mi sembrano pertinenti e centrali.

«Sin embargo, en La ciencias ocultas en la ciudad de Buenos Aires, el precoz Roberto Arlt no se deja cautivar por el ocultismo como arte de la interpretación, sino por la doble conexión que amalgama la teosofía con la práctica literaria y con las organizaciones criminales.»[9]

Ma non solo. Bisogna aggiungere anche il vincolo della teosofia con la politica, con una certa politica che si basa sul fascino e sul magnetismo del leader e sulla suggestione che esso può arrivare ad esercitare sulla Psicologia della folla (per citare un saggio positivista di Gustave Le Bon, che influenzò molto il giovane Mussolini. Esoterismo e fascismo quindi e ancor di più: occultismo e nazismo, il ‘nazismo magico’ e luciferino che ha ispirato persino uno scrittore come Norman Mailer).[10]

Questo primo testo funziona come il banco di prova della sua scommessa letteraria; in esso Arlt utilizza discorsi altri accertando l’enorme produttività finzionale dell’appropriazione e della mescolanza.[11]

I.2. La vida puerca sottobraccio

Nel 1920 Arlt si trasferisce a Córdoba per adempiere al proprio servizio militare, ma in questa città rimarrà per ben quattro anni, anni di acute delusioni sentimentali e di fervida incubazione creativa. In un cinema conosce la sua futura sposa, Carmen Antinucci, di famiglia borghese italiana. Dopo poco tempo che si frequentano ufficialmente Roberto si sposa con Carmen, che reca con sé una dote di ben 25000 pesos, una cifra considerevole per l’epoca (in verità i genitori della fanciulla tengono nascosto al promesso sposo che la figlia soffre di tubercolosi: tale astuzia sarà poi fonte di risentimento per l’autore, che si sfogherà nella letteratura tracciando un pessimo quadro della famiglia Antonucci). È qui che entra in gioco il ruolo della famigerata suocera, intenta ad accalappiare un marito per la figlioletta malaticcia (tracce di tale vicenda si ravvisano anche ne Los siete locos). La suocera condensa in se stessa i tratti peggiori dell’ipocrisia della classe media. Come segnala Oscar Masotta, in Arlt le suocere rappresentano lo strumento a partire dal quale la società si sostiene e si perpetua poiché partecipano d’ogni complicità, assicurano la loro coesione e veicolano i suoi miti.[12]

Con i soldi della dote i novelli sposi si comprano una casetta a Cosquin, nelle sierras di Córdoba, luogo ideale per i tubercolotici, punteggiato di sanatori: si veda il romanzo di Manuel Puig, Boquitas pintadas (Labbra dipinte) del 1969. Qui nel 1923 nasce l’unica figlia dello scrittore, Electra Mirta Arlt, che diventerà anche un’attenta curatrice della sua opera. Lo scrittore s’imbarca in una serie di progetti improbabili da inventore che falliscono miseramente uno dietro l’altro. Fa il muratore e il falegname, e mentre lavora gli sorgono idee per elaborare una macchina automatica per fare mattoni o una per pulire il legno; fonda una fabbrica di mattoni, che accelera la produzione ma non ha successo e ‘l’investimento’ si smarrisce.[13]

Intanto la dote si sta prosciugando, la salute di Carmen è malferma e lei (come anni prima la madre) lo esorta a trovarsi un qualsiasi impiego pur di mantenerla. I sogni di Arlt nuovamente evaporano ed egli si sente ancora una volta schiacciato dal parallelepipedo dell’umiliazione e dell’angoscia (per attingere ad una sua fisica metafora). Ma lo scrittore si vendicherà nella letteratura (attraverso personaggi femminili come Elsa, Irene e altri). Ecco che quindi la letteratura viene a costituire una sorta di risarcimento nei confronti della vida puerca che nonostante tutto però vale la pena di essere vissuta con l’agonismo di un boxeur in mezzo al ring.

Nel 1924 i giovani sposi si trasferiscono a Buenos Aires; con i soldi rimasti della dote Arlt acquista un piccolo podere dove poter costruire una casa e nel frattempo i coniugi vanno a vivere da Catalina e Karl.

Qui lo scrittore sembra riconciliarsi con il padre, dopo molti anni di contrasti e incomprensioni. Lavora per breve tempo presso un gommista per accontentare la moglie, ma la relazione si deteriora sempre più. Roberto ha compreso ormai che l’unica cosa che può riuscire a fare è il giornalista, al centro della metropoli, tra i caffé e le redazioni rumorose ed affollate. Carmen, in seguito a questa sua risoluzione, decide di tornare a Córdoba. Roberto ora lavora come giornalista freelance per il giornale «Última Hora».

Nel frattempo tenta di pubblicare il romanzo La vida puerca, il cui manoscritto s’era portato dietro da Córdoba. Ha la fortuna di essere presentato al noto scrittore Ricardo Güiraldes, che accoglie il giovane dal piglio frenetico con un misto di ammirazione e curiosità. (Il critico Omar Borré sostiene che sia stato l’amico scrittore Nalé Roxlo a presentarlo a Güiraldes, ma la pignola filologa Sylvia Saítta non fa menzione di quest’aneddoto).

Arlt arriva persino a diventare segretario personale di Güiraldes che si preoccupa quindi delle sorti del giovane scrittore. Sarà lo stesso Güiraldes a consigliare allo scrittore precipitoso di modificare il titolo per renderlo meno forte, scettico, ma più elegante ed efficace: ecco quindi che La vida puerca si tramuterà ne El juguete rabioso. Tale aneddoto, confermato da numerose fonti, è di estrema importanza se si considera che poco dopo, nel 1926, usciranno i due romanzi chiave per la letteratura argentina dell’epoca: il Don Segundo Sombra di Güiraldes e appunto El juguete rabioso di Arlt. Si tratta di due romanzi le cui poetiche si situano agli antipodi eppure possono considerarsi uno spartiacque non solo per la letteratura argentina (ma anche in parte per la letteratura ispanoamericana in generale).

Sempre Güiraldes riesce a far pubblicare due capitoli del romanzo, El Rengo (Lo zoppo) ed El poeta parroquial (Il poeta parrocchiale) sulla rivista «Proa», che dirige dal ’24 assieme a Borges e ad altri intellettuali. Güiraldes vorrebbe far pubblicare l’intera opera presso l’Editorial Proa, tuttavia alcuni problemi economici sopraggiunti lo impediscono. Nel frattempo lo scrittore Nicolás Olivari fa sapere ad Arlt che Elías Castelnuovo sta dirigendo una collezione che si chiama Los Nuevos (I nuovi) presso l’editore Claridad, di Vicente Zamora.[14] Com’è noto l’attività editoriale di Zamora aveva iniziato a svilupparsi nel febbraio del 1922 con l’apparizione della serie «Los Pensadores», rivista settimanale che pubblicava a puntate opere di un certo prestigio letterario o politico.[15] La rivista è affiancata da una serie di collane di romanzi; Los Nuevos di Castelnuovo pubblica per esempio svariate opere importanti del cosiddetto ‘gruppo di Boedo’: Tinieblas (Tenebre) e Malditos (Maledetti) dello stesso Castelnuovo, Los pobres (I poveri) di Barletta, Cuentos de la oficina (Racconti dell’ufficio) di Mariani, Versos de la calle (Versi della strada) di Yunque e molte altre, intrise di un certo populismo (paragonabile forse alla letteratura italiana del dopoguerra denominata ‘neorealismo’, dal quale presto Pasolini si differenziò, perseguendo una linea alquanto personale).

Arlt quindi si reca speranzoso da Castelnuovo, suo amico, per il quale nutre affetto e ammirazione, col faldone sotto il braccio e lo affida alle sue attente cure. Tuttavia il responso di Castelnuovo si rivela alquanto negativo e tranchant: considera l’opera diseguale e irta di difetti, abbonderebbero gli errori di ortografia e di senso di una serie di vocaboli, sarebbe costituita almeno da due stili dissimili alquanto contrastanti tra loro, a metà tra Maksim Gorkij e Vargas Vila, inoltre il romanzo (così com’è) stonerebbe all’interno della collana. Arlt se ne va via infuriato senza condividere affatto le riserve avanzate dal suo amico. Sarà di nuovo il saggio Güiraldes a trovare la soluzione: gli consiglia di presentare il romanzo al concorso letterario dell’Editorial Latina, diretto da Enrique Méndez Calzada, suo amico. El juguete rabioso vince il primo premio nel 1925 e viene pubblicato dall’editore l’anno seguente. Il libro riceve delle buone recensioni; una molto elogiativa è firmata dallo scrittore Leónidas Barletta; vale la pena di citarne un frammento:

«Los personajes de esta novela se mueven en su ambiente, respiran como nosotros el aire de nuestras calles y, finalmente, hablan del modo corriente ya que no son simples engendros librescos.

Tampoco Arlt ha fabricado un suburbio a su gusto y antojo como hacen casi todos los escritores que explotan este tema en sus relatos; ni ha perseguido tal o cual aspecto trágico. Se ha limitado a consignar el producto de sus observaciones en una prosa sencilla que hace que podamos seguir las peripecias de sus héroes sin fatiga. El drama que asoma en casi todos los capítulos es terriblemente simple: la pobreza.»[16]

Nel frattempo, nell’ottobre del 1925 è nata una rivista umoristica diretta da Conrado Nalé Roxlo: trattasi di «Don Goyo», periodico illustrato, che prende come modello il noto «Caras y Caretas» (che ebbe tra i suoi collaboratori più fecondi Fray Mocho). Arlt viene chiamato a collaborare e ivi pubblicherà ventuno brevi episodi narrativi di stampo autobiografico (ricordi frizzanti di adolescenza e gioventù) che sono una chiara prefigurazione dello stile delle successive Aguafuertes porteñas (Acqueforti portegne), composte dal 1928 fino all’anno della sua morte, il 1942. La rivista riceve anche denunce per diffamazione per il modo schietto e caustico con il quale Arlt tratteggia alcuni riconoscibili personaggi del quartiere di Flores: un primo segno della vitalità delle note arltiane che in futuro ne decreteranno anche la fama presso il grande pubblico.

Nel 1926 inoltre pubblica una nota critica nei confronti dei letterati portegni che quasi per un gioco dialettico si sono divisi in due bandi quasi opposti: i gruppi di Boedo e Florida.[17] Sottolinea una certa malafede in tale divisione (quelli di Florida debbono per forza arricciare il naso di fronte ai russi, al degenerato Dostoevskij e al ‘rammollito’ Tolstoj; mentre quelli di Boedo debbono dardeggiare di sguardi critici coloro che citano il ‘borghese’ Flaubert e ‘l’aristocratico’ D’Annunzio): Arlt per ora si vuole posizionare in mezzo, come in un’estrema sintesi. Afferma infatti: «En literatura leo sólo a Flaubert y a Dostoievsky».[18] Tuttavia in seguito, anni dopo, sembrerà posizionarsi dalla parte di Boedo (se si può dar credito a tale astratta divisione. Borges per esempio liquida la disputa come un non-problema, tuttavia una differenza ideologica persisterà davvero tra i due bandi e si acuirà o cristallizzerà col trascorrere del tempo. Dobbiamo dar credito a Borges o il suo è un tentativo di gettare acqua sul fuoco?).[19]

I.3. Cronaca nera e Aguafuertes porteñas

Nel 1927 Arlt riesce finalmente a trovare un’occupazione fissa ancorata alle sue passioni: viene infatti assunto dal giornale «Crítica», diretto da Natalio Botana. Arlt entra a far parte della redazione e gli viene affidata la supervisione e la curatela della pagina del venerdì dedicata alla cronaca nera, dove accanto agli articoli sensazionalistici abbondano le foto e le illustrazioni. Finalmente da qui in poi, fino alla morte, lo scrittore riesce a guadagnarsi uno stipendio fisso. Tuttavia la moglie Carmen non è ancora soddisfatta della sua condizione: esorta il marito a trovarsi un’occupazione più redditizia, lo rimprovera di non essere quasi mai a casa, di perdere troppo tempo con gli amici. In effetti Arlt è completamente assorbito dal suo lavoro che lo porta spesso a percorrere i luoghi più disparati della città in qualsiasi ora per poter prendere appunti, documentarsi sugli innumerevoli casi di cronaca nera che affollano Buenos Aires. Sappiamo come l’esperienza concreta sia fondamentale per uno scrittore di razza, che contamina le proprie letture con episodi attinti dall’esistenza più trita. Non è raro incontrare narratori viaggiatori di commercio o scrittori medici (o ingegneri): le polverose biblioteche spesso danneggiano la creatività letteraria. Ora, l’esperienza di cronista di nera per Arlt è essenziale e non si può non tenerne conto. I peripli in lungo e in largo per la città (come i personaggi d’un romanzo ben ancorato alla topografia d’un luogo) lo conducono ad entrare in contatto con tutta una fauna sociale ignota, nascosta, parallela, costituita da ladruncoli di professione, giovani papponi, prostitute, piccoli delinquenti, con i quali Arlt spesso dialoga a lungo entrando quasi in consonanza con la loro condizione di devianza ed emarginazione sociale. Vi sono scrittori che attingono da tale humus, dai presunti scarti sociali per creare opere d’arte non prive di eleganza e stile benché drammatiche nei contenuti (il mio pensiero non può non andare per esempio al caso del primo Pasolini in Italia con la raffigurazione manieristica di ladri, prostitute, vagabondi nei romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta e nei film Accattone e Mamma Roma; ma per la carica espressionistica si può anche pensare all’anarcoide scrittore e pittore Lorenzo Viani; gli esempi enumerabili sarebbero molti e giungono fino ad oggi con il caso esemplare di Gomorra di Roberto Saviano, che ha persino lavorato come scaricatore di porto a Napoli per scoprire il meccanismo del traffico delle merci contraffatte dalla Cina approdate in Italia e gestito dalla Camorra napoletana).

Secondo le recenti indagini di Ricardo Ragendorfer, riportate dalla minuziosa biografia di Sylvia Saítta, in un bordello di periferia Arlt avrebbe conosciuto un anarchico polacco, Noé Trauman, implicato nello sfruttamento della prostituzione e connesso quindi con la nota tratta delle bianche che dalla Polonia giungevano in Argentina per opera della mafia ebraica. Noé a quanto pare gli avrebbe ispirato un personaggio peculiare de Los siete locos: Haffner, il Ruffiano Malinconico, ex-docente di matematica e ora cinico e calcolatore protettore.[20] Inoltre i fatti macabri, i crimini efferati, le violenze marginali devono aver fortemente impressionato l’immaginativa arltiana, già di per sé incline al grottesco ed all’espressionistico.

Nel frattempo però in quello stesso anno muoiono i suoi due padri, quello vero e quello spirituale, Karl Arlt e Ricardo Güiraldes.

L’anno seguente, nel ’28, da «Crítica» Arlt passa a «El Mundo», nuovo quotidiano formato tabloid diretto da Alberto Gerchunoff. Lo scrittore viene riscattato dal ruolo di semplice cronista di nera e gli viene affidato il compito di comporre quotidianamente brevi note, all’inizio più legate ai fatti del giorno che alle note ‘costumbriste’ della tradizione letteraria argentina d’inizio Novecento. Si tratta di un breve periodo di transizione dove permangono i temi ruotanti attorno a delitti, furti e violenze che avevano impegnato Arlt precedentemente. Ma con l’assunzione della direzione da parte di Carlo Muzio Sáenz Peña, noto intellettuale, la prospettiva cambia. Sáenz Peña coglie le potenzialità inespresse di Arlt e gli affida una nuova rubrica intitolata Aguafuertes porteñas che occuperà l’intera pagina sesta del giornale, accompagnata da un’illustrazione umoristica. Il 15 agosto del 1928 la prima acquaforte è firmata da Arlt (le precedenti note sparse erano anonime).

L’Acquaforte Portegna si rivela come un genere misto, a metà tra il racconto breve e la nota di costume. I precedenti della narrazione ‘costumbrista’ erano già comparsi nel «Mundo Argentino», ne «El Hogar», ma anche in «Caras y Caretas» e in «Fray Mocho» (lo scrittore O. Henry tenne una rubrica simile negli Stati Uniti). L’acquaforte può parere anche una sorta di diario, ma non intimo, bensì pubblico, estroverso, dove lo scrittore dipinge individui della città, personaggi, caratteri: trattasi di bozzetti che devono presentare un tema ben preciso, sono come divagazioni concrete, solide e non evanescenti (e poetizzanti: come la ‘prosa d’arte’ di tradizione italiana). Lo scrittore deve inoltre sforzarsi di esercitare lo sguardo penetrativo sulle cose comuni che lo circondano (ma non in chiave epifanica) e per fare ciò deve camminare molto, spostarsi, perlustrare come un cacciatore nella giungla d’asfalto i vari barrios cittadini, secondo una modalità che può ricordare quella dell’etnologo urbano o dell’etologo umano. Di certo qui Arlt si fa erede del flâneur di baudelairiana memoria, figura che nasce proprio con l’esplosione del giornalismo e delle cronache d’appendice nell’Ottocento. Un confronto si potrebbe tracciare per esempio con Paolo Valera, che trasse dai suoi vagabondaggi urbani anche profonde inchieste romanzate come Milano sconosciuta (1879).

V’è un elemento comunque da sottolineare e che lega Arlt a molti scrittori popolari dell’Ottocento. Le quotidiane acqueforti gli permettono di avere innanzitutto un salario fisso, con il quale finalmente può sostentarsi senza l’ansia di riprecipitare nella povertà e nel precariato lavorativo. Tale lusso (guadagnare scrivendo) diviene a un certo punto anche una condanna. I suoi pezzi infatti riscuotono successo presso il grande pubblico e le vendite del giornale s’impennano: d’ora in poi scrivere l’acquaforte giornaliera sarà un dovere ineluttabile al quale non potrà sottrarsi. Di qui l’invidia di Arlt per quegli scrittori d’una certa caratura che dispongono di maggiore libertà, vivendo di rendita o vegetando in qualche impiego pubblico non particolarmente creativo. Arlt non è né un ricco aristocratico né un dipendente statale con la sua routine: opera all’interno delle ferree leggi del mercato, dove ‘competitività’ e ‘produttività’ sono le parole d’ordine e dove bisogna tenere testa a ritmi rapidi e onerosi. La narrativa arltiana nasce anche da qui, dalle leggi del mercato, dall’esigenza di vendere per avere maggiore visibilità e fama: ignorare questo sarebbe ingenuo. Eppure anche da tali condizioni (mercantili) può germogliare l’arte più alta con spicchi di avanguardia. Ovviamente uno dei tanti precedenti illustri è costituito da Fëdor Dostoevskij che veniva pagato a pagina: le trame complicate e l’estensione eccessiva dei suoi romanzi erano anche dettate dall’esigenza di guadagnare. In tal caso la ‘qualità della sintesi’ non è contemplata mentre si cade spesso nella duplicazione di episodi accessori e nella verbosità del dettato: eppure ciò costituisce parte del fascino della prosa dostoevskiana!

I tre romanzi e la raccolta di racconti che vergherà dal 1929 al 1933 saranno ampiamente promozionati dal giornale per il quale lavora e ciò sarà una ricompensa ai suoi sforzi non da poco. Senza contare i viaggi pagati come inviato in Europa, Africa e altrove, che gli permetteranno di spaziare con lo sguardo verso altri lidi.

Le acqueforti sono quindi un raro caso di diario o scartafaccio popolare, di brevi annotazioni a margine, dialoghi estemporanei, pensieri frettolosi che incuriosiscono il pubblico per la rapidità dello stile e la franchezza dei temi adottati. La verità è che il popolo lettore si percepisce chiaramente rispecchiato in questi bozzetti espressivi, dove pochi tratti rivelano molto più di un ritratto meticoloso, rispecchiato senza infingimenti e convenzioni da letterati puri separati dalla società in cima alla torre d’avorio. Questo magazzino d’idee che presto saranno rielaborate piace, interessa (forse un caso simile, benché distinto stilisticamente, si può ravvisare nel Diario dello scrittore polacco Witold Gombrowicz, i cui appunti comparivano in un quotidiano come un qualsiasi articolo, pur trattandosi di aneddoti personali o divagazioni filosofiche).

Il successo è tale che quando Arlt deve prendersi tre mesi di licenza nel 1929 per portare a termine l’impetuoso romanzo Los siete locos corre a sostituirlo Raúl Scalabrini Ortiz con i suoi Apuntes porteños (Appunti portegni), molto arltiani, sebbene più astraenti, che costituiranno il primo abbozzo de El hombre que está solo y espera (L’uomo che è solo e attende) del 1931.

I.4. 1929: crisi sociale, successo individuale

Il 1929 è un anno fatidico per la carriera di Arlt e per la storia del mondo. Universalmente, il 29 ottobre 1929 (il martedì nero) avviene il clamoroso crollo della Borsa di Wall Street, che avrà profonde ripercussioni nell’intero pianeta e anche in America Latina. La crisi economico-sociale sarà una delle concause del golpe del generale Uriburu del ’30 in Argentina.

Individualmente, in questo clima convulso, elettrizzato dalla forza dei grandi cambiamenti che modificheranno l’assetto geopolitico mondiale (l’affermarsi delle dittature di destra in Europa precipiterà nella Seconda Guerra Mondiale), lo scrittore e giornalista Roberto Arlt, pressato da mille impegni, sospeso in un’esistenza precaria ma vitale, compone la sua opera maggiore, quella che decreterà la sua fama, il romanzo Los siete locos. In seguito analizzeremo la portata innovativa di quest’opera, la sua funzione di rottura con una certa tradizione e di creazione di un nuovo genere, di un orizzonte inedito, mai sviluppato con tale forza: il romanzo urbano in chiave esistenziale e con stile espressionista. Occorre considerare Arlt un precursore: i difetti della sua opera vengono irrimediabilmente cancellati da tale carica innovativa, desultoria, scorretta e a tratti selvatica. Sin dall’inizio i giudizi su tale romanzo si divaricano: denigratorii ed entusiastici. Arlt si propone come obiettivo la partecipazione all’ambìto Concorso Municipale di Letteratura indetto dalla città di Buenos Aires: sa che come termine ultimo ha la data del 31 ottobre (quando l’opera dev’essere già stata pubblicata). La stesura dell’opera, da alternare alla composizione quotidiana delle acqueforti, lo prostra, consuma la sua fibra, mette a repentaglio la sua malferma salute: accusa problemi alla vista con irritazione oculare (sorte toccata a molti scrittori e poeti, in alcuni casi divenuti quasi ciechi), disturbi cardiaci con palpitazioni per l’eccesso di caffé ingurgitato e per le sigarette fumate. Indugio su tali dettagli marginali poiché da Los siete locos traluce un senso di convulsione, estenuazione, fretta, ansia, impetuosità nevrotica che ne potenzia l’espressività. Se si considera inoltre che Arlt verga il suo capolavoro nella redazione strepitosa del giornale, nei tavolini dei bar, sempre in giro col suo prezioso faldone di carte, irto di errori ortografici, parti incompiute, episodi da riscrivere, ecc., s’intende come un romanzo possa figurare così bizzarramente caotico ma al tempo stesso ampiamente premeditato in lunghi anni di esperienza sul campo, in giro per i quartieri di Buenos Aires, tra i suoi bassifondi, avenidas, parchi e quartieri più chic. Los siete locos costituisce una summa percorsa da uno stato di sovraeccitazione allucinatoria e lo costringe a prendersi una licenza di tre mesi (come prima accennato).

L’editore Claridad pubblica quindi l’agognato romanzo. Le prime reazioni critiche, poche ma efficaci, non si fanno attendere. Svariati critici, seppure tra i vari distinguo del caso, colgono la straordinarietà dell’opera, la sua carica tumultuosa ed inusuale, debitrice dei ‘russi’ eppure del tutto nuova. Tale ricezione si colloca in concomitanza con il premio letterario che accoglie ben cento opere in gara. Fioccano i pronostici, sorgono le opinioni contrastanti, come accade in questi casi. Il critico Honorio Barbieri, direttore de «La Literatura Argentina» scrive:

«en Los siete locos la impetuosidad, la indisciplina lexicográfica y sintáctica, el desorden de todo su caudal de elementos, dicen paladinamente de un instinto formidable, de un genio innato, salvaje, que no ha sabido sentarse en la escuela.»[21]

Un ingegno dunque selvatico guidato da un istinto infallibile, veloce: qualità che fa sorvolare sui piccoli errori, sulle inesattezze dettate per lo più da un eccesso di capacità ideativa e da un’immaginativa troppo galoppante per star dietro a certe minuzie formali.

Ancora, il critico Alberto Hidalgo, che è nella giuria in rappresentanza dell’Intendenza, afferma:

«Me ha sorprendido Los siete locos de Roberto Arlt, novela digna de encajar entre las de los jóvenes escritores rusos. Arlt es en nuestro ambiente un caso único: no conoce la gramática elemental, pero tiene una imaginación y un léxico exuberantes que hacen de Los siete locos una obra poderosamente sugestiva».[22]

Anch’egli punta l’attenzione sulla fantasia e sull’ampiezza lessicale, qualità che evidentemente possono essere disgiunte dalla cura leziosa per la grammatica, quasi come se il cervello arltiano fosse scisso, o quantomeno anomalo, con alcune aree iperattivate a discapito di altre.

Ma una delle critiche che rassicura di più Arlt e lo incoraggia ad imbarcarsi nell’onerosa impresa del seguito è quella vergata da Ramón Doll, di solito molto esigente e che non brilla per il suo buon umore: la sua positiva recensione è una conferma per il giovane scrittore, un foglio di via, una sicurezza. Vorrei citare qui di seguito parte del testo pubblicato l’11 gennaio 1930 dalla rivista «Claridad»:

«Los siete locos de Roberto Arlt, constituye la mejor novela que se ha escrito en este país en los últimos años, incluso para los que tuvieron éxito de crítica y librería unánimes…[23]

en todos los sectores literarios de la actualidad nacional no hay un escritor que sea capaz de igualar la fuerza expresiva, el vigoroso flujo de vitalidad que circula por algunas escenas del libro.»[24]

Tutti i recensori sembrano porre l’accento sulle medesime caratteristiche: il vigore, il flusso, la forza, il pathos, la drammaticità, il grottesco. Nonostante l’inusuale calorosa accoglienza degli ingegni più acuti dell’epoca il romanzo, dato da molti per favorito al concorso, si posiziona ‘solo’ al terzo posto, ‘medaglia di bronzo’ che non dispiace ad Arlt, il quale sostiene ironicamente che le migliori opere letterarie degli ultimi anni si sono tutte classificate in terza posizione, dagli autori Elías Castelnuovo fino ad Álvaro Yunque, passando per González Tuñón.

Tali risultati emergono l’8 maggio  del 1930, quando lo scrittore si trova in Brasile come freelance per il suo giornale. Ma il romanzo nel frattempo si rivela un successo editoriale e stavolta anche l’editore incita Arlt ad apparecchiarsi a vergarne il seguito tanto atteso.

«Esta novela se empezó a escribir el año 1930. Fue terminada el 22 de octubre de 1931».[25]

Così recita parte della breve Nota posta alla fine de Los lanzallamas (I lanciafiamme), inizialmente intitolato Los monstruos (I mostri) e che viene dato alle stampe nel novembre del ’31. Nel frattempo l’editore Claridad, intossicato dal successo delle tre edizioni de Los siete locos, ristampa anche El juguete rabioso, a suo tempo rifiutato da Castelnuovo, privo della dedica a Güiraldes, esponente di punta del gruppo di Florida e il cui nome stampato a mo’ di dedica poteva infastidire il bando di Boedo (questo a testimoniare che dopotutto, checché Borges con piglio apollineo cerchi di gettare acqua sul fuoco, una certa rivalità e un vago astio tra i due gruppi seppur sfumati intercorresse). L’editore quindi recita il mea culpa e ristampa il tomo a suo tempo cestinato (prassi non inusuale nel mondo editoriale). Arlt sembra soddisfatto del suo intraprendente editore, Zamora, ma presto i rapporti tra i due s’incrineranno. In seguito mi occuperò dei contenuti dell’opera. Mi basti segnalare che il seguito si rivela un fiasco (per Arlt il mercato è importante, essendo uno scrittore popolare, benché iconoclasta, e non elitario o di nicchia). Tuttavia lo scrittore addebita il calo delle vendite alle manovre poco trasparenti dell’editore, con il quale polemizza poiché ristamperebbe i libri senza accreditare le dovute royalties all’autore.

Arlt non si lascia quindi scoraggiare dal calo delle vendite, per il quale non si reputa responsabile, e intraprende subito la scrittura del suo quarto romanzo, incentrato sull’amore coniugale, sulle sue trappole e disinganni, El amor brujo (L’amore stregone). Ogni riferimento a cose e persone reali non è puramente casuale. Sappiamo come il matrimonio con Carmen stia naufragando nonostante i tentativi della sorella Lila di impedirlo. Carmen, ormai stufa delle assenze e dell’egoismo letterario del marito, che inoltre frequenta anche altre donne (tra le quali vi sono prostitute: ovvia fonte d’ispirazione della sua narrativa), si trasferisce di nuovo a Córdoba con la figlioletta Mirta, che diverrà poi una delle più affettuose curatrici ed esegete delle opere del padre. Si ricordi inoltre che la prima edizione de Los siete locos è dedicata a un’altra donna: Maruja Romero.

(Fine parte 1)

(Qui la seconda parte)


NOTE

[1] G. M. Goloboff, Genio y figura de Roberto Arlt, Buenos Aires, Editorial Universitaria de Buenos Aires, p. 111.

[2] Cfr. S. Saítta, El escritor en el bosque de ladrillos: Una biografía de Roberto Arlt (2000), Buenos Aires, Debolsillo, 2008, p. 17.

[3] R. Arlt, ¿Que nombre le pondremos al pibe?, in «El Mundo», 8 gennaio 1930. «Mia madre, che leggeva romanzi sentimentali, mi aggiunse al nome di Roberto quello di Godofredo, che non uso nemmeno per scherzo, e tutto per leggere La Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso».

[4] R. Arlt, Il vecchio maestro, in «El Mundo», 20 luglio 1930.

[5] Cfr. O. Borré, Roberto Arlt: su vida y su obra, Buenos Aires, Planeta, 1999, p. 17.

[6] Cfr. G. M. Zilio, El elemento lingüístico italiano en Iberoamérica, in Estudios Hispanoamericanos: Temas Lingüísticos, Roma, Bulzoni, 1989, pp. 9-131.

[7] A. Pauls, Arlt: La máquina literaria, in D. Viñas… [et al.], Yrigoien entre Borges y Arlt (1916-1930): literatura argentina siglo XX, compilado por G. Montaldo, dirigido por D. Viñas, Buenos Aires, Paradiso, Fundación Crónica General, 2006, pp. 251-52. «In Arlt, le macchine lavorano come lavora il sogno. Da ogni parte artefatti, ingranaggi, meccanismi che saltano, vibrazioni contagiose che popolano l’aria. I dispositivi tecnologici proliferano. […] La letteratura come macchina non è una questione di sensi, bensì di funzionamenti. Alla domanda ‘che vuol dire?’, Arlt oppone questa che Astier adopera per sapere ‘come funziona?’ e all’enigma oracolare ‘che significa?’, l’interrogazione-parola d’ordine ‘a che può servire?’».

[8] Cfr. O. Borré, Roberto Arlt: su vida y su obra, cit., p. 43.

[9] A. Pauls, Arlt: La máquina literaria, cit., p. 253. «Tuttavia, ne Le scienze occulte nella città di Buenos Aires, il precoce Roberto Arlt non si lascia catturare dall’occultismo come arte dell’interpretazione, bensì dalla doppia connessione che amalgama la teosofia con la pratica letteraria e con le organizzazioni criminali».

[10] Cfr. P. Levenda, Satana e la svastica: Nazismo, società segrete e occultismo, Traduzione di Alessandra Sora, Prefazione di Norman Mailer, Milano, Mondadori, 2005.

[11] Cfr. S. Saítta, El escritor en el bosque de ladrillos, cit., p. 27.

[12] Cfr. Ivi, p. 36

[13] Cfr. O. Borré, Roberto Arlt: su vida y su obra, cit., p. 90.

[14] Cfr. Ivi, p. 106.

[15] Cfr. S. Saítta, El escritor en el bosque de ladrillos, cit., p. 46.

[16] Cfr. O. Borré, Roberto Arlt: su vida y su obra, cit., pp. 114-15. «I personaggi di questo romanzo si muovono nel loro ambiente, respirano come noi l’aria delle nostre strade e, alla buonora, parlano in modo schietto giacché non sono semplici parti libreschi. Arlt non ha nemmeno fabbricato una periferia a suo gusto e piacere come fanno quasi tutti gli scrittori che sfruttano questo tema nelle loro narrazioni; nemmeno ha perseguito un particolare aspetto tragico. Si è limitato a consegnare il prodotto delle sue osservazioni ad una prosa semplice che fa sì che possiamo seguire le peripezie dei suoi eroi senza fatica. Il dramma che affiora in quasi tutti i capitoli è terribilmente semplice: la povertà».

[17] R. Arlt, Epístola a los genios porteños, in «Don Goyo», 23 febbraio 1926.

[18] Cfr. S. Saítta, El escritor en el bosque de ladrillos, cit., pp. 62-63. «In letteratura leggo solo Flaubert e Dostoievskij».

[19] Cfr. J. L. Borges, La inútil discusión de Boedo y Florida, in «La Prensa», 30 settembre 1928 [ora in J. L. Borges, Il prisma e lo specchio: Testi ritrovati (1919-1929), A cura di A. Melis, Traduzione di L. Lorenzini, Milano, Adelphi, 2009, pp. 248-53].

[20] Cfr. S. Saítta, El escritor en el bosque de ladrillos, cit., p. 69.

[21] Cfr. Ivi, p. 100. «nei Sette pazzi l’impetuosità, l’indisciplina lessicografica e sintattica, il disordine di tutto il suo mucchio di elementi, ci parlano palesemente di un istinto formidabile, di un genio innato, selvaggio, che non ha saputo posarsi in nessuna scuola».

[22] Cfr. Ivi, p. 101. «Mi ha sorpreso I sette pazzi di Roberto Arlt, romanzo degno di figurare tra quelli dei giovani scrittori russi. Arlt nel nostro ambiente è un caso unico: non conosce la grammatica elementare, ma ha un’immaginazione e un lessico esuberanti che fanno de I sette pazzi un’opera poderosamente suggestiva».

[23] Cfr. Ivi, p. 103. «I sette pazzi di Roberto Arlt rappresentano il miglior romanzo che sia mai stato scritto in questo Paese negli ultimi anni, compresi quelli che ebbero successo di critica e vendita unanimi».

[24] O. Borré, Roberto Arlt: su vida y su obra, cit., p. 203. «In tutti i settori letterari dell’attualità nazionale non c’è uno scrittore che sia capace di eguagliare la forza espressiva, il vigoroso flusso di vitalità che circola per alcune scene del libro».

[25] R. Arlt, Los siete locos, Prólogo de Mirta Arlt, Buenos Aires, Editorial Losada, 1958 (199814), p. 377. «Questo romanzo fu iniziato nel 1930. Fu concluso il 22 ottobre del 1931».

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Primo De Vecchis (San Benedetto del Tronto, 1982) è dottore di ricerca in “Letteratura Comparata e traduzione del testo letterario” (Università di Siena). Ha partecipato al progetto di trascrizione del Diario inedito di Mario Tobino, a cura di Paola Italia. Ha scritto una Nota Storica al romanzo di Tobino, Gli ultimi giorni di Magliano (Mondadori, 2009). Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni su riviste («Caffé Michelangiolo», «Nuova Antologia», «Otto/Novecento», «Rivista di Letterature moderne e comparate», «Paragone Letteratura»). Si è occupato anche di autori ispanoamericani come Roberto Arlt ed Ernesto Sábato.

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