ESOTERISMO E COSPIRAZIONE POLITICA NEI ROMANZI DI ROBERTO ARLT: UN CONFRONTO CON CURZIO MALAPARTE E PIER PAOLO PASOLINI (Parte 3/6). Saggio di Primo De Vecchis

ROBERTO ARLTEsoterismo e cospirazione politica nei romanzi di Roberto Arlt: un confronto con Curzio Malaparte e Pier Paolo Pasolini.

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di Primo De Vecchis

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I 7 pazzi e la loro cospirazione

 

II.1. Un uomo vuoto

Dedichiamo ora brevemente attenzione alla trama, alle tematiche e allo sviluppo de Los siete locos, partendo dai dettagli testuali per elevarci a considerazioni più generali. Quest’opera si caratterizza subito per un ritmo rapido, sostenuto, incalzante: deve molto alle strutture e alle tecniche dei romanzi d’appendice dell’Ottocento. Ma poi riempie tale scheletro o meccanismo con riflessioni, analisi e fantasticherie tipicamente novecentesche che precorrono per esempio l’esistenzialismo francese (soprattutto nei primi capitoletti). I brevi titoli sono spie indicative: La sorpresa, Estados de conciencia (Stati di coscienza), El terror en la calle (Il terrore della strada), Un hombre extraño (Un uomo strano), El odio, ecc.

Inoltre siamo in presenza di un’impalcatura da letteratura popolare e canagliesca, ricca però di accorgimenti tecnici e innovazioni tipicamente novecentesche. L’impressione quindi è quella di una mescolanza o fusione o meglio giustapposizione di alto e basso, di romanzo d’appendice e di romanzo di acuta e dolorosa penetrazione psicologica con venature grottesche e dunque umoristiche. Innanzitutto sottolineiamo la tecnica classica della ‘corsa contro il tempo’ (adoperata ancora oggi in molti best-seller). Erdosain, che lavora presso una multinazionale, uno zuccherificio, viene scoperto dai suoi dirigenti e accusato di aver truffato l’azienda intascandosi la cifra di seicento pesos. Ha tempo entro le tre del pomeriggio del giorno successivo per riportarli, altrimenti sarà denunciato alla polizia. L’incipit dunque è in medias res. Ma Erdosain è accolto in un ufficio da tre personaggi dell’azienda in una scena dal sapore kafkiano (in seguito si noteranno altri dettagli simili). L’accorgimento (quasi filmico) della corsa contro il tempo per procurarsi i soldi necessari (l’alternativa è il carcere) riesce a catturare l’attenzione anche del lettore più ingenuo. Ma immediatamente Arlt si cala nel cervello del protagonista, illustrando i suoi tormenti interiori.

Anche Erdosain, quest’impiegato piccolo-borghese, abbastanza precario e povero, sposato con una donna che lo disprezza per la sua inettitudine e che potrebbe scaricarlo da un momento all’altro, è perturbato dalla sua ‘nausea’ pre-sartriana, da una sorta di male di vivere dalle origini segrete, la zona de la angustia . Qui la sofferenza è soprattutto individuale, il personaggio è tutto concentrato nel suo dolore privato, che assume dimensioni universali. Quella di Erdosain è la prima ‘follia’ del romanzo, la prima perturbazione, alterazione percettiva. Qualcuno ha cercato di definirla con maggior precisione:

«Los personajes de Arlt son perfectos psicópatas y/o psicóticos, y los “siete locos” son exactamente eso. Los síntomas son bastante claros: ensimismamiento, imposibilidad de tener relaciones normales con los demás, delirios de destrucción, perseverancia, trastornos en la corrente de pensamiento (“pensaba telegráficamente”, etc.), complejo de dependencia, enjuiciamento negativo de sí mismo, etc. Y si se agrega que estos personajes se sienten interiormente vacíos, se podría diagnosticar – como se ha hecho con el Roquentin de Sartre – esquizofrénicos. O si se piensa en la inclinación a teatralizar la humillación, o en ese “dolor” presunto y metafísico que afirman los invade, se podría decir, histéricos. Una cosa y la otra; esquizofrénicos e histéricos, hombres vacíos y comediantes».[1]

Per Erdosain vale di certo il primo assunto. Quest’“uomo vuoto” ha bisogno di riempirsi di nuovi sogni ed utopie, anche nefaste (ma ciò lo vedremo in seguito, quando sorgeranno i temi della ‘setta’, dell’occulto, del ‘complotto’). Tuttavia la ‘follia’ di Erdosain non è un ghiribizzo decadente e manierista, come pensava György Lukács di Kafka, ma ha una chiara origine sociale e storica:

«Es porque – y no a pesar – los personajes kafkianos son como son, que una cierta sociedad real aparece revelada desde su perspectiva. Lo mismo ocurre con los “enfermos” de Arlt: están enfermos porque la sociedad, literalmente, los ha enfermado, y a la vez la enfermedad es una perspectiva privilegiada abierta sobre esa sociedad; por fuera de esa perspectiva no existiría ningún “color local”, ninguna “pintura” verídica y vivida de lo social».[2]

Qui si potrebbero innestare le riflessioni critiche di Diana Guerrero, che coglie nei personaggi arltiani l’inquietudine della piccola borghesia impoverita a cavallo tra gli anni Venti e Trenta.[3] Erdosain è un impiegato di un’azienda multinazionale che ha un salario minimo, che gli permette di sopravvivere, ma ora, con la scoperta del furto, rischia un rovinoso declassamento: può precipitare da un momento all’altro nella delinquenza più canagliesca, finire in carcere, depauperato, solo. È il terrore del piccolo-borghese border line di precipitare nell’universo brulicante e maledetto del sottoproletariato urbano. Erdosain è un ‘precario’ che ha truffato l’azienda e che rischia ora di finire in galera. Ma il furto non è stato dettato semplicemente dal bisogno, bensì si è rivelato come una sorta di ‘rivolta’:

«Si continuó trabajando en la Compañia Azucarera no fue para robar más cantidades de dinero, sino porque esperaba un acontecimiento extraordinario – inmensamente extraordinario – que diera un giro inesperado a su vida y lo salvara de la catástrofe que veía acercarse a su puerta».[4]

Diventare ladro quindi per rompere la routine, la noia, l’alienazione, per far accadere qualcosa d’insperato.

«– ¿Qué es lo que hago con mi vida? – decíase entonces, queriendo quizás aclarar con esta pregunta los orígenes de la ansiedad que le hacía apetecer una existencia en la cual el mañana no fuera la continuación del hoy con su medida de tiempo, sino algo distinto y siempre inesperado como en los desenvolvimientos de las películas norteamericanas, donde el pordiosero de ayer es el jefe de una sociedad secreta de hoy, y la dactilógrafa aventurera una multimillonaria de incógnito».[5]

Il bisogno, la precarietà tengono dietro a questo primo motivo. Poiché se fosse ricco, Erdosain potrebbe avere una vita libera e variegata. La schiavitù del salario invece lo incatena a un’esistenza anonima e opaca da impiegato smagrito. I sogni di ricchezza popolano il capitoletto El terror en la calle (Il terrore della strada). Poi compare il secondo pazzo, il farmacista Ergueta, delirante lettore della Bibbia, che ha sposato una ex-prostituta proprio perché è scritto nel libro sacro. Qui vi sono i primi cenni alla ‘rivolta politica’, alla rivoluzione sociale, che può essere realizzata solo da coloro che non hanno nulla da perdere: «los estafadores, los desdichados, los asesinos, los fraudolentos», come dice Ergueta nel capitolo successivo.[6] Si tratta quindi non solo di una rivoluzione proletaria, bensì sotto-proletaria (con l’ausilio di delinquenti comuni) e dunque di una rivoluzione anarchica, bakuniniana. Consideriamo che in quegli anni ‘anarchico’ e ‘delinquente’ erano considerati sinonimi (ma in seguito approfondiremo tale ramo del discorso).[7] Fatto sta che alla fine Erdosain chiede ad Ergueta se può prestargli i seicento pesos e il farmacista lo caccia via, in Un hombre extraño (Un uomo strano). Il giovane disperato si rinchiude nel bar Giapponese e comincia a elucubrare attorno alla figura di Barsut, il cugino di sua moglie Elsa. Vediamo come si alternino con ritmo regolare capitoli introversi a capitoli estroversi (fortemente dialogati e vivaci). Giustapposizione di alto e basso: il lettore ingenuo segue lo sviluppo della trama, il lettore colto cerca di scavare nella psiche del personaggio interpretando i suoi turbamenti. Barsut è un altro personaggio dal sapore kafkiano, è il classico intruso, disturbatore, dalla loquela sciolta e fastidiosa, è logorroico come un uccellaccio ed Erdosain in cuor suo lo odia pur tollerando la sua presenza anomala in casa, dove si presenta spesso. Il rancore immotivato nei confronti di Barsut è come un cancro che cresce dentro. Proseguono poi i vagabondaggi serali di Erdosain per le vie solitarie di Buenos Aires, ancora in preda a fantasticherie sterili. L’unico che può tirarlo fuori da quel pasticcio è l’Astrologo, un tipo strano: «Hasta sospechaba que pudiera ser un delegado bolchevique para hacer propaganda comunista en el país, ya que aquél tenía un proyecto de sociedad revolucionaria singularísimo».[8] Ed è qui che viene introdotto il fatidico tema della ‘cospirazione politica’ ed occulta.

II.2. La fabbrica dei complotti

Ma prima di avventurarci nella residenza di campagna, situata a Temperley, ad un’ora di treno dalla città, del fantomatico Astrologo e della sua ‘setta politica’, vorrei qui fare una breve digressione esplicativa facendo cenno a una breve opera giovanile di Arlt, che getta le basi dell’attenzione dell’autore per le sette, l’occultismo, la massoneria e la teosofia, ovvero Las ciencias ocultas en la ciudad de Buenos Aires del 1920. Il giovane scrittore confessa di essere stato introdotto all’interno di una loggia (chiamata Vi-Dharma) grazie all’intermediazione di un giovane studioso di matematica. Arlt s’illude di penetrare nei recessi di un centro studi di occultismo dai nobili fini. Invero grande è il disinganno:

«Reconocí que un pseudo espiritualismo, no excluía de esos que se consideraban superiores, el desprecio, el orgullo y la hipocresía. […] Y pude comprobar en el transcurso de dos años, que reinaba allí, como en toda reunión de individuos que se unen tácitamente para un mismo fin, una armonía que sólo puede ser sometida por un medio: infranqueabilidad a todo lo que se juzga nuevo e innovador, sentándose para ellos dogmas irrisorios, prevenciones absurdas, o asumiendo actitudes dignas de todo desprecio».[9]

Questo è un passaggio chiave poiché analizza la struttura o meglio il meccanismo, il funzionamento inesorabile d’una Loggia segreta, d’una società occulta, d’una fratellanza, ma sempre sul punto di degenerare. Qui Arlt si occupa ancora di una società teosofica, seguace delle idee fumose e sincretiche (ovvero pasticciate e contraddittorie) di Mme. Blavatsky, autrice della Dottrina Segreta (1888). Il testo di Arlt nasce probabilmente da una serie di frequentazioni autobiografiche: la “Vi-Dharma” infatti era una delle tre logge teosofiche presenti a Buenos Aires negli anni Venti (le altre due erano “Agama” e “Loto Blanco”).[10] Arlt vuole mettere in guardia i lettori dalle imposture presenti in tali gruppi,[11] capaci di plagiare le menti deboli, facilmente suggestionabili e depresse:

«Es doloroso y la realidad lo será aún más, si la colectividad no trata de poner un freno o una ley a estas agrupaciones, donde germina una futura y delicada degeneración».[12]

Ma il testo non è un mero pamphlet, bensì un collage, un pastiche, dove convergono tutte le conoscenze arltiane sull’argomento, condensate in poche e dense paginette: sono un primo esercizio di elaborazione creativa e leggermente parodistica a partire da una serie di ‘discorsi’, ricchi di idee, ideologie, correnti di pensiero. E come vedremo in seguito (anche per il caso italiano) politica e occultismo (massoneria, logge, misteri, associazioni con scopi eversivi più che sovversivi) vanno spesso a braccetto. Sviluppato quindi questo doveroso preambolo possiamo tornare al ‘vuoto’ Erdosain, afflitto da più turbe, ossessionato dall’idea di scovare i seicento pesos, che si accinge a presentarsi presso la dimora misteriosa dell’Astrologo, uno dei personaggi più bizzarri e geniali partoriti dalla fantasia arltiana e spesso oggetto di studio e interpretazione soprattutto per la sua ideologia, che tradisce un complicato sincretismo, non dissimile dalla dottrina teosofica della Blavatsky, solo che non si tratta di idee religiose bensì di idee politiche, anzi mistico-politiche.

Ciò che ci preme analizzare quindi sono i ‘discorsi’ dell’Astrologo, così variegati e vivaci. Nel momento in cui Erdosain giunge nella sua dimora il leader dal ceffo romboidale sta parlando di un’altra società segreta poderosa, da prendere come esempio per il suo funzionamento e la sua penetrazione occulta nella società civile, ovvero il ku-klux-klan. Il che già delinea gli intenti terroristici dell’Astrologo. Il nome di tale gruppo deriverebbe dalla parola greca kuklos (kyklos) – ‘cerchio’, ‘circolo’ – e dalla parola scozzese ‘clan’ (famiglia). Com’è noto gli aderenti indossavano delle tuniche bianche con cappuccio. Forse non a caso anche il nostro personaggio si presenta vestito con uno spolverino giallo che «parecía la vestimenta de un sacerdote de Buda».[13] Insomma è abbigliato quasi come il Maestro di una Loggia Occulta. Ma il contenuto ideologico della Loggia è ancora vago ed eterogeneo: «No sé si nuestra sociedad será bolchevique o fascista».[14] Trattasi quindi per ora d’una sorta di «ensalada rusa».[15] Ben chiari invece sono gli strati sociali ai quali il gruppo si rivolge: «Mi plan es dirigirnos con preferencia a los jóvenes bolcheviques, estudiantes y proletarios inteligentes».[16] Dunque è certo l’elemento cosiddetto ‘populista’. Subito però si passa all’illustrazione del funzionamento di tali cellule apparentemente ‘rivoluzionarie’:

«El poder de esta sociedad no derivará de lo que los socios quieran dar, sino de lo que producirán los prostíbulos anexos a cada célula».[17]

Quindi già si nota la somiglianza con una comune organizzazione criminale dedita allo sfruttamento della prostituzione ed alla tratta delle bianche (negli anni Venti operavano in Argentina la Mafia siciliana, ma anche la Mafia ebraica, tra le altre. Arlt inoltre in seguito s’interesserà molto alla Mafia siciliana trapiantata negli Stati Uniti e dedicherà delle cronache a ‘Scarface’ ovvero ad Al Capone).[18] Inoltre l’organizzazione potrà persino avvalersi d’una ‘colonia rivoluzionaria’ situata nelle Ande, dove si addestreranno i membri del gruppo: delle Accademie Rivoluzionarie, dei campi di addestramento per ‘terroristi’. Dalle prime parole dell’Astrologo comprendiamo quindi la peculiarità di tale società segreta; essa enuclea e fonde in se stessa:

1. la setta esoterica dedita a pratiche occulte;

2. l’associazione a delinquere di stampo mafioso dedita allo sfruttamento della prostituzione;

3. la cellula terroristica con intenti sovversivi e dall’aspetto ‘rivoluzionario’.

Un bel rompicapo arltiano. Da tale intrico nasceranno molte incomprensioni e dubbi soprattutto da parte dei critici più ideologizzati. Mentre di recente lo scrittore e teorico della letteratura Alan Pauls sembra aver colto in pieno la specificità del discorso arltiano:

«Si los textos de Arlt no cesan un segundo de maquinar, es tal vez porque la maquinación es el exponente mayor de la experimentación, su figura soberana y su apoteosis. No sólo porque la sociedad secreta de Los siete locos, cuya organización remeda restos de modelos conspirativos como la mafia norteamericana o los grupos anarquistas rusos de fines del siglo XX, está integrado por esos experimentadores mayúscolos que son los inventores, los ocultistas o los industriales. El complot es experimentación porque busca crear lo que aún no existe: un conjunto de fuerzas capaces de actuar y de modificar lo que existe».[19]

La società segreta dell’Astrologo, nata quindi dalla stratificazione di più gruppi (chiamiamoli ‘eversivi’), non è altro che una macchina per fabbricare cospirazioni, una trovata narrativa che genera inesorabilmente complotti, molti dei quali (come vedremo) destinati al fallimento. Ecco quindi che la ‘macchinazione’ (termine che ci suggerisce anche le macchine, gli ingranaggi, le invenzioni tecniche: e si ricordi che Erdosain, come Arlt, è tra le altre cose un inventore fallito) è il tema in assoluto del romanzo arltiano, del dittico Los siete locosLos lanzallamas, che stiamo analizzando. E la tecnica adoperata per dar vita a questo moto di macchinazioni (come gli ingranaggi di Modern Times di Charlie Chaplin del 1936) è il pastiche tematico (non linguistico), di diversi registri tematici: il romanzo d’appendice, il romanzo dostoevskiano, i pamphlet politici, le cronache giornalistiche, il manuale d’istruzioni tecniche. Temi e tecniche formano un unico nucleo. E il tono non è affatto ironico, distaccato (come farebbe erroneamente pensare la parola pastiche) bensì drammatico, convulso e casomai grottesco (come certe illustrazioni di Goya, dense d’un umorismo tenebroso e poco incline alla leggerezza). Non si tratta quindi d’una prosa leggera, ariostesca, calviniana. Bensì vedremo in seguito come un esempio di romanzo fondato sulle cospirazioni e condotto con la tecnica del collage, del pastiche di materiale eterogeneo, ma senza ironia, bensì con drammaticità e sarcasmo (un gioco molto serio) sia costituito dall’incompiuto Petrolio di Pasolini, chiaro esempio di ‘postmodernismo critico’ (e non aereo e ironico, come puntualizza Carla Benedetti).[20] Ma di questo ci occuperemo più distesamente nella terza parte della tesi.

Ma dobbiamo tornare all’ultimo discorso pronunciato dall’Astrologo prima della fine del denso capitoletto che ci conduce al centro della narrativa arltiana. L’Astrologo, essendo un populista, deve costruire un’utopia appetibile da dare in pasto alle masse: deve penetrare nella ‘psicologia delle masse’, per poterle manipolare meglio. Ecco quindi che si affida all’utopia neo-positivista dell’industrialismo: «hay que crear misticísmo industrial».[21]

E inoltre mira alla creazione di un uomo nuovo, simile al mito nicciano del superuomo: «Crear un hombre soberbio, hermoso, inexorable, que domina las multitudes y les muestra un porvenir basado en la ciencia».[22]

V’è inoltre la lucida coscienza che nei tempi futuri le dittature non saranno più guidate da militari bensì dai capitani d’industria, dagli imprenditori, dai poderosi capitalisti a capo di multinazionali: «Los futuros dictadores serán reyes del petroleo, del acero, del trigo».[23]

Con spirito profetico Arlt pone l’accento sulle risorse, i combustibili fossili, i metalli e le derrate alimentari. Ciò significa che anche le guerre future saranno combattute per il controllo di tali risorse: soprattutto per il petrolio.

In seguito vedremo come l’Astrologo, i cui discorsi virano dall’estrema destra all’estrema sinistra con versatilità, discetterà proprio sulle guerre per il controllo del petrolio e altri beni, scatenate dagli Stati Uniti nel ‘cortile di casa’ latinoamericano, intessendo un chiaro discorso antimperialista che così tanta fortuna avrà negli anni a venire. Ma la versatilità è proprio ciò che fa crescere i sospetti sulla genuinità dei discorsi del leader mistico. L’acuta studiosa Diana Guerrero, nel noto saggio Roberto Arlt el habitante solitario (Roberto Arlt l’abitante solitario) del 1972, aveva già lanciato le premesse delle intuizioni di Alan Pauls e sottolineato la natura farsesca e truffaldina dell’‘ensalada rusa’ della società segreta arltiana:

«El Astrólogo expresa en sus teorías políticas las consecuencias de la desorientación del ambiente ciudadano. Su proyecto es organizar una sociedad secreta financiada con el dinero de una cadena de prostíbulos, cuyas ganancias se emplearían, también, para fundar una colonia en las montañas, a la vez fábrica de gases venenosos, centro de buscadores de oro y academia de futuros revolucionarios o explotadores.

La revolución desencadenada por esta élite sería breve. Y prodigiosa:

– El hombre es una bestia triste – enseña el Astrólogo – a quien solo los prodigios conseguirán emocionar. O las carnicerías. Pues bien, nosotros, con nuestra sociedad, le daremos prodigios, pestes de cólera asiático, mitos, descubrimientos de yacimientos de oro o minas de diamante.

(Los siete locos, t.I, págs. 228-29.)

En consecuencias, que un puñado de hombres – el ku klux klan o los gangster yanquis – tenga en jaque a toda una ciudad es lo que más lo emociona. La teoría política solo incluye la etapa destructiva, donde la eficacia es el único criterio de acción. La sociedad secreta se regirá, entonces, por la mentira, el “misticismo industrial”, la exaltación del superhombre, la búsqueda de sí mismo, el deseo de ser Dios. De este modo, la dimensión política del universo arltiano se recubre con el ambito de un Rocambole y de otros héroes folletinescos, y la sociedad secreta del Astrólogo retoma el espíritu que presidió el “Club de los Caballeros de la Media Noche” de Astier y sus amigos». [24]

Tuttavia vedremo come lo studioso José Amícola, in una sua acutissima analisi, Astrología y fascismo en la obra de Arlt (Astrologia e fascismo nell’opera di Arlt) del 1984, dia estrema importanza alle formulazioni ideologiche arltiane avvicinandole all’ideario propriamente fascista (mussoliniano), che com’è noto sembra nascere da una costola della sinistra radicale (il sindacalismo rivoluzionario di Sorel rielaborato da Mussolini), presentandosi quindi come un Giano bifronte, come un ‘socialismo’ nazionalista e demagogico. Vedremo inoltre come le analitiche argomentazioni di Amícola ci permettano di instaurare un’analogia con il saggio di Curzio Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, pubblicato dapprima in francese nel 1931[25] (coevo quindi a Los lanzallamas) e che costò allo scrittore di Prato il confino da parte del regime fascista. Il discorso arltiano, filtrato attraverso i suoi ‘deliranti’ personaggi, non si configura solo come un semplice gioco, una fantasia mutuata dagli amati romanzi d’appendice, ma come una prefigurazione sagace della degenerazione del fascismo italiano e dell’avvento del ben più nefasto nazionalsocialismo tedesco, dove l’occultismo, il neo-paganesimo, il misticismo eugenetico assumeranno un ruolo di spicco all’interno del partito.[26] E ciò sarebbe poi testimoniato dal preoccupato interesse diretto dal cronista Arlt alle gesta del macellaio Hitler, ritratto in varie acqueforti successive e parodiato chaplinianamente.[27] I discorsi dell’Astrologo, ponendosi a metà strada tra fascismo italiano e bolscevismo russo, saldando il tutto con un radicale antiamericanismo, antimperialismo e anticapitalismo liberale (mentre esalta l’industrialismo nazionale), sembrerebbero anticipare di un decennio il fenomeno tipicamente argentino del peronismo, ma il condizionale è d’obbligo, poiché la terza via di Perón non ebbe mai quei nefasti risultati teorizzati da Arlt. Casomai si può essere d’accordo sul fatto che il peronismo, questo Giano bifronte ricco di ambiguità, spaccato tra destra e sinistra, mostrerà il suo lato più oscuro solo negli anni Settanta, soprattutto attraverso la figura di José López Rega, soprannominato el brujo, vero e proprio ‘astrologo’ e uno dei personaggi del minuzioso romanzo storico di Thomás Eloy Martínez, La novela de Perón (Il romanzo di Perón) del 1985, nonché protagonista dell’inquietante romanzo di Luisa Valenzuela, Cola de lagartija (Coda di lucertola) del 1983. E ricordo solo che López Rega stringerà forti legami con Licio Gelli e la Loggia P2, a quanto pare fondata da Umberto Ortolani ed Eugenio Cefis, quest’ultimo personaggio di Petrolio di Pier Paolo Pasolini, soprannominato il Troya. Come si nota i fili sembrano intrecciarsi in una matassa comparativa eccessiva, tuttavia cercherò di sbrogliare il tutto nel modo più chiaro possibile.

II.3. Uccido, dunque sono

 

Ma torniamo alla trama del romanzo per poter poi tracciare altre divagazioni. La prima riunione descritta si svolge solo in presenza dell’afflitto Erdosain e del flemmatico Arturo Haffner, detto il Ruffiano Malinconico, uno dei sette pazzi. Haffner decide di tirare fuori dai guai Erdosain prestandogli la cifra necessaria: di professione fa il protettore di prostitute ed è il referente dell’Astrologo per l’organizzazione della rete di postriboli che dovrebbe finanziare la società segreta. Haffner è un misogino, un cinico, un metodico: ha sposato il progetto del leader per noia, per intaccare l’angustia quotidiana. Come Erdosain sceglie la ‘rivolta’ per tedio, ma la sua non è angoscia, bensì psicopatia, assenza di sentimenti. Haffner è intellettualmente lucido: non s’illude sulla natura del leader: «Algunas [ideas] son embrolladas, otras claras, y, francamente yo no sé hasta dónde quiere apuntar ese hombre. Unas veces usted cree estar oyendo un reaccionario, otras a un rojo, y, a decir la verdad, me parece que ni él mismo sabe lo que quiere».[28]

Come sfruttatore di donne non si considera peggiore di qualsiasi industriale all’interno del regime capitalista. Da qui un’analisi feroce del ‘sistema’ al quale ammette di far parte come ingranaggio minore:

«Vaya, si quiere tener conciencia de lo que es la explotación capitalista, a las fundiciones de hierro de Avellaneda, a los frigoríficos y a las fábricas de vidrio, manufacturas de fósforos y de tabaco. […] ¿ Y quién es más desalmado, el dueño de un prostíbulo o la sociedad de accionistas de una empresa?»[29]

Il capitalismo viene quindi inteso come una macchina infernale che abusa dei corpi, che li mercifica, che ne dispone come vuole. Altra analogia che si potrebbe connettere alle riflessioni dell’ultimo Pasolini, quello di Salò-Sade e alle sue considerazioni sul neocapitalismo omologante e globale (che distrugge le realtà particolari) e all’anarchia del Potere che fa ciò che vuole.

Ma nell’epoca pasoliniana gli industriali sono già divenuti i nuovi ‘dittatori’ e nell’attuale era della globalizzazione i dirigenti delle grandi multinazionali e i manager dei colossi bancari sono veramente i nuovi ‘re del mondo’, e appartengono a un’élite, a una super-class che ha un’estensione globale e capillare.[30] Ma qui non vorrei divagare lanciandomi in elucubrazioni socio-politiche.

Il prossimo capitoletto del romanzo si concentra di nuovo attorno alle sorti di Erdosain: El humillado (L’umiliato). L’episodio narra attraverso dialoghi incalzanti l’abbandono di Elsa del focolare domestico, la sua scelta di andarsene via con un altro uomo, un capitano in uniforme, lì presente nella medesima stanza dinanzi agli occhi esterrefatti di Erdosain. La scena è impastata di comicità e dolore, in una rara miscela. Infatti Erdosain, inventore fallito, creatore della rosa di rame, cresciuto sotto il terrore del padre padrone che lo puniva, additato a scuola come un imbecille, passato attraverso diverse forme di umiliazione che hanno inasprito la sua angoscia interiore, ha non pochi punti in comune con lo scrittore Arlt, anche se si tratta evidentemente di una proiezione più sfortunata e inetta, incapace di agire, tutta racchiusa nel suo odio inconcludente. Nessun personaggio d’un grande scrittore è veramente autobiografico (nemmeno il narratore della Recherche di Proust) eppure ogni personaggio è spesso la proiezione di una caratteristica ingigantita dello scrittore. Inoltre Arlt afferma di essersi ispirato per Erdosain a un povero diavolo, smagrito, seduto presso un tavolino di un bar. E ancora Erdosain ha molti punti in comune con Raskol’nikov di Delitto e castigo, come dopo si vedrà. Quindi spesso i personaggi arltiani possono essere formati dalla stratificazione di tre livelli:

1. proiezione autobiografica;

2. persona anonima realmente esistita;

3. personaggio letterario.

Il che li rende davvero iperletterari ed allo stesso tempo credibili.

Non vi è umiliazione più grande che l’essere scaricati dalla propria moglie in presenza del nuovo amante (una scena simile si ritroverà in Lolita di Nabokov,[31] ma forse ha origini dostoevskiane). A ciò si somma l’impotenza di farsi giustizia da soli con la pistola Browning. Erdosain, secondo i valori della società borghese (capitalistica), è un inetto, poiché non ha saputo trovarsi un lavoro più remunerativo, tutto perso dietro le proprie chimere destinate all’insuccesso.

Il capitoletto che segue è totalmente allucinatorio, immerso in Capas de oscuridad (Cappe d’oscurità), e forse un po’ prolisso. Mentre La bofetada (Lo schiaffo) è centrale per lo sviluppo della trama. Infatti Erdosain rincasa, nel frattempo giunge anche il solito Barsut. Erdosain confessa a Barsut che Elsa lo ha lasciato per scappare con un militare dell’aeronautica. Allora Barsut reagisce in modo inconsulto e gli stampa uno schiaffo nella mandibola. Il gesto ha qualcosa di eccessivo ed espressionistico, direi teatrale: tutto infatti si svolge tra le quattro mura dell’appartamentino di Erdosain, accanto a un tavolo. Benjamin ha studiato la peculiarità dei gesti dei personaggi kafkiani, che sono sempre troppo forti, irrealistici, altamente espressivi. Qui accade qualcosa di molto simile:

«Come questo trillo, troppo forte per il campanello di una porta, sale fino al cielo, così i gesti dei personaggi di Kafka sono troppo forti per il loro ambiente, e irrompono in uno spazio più vasto. […] Ogni gesto è un evento, si potrebbe quasi dire: un dramma a sé. La scena su cui questo dramma si svolge è il theatrum mundi, di cui il cielo costituisce lo sfondo».[32]

Il Benjamin cita a sostegno della sua idea le pitture di El Greco, padre degli espressionisti, uno degli artisti amati da Arlt insieme al Goya delle pitture più nere e grottesche.[33] Ma di certo un altro tassello è costituito dai gesti e dagli ambienti di Dostoevskij: in tal caso si ravvisa una netta impronta di Delitto e castigo e di Raskol’nikov (che influenzeranno appunto anche Il processo di Kafka).

Inoltre, secondo colpo di scena del capitolo: Barsut confessa di essere il delatore di Erdosain, colui che lo ha denunciato allo zuccherificio, rivelando le sue manovre fraudolente: lo avrebbe fatto in realtà per umiliare Elsa, la cugina, poiché lei si è sempre mostrata altezzosa nei suoi confronti. Ecco quindi che Erdosain, scosso nel profondo dall’inattesa rivelazione, elabora immediatamente il piano criminale di far sequestrare Barsut, farlo uccidere e appropriarsi del suo denaro per finanziare il piano della fantomatica società segreta immaginata dall’Astrologo. Si presenta ai nostri occhi un’ennesima ‘macchinazione’, stavolta partorita dalla mente rancorosa di Erdosain, un altro complotto criminale, che si aggiunge a quello più vasto di progettare un colpo di Stato ai danni del regime parlamentare e liberaldemocratico vigente (come in seguito si vedrà, con dovizia di analisi). Erdosain, come Raskol’nikov, viene catturato da questa ‘idea fissa’.

«Necesitaba agotar todas las posibilidades de expresión, poseído por ese frenesí lento que a través de las frases le daba a él la conciencia de ser un hombre extraordinario y no un desdichado.[34]

– No, mirándote bien parecés un tipo agarrado por una idea fija… vaya a saber por qué».[35]

Si confrontino queste descrizioni con quelle fornite da Raskol’nikov:

«Sarebbe stato difficile lasciarsi andare più in basso e trascurarsi di più; ma Raskol’nikov, nel suo presente stato d’animo, ne aveva quasi piacere. Egli s’era completamente appartato da tutti, come una tartaruga nel suo guscio, e perfino il viso della fantesca che aveva l’incarico di servirlo, e che gettava di tanto in tanto un’occhiata nella sua camera, gli eccitava la bile e il convulso. Così accade a certi monòmani che troppo si sono riconcentrati in qualche pensiero».[36]

Il capitoletto seguente denuncia ancor di più questa filiazione dostoevskiana (che è solo uno degli elementi del pastiche lucidamente condotto). Qui si espone l’idea di “Ser” a través de un crimen (“Essere” attraverso un crimine). V’è probabilmente anche un’allusione all’Amleto, sempre oscillante tra inettitudine e desiderio d’inettitudine:

«– ¿Matarlo o no matarlo? ¿ Qué me importa esto a mi? ¿Me importa matarlo? Seamos sinceros. ¿Me importa matarlo? ¿O es que no me importa nada? ¿Que me da igual que viva? Y sin embargo quiero tener voluntad de matarlo».[37]

Ma il delirio di Erdosain, questa figura novecentesca di inetto rancorosa, che nutre sogni di grandezza e violenza, s’incentra attraverso l’idea di affermare la propria essenza (l’Essere che è, appunto) per mezzo di un atto di sopraffazione e violenza: l’omicidio. Una specie di ‘uccido dunque sono’. Un cercare di scoprire come reagirebbe la propria psiche in seguito a questo atto. Il crimine renderebbe Erdosain visibile, corposo, troppo umano e dunque prominente:

«Yo soy la nada para todos. Y sin embargo, si mañana tiro una bomba, o asesino a Barsut, me convierto en el todo, en el hombre que existe, el hombre para quien infinitas generaciones de jurisconsultos prepararon castigos, cárceles y teorías».[38]

Qualcosa di molto simile alle elucubrazioni di Raskol’nikov sul diritto degli uomini superiori e dotati di qualità di compiere un crimine per affermare se stessi e le proprie idee:

«Gli uomini straordinari invece hanno il diritto di commettere qualsiasi delitto e di violare in ogni modo la legge, precisamente perché sono straordinari».[39]

Questi sono anche i contenuti di un articolo del personaggio che riesce a sovrapporre genialità e delinquenza:

«Insomma, io dimostro che tutti gli uomini, non dico già grandi, ma che appena escano dalla carreggiata comune, cioè che appena siano capaci di dire qualcosa di nuovo, devono immancabilmente, per la natura loro, essere delinquenti, – più o meno, s’intende».[40]

L’emblema, l’esempio da seguire in tal senso per il giovane studente e assassino della vecchia usuraia diviene (com’è noto) Napoleone. Diciamo che tali idee sul superomismo si riverberano più sull’Astrologo che su Erdosain, tuttavia è chiaro che qui Arlt opera un’ulteriore contaminazione, un gioco di prestigio. Erdosain è più fragile, incerto, vuoto di un Raskol’nikov, dunque un personaggio che potrebbe essere uscito dalla penna di Sartre e Camus. Tuttavia ben sappiamo come l’esistenzialismo francese getti le sue radici nel fertile humus dei romanzi psicologici dostoevskiani, così come nelle filosofie principalmente di Schopenhauer e Nietzsche (senza dimenticare Kierkeegard).

Qui siamo in presenza di un anarchismo distruttivo, la cui ideologia si ripercuote anche ne I demoni dostoevskiani, allievi di Nechaev, seguace ‘degenere’ di Bakunin. I pazzi arltiani sono chiamati «monstruos»[41] e la società segreta «otro demonio».[42]

II.4. I discorsi dell’Astrologo

Ma nel frattempo Erdosain, uscito fuori di casa, sempre inquieto e in movimento, mentre la notte incombe, fa ritorno nella dimora dell’Astrologo a Temperley. Qui fluttuano altri ‘discorsi’ che è bene tesaurizzare. Parliamo de La propuesta (La proposta).

Erdosain infatti qui propone il suo piano criminale all’Astrologo che valuta con attenzione tale ‘geniale’ idea, anch’essa nata dall’angoscia, dal male di vivere, dalla ‘nausea’. L’Astrologo conversando preannuncia il diffondersi del morbo intellettuale esistenzialista:

«Yo leo mucho, y créame, en todos los libros europeos encuentro este fondo de amargura y de angustia que me cuenta de su vida actuál».[43]

Occorre dunque una nuova religione, un misticismo materialista che permetta agli uomini di sognare nuovamente, di credere, di avere fede in un mito moderno. Qui per la prima volta Erdosain dipinge il suo piano come un meccanismo, una macchinazione, come un’arancia a orologeria, per citare il noto romanzo di Anthony Burgess. Qui Erdosain, l’inetto rancoroso, prefigura la mentalità nazista: l’odio razionalizzato, organizzato. Qui Erdosain, con la sua fantasia sadomasochista, profetizza gli orrori dell’Argentina degli anni Settanta, con i suoi campi di prigionia clandestini, i sequestri, la violenza esercitata sui corpi (prerogativa della mentalità fascista, secondo lo storico Sergio Luzzatto).[44] Un meccanismo sadiano, degno del Salò-Sade dell’ultimo Pasolini (che nella terza parte della tesi affronteremo):

«Usted debe tomar en cuenta esto: es un mecanismo que se desmonta en tres submecanismos que tienen que marchar armoniosamente, aunque son independientes. Vea: el primer mecanismo es el secuestro. El segundo, la estada de usted en Rosario, donde pedirá y recibirá el equipaje con el nombre de Barsut. El tercero, asesinato y procedimiento para hacerlo desaparecer.

– ¿Destruiremos el cadáver?

– Claro. Con ácido nítrico o si no con un horno donde… Si es horno hay que tener un mínimo de quinientos grados para carbonizar también los huesos».[45]

E subito l’Astrologo ha un’intuizione: rendere sistematico tale piano criminoso: moltiplicare le cosiddette ‘cellule rivoluzionarie’ seguendo l’esempio del ku klux klan e di altre società segrete influenti e poderose.

Poco dopo Erdosain abbandona il quartier generale per rincasare mentre albeggia. Nel brano Arriba del arbol (Sopra l’albero) vi è una prefigurazione del romanzo d’amore El amor brujo, nato probabilmente da un episodio autobiografico: l’innamoramento di un uomo sposato nei confronti di una giovane studentessa quindicenne, una Lolita ante-litteram. Occorre considerare che il tema della pederastia si ripresenterà in seguito, avendo compiuto Erdosain un crimine che non si può dire (probabilmente la corruzione di una minorenne). Ma viene narrato anche un gesto bizzarro, una simulazione di follia: Erdosain si arrampica s’un albero e rimane lì appollaiato ad osservare la comune realtà dall’alto, per coglierla da un’altra prospettiva, proprio come ne Il barone rampante di Italo Calvino. Ma il gesto ardito dura poco.

Inizia la seconda parte del romanzo (diviso in tre) con un capitoletto di transizione, Incoherencias (Incoerenze), a metà tra il delirio, il sogno e il ricordo della moglie Elsa che umilia Erdosain con le sue confessioni. In Ingenuidad e idiotismo (Ingenuità e idiozia) Erdosain addirittura si confessa di fronte al narratore, che acquista sempre più spessore nella storia, in quanto cronista. Qui si identifica la causa della nefasta nevrosi del giovane protagonista, identificabile nel fallimento della propria relazione coniugale. L’elemento sessuale, alquanto demonizzato, acquista la sua importanza, diremmo, psicanalitica, in quanto nodo irrisolto. Erdosain è scisso: le sue pulsioni si dividono in amore puro e platonico (anelato con la moglie) e amore fisico e bestiale (consumato con le prostitute). Non vi è una sintesi: Elsa lo provoca e talora lo rifiuta e lui è costretto a ricorrere ai bordelli con l’infelicità nel cuore. La descrizione dei turbamenti sessuali di Erdosain prosegue in La casa negra, che rappresenta l’immaginazione sensuale e morbosa del personaggio, perduto dietro le sue larve oniriche, costituite da frammenti di donne diverse riuniti in una sintesi, come accadeva con gli scultori dell’antica Grecia.

In Trabajo de la angustia (Il lavoro dell’angoscia) si approfondisce l’analisi psicologica nei recessi mentali di un aspirante criminale. Erdosain immagina già di uccidere Barsut, compie una serie di simulazioni con l’immaginazione: vede la vittima legata, incappucciata, con una pistola puntata sulla tempia. Pullulano le fantasie sadiche ne Los siete locos: sono una forma di compensazione dell’apparente inettitudine di alcuni personaggi, poveri diavoli, mostri dalle goffe movenze, in un trionfo del grottesco.

El secuestro avviene dieci giorni dopo la fuga di Elsa, ma il narratore tralascia di soffermarsi nei marginalia e rappresenta esattamente tre giorni netti di accadimenti. Quindi dal ritorno di Erdosain a casa all’alba dopo essere stato per la seconda volta dall’Astrologo, dopo un breve intermezzo (in verità uno sprofondamento nella psiche) si passa al fatidico giorno del sequestro di Barsut, attirato a Temperley con un tranello. Qui compare come personaggio attivo anche l’enigmatico Bromberg, il servo dell’Astrologo, detto l’Uomo che vide la levatrice. Barsut viene catturato, serrato in una stanza con una catena assicurata ai piedi. L’Astrologo parte per Rosario per spedire da lì un telegramma all’affittuaria di Barsut, convincendola del fatto che il suo cliente si è trasferito. Ma tralasciamo altri dettagli della trama. Prende il via la terza, ultima e corposissima parte del romanzo, quella dove forse si eserciterà maggiormente la nostra esegesi, dove più si appunterà la nostra critica tematica sempre in comparazione con altre opere, con altre letterature.

Il capitoletto El látigo (La frusta) si apre con i preparativi per la prima riunione ufficiale dei capi dell’organizzazione che si sta ramificando. L’Astrologo propone ad Erdosain di divenire capo dell’Industria: il giovane già pregusta un futuro di dominio, in un orizzonte nicciano, superomistico:

«Pensaba que se mostraría irónico en la reunión, y un desprecio malévolo le surgía para los débiles del mundo. El planeta era de los fuertes, eso mismo, de los fuertes».[46]

Il giovane tiranno in potentia già pregusta le fucilazioni per chi si opporrà al loro disegno e ripete a se stesso la nota frase di Lenin:

«“– ¡Qué diablo de revolución es ésta si no fusilamos a nadie!”»[47]

E l’Astrologo, invece di farlo desistere dai suoi deliri, essendo un abile manipolatore (quasi un creatore di terroristi. Per conto di chi?), soffia sul fuoco. Citando, forse a sproposito Le vite parallele di Plutarco, esclama:

«– Pues se las voy a regalar para que leyéndolas aprenda que la vida humana vale menos que la de un perro, si para imprimir un nuevo rumbo a la sociedad, hay que destruir esa vida. ¿Sabe usted cuántos asesinatos cuesta el triunfo de Lenin o de un Mussolini? A la gente no le interesa eso. ¿Por qué no le interesa? Porque Lenin y Mussolini triunfaron. Eso es lo esencial, lo que justifica toda causa injusta o justa.»[48]

Un’esaltazione della violenza dunque, del diritto del più forte a imporsi a tutti i costi, dove i fini giustificano qualunque mezzo. Il ceffo dell’Astrologo viene qui descritto come «mongolico rostro»,[49] il che può far pensare al viso di Lenin, allo sguardo orientale. Comunque più avanti il leader ammette di ammirare il Duce degli italiani. L’affermazione è tra il serio e il faceto e la figura dell’italiano medio ne esce ridicolizzata:

«– No. Ése es un símbolo místico… intelectual… Hay que descubrir algo grosero y estúpido… algo que entre por los sentidos de la multitud como la camisa negra… Ese diablo ha tenido talento. Descubrió que la psicología del pueblo italiano era una psicología de barbero y tenor de opereta… En fin, veremos, ya tengo pensada una jerarquía, algo interesante… lo hablaremos otro día… puede que resulte…»[50]

Il riferimento corre anche a La psychologie des foules (La psicologia delle folle, 1895)  di Gustave Le Bon, che influenzò il giovane Mussolini quando ancora militava nelle fila dei socialisti rivoluzionari. Ciò che colpisce subito il lettore è la natura contaminatoria del discorso dell’Astrologo (che si scatenerà nel prossimo capitolo) e che appaia Lenin e Mussolini, comunismo e fascismo, come se si trattasse della medesima cosa e non di ‘rivoluzione’ e ‘reazione’. Vedremo come si tratti di una deliberata confusione che si acuirà in seguito e si trascinerà fino a Los lanzallamas. Ed è anche il tema che più ha fatto scervellare i critici, che si sono interrogati soprattutto sul discorso politico portato avanti da Arlt nei suoi romanzi.[51] Intanto vedremo come tale ambiguità ideologica appartenesse anche a quei tempi, se è vero che Curzio Malaparte nel ’31 scrive Tecnica del colpo di Stato dove la divisione politica si costruisce tra ‘catilinari’ e ‘liberal-democratici’. E poi si capirà come la mescolanza ideologica, oltre ad essere funzionale alla ‘macchinazione’, appartenga all’indole farsesca e menzognera dell’Astrologo, capace di indossare le maschere più diverse a seconda dell’interlocutore. Ma di ciò tratteremo più distesamente in seguito.

Prima della riunione Erdosain fa visita al prigioniero intento a mangiare rincattucciato come una bestia nel covo, e lo minaccia con una frusta, chiaro elemento simbolico. Sorge l’idea di avere a disposizione un corpo sul quale esercitare deliberata violenza:

«Pensaba que aquella vida estaba en sus manos».[52]

Tuttavia ciò rende ancor più angustiato il sadico, il futuro torturatore. Come in una novella del marchese De Sade, la vittima è alla completa mercé del suo padrone (che potrebbe annichilirla da un momento all’altro), senza che nessuno possa correre in suo aiuto, poiché è stata abbandonata da Dio. La sequenza può anche far pensare a una futura scena filmica molto discussa di Reservoir dogs (Le iene) di Quentin Tarantino, che recupera il genere snuff tra i quali in parte viene incluso il Salò-Sade pasoliniano (la scena finale delle torture): alludo alla scena del poliziotto mutilato e poi quasi arso vivo. (Umiliare la vittima significa anche umiliarsi, se non si è un vero psicopatico).

E qui inizia il vero e proprio Discurso del Astrólogo (Discorso dell’Astrologo), capitolo dove ci dovremo particolarmente soffermare.

È bene ripetere tale concetto poiché chiarificherà via via le argomentazioni del leader della società segreta: l’Astrologo adatta i suoi discorsi agli interlocutori che ha davanti. Il primo vero discorso completo (se si escludono le interessanti allusioni a Erdosain) viene esposto davanti a Barsut. L’Astrologo vuol far credere a Barsut che la sua è una setta di invasati e quindi costringerlo a firmare l’assegno di ventimila pesos: gli promette inoltre che lo metterà in libertà (una chiara menzogna). Ecco quindi che il discorso assume tonalità mistiche e francamente deliranti.

S’inizia con la considerazione che il denaro trasforma l’uomo in un Dio e cita i casi di Ford, Rockefeller e J. P. Morgan, un industriale e due banchieri molto noti: loro sono gli imperatori del presente. Gli dei sono quindi terreni e prosaici, le masse hanno perso la fede in entità ultraterrene, bisogna fondare un’utopia, un’idea di una nuova società. Per fare questo occorre fare tabula rasa dell’attuale società con l’ausilio di pestilenze, malattie e cataclismi. La nuova società pura nata da tali ceneri sarà divisa in due tronconi e altamente gerarchica: la casta dei savi detentori del potere e la casta delle masse ignoranti. Tale massa vivrà in una nuova menzogna metafisica e sarà facilmente manipolabile. Ci sono esempi simili nel presente storico degli anni Venti:

«– Sì, todo lo que imagina la mente del hombre puede ser realizada dentro de los tiempos. ¿No ha impuesto ya Mussolini la enseñanza religiosa en Italia? Le cito esto como una prueba de la eficacia del bastón en la espalda de los pueblos. La cuestión es apoderarse del alma de una generación… El resto se hace solo».[53]

Occorre quindi condurre un’operazione di lavaggio del cervello delle masse, per la creazione dell’‘uomo nuovo’. La società segreta dell’Astrologo deve formare la futura classe dirigente dominatrice di tale popolo. Ma la società futura sarà anche progressiva e si fonderà anche sull’industrialismo. Nel testo arltiano spicca una chiara allusione visiva a gesti e pose tipicamente mussoliniani:

«Movió la greñuda cabeza a diestra y siniestra, como si le punzara el cerebro la agudeza de una emoción extraordinaria, apoyó las manos en los riñones y reanundando el ir y venir, repitió:»[54]

Il processo tecnico si accompagnerà allo sfruttamento di uomini, donne e bambini per estrarre l’oro dalle montagne andine con l’ausilio di metodi avveniristici. A ciò si affiancherà il misticismo per tenere il popolo incatenato nella superstizione: un Dio adolescente (quasi come il Piccolo buddha di Bernardo Bertolucci) farà miracoli nel suo tempietto di cartone. Verranno mostrati dei film di tali prodigi. Ciò è importante, poiché il cinema legato alla propaganda ha un’evidente origine nel fascismo italiano e verrà perfezionato dai nazisti e da Goebbels in particolare (oppure si pensi ai film misticizzanti ed efficaci della Riefensthal).[55] Arlt cita poi due figure entrate nell’immaginario popolare: Krishnamurti e Rodolfo Valentino. Arlt, esperto di film, intuisce la portata mitica del cinema e la sua capacità di manipolare la psicologia delle masse, predisponendola al sogno. L’Astrologo poi cita Maimonide come esempio di efficace sincretismo religioso, un profeta dalle mille facce che si rivolgeva a più confessioni religiose:

«De esta manera Maimun esperaba llegar a dominar por completo el mundo musulmán».[56]

Quest’esempio mistico-religioso dev’essere trasferito nella politica:

«Seremos bolcheviques, católicos, fascistas, ateos, militaristas, en diversos grados de iniciación».[57]

Compito del leader intanto è quello di illudere i pazzi, gli squilibrati, gli emarginati, i falliti, poiché per mezzo di tale ‘marmaglia’ sarà più semplice fare la ‘rivoluzione’, ascendere al potere e instaurare il proprio mondo nuovo. Una rivoluzione anarchica (terroristica, bakuniniana) quindi al servizio di un progetto francamente reazionario, benché imperlato di misticismo. Il che avvicina molto il piano dell’Astrologo alla parabola mussoliniana. Sulla natura ‘rivoluzionaria’ della marcia su Roma si vedranno poi le opinioni di Malaparte (che in realtà la chiama senza mezzi termini ‘colpo di Stato’).

L’Astrologo qui ammette di incarnare una sorta di populismo che ha le sue origini storiche in un leader di disperati dell’antichità, ovvero Catilina:

«¿Puede hacerse felices a los hombres? Y empiezo por acercarme a los desgraciados, darles por objetivo de sus actividades una mentira que lo haga felices inflando su vanidad…, y estos pobres diablos que abandonados a sí mismo no hubieran pasado de incomprendidos, serán el precioso material con que produciremos la potencia… el vapor…»[58]

Si potrebbe citare anche l’esperienza del giacobinismo francese, che figliò poi l’autoritarismo di Bonaparte. (Non è forse un caso che lo storico del fascismo Renzo De Felice abbia iniziato le sue ricerche proprio studiando il fenomeno giacobino italiano).[59] La massa, ‘el populacho’,[60] qui non è fine, bensì mezzo per l’ascesa al potere. Se a ciò s’innesta la Repubblica di Platone si avrà già un’idea del primo ‘delirio’ dell’Astrologo, molto più lucido di quanto si voglia pensare.

II.5. Mussolini parodiato

Ci addentriamo ora nel capitolo La farsa, assolutamente centrale e sintomatico: la farsa tragica e grottesca arricchisce infatti la poetica arltiana, segnata da un riso sardonico che sfiora la disperazione; siamo dalle parti di Petronio e del Satyricon (ecco perché poi parleremo di Petrolio di Pasolini). Dopo il discorso ammannito al prigioniero Barsut, l’Astrologo e l’allievo Erdosain si recano nella sala dove si svolge la riunione cospirativa con i rispettivi capi della società segreta, che dovranno tenere le fila delle future cellule rivoluzionarie, le quali dovranno moltiplicarsi nel giro di poco tempo, quando ormai il meccanismo sarà in funzione. Con grande sorpresa di alcuni dei presenti, alla riunione partecipa anche un Maggiore dell’esercito. È anomalo che un membro di un organo dello Stato partecipi a un conciliabolo di individui che vogliono sovvertire il potere dello Stato, ribaltandolo ed appropriarsene. Ma per l’Astrologo il Maggiore è una pedina del complotto, un ‘infiltrato’ nell’esercito con il compito di reclutare seguaci per tale progetto sovversivo. Il ‘discorso’ del Maggiore è estremamente interessante e ha attirato l’attenzione di molti critici, che vi hanno colto una prefigurazione di eventi storici che storicamente hanno caratterizzato la storia argentina.

Il militare condivide con i ‘rivoluzionari’ l’odio nei confronti della democrazia liberale e soprattutto il rigetto nei confronti del parlamentarismo, che avrebbe raggiunto un livello di corruttela e degrado insanabili. Ciò scontenta larghi settori dell’esercito che desiderano più ordine e disciplina. Vi è anche una nota antimperialista (contro gli yankees) e dunque nazionalista:

«En nuestra cámara de diputados y de senadores, hay sujetos acusados de usura y homicidio, bandidos vendidos a empresas estranjeras, individuos de una ignorancia tan crasa, que el parlamentarismo resulta aquí la comedia más grotesca que haya podido invilecer a un país. Las elecciónes presidenciáles se hacen con capitales norteamericanos, previa promesa de otorgar concesiones a una empresa interesada en explotar nuestras riquezas nacionales. No exagero cuando digo que la lucha de los partidos politicos en nuestra patria no es nada más que una riña entre comerciantes que quieren vender el país al mejor pastor».[61]

L’antimperialismo accomuna il discorso del Maggiore al discorso classico leninista o alle invettive di una Rosa Luxemburg, tuttavia l’elemento fortemente nazionalista lo avvicina alle ideologie fascistoidi dell’epoca, che com’è noto hanno coordinate ben precise e si nutrono di ambiguità. Ciò che segue lo conferma: il militare propone un piano astuto (un’ennesima ‘macchinazione arltiana’ da innescare): creare delle cellule rivoluzionarie dal carattere bolscevico, creare quindi un fittizio corpo rivoluzionario, coltivare gli attentati terroristici nella migliore tradizione dell’anarchismo e del populismo russo di fine Ottocento, creare insomma in tutto il Paese una pericolosa ‘inquietudine rivoluzionaria’. Attentati, scioperi di operai, terrore di una possibile proletarizzazione della società. Ecco che allora come un deus ex machina interverranno i militari:

«Diremos que en vista de la poca capacidad del gobierno para defender las instituciónes de la patria, el capital y la familia, nos apoderamos del Estado, proclamando una dictadura transitoria. Todas las dictaduras son transitorias para despertar confianza. Capitalistas burgueses, y en especial, los gobiernos estranjeros conservadores, reconocerán inmediatamente el nuevo estado de cosas».[62]

Il discorso del Maggiore è chiaro e profetico: fabbricare cellule terroristiche, attingendo agli emarginati, ai desperados, agli anarchici, per mezzo della propaganda sovietica, per poi instaurare un regime di stampo fascista e reazionario. Tale strategia oggi ha un nome: ‘terrorismo sintetico’. Tale piano ha avuto delle applicazioni più o meno riuscite o fallite. È la cospirazione al più alto grado, dove nulla è come appare, dove un semplice terrorista crede di operare per la rivoluzione e invece sta lavorando inconsapevolmente per la reazione. Trattasi del terrorismo manipolato per creare effetti destabilizzanti e imporre nell’opinione pubblica l’idea che occorre abdicare alle libertà e ai diritti individuali in via del tutto transitoria. Seminare caos per creare un ordine più gerarchico e totalitario. Un esperto del terrorismo internazionale moderno, Webster Griffin Tarpley, lo riassume così:

«Io affermo, quindi, decisamente che il modello concettuale più affidabile per comprendere il terrorismo è quello che situa i servizi segreti, o una frangia di essi, al centro del processo, con le relative operazioni di reclutamento delle masse immiserite, di futuri terroristi e con l’attività di formazione di questi ultimi in organizzazioni clandestine che, da allora in avanti, sono guidate dall’esterno, da dietro e dall’alto. Il terrorismo internazionale di alto profilo non è spontaneo: è artificiale e di sintesi».[63]

Webster Tarpley sviluppa quindi l’idea del ‘terrorismo sintetico’ ovvero creato a tavolino, manipolato, ma che in molti casi può sfuggire di mano come la creatura di Frankenstein che si ribella al suo creatore.

Ma le teorie del Maggiore creano un putiferio nel gruppo: un certo Avvocato, un comunista, protesta e viene cacciato dall’Astrologo, ma neanche Erdosain vuole agire per favorire l’ascesa di una dittatura militare. Ma in un secondo colpo di teatro (il primo era stato quello di invitare il Maggiore a una simile riunione) l’Astrologo ammette che quella è tutta una farsa per mettere alla prova la loro fede rivoluzionaria e che il militare è quindi un commediante. Ma una nota del narratore smentisce quest’affermazione. Il lettore rimane quindi disorientato (che era un po’ il fine di Arlt). Da qui in avanti dovremo sempre più diffidare dei discorsi dell’Astrologo e interrogarci su quali siano davvero le sue reali intenzioni.

Vorrei ora però cogliere l’occasione per fare una digressione che ci permetterà di inquadrare meglio il ‘tema’ o ‘l’invariante formale’ della tesi ovvero ‘cospirazione politica (ed esoterismo) nel romanzo’ e di tessere ulteriori comparazioni chiarificatrici, dato che questo è il nostro compito in questa sede.

Lo studioso argentino Pablo Besarón, nel suo volume La conspiración: Ensayos sobre el complot en la literatura argentina (La cospirazione: Saggio sul complotto nella letteratura argentina [Buenos Aires, Simurg, 2009]) dedica un ampio saggio ad Arlt, centrando il tema che più ha arrovellato i critici (e che vede ora impegnati anche noi): Arlt: Ficción, política y conspiración (Arlt: Finzione, politica e cospirazione). Besarón nei suoi studi puntuali si occupa anche di Mariano Moreno, Esteban Echeverría, Domingo Faustino Sarmiento, José Mármol, Julián Martel, Macedonio Fernández, Jorge Luis Borges, Rodolfo Walsh, Gustavo Perednik, Ricardo Piglia, ma dimostra anche di avere precise conoscenze di Platone, Sallustio, Machiavelli, fino a giungere alla paranoia postmoderna di Pynchon, De Lillo, Fredric Jameson (teorico) e altri. Vorrei citare Besarón poiché ci permette di parlare dello studioso José Amícola e quindi di tessere un confronto con le argomentazioni degli anni Trenta del controverso, ma geniale scrittore Curzio Malaparte (anima nera della letteratura italiana, di recente ‘sdoganato’ e rivalutato per il suo valore specificatamente giornalistico-letterario: nonché uno degli autori più tradotti all’estero).

È importante la sintesi di Besarón, che si appoggia ad altri studiosi per argomentare il suo assunto, poiché ci risparmia di cadere in una serie di ‘equivoci ideologici’ che hanno imperversato nella critica arltiana:

«Por su parte, para José Amícola (1984), en Arlt, si bien el anarquismo es una base que hace sistema con la novela conspirativa y con la forma de la conspiración en cuanto tal (cf. Los demonios de Dostoievski como precursor de Los siete locos), en el contexto de Los siete locos (1929) puede verse más bien un giro hacia la conspiración de tipo fascista:

“Por lo tanto, lo que se halla agazapado durante el período, como una amenaza, no es el anarquismo libertario que busca justicia ahora a través de la lucha sindical, sino el de un movimiento perfectamente concertado militar y propagandísticamente, que podría llegar a actos como aquellos de creación de pánico que desde 1919 dirigía Mussolini con sus ‘fasci italiani di combattimento’”

(Amícola, José, 1984, p. 18)

Es importante la mención que hace Amícola de las fuentes del complot en Los siete locos, puesto que si bien el anarquismo es un componente considerable en la tradición literaria y política del complot, que puede rastrearse en Los demonios de Dostoievski o en El agente secreto de Conrad entre otros, en el caso de Los siete locos, la coyuntura sociohistórica pareciera llevar el enfoque hacia el contexto de la Revolución Rusa, el fascismo y los militarismos antidemocráticos en boga o en preparación. Los siete locos y Los lanzallamas (1931) de Arlt son nuestra novela conspirativa del siglo XX. La forma de la conspiración es la clasica: construir una sociedad secreta para tomar el poder».[64]

José Amícola, più volte citato, è autore di un saggio profondamente lucido e che sfronda il campo dai numerosi equivoci: Astrología y fascismo en la obra de Arlt (Astrologia e fascismo nell’opera di Arlt, 1984). Egli riconosce chiaramente nel personaggio dell’Astrologo una buffonesca parodia di Benito Mussolini. È vero che Arlt allude spesso anche a Lenin (tant’è vero che il nome del cospiratore è Levin), ma i discorsi deliranti e spesso contraddittori del commediante avvicinerebbero chiaramente il personaggio di fantasia al Duce:

«En Arlt encontramos, por cierto, la alusión a aquel Mussolini que entre 1919 y 1922 era capaz de desconcertar con sus declaraciones y contraddiciones a los propios socialistas, al hacer un principio de la ausencia de principios, y que en 1943 – cuando el novelista argentino ya había muerto – fundaría un gobierno titere de Hitler a orillas del Lago de Garda con el nombre de “Repubblica Social Italiana”».[65]

Amícola sviluppa la sua argomentazione con estrema precisione intellettuale, distinguendo, spiegando, analizzando. Il suo saggio ha modificato le prospettive critiche su Arlt, smontando molti teoremi. Traccia anche un confronto puntuale tra i ‘discorsi’ dell’Astrologo e quelli del Duce, vero e proprio camaleonte, Giano bifronte, cinico manipolatore di masse e noto voltagabbana,[66] il leader forse più odiato, ingannevole e imprendibile del secolo appena trascorso. Un lucido pagliaccio, un temibile buffone:

«La verdadera cara del fascismo y del nazismo fue siendo mostrada a medida que ambos empezaron a sentirse seguros. Las exicencias socializantes perdieron de más en más fuerza, para terminar por ser una burla. Del socialismo había quedado la idea de la centralización del aparato en manos del Estado y otras fórmulas marginales (que evocaban el sentimiento de pertenencia comunitario, pero que ahora fueron utilizadas cambiándolas de signo). Mussolini había sido el que había jugado con major cinismo con la estratagema de decir cada día algo opuesto al día anterior. Desde su diario Il popolo d’Italia, que desde su fundación en 1914 hasta 1918 había llevado el subtítulo de “Quotidiano socialista”, Mussolini declaraba en 1919: “Noi ci permettiamo il lusso d’essere aristocratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, d’ambiente nelle quali siamo costretti a vivere ed agire” y “La pregiudiziale sono delle maglie di ferro e di stagnola. Non abbiamo la repubblicana, non quella monarchica; non abbiamo la pregiudiziale cattolica e anti-cattolica, socialista o anti-socialista. Siamo dei problemisti, degli attualisti, dei realizzatori.”»[67]

Nell’anima di un tiranno si nasconde (non sempre) un anarchico: il risultato è ‘l’anarchia del potere’, dove il Potere fa ciò che vuole (come afferma Pasolini in un’intervista concessa durante le riprese di Salò-Sade).[68] Il punto di unione tra anarchismo violento e rivoluzionario e fascismo è senz’altro il pensatore francese George Sorel (1847-1922) che nelle Réflexions sur la violence (Riflessioni sulla violenza) del 1906 fonde i pensieri del Catechismo di un rivoluzionario di Nechaev con il vitalismo di Bergson e l’irrazionalismo di Nietzsche.[69] Solo in seguito Giovanni Gentile cercherà di unire con eleganza la cosiddetta ‘ideologia fascista’ all’idealismo hegeliano. Una grande opera di chiarificazione ideologica è attuata un anno prima de Los siete locos dall’intellettuale peruviano marxista José Carlos Mariategui in Defensa del marxismo (Difesa del marxismo, 1928). Nella seconda parte dedicata a Teoria y practica de la reacción (Teoria e pratica della reazione), nel primo capitoletto dove si occupa de Los ideólogos de la reacción (Gli ideologi della reazione), Mariátegui scrive:

«La ideología de la reacción pertenece sobre todo a Italia, aunque los intelectuales fascistas se presentan, bajo tantos puntos de vista, amamantados por el nacionalismo de Maurras. Italia ocupa el primer lugar en ese movimiento, no sólo porque Gentile, Rocco, Suckert, etc., han acometido con más brío y originalidad la empresa de explicar el fascismo – que acaso con mayor título debía haber correspondido a Giuseppe de Rensi, a quien su Principi di Politica Impopolare señala como uno de los pioneros intelectuales de la reacción – sino porque, en el fascismo italiano, la teoría reaccionaria es hija de la práctica del golpe de Estado. Suckert, al menos, pone en su tesis algo así como la emoción de la cachiporra».[70]

Ma Mariátegui muore a Lima nel 1930 mentre il testo di Suckert-Malaparte che ora vorremmo approfondire viene stampato a Parigi nel 1931 (presso Bernard Grasset, nella collezione «Les écrits»). La prima edizione circola quindi in francese (tradotta dall’originale manoscritto italiano da Juliette Bertrand): la Technique du coup d’État. Noi citeremo la prima edizione italiana del 1948 che subì anche una parziale riscrittura.[71] Vorremmo però specificare il motivo di tale confronto con i discorsi dell’Astrologo e il ciclo romanzesco di Arlt. Ciò si chiarirà meglio comunque in seguito, quando passeremo ad analizzare in breve Los lanzallamas, coevo al trattato malapartiano. Qui verranno introdotti i temi di paragone, i concetti condivisibili, le categorie intercambiabili. Ma prima di avviare una prima breve analisi vorrei tornare al testo critico di Alan Pauls cui feci cenno prima e che in un certo senso oltrepassa la prospettiva di Amícola (giusta, ma confinata nella genesi delle idee) e ci immette in una dimensione più formalista:

«Quizás Arlt fue siempre objeto de malentendidos y de equívocos ideológico-políticos precisamente porque su máquina literaria fue interrogada en su sentido, y no en la doctrina del funcionamiento y del uso que construye. ¿Qué significa la expresión superhombre? ¿Qué sentido asignar a fascismo y comunismo en la monstruosa maquinación de Los siete locos? Pero el texto de Arlt no dice qué significan. Dice que esas palabras están allí, y que significarán lo que las fuerzas exteriores de las que dependen y a las que no cesan de convocar, les prescriban como modo de funcionamiento. Tal vez la política, para Arlt, sea eso: un conjunto de enunciados que son como instrucciones de empleo, un laboratorio en el que los enunciados pueden entrar en conexión con máquinas de dominación, de liberación o de exterminio. Los siete locos está de parte a parte atravesada de consignas políticas, enunciado cuyo sentido es, en verdad indecidible. Intentar fijarlo no es más que un ejercicio de desconocimientos (no es así como funciona la máquina polifacética de Arlt) o un mero alivio para los desconciertos políticos. Arlt anarquista, Arlt fascistoide, Arlt izquierdista… Pero nada de eso es lo que Arlt “quería decir”».[72]

La posizione di Alan Pauls, critico teorico e scrittore di un certo successo (un po’ come Ricardo Piglia, che ha fatto di Arlt un precursore),[73] può sembrare troppo formalista e postmoderna: non interroghiamoci sul ‘cosa’ ma sul ‘come’, lasciamo perdere le terribili elucubrazioni politiche e fissiamoci sugli effetti narrativi che innescano. Si può però trovare un punto d’unione tra teoria politica e macchinazione. Si può attingere a Machiavelli, teorico ma anche grande scrittore e artista, alle sue ricette di conquista e preservazione del potere (e vedere nell’Astrologo una copia grottesca e bizzarra del Principe) oppure semplicemente attenersi al controverso trattatello di Curzio Malaparte, che analizza appunto la Tecnica del colpo di Stato e che si occupa sia di Lenin che di Mussolini (associandoli come fa Arlt) poiché si sofferma sui meccanismi della cospirazione e della conquista del potere e non sulle ideologie. Le teorie malapartiane sono discutibilissime, ma in tal caso pertinenti e precise, poiché ci rimandano all’archetipo del complotto arltiano: la congiura di Catilina. Catilina è un esempio di rivolta sociale (fallita) che doveva essere condotta con alcune sacche del ‘popolaccio’ (tra i quali briganti, ladri, emarginati, reduci di guerra espropriati dei propri piccoli appezzamenti di terra). La sua è ‘rivolta sociale’ più che ‘rivoluzione’, ma anche tentativo di instaurare un regime personalistico (contro la ‘reazione’ dei poteri forti, contro gli oligarchi, rappresentati dalla classe senatoria).[74] Forse Arlt è così interessato alla figura di Catilina poiché intuisce in lui un precursore del caudillismo latinoamericano, spesso fusione di destra-sinistra, di rivoluzione-reazione (se tali grossolane categorie hanno un senso reale). Forse Arlt ha fiutato con molti anni di anticipo il fenomeno del peronismo argentino (al quale non ha potuto assistere). Ma queste sono ipotesi indimostrabili e le lascerei in uno stadio di ‘suggestione intellettuale’. Certo che se l’Astrologo (depurato di molte idee terroristiche) fosse un precursore fantasticheggiante di Perón, molte tessere del mosaico si ricomporrebbero. Il socialismo, il nazionalismo, il fascismo, l’antiamericanismo, l’antioligarchismo potrebbero perfettamente convivere in una mescolanza esplosiva. Mentre ben poco avrebbe a che vedere l’Astrologo con il generale Uriburu, ultra-reazionario ed al servizio degli interessi delle imprese petrolifere statunitensi. Ma di questo parlerò distesamente in seguito.

(fine terza parte)

(qui la seconda parte del saggio)

(qui la quarta parte del saggio)


NOTE

[1] O. Masotta, Sexo y traición en Roberto Arlt (1965), Prólogo de Luis Gusmán, Buenos Aires, Eterna Cadencia, 2008, p. 81, nota 20. «I personaggi di Arlt sono perfetti psicopatici e/o psicotici, e i “sette pazzi” sono esattamente ciò. I sintomi sono abbastanza chiari: il concentrarsi su se stessi, l’impossibilità di avere relazioni normali con gli altri, deliri di distruzione, perseveranza, disturbi nel flusso del pensiero (“pensava telegraficamente”, ecc.), complesso di inferiorità, giudizio negativo di se stesso, ecc. E se si aggiunge che questi personaggi si sentono interiormente vuoti, si potrebbe diagnosticare – come si è fatto col Roquentin di Sartre –: schizofrenici. O se si pensa all’inclinazione a teatralizzare l’umiliazione, o a quel “dolore” presunto e metafisico che a loro avviso li pervade, si potrebbe dire, isterici. Una cosa e l’altra; schizofrenici e isterici, uomini vuoti e commedianti».

[2] Ibidem. «È proprio perché – e non malgrado – i personaggi kafkiani sono come sono, che una certa società reale appare rivelata dalla sua prospettiva. Lo stesso accade con i “malati” di Arlt: sono malati poiché la società, letteralmente, li ha resi tali, e allo stesso tempo la malattia è una prospettiva privilegiata rivolta verso quella società; al di fuori di quella prospettiva non esisterebbe nessun “colore locale”, nessuna “pittura” vera e vivida della società».

[3] Cfr. D. Guerrero, Roberto Arlt el habitante solitario, Buenos Aires, Granica editor, 1972.

[4] R. Arlt, Los siete locos, Prólogo de Mirta Arlt, Buenos Aires, Editorial Losada, 1958 (199814), p. 9 (tr. it. di Luigi Pellissari, I sette pazzi, Roma, edizioni e/o, 2003). «Se aveva continuato a lavorare allo Zuccherificio non l’aveva fatto per rubare quantità maggiori di denaro, ma solo perché aspettava qualche avvenimento straordinario – immensamente straordinario – tale da imprimere una svolta insperata alla sua vita e da salvarlo dalla catastrofe che si avvicinava sempre più alla sua porta».

[5] Ivi, cit., p. 10. «“Cosa sto facendo della mia vita?” si diceva in quei momenti e forse con questa domanda sperava di chiarirsi le origini dell’ansia che gli faceva desiderare un’esistenza nella quale il domani non fosse la continuazione dell’oggi con la stessa misura del tempo ma qualcosa di diverso e di sempre inatteso; come nei film americani nei quali il mendicante di ieri è il capo della società segreta di oggi e la dattilografa avventuriera è una milionaria in incognito».

[6] Ivi, p. 18. «i truffatori, gli infelici, gli assassini, i fraudolenti».

[7] Cfr. P. Ansolabehere, El hombre sin patria: historias del criminal anarquista, in Aa. Vv., (Lila Caimari, compiladora), La ley de los profanos: Delito, justicia y cultura en Buenos Aires (1870-1940), Buenos Aires, Fondo de Cultura Económica, 2007, pp. 173-208.

[8] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 28. «Era giunto perfino a sospettare che si trattasse di un inviato dei bolscevichi per fare propaganda comunista nel paese, visto che aveva un progetto assai singolare di società rivoluzionaria».

[9] R. Arlt, Las ciencias ocultas en la ciudad de Buenos Aires, in Id., Obra completa, Prefacio de J. Cortázar, tomo 2, Buenos Aires, Carlos Lohlé, 1981, pp. 18-19. «Ravvisai che uno pseudo-spiritualismo non escludeva da coloro che si consideravano superiori, il disprezzo, l’orgoglio e l’ipocrisia. […] E potei accertare nell’arco di due anni, che lì regnava, come in ogni gruppo di individui che si uniscono tacitamente per un medesimo fine, un’armonia che può essere solo assoggettata in un modo: l’inaccessibilità a tutto ciò che si giudica nuovo e innovatore, basandosi essi su dogmi irrisori, pregiudizi assurdi, o assumendo attitudini degne di ogni disprezzo».

[10] Nemo, ¿Qué es la teosofia?, Buenos Aires, Nicolas B. Kier Librería Teosófica, 1920, p. 30.

[11] Cfr. R. Arlt, Una adivina con 150 mil pesos, in Id., El paisaje en las nubes: Crónicas en El Mundo 1937-1942, pp. 113-15.

[12] R. Arlt, Las ciencias ocultas en la ciudad de Buenos Aires, cit., p. 32. «È doloroso e la realtà lo sarà ancor di più, se la collettività non cercherà di mettere un freno o una legge a questi gruppi, dove nasce una futura e delicata degenerazione».

[13] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 30. «pareva l’abito di un sacerdote buddista».

[14] Ivi, p. 31. «Non so se la nostra organizzazione sarà bolscevica o fascista».

[15] Ibidem. «Insalata russa».

[16] Ibidem. «Il mio piano è quello di rivolgermi preferibilmente ai giovani bolscevichi, a studenti e proletari intelligenti».

[17] Ibidem. «La potenza di questa società non deriverà dalle somme che i soci daranno volontariamente, bensì da quanto renderanno i bordelli annessi a ogni cellula segreta».

[18] Cfr. R. Arlt, ¿Está loco o se hace el loco Al Capone…? (12 de febrero 1938) e Reunión familiar en casa de Al Capone (17 de noviembre 1939) in El paisaje en las nubes, cit., pp. 248-50 e 467-69.

[19] A. Pauls, Arlt: la máquina literaria, in Aa. Vv., Yrigoyen entre Borges y Arlt (1916-1930): literatura argentina siglo XX, compilado por G. Montaldo, dirigido por David Viñas, Buenos Aires, Paradiso, Fundación Crónica General, 2006, p. 258. «Se i testi di Arlt non cessano un attimo di macchinare, è forse perché la macchinazione è il maggior rappresentante della sperimentazione, la sua figura sovrana e la sua apoteosi. Non solo perché la società segreta de I sette pazzi, la cui organizzazione fa il verso a tracce di modelli cospirativi come la mafia nordamericana o i gruppi anarchici russi di fine Ottocento, è integrata da quegli sperimentatori madornali che sono gli inventori, gli occultisti o gli industriali. Il complotto è sperimentazione poiché cerca di creare ciò che ancora non esiste: un insieme di forze capace di attuare e di modificare l’esistente».

[20] Cfr. C. Benedetti, Il sacro come paradosso, in Pasolini contro Calvino: Per una letteratura impura, Torino, Bollati Boringhieri, pp. 171-87.

[21] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 37. «bisogna creare il misticismo industriale».

[22] Ibidem. «Creare un uomo superbo, bello, inesorabile, che domina le moltitudini e mostra loro un avvenire basato sulla scienza».

[23] Ibidem. «I futuri dittatori saranno i re del petrolio, dell’acciaio, del grano».

[24] D. Guerrero, Roberto Arlt el habitante solitario, Buenos Aires, Granica editor, 1972, pp. 112-13. «L’Astrologo esprime nelle sue teorie politiche le conseguenze del disorientamento dell’ambiente cittadino. Il suo progetto è quello di organizzare una società segreta finanziato con il denaro di una catena di bordelli, i cui guadagni sarebbero impiegati inoltre nella fondazione d’una colonia nelle montagne, nello stesso tempo fabbrica di gas velenosi, centro di cercatori d’oro e accademia di futuri rivoluzionari o sfruttatori. La rivoluzione scatenata da questa élite sarebbe breve. E prodigiosa: “ – L’uomo è una bestia triste – insegna l’Astrologo – che solo i prodigi riusciranno ad emozionare. O le macellerie. Ebbene, noi, con la nostra società, gli daremo prodigi, pesti di colera asiatica, miti, scoperte di giacimenti d’oro o di miniere di diamanti. (I sette pazzi, t. I, pp. 228-29.)” Di conseguenza, che un pugno di uomini – il ku klux klan o i gangster americani – tengano in scacco un’intera città è ciò che più lo emoziona. La teoria politica solo include la tappa distruttrice, dove l’efficacia è l’unico criterio di azione. La società segreta si reggerà, quindi, sulla menzogna, il “misticismo industriale”, l’esaltazione del superuomo, la ricerca di se stessi, il desiderio di essere Dio. In tal modo la dimensione politica dell’universo arltiano si ricopre con l’ambito di un Rocambole e di altri eroi dei romanzi d’appendice, e la società segreta dell’Astrologo riprende lo spirito che governò il “Club dei Cavalieri della Mezzanotte” di Astier e dei suoi amici».

[25] Sull’intricata questione filologica si vedano le pp. 90-91 di questa tesi.

[26] Cfr. R. Arlt, Tierras fecundas para el ocultismo (26 de mayo 1941), in El paisaje en las nubes, cit., pp. 642-44.

[27] Cfr. R. Arlt, “Señores: soy el doble de Hitler” (4 de diciembre 1939), Copetudos del nazismo en el destierro (6 de diciembre 1939), Terror nazi entre los morochos de Liberia (9 de diciembre 1939), in El paisaje en las nubes, cit., pp. 479-87.

[28] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 42. «Alcune sono confuse, altre chiare e, francamente, non so fino a qual punto quell’uomo voglia arrivare. Certe volte uno crede di trovarsi di fronte a un reazionario, altre volte davanti a un rosso e, per dirle la verità, mi pare che neanche lui sappia chiaramente quel che vuole».

[29] Ivi, p. 43. «Se vuol rendersi conto di quello che è lo sfruttamento capitalista vada a dare un’occhiata alle fonderie di ferro di Avellaneda, agli impianti di refrigerazione della carne, alle vetrerie, alle manifatture di fiammiferi e di tabacco. […] E chi è più senz’anima, il proprietario di un bordello o la società di azionisti di un’impresa?».

[30] Cfr. Slavoj Žižek, Dalla tragedia alla farsa: Ideologia della crisi e superamento del capitalismo, Traduzione di Cinzia Arruzza, Milano, Ponte alle Grazie, 2010, pp. 11-12: «Non esiste più una gerarchia tra gruppi sociali che vivono nella stessa nazione, coloro che risiedono in questa città vivono in un universo per il quale, all’interno del suo immaginario ideologico, il mondo circostante di “classe inferiore” semplicemente non esiste. Questi “cittadini globali” che vivono in aree isolate, non rappresentano forse il vero polo opposto di color che vivono negli slum e delle altre “macchie bianche” della sfera pubblica? In effetti essi rappresentano le due facce della stessa medaglia, i due estremi della nuova divisione di classe. La città che incarna meglio questa divisione è San Paolo, nel Brasile di Lula, che ospita 250 eliporti nell’area del suo centro città. Per isolarsi dal pericolo di mescolarsi con la gente ordinaria, il ricco di San Paolo preferisce usare gli elicotteri, sicché, dando uno sguardo all’orizzonte della città, ci si sente veramente come se ci si trovasse in una megalopoli futurista del genere descritto in film come Blade Runner o Il quinto elemento, con la gente comune che sciama per strade pericolose in basso, mentre il ricco volteggia in giro a un livello più alto, nell’aria».

[31] Cfr. V. Nabokov, Lolita, Traduzione di B. Oddera, Milano, Mondadori, 1959 (196014), pp. 41-51. Trattasi del capitolo ottavo, quello che ha come protagonista Valeria.

[32] W. Benjamin, Angelus Novus: Saggi e frammenti, A cura di R. Solmi, Con un saggio di F. Desideri, Torino, Einaudi, 1962 e 1995, p. 285.

[33] Cfr. R. Arlt, Nueva edición de las pinturas de Goya (5 de diciembre 1938) e La eterna actualidad de El Greco (20 de diciembre 1938), in El paisaje en las nubes, cit., pp. 348-50 e 354-56.

[34] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 68. «Aveva bisogno di esaurire tutte le possibilità d’espressione, posseduto da quella lenta frenesia che attraverso le frasi gli dava la coscienza di essere un uomo straordinario e non uno sventurato».

[35] Ivi, p. 69. «No, a guardarti bene sembri un tizio tutto immerso in un’idea fissa… chissà perché».

[36] F. Dostoevskij, Delitto e castigo, Prefazione di N. Ginzburg, Con un saggio introduttivo di L. Grossman, Traduzione di A. Polledro, Torino, Einaudi, 1993, pp. 35-37.

[37] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 72. «“Ucciderlo o non ucciderlo? E che me ne importa? M’importa ammazzarlo? Siamo sinceri. M’importa ucciderlo? O in realtà non me ne importa nulla? Non è lo stesso se resta vivo? E nonostante tutto voglio aver la volontà di ammazzarlo».

[38] Ivi, p. 73. «Io sono il nulla per tutti. Eppure se domani butto una bomba o assassino Barsut mi trasformo nel tutto, nell’uomo che esiste, l’uomo per il quale infinite generazioni di giureconsulti hanno preparato castighi, carceri e teorie».

[39] F. Dostoevskij, Delitto e castigo, cit., p. 310.

[40] Ivi, p. 311.

[41] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 72. «mostri».

[42] Ivi, p. 74. «un altro demone».

[43] Ivi, p. 78. «Io leggo molto e, mi creda, in tutti i libri europei trovo questo fondo d’amarezza e d’angoscia che lei mi descrive nella storia della sua vita».

[44] S. Luzzatto, Corpi speciali corpi violati. Mussolini, Pasolini, Moro: la politicità del corpo nell’Italia contemporanea, in «Prometeo», a. 20, n. 78, giugno 2002, p. 25-26: «Da una tragedia come Pilade a un film come Salò o le 120 giornate di Sodoma, Pasolini ha avuto il merito di intuire, con stupefacente anticipo rispetto alle tendenze attuali della storiografia, che il nazifascismo fu prima di ogni altra cosa un attentato ai corpi, e quindi alla sacralità della vita. A tale riguardo, mi sia permesso un passo indietro nel tempo, su un terreno di studi a me più familiare. Se esiste una prova che la natura prima del fascismo è consistita nell’essere un’attentato ai corpi, questa è da ricercare nella biografia di Giacomo Matteotti. Perché Matteotti, i fascisti non si sono accontentati di rapirlo e di ammazzarlo, andando magari oltre le loro stesse intenzioni, nella colluttazione che fece seguito al rapimento. Pochi anni prima, quando Matteotti era un leader socialista di provincia che si opponeva all’ascesa del fascismo, un gruppo di squadristi romagnoli lo aveva sequestrato e violentato: lo aveva sodomizzato, diremo in un linguaggio che Pasolini stesso avrebbe finito col riprendere».

[45] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 82. «“Lei deve tener conto di questo: è un meccanismo che, smontato, si riduce a tre sottomeccanismi che debbono funzionare in armonia l’uno con l’altro, anche se tutti e tre sono indipendenti. Vede: il primo meccanismo è il rapimento. Il secondo è la sua permanenza a Rosario, dove dovrà richiedere e ricevere il bagaglio, spacciandosi per Barsut. Il terzo è l’assassinio e il metodo per far scomparire il cadavere” “Lo distruggeremo?” “Chiaro… Con l’acido nitrico o altrimenti con un forno nel quale… Se è con un forno, questo deve raggiungere un minimo di cinquecento gradi per carbonizzare anche le ossa”».

[46] Ivi, p. 112. «Pensava che alla riunione si sarebbe mostrato ironico e un malevolo disprezzo gli sorgeva verso tutti gli esseri deboli del mondo. Il pianeta era dei forti, ecco, dei forti».

[47] Ivi, p. 113. «Che accidenti di rivoluzione è mai questa se non fuciliamo nessuno?».

[48] Ivi, p. 115. «Beh, gliele regalerò, affinché, leggendole, impari che la vita umana vale meno di quella di un cane se bisogna distruggere questa vita per imprimere una nuova direzione alla società. Lei sa quanti assassinii è costato il trionfo di un Lenin o di un Mussolini? Ma alla gente questo non interessa. E perché non interessa loro? Perché Lenin e Mussolini hanno vinto. Ecco quello che è essenziale, quello che giustifica qualunque causa, ingiusta o giusta».

[49] Ibidem. «volto mongolico». Cfr. C. Malaparte, Lenin buonanima (1932), Firenze, Vallecchi, 1962, pp. 7-8: «La leggenda di Lenin, la fosca leggenda che di quel piccolo borghese fanatico, di quel bonhomme timido e violento, ha fatto un mostro assetato di sangue, un Gengiskan proletario sbucato dal fondo dell’Asia per precipitarsi alla conquista dell’Europa, non sarebbe certo mai nata senza l’ottimismo di Candido e di Babbitt, eroi rappresentativi della borghesia d’Occidente. Per giustificare le loro inquietudini, placare i loro rimorsi, e ravvivare le loro illusioni, è parso a questi inguaribili ottimisti che bastasse rinnegare Lenin, ricacciarlo al di là della frontiera dello spirito borghese, farne un mongolo. Ma son proprio sicuri che la morale e la logica della civiltà borghese non potrebbero né avrebbero mai potuto partorire un tal mostro? Son proprio sicuri che Lenin non sarebbe mai potuto nascere sulle rive dell’Hudson e del Tamigi, della Senna e della Sprea? Credono proprio che soltanto l’Asia fetida e febbricitante poteva far uscire alla luce il Gengiskan della rivoluzione proletaria?».

[50] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 116. «No, questo è un simbolo mistico… intellettuale… Bisogna scoprire qualcosa di stupido e volgare… qualcosa che entri nel sentimento della massa come la camicia nera… Quel diavolo ha avuto del talento. Aveva scoperto che la psicologia del popolo italiano era una psicologia da barbieri e da tenori d’operetta… Infine, vedremo, ho già in mente una gerarchia, qualcosa d’interessante… ne parleremo un altro giorno… può darsi che venga fuori…».

[51] Cfr. X. Mandakovic, De la angustia a la revolución en Los siete locos y Los lanzallamas, in Aa. Vv., Seminario sobre Roberto Arlt, Seminario realizado en abril de 1978 bajo la dirección del Prof. Alain Sicard, Poitiers, Centre de Recherches Latino-Américaines de l’Université de l’Université de Poitiers, 1982, pp. 43-71. R. Larra, Roberto Arlt el torturado, Buenos Aires, Leviatan, 1950 (19926). B. Pastor, Roberto Arlt y la rebelión alienada, Gaithersburg, Hispamérica, 1980. J. Amícola, Astrología y fascismo en la obra de Arlt, Buenos Aires, Weimar Ediciones, 1984 (2° edición revisada y aumentada, Rosario, Beatriz Viterbo Editora, 1994). B. Herrera, Estética y política: Roberto Arlt y la narrativa hispanoamericana, Madrid, Ediciones del Orto, 2004.

[52] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 118. «Pensava che quella vita era nelle sue mani».

[53] Ivi, p. 123. «Sì, tutto quello che la mente dell’uomo immagina può essere realizzato al tempo opportuno. E Mussolini non ha forse imposto, in Italia, l’insegnamento religioso? Le cito questo fatto come una prova dell’efficacia delle bastonate sulla schiena ai popoli. Il problema è d’impadronirsi dell’anima di una generazione… Il resto viene da sé».

[54] Ivi, p. 124. «Mosse la testa zazzeruta a destra e a sinistra, come se l’acutezza di una straordinaria emozione gli pungesse il cervello, si mise le mani sui fianchi e, ricominciando ad andare avanti e indietro, ripetè».

[55] Cfr. C. Malaparte, Muss: ritratto di un dittatore e Il Grande imbecille, Prefazione di F. Perfetti, Milano, Trento, Luni Editrice, 1999, p. 25: «Fra le molte piacevoli storie che si raccontano a bassa voce in Italia su Mussolini, ve n’è una che dipinge assai bene quelle che saranno le condizioni morali del popolo tedesco fra qualche tempo. Una sera Mussolini, stanco di stare solo in casa, infilò un pastrano, si calò un cappello sugli occhi, e, col viso nascosto dal bavero del cappotto, uscì a piedi a spasso per Roma. Giunto davanti a un cinematografo, gli venne il desiderio di divertirsi come tutti quanti, prese un bigliettò ed entrò. Lo spettacolo cominciò con delle News Picture e, naturalmente, l’eroe delle News Picture era lo stesso Mussolini, sempre lui, sempre il solito Mussolini, a cavallo, in automobile, a piedi, in uniforme, in borghese, in camicia nera, in frack, in aeroplano, in motoscafo. Mussolini passava in rivista delle truppe fasciste, inaugurava un monumento, presiedeva un congresso di filosofi, stringeva la mano a un Cardinale, visitava una caserma, saliva sul Campidoglio, pronunciava un discorso, due discorsi, tre discorsi, un’infinità di discorsi. Appena il Duce era apparso sullo schermo, tutto il pubblico si era alzato in piedi battendo le mani: soltanto Mussolini, che non è abituato ad alzarsi in piedi in proprio onore, era rimasto tranquillamente a sedere. Un modesto piccolo borghese, si era alzato subito anche lui, e vedendo quel signore accanto rimaner seduto con tanta inutile imprudenza, gli toccò la spalla, si chinò al suo orecchio, e gli disse: – Scusi, signore, anch’io la penso come lei, ma è meglio alzarsi».

[56] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 127. «In questo modo Maimonide sperava di giungere ad avere il dominio di tutto quanto il mondo musulmano».

[57] Ibidem. «Saremo bolscevichi, cattolici, fascisti, atei, militaristi, a seconda dei diversi gradi d’iniziazione».

[58] Ivi, p. 129-30. «“È possibile rendere felici gli uomini?”. E comincio ad avvicinarmi ai disgraziati e a dar loro, come obiettivo delle loro attività, una menzogna che li renda felici gonfiando la loro vanità… e questi poveri diavoli che, abbandonati a sé stessi, non sarebbero rimasti altro che degli incompresi, saranno il prezioso materiale col quale produrremo la potenza… il vapore…». Si noti l’estrema somiglianza del quadro delineato da Arlt nella sua finzione con la descrizione che Ignazio Silone fornisce del fascismo storico delle origini (1919-21), dopo averlo paragonato alla “Società del dieci dicembre” fondata da Luigi Bonaparte prima di organizzare il colpo di Stato del “Diciotto Brumaio”: «Un movimento moderno, di tipo totalitario, si differenzia naturalmente sotto molti aspetti e principalmente per la diversità della struttura sociale e dei problemi in giuoco, da quello bonapartista. Ma nel fascismo italiano del 1919-21 si potevano osservare numerosi elementi identici a quelli della “Società del dieci dicembre”. Accanto agli studenti, agli ex-ufficiali, agli ex-arditi senza lavoro e senza professione civile, erano numerosi, specialmente nei fasci delle città, i teppisti e i criminali professionali» [I. Silone, Sul partito dell’aspirante dittatore, in La scuola dei dittatori, Milano, Mondadori, 1962 (1974), p. 107]. Insomma agli inizi è necessario per l’aspirante dittatore, che pianifica la conquista dello Stato, ‘pescare nel torbido’: solo dopo aver seminato disordine potrà ripristinare il ‘suo’ ordine.

[59] Sul giacobinismo e sul tema a noi più affine della ‘cospirazione politica’ cfr. R. De Felice, Note e ricerche sugli “Illuminati” e il misticismo rivoluzionario (1789-1800), Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1960; E. R. Calley, El mito de la revolución masónica: La verdad sobre los masones y la revolución francesa, los iluminados y el origen de la masoneria moderna, Madrid, Ediciones Nowtilus, 2007.

[60] «La plebaglia». Calzanti si rivelano di nuovo le riflessioni di Silone, per bocca di un personaggio del suo dialogo saggistico: «Considero una sciocchezza democratica il ritenere che la tirannia sia sempre stata il risultato di un complotto delle classi superiori della società contro il popolo. A contrario, gli antichi tiranni, anche quando non erano essi stessi di origine plebea, si appoggiavano sempre sulla plebe e dovettero lottare contro l’aristocrazia. Così, più o meno, ogni altro potere autoritario» (I. Silone, Sul partito dell’aspirante dittatore, cit., p. 105).

[61] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 137. «Nella nostra camera dei deputati e dei senatori vi sono individui accusati di usura e omicidio, banditi venduti a ditte straniere, gente di un’ignoranza così crassa che il parlamentarismo qui diviene la commedia più grottesca che possa mai avvilire un paese. Le elezioni presidenziali vengono fatte con i capitali nordamericani, dopo che sono state fatte le promesse di rilasciare concessioni a ditte interessate a sfruttare le nostre ricchezze nazionali. Non esagero quando dico che la lotta dei partiti politici nella nostra patria non è nient’altro che una rissa tra commercianti che vogliono vendere il paese al miglior offerente».

[62] Ivi, p. 138. «Diremo che, vista l’incapacità del governo a difendere le istituzioni della patria, il capitale e la famiglia, ci impadroniamo dello Stato, proclamando una dittatura transitoria. Tutte le dittature sono transitorie per riscuotere fiducia. I capitalisti borghesi, e specialmente i governi stranieri conservatori, riconosceranno immediatamente il nuovo stato di cose».

[63] W. G. Tarpley, La Fabbrica del Terrore made in USA: Origini e obiettivi dell’11 settembre, Bologna, Arianna Editrice, 2007 (20082), pp. 12-13. Cfr. G. De Lutiis, Il golpe di via Fani, Prefazione di R. Priore, Milano, Sperling & Kupfer, 2007.

[64] P. Besarón, La conspiración: Ensayos sobre el complot en la literatura argentina, Buenos Aires, Simurg, 2009, pp. 91-92. « Da parte sua, per José Amícola (1984), in Arlt, sebbene l’anarchismo sia una base che fa sistema con il romanzo cospirativo e con la forma della cospirazione in quanto tale (cfr. I demoni di Dostoevskij come precursore de I sette pazzi), nel contesto de I sette pazzi (1929) si può osservare piuttosto un andamento verso la cospirazione di tipo fascista. “Per tanto, il fenomeno che si trova acquattato durante il periodo, come una minaccia, non è l’anarchismo libertario che cerca giustizia adesso attraverso la lotta sindacale, bensì quello di un movimento perfettamente accordato militarmente e propagandisticamente, che potrebbe arrivare ad atti come quelli di creazione di panico che dal 1919 dirigeva Mussolini con i suoi ‘fasci italiani di combattimento’. (Amícola, José, 1984, p. 18)” È importante la menzione che fa Amícola delle fonti del complotto ne I sette pazzi, dato che, sebbene l’anarchismo sia una componente considerevole nella tradizione letteraria e politica del complotto, che si può rintracciare ne I demoni di Dostoevskij o nell’Agente segreto di Conrad tra i tanti, nel caso de I sette pazzi, la congiuntura storico-sociale sembrerebbe concentrare l’attenzione verso il contesto della Rivoluzione Russa, del fascismo e dei militarismi antidemocratici in voga o in preparazione. I sette pazzi e I lanciafiamme (1931) di Arlt sono il nostro romanzo cospirativo del XX secolo. La forma della cospirazione è quella classica: costruire una società segreta per prendere il potere».

[65] J. Amícola, Astrología y fascismo en la obra de Arlt, 2° edición revisada y aumentada, Rosario, Beatriz Viterbo Editora, 1994, p. 30. «In Arlt troviamo, di sicuro, l’allusione a quel Mussolini che tra il 1919 e il 1922 era capace di sconcertare con le sue dichiarazioni e contraddizioni gli stessi socialisti, nell’assumere come principio l’assenza di princìpi, e che nel 1943 – quando il romanziere argentino era già morto – avrebbe fondato un governo marionetta di Hitler ai bordi del Lago di Garda con il nome di “Repubblica Sociale Italiana”».

Sull’ingannevole ‘demagogia sociale’ del fascismo, soprattutto di quello repubblichino, che aspirava a recuperare le radici ‘autentiche’ e ‘rivoluzionarie’ del fascismo originario, che faceva leva anche sui ceti incolti e poveri, cfr. Mario Tobino, Il regale Badaloni, in Il clandestino, Milano, Mondadori, 1962.

[66] Così lo definì lo scrittore ‘anarchico’ e progressista Paolo Valera in Mussolini (Milano, Casa Editrice La Folla, 1924), volume subito proibito dal regime.

[67] J. Amícola, Astrología y fascismo en la obra de Arlt, cit., p. 39. «La vera faccia del fascismo e del nazismo cominciò a mostrarsi man mano che entrambi iniziarono a sentirsi sicuri. Le esigenze socializzanti persero sempre più forza, finendo per diventare uno scherzo. Del socialismo era rimasta l’idea della centralizzazione dell’apparato nelle mani dello Stato e altre formule marginali (che evocavano il sentimento comunitario di appartenenza, ma che adesso furono utilizzate cambiandole di segno). Mussolini era stato colui che aveva giocato con maggior cinismo con lo stratagemma di dire ogni giorno qualcosa di opposto al giorno precedente. Dal suo giornale Il popolo d’Italia, che dalla sua fondazione nel 1914 fino al 1918 aveva recato il sottotitolo di “Quotidiano socialista”, Mussolini dichiarava nel 1919: […]».

[68] P. P. Pasolini, Il sesso come metafora del potere, in Appendice a «Salò», in Sceneggiature (e trascrizioni), in Per il cinema, Tomo secondo, a cura di W. Siti e F. Zabagli con due scritti di B. Bertolucci e M. Martone e un saggio introduttivo di V. Cerami, Cronologia a cura di N. Naldini, Milano, Mondadori («I Meridiani»), 2001, pp. 2065-66: «E poi… Ecco: è il potere che è anarchico. E, in concreto, mai il potere è stato più anarchico che durante la Repubblica di Salò. […] Nel potere – in qualsiasi potere, legislativo e esecutivo – c’è qualcosa di belluino. Nel suo codice e nella sua prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere attualizzabile la più primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli: cioè, diciamolo ancora una volta, degli sfruttatori contro gli sfruttati. L’anarchia degli sfruttati è disperata, idillica, e soprattutto campata in aria, eternamente irrealizzata. Mentre l’anarchia del potere si concreta con la massima facilità in articoli di codice e prassi. I potenti di De Sade non fanno altro che scrivere Regolamenti e regolarmente applicarli». Cfr. A. Camus, La négation absolue, in L’homme révolté, Paris, Éditions Gallimard, 1951 (2000), pp. 57-78.

[69] Tuttavia il Sorel del quale si appropria Mussolini viene del tutto travisato e quindi poi tradito: si vedano in merito le riflessioni di Ignazio Silone nel suo dialogo sui totalitarismi: «Per questo Sorel avversò fieramente il socialismo parlamentare e la collaborazione dei riformisti e auspicò una lotta di classi senza intermediari, una lotta diretta tra operai e imprenditori. Ma a togliere alle violenze fasciste ogni carattere sorelista basta una sola osservazione: esse hanno assolto la funzione di sviare l’asse della lotta politica, dalla obiettiva e storica demarcazione dei partiti e delle classi, sostituendola con una artificiosa unità d’ordine nazionale o razziale» (I. Silone, Schema d’un colpo di stato dopo una rivoluzione mancata, in La scuola dei dittatori, cit., p. 51).

[70] J. C. Mariategui, Defensa del marxismo, Lima, Empresa Editora Amauta, 1959 (198512), p. 137. (tr. it. di Lucia Lorenzini, Difesa del marxismo, postfazione di Antonio Melis, Roma, Fahrenheit 451, pp. 100-101). «L’ideologia della reazione appartiene soprattutto all’Italia, sebbene gli intellettuali fascisti si presentino, sotto molti aspetti, alimentati dal nazionalismo di Maurras. L’Italia occupa il primo posto all’interno di quel movimento, non solo perché Gentile, Rocco, Suckert, ecc., hanno intrapreso con maggior energia e originalità il compito di spiegare il fascismo – che forse sarebbe spettato più autorevolmente a Giuseppe Rensi, il quale, con i suoi Principi di Politica Impopolare, si rivela come uno dei pionieri intellettuali della reazione – ma perché nel fascismo italiano, la teoria reazionaria è figlia della pratica del colpo di Stato. Suckert, almeno, mette nella sua tesi qualcosa di simile all’emozione del manganello».

[71] Cfr. C. Malaparte, Notizie sui testi: Tecnica del colpo di Stato, in Opere scelte, A cura di L. Martellini, con una testimonianza di G. Vigorelli, Milano, Mondadori, 1997, pp. 1519-29. La genesi della versione italiana di tale testo è intricata. L’opera è stata scritta di getto in italiano, ma pubblicata in Francia nel ’31, nella traduzione di Juliette Bertrand, per aggirare la censura fascista. Solo nel ’48 viene alla luce l’edizione italiana, ma basata in parte sul manoscritto originale (in mano a Daniel Halévy) e in parte su una riscrittura a partire dalla versione in francese, essendo andati perduti alcune parti del manoscritto. Un elegante pasticcio insomma. «In un’altra lettera del 7 febbraio del ’31 a Halévy insieme al titolo di Technique du coup d’État appare quello di Europe catilinaire (quasi come proposte per una scelta) e la richiesta di un traduttore. Halévy assicura una traduttrice e, quanto al titolo, «nous n’avons pas doute, Technique du coup d’État est le vrai, celui qui est toute de suite venu, qui est le plus explicite». Tra il 10 marzo e il 29 giugno del ’31 lo scrittore discute con Halévy anche della struttura dei capitoli, man mano che consegna le varie parti, compresa la questione dei titres degli stessi, poi eliminati dall’edizione italiana» (p. 1520). In una lettera dell’11 maggio del ’48 di Malaparte a Bompiani leggiamo: «Eccoti accluse le pagine mancanti della Tecnica. E le ultime pagine dalle quali ho tagliato la ripetizione di alcuni brani del primo capitolo. Di quella ripetizione, l’unica del libro, non m’ero accorto correggendo le bozze, non ostante l’avvertenza del correttore bompianesco. La ripetizione si deve al fatto che nell’edizione francese ho trasposto le pagine del primo capitolo in fondo al volume: mi sono dimenticato, nel manoscritto, di far la variazione. Dopo molte incertezze, ho deciso di pubblicare la Tecnica in italiano nella lezione del manoscritto, e non in quella del testo francese, che dovetti manipolare per le pressioni di Bernard Grasset. Mi pare che così vada meglio. Non si tratta che dell’ordine dei capitoli. Le due edizioni sono, in quanto al testo, esattamente uguali» (pp. 1526-27). Il curatore della nota filologica quindi puntualizza: «La Tecnica del colpo di Stato qui riproposta è quella del 1948 di Bompiani che, come s’è visto, costituisce la definitiva stesura operata da Malaparte sulla versione francese e sul manoscritto in mano ad Halévy e aggiustata via via – con un lavoro di riscrittura – per l’edizione italiana» (p. 1527). Una storia tormentata del testo molto simile a quella dell’altro saggio politico, Le bonhomme Lénine (1932), tradotto sempre da Juliette Bertrand. Ma l’edizione Vallecchi del 1962 ripropone l’edizione tratta dal manoscritto originale italiano, che Malaparte ha smarrito, ma che viene ritrovato in seguito dai familiari nel riordinamento delle carte. Qui si trovano curiosamente alcune inserzioni direttamente in francese, in una sorta di pastiche snobistico, che andrebbe oculatamente studiato.

[72] A. Pauls, Arlt: la máquina literaria, cit., p. 260-61. «Forse Arlt fu sempre oggetto di malintesi e di equivoci ideologico-politici esattamente perché la sua macchina letteraria fu interrogata nel suo senso, e non nella dottrina del funzionamento e dell’uso che la costruisce. Che significa l’espressione superuomo? Che senso assegnare a fascismo e comunismo nella mostruosa macchinazione de I sette pazzi? Ma il testo di Arlt non dice che significano. Dice che quelle parole sono lì, e che significheranno quello che le forze esteriori dalle quali dipendono e che non cessano di convocare, le prescriveranno come modalità di funzionamento. Forse la politica, per Arlt, è quello: un insieme di enunciati che sono come istruzioni d’uso, un laboratorio nel quale gli enunciati possono entrare in connessione con macchine di dominio, di liberazione o di sterminio. I sette pazzi è da parte a parte attraversato da parole d’ordine politiche, un enunciato il cui senso è, in verità indecidibile. Tentare di fissarlo non è che un esercizio di disconoscimento (non è così che funziona la macchina poliedrica di Arlt) o un mero sollievo ai disorientamenti politici. Arlt anarchico, Arlt fascistoide, Arlt sinistroide… Ma nulla di tutto ciò è quello che Arlt “voleva dire”».

[73] Cfr. R. Bolaño, Derive della mala, in Tra parentesi: Saggi, articoli e discorsi (1998-2003), a cura di Ignazio Echevarría, Traduzione di Maria Nicola, Milano, Adelphi, 2009, pp. 29-37.

[74] Cfr. M. Fini, Catilina: ritratto di un uomo in rivolta, Milano, Mondadori, 1996.

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Primo De Vecchis (San Benedetto del Tronto, 1982) è dottore di ricerca in “Letteratura Comparata e traduzione del testo letterario” (Università di Siena). Ha partecipato al progetto di trascrizione del Diario inedito di Mario Tobino, a cura di Paola Italia. Ha scritto una Nota Storica al romanzo di Tobino, Gli ultimi giorni di Magliano (Mondadori, 2009). Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni su riviste («Caffé Michelangiolo», «Nuova Antologia», «Otto/Novecento», «Rivista di Letterature moderne e comparate», «Paragone Letteratura»). Si è occupato anche di autori ispanoamericani come Roberto Arlt ed Ernesto Sábato.

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