I LIBRI DEGLI ALTRI n.67: Cinque frammenti di vite perdute. Daniele Ramadan, “Il dio del mare”

Daniele Ramadan, Il dio del mareCinque frammenti di vite perdute. Daniele Ramadan, Il dio del mare, Firenze. Mauro Pagliai, 2013

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di Giuseppe Panella

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L’esordio narrativo di Daniele Ramadan è stato assai singolare.

Invece che scrivere un romanzo che esibisce la struttura tradizionale di un racconto che individua in una storia unica la colonna portante della narrazione, il giovane autore di questo libro ha preferito frammentare e spezzettare la sua storia in cinque spicchi di vita, in cinque vicende d’amore disperato, in cinque situazioni-limite tra follia e angoscia.

Sono apparentemente vicende legate alla sfera amorosa ma, in realtà, si mostrano con il volto arcigno della disperazione umana e della sofferenza subita fino in fondo e della dissipazione cosciente. Sono storie che solo in superficie trattano di amore e di sesso ma che in profondità vanno a toccare il tema della morte come sostanza autentica e definitiva della vita.

Pedro è un musicista di jingles pubblicitari di poco momento e di scarsa qualità (di solito per “caramelle gommose e colorate” e “il suo nome neanche compariva in quegli spot” – p. 13).

Ma ama disperatamente Aleta Polanski che ritiene sia la donna della sua vita. Quando la giovane non si fa vedere o lo trascura o lo ignora del tutto, entra in uno stato di assoluta e sconsolata abulia e beve tequila José Cuervo in quantità decisamente eccessive.

Un giorno che egli si è convinto che Aleta lo stia tradendo ed è sprofondato nella più cupa mancanza di speranze, all’improvviso, la sua vita ritorna rosea e piena di aspettative.

Fuori piove a dirotto e c’è un temporale che imperversa in piena regola con lampi, tuoni e sconvolgimenti atmosferici inquietanti che riflettono il suo stato d’animo:

 

“ Fu allora che nell’appartamento di Pedro, annullando lo scrosciare dell’acqua e qualsiasi teoria, si sentì suonare tre volte il citofono e questo, dal bagno fino alla cucina, lasciò una eco aspra. Pedro si alzò di scatto e corse a rispondere, come se il tempo impiegato per farlo potesse fare una sostanziale differenza. Prima inciampò sullo stipite della porta, poi si rialzò senza battere ciglio ed andò alla porta, nonostante il piede gli facesse un male atroce. Alzò la cornetta, ascoltò un poco la pioggia ma non disse niente. Forse era il suo cervello che lo stava tradendo ancora, e poi, anche volendo, non sarebbe riuscito a dire niente. Era Aleta che diceva di aprire perché fuori infuriava la tempesta e ferma all’ingresso del palazzo si stava bagnando. Stava piovendo molto. Pedro schiacciò con insana frenesia il bottone del citofono e si precipitò in cucina a riporre la tequila. Chiuse anche il rubinetto. Credeva davvero che fosse scappata via, che fosse fuggita, forse, chissà, con un altro migliore di lui ed era per questo che Pedro, nel suo appartamento, bevendo piangeva“ (p. 35).

 

La sua aspirazione più autentica è quella di sposare la donna da lui amata e, a un certo punto, sembra che questo desiderio possa realizzarsi ma va detto che, nonostante i suoi sogni siano stati propiziati anche dall’approvazione del suo futuro suocero, il suo destino sarà decisamente un altro.

Silvia De Laurier è una scrittrice di storie tutte intrise di sesso e di nostalgia che avvengono in terre lontane e in tempi remoti.

Ama molto fare sesso e ha avuto una serie di storie basate sulla fisicità pura, senza coinvolgimenti sentimentali finché ha conosciuto un altro dei suoi amanti occasionali, Jorge o Jonas (non ricorda bene neppure bene lei stessa il suo nome) da cui si è accorta di essere stata messa incinta senza che nessuno dei due lo volesse.

Decide quindi di abortire e inizia le pratiche presso l’ospedale in cui potrà praticarlo da lì a qualche settimana. Ma un incontro fortuito sulla spiaggia le impedirà moralmente di portare a termine questo suo proposito e il bambino nascerà egualmente.

Marisol  è una dottoressa innamorata della sua professione e la mette davanti a tutto il resto.

Quando le chiederanno di partire per qualche luogo lontano (nel distretto di Bombali nella Sierra Leone) a compiere la sua missione medica anche se gratuitamente o quasi, lasciando l’ospedale dove lavora, lo farà senza batter ciglio, contro le indicazioni e i consigli dei suoi stessi colleghi.

Delina e Rafael sono innamorati ma si becchettano continuamente e i loro buffi litigi rimbalzano continuamente dall’uno all’altro come le pietre tonde che l’uomo riesce a far saltare sulla superficie del mare mentre la donna, invece, è capace soltanto di farle sprofondare in acqua. Il loro rapporto, tuttavia, resisterà nel tempo e diventerà costante quando entrambi troveranno il coraggio di confessarselo. Si metteranno perfino d’accordo sul nome da dare al loro primo figlio.

Julianne Gwendolyn Eleanor Meijer insegna Filologia Germanica ed è una donna ormai matura anche se molto piacente: le sue caviglie sottilissime eccitano tutti i suoi studenti di sesso maschiole. Uno di essi, Simon Sivàr, si innamora perdutamente di lei. Tra di loro ci sarà un’impetuosa relazione di sesso infuocato per un mese che la donna non vuole trasformare in una relazione stabile dal punto di vista sentimentale e, a un certo punto, vorrebbe chiudere definitivamente.

Simon ha problemi di instabilità psichica e difficoltà esistenziali gravi. La professoressa lo esorta a dare ordine alla sua vita, spiegandoli che la filologia stessa rappresenta questa capacità di dare un senso e una continuità alla realtà con cui si confronta.

Il fatto che Julianne Gwendolyn non voglia continuare la relazione con lui lo prostra a tal punto che il suo psicoanalista Staltman finirà per farlo rinchiudere in una clinica per tenerlo sotto osservazione e impedire che affondi sempre più nel baratro della sua malattia.

La maggior parte della storia è occupata, tuttavia, da una sorta di diario che Simon tiene alternando una penna nera ad una blu che, alla fine, si trasforma in una sorta di simbolo del suo equilibrio mentale. In questi scritti spesso lucidamente ricomposti ma su cui si innestano spesso preoccupanti venature farneticanti, il ragazzo (poi divenuto ricercatore dopo la laurea) registra le diverse tappe della sua passioni d’amore. Durante una gita al mulino di Plassen, nei Paesi Bassi, la donna gli confida la sua fiducia giovanile nell’intervento del Dio del mare nelle vicende umane:

 

“«Sai, quando ero piccola, i miei avevano una fattoria come questa, non lontano da qui, più a nord. La piantagione iridescente, giunchiglie dorate ovunque, le maioliche ad ogni parete, stuoie su tutto l’ammattonato. Il mulino, i canali. Io sono cresciuta in questi luoghi, sono cresciuta con la consapevolezza che tutto ciò che si può definire bucolico, sia anche aulico, allo stesso tempo. Perché dalla terra veniamo. Non dalla letteratura, non dalle nostre menti, soltanto dalla terra». «Disse la professoressa di Filologia. Certo non c’è da stupirsi nel sentire queste cose da una che quando era piccola credeva che Dio fosse nato sotto il mare! Sotto il mare? E come si chiamava, il Dio del mare ?» «Proprio così: il Dio del mare» «Perché non ci torni, ogni tanto, al mulino dei tuoi?» «Perché non c’è più nessuno là. Nessuno che debba ricordare». «Non mi hai mai parlato della tua famiglia». «E non inizierò certo oggi». «Perché ? Perché devi nasconderti ogni volta? Passato, sentimenti, futuro, nascondi ogni cosa dentro questi odiosi silenzi. Perché ?» «Fammi solo respirare quest’aria, per favore, fammi solo tornare, per un giorno, alla terra madre»” (p. 74).

 

Il Dio del mare regola la vita e la morte dei suoi fedeli, definisce la verità del ciclo che costituisce la sostanza infinita della natura di tutto ciò che esiste, è l’inizio e la fine di ogni cosa.

A lui si ispirano tutte le azioni degli uomini.

La storia d’amore tra la professoressa Meijer e il suo allievo Sivàr si concluderà tragicamente ma, in fondo, in un modo serenamente accettato da entrambi, sotto lo sguardo altrettanto imperturbabile del dio del Mare.

Questo primo libro di Davide Ramadan promette molto al suo lettore: spesso sviluppa compiutamente i suoi temi, altre volte li accenna soltanto ma ogni volta sdipana la matassa lirica dei suoi sentimenti e delle impressioni (drammatiche ironiche sensibili) che prova in modo tale da colpire nel vivo e suscitare l’immediatezza della risposta emotiva. E’ ancora una promessa che, tuttavia, potrà essere sicuramente mantenuta in futuro.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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