ESOTERISMO E COSPIRAZIONE POLITICA NEI ROMANZI DI ROBERTO ARLT: UN CONFRONTO CON CURZIO MALAPARTE E PIER PAOLO PASOLINI (Parte 4/6). Saggio di Primo De Vecchis

ROBERTO ARLTEsoterismo e cospirazione politica nei romanzi di Roberto Arlt: un confronto con Curzio Malaparte e Pier Paolo Pasolini.

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di Primo De Vecchis

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I 7 pazzi e la loro cospirazione

II.6. Curzio Malaparte e l’Astrologo ‘catilinario’


Vorrei però anticipare un brano arltiano, tratto da un’acquaforte, dove si cita esplicitamente il trattatello malapartiano, per criticarne un aspetto, una teoria, ovvero per differenziarsi da esso. Il fatto che Arlt prenda le distanze è significativo. D’altronde il testo è del 1938, alla vigilia della guerra, quando lo scrittore è divenuto ormai un acerrimo nemico dei fascismi (e non più solo un parodista) e quando ormai ha approfondito la sua formazione intellettuale, soprattutto politica e marxista. Non è più l’Arlt ‘ambiguo’ del ’29 e del ’30, il divertito pasticheur dei discorsi politici che confluivano in America Latina dal laboratorio europeo. È preoccupato dalla situazione geopolitica mondiale, ove le nubi si addensano fosche all’orizzonte. Estrapolo il passo che ci interessa dall’acquaforte Los jóvenes de los tiempos viejos (I giovani dei vecchi tempi, pubblicata ne «El Mundo» il 21 settembre del 1939) dove si analizza la fascinazione subita da parte dei giovani romantici nei confronti dei condottieri sanguinari, incantatori di serpenti disposti a condurli verso il baratro. Dopo aver citato l’esempio antico di Mario e Silla e della somiglianza tra i giovani di allora e quelli di oggi, Arlt scrive:

«Yo creo que eran semejantes. Yo creo (al revés de Curzio Malaparte), que la técnica de la “insurrección armada” y de “las maniobras invisibles” no son una invención de Trotsky sino de Catilina y que Catilina, mediando las distancias, fue en Roma lo que Hitler en Munich».[1]

Arlt con estrema agilità passa poi a parlare di un personaggio ‘romantico’ de Les Misérables di Victor Hugo, Mario l’avvocato, seguace fanatico di Napoleone Bonaparte:

«Pero Mario, el romántico, el abogado sin destino y simpático, admira y loa a Napoleón I con el mismo criterio que hoy gritaría: – ¡Heil Hitler! o ¡Viva Mussolini!» [2]

Arlt vede quindi nel ‘romanticismo giovanile’ una malattia incurabile, che trascina gli stessi giovani verso le imprese più azzardate e avventurose, ma soprattutto verso l’uso della violenza per fini più nobili e utopistici: la peggio gioventù insomma. L’ultimo obiettivo satirico è infatti costituito da Stendhal:

«La juventud preferirá siempre la aventura al mostrador. Eso salta a la vista. Si en el siglo pasado nos detenemos en un novelista, que es el reverso de Hugo, y me refiero a Stendhal y leemos Rojo y negro descubriremos que Julián, con su temperamento frío y apasionado simultáneamente hubiera sido un excelente jefe de un piquete de ejecuciones rojo, pardo o negro. La juventud esperará siempre prodigios, siempre milagros, y el hombre que se acerque a esta juventud y le ofrezca un milagro vistoso, placeres a discreción, un destino teñido de brillantes colores, ese hombre, se llame Napoleón o Hitler, arrastrará consigo a las juventudes.» [3]

Vengono qui in mente i motti mussoliniani rivolti agli ‘uomini nuovi’ del regime: “Largo ai giovani!” (uno slogan tra l’altro inventato da Gabriele D’Annunzio, scrittore oggetto di forte satira in un’altra acquaforte).[4] Oppure le strofe dell’orecchiabile canzonetta “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza”. Arlt appunta la sua critica ancora una volta sui ‘cattivi maestri’, sui cinici manipolatori delle giovani menti, sempre sottoposte a una sorta di lavaggio del cervello. La posizione arltiana è sempre più scettica, ma illuminista, pur sempre razionale. Mentre i personaggi arltiani seguono la via opposta, sono i mostri, i pazzi, i demoni, gli irrazionali mossi da un impuslo frenetico e autodistruttivo. Dunque, per ritornare al principio del discorso, Arlt ha letto (direi studiato) il trattatello di Malaparte. Forse già dai primi anni Trenta (dopo il ’31), quando divenne un caso editoriale mondiale. Inoltre l’acquaforte cita esempi analizzati o in parte accennati dallo stesso Malaparte: Mario, Silla, Catilina, Trotsky, Mussolini, Hitler, Napoleone; si può dire che il testo sia intriso di analisi dello scrittore pratese (pur con la lampante nota di distinguo). Ma qui non ci limitiamo a tracciare una critica comparatistica delle ‘fonti’: sarebbe riduttivo (e inesatto) in tal caso (poiché di certo Arlt ha letto Malaparte solo dopo aver scritto i romanzi cospirativi). Ci preme però evidenziare l’estrema somiglianza che intercorre tra i discorsi di Malaparte e i progetti dell’Astrologo, vero e proprio protagonista del dittico di Erdosain. Riprendendo l’analisi di Alan Pauls, abbiamo sottolineato che non è significativo analizzare troppo le ideologie enunciate in tale dittico, è una strada errata percorsa da quasi tutti i critici (Arlt è fascista? è comunista? è pre-peronista?): è essenziale invece mettere a fuoco i meccanismi cospirativi messi in moto nei romanzi, occorre leggere il manuale d’istruzioni di tale dispositivo per creare congiure. Quindi a nostro avviso occorre almeno compararlo brevemente con la Tecnica del colpo di Stato di Malaparte, che come il Machiavelli de Il Principe non si occupa della morale, del bonum agere, del fare una cosa agendo secondo il bene, bensì del ‘come’, del bonum facere, del fare bene una cosa: puro formalismo.[5] Ma alla base ovviamente vi è la congiura (fallita) di Catilina.

Tecnica del colpo di Stato è un libro che diede notorietà internazionale a Curzio Malaparte (che in realtà si chiama Kurt Suckert), ma che al tempo stesso gli procurò non pochi guai.

«Proibito dai governi totalitari, che vedevano nella Tecnica del colpo di Stato una sorta di «Manuale del perfetto rivoluzionario»; messo all’indice dai governi liberali e democratici, per il quale esso non era nient’altro che un «Manuale dell’arte d’impadronirsi del potere con la violenza», e non anche, nello stesso tempo, un «Manuale dell’arte di difendere lo Stato»; accusato di fascismo dai trotzkisti, e da Trotzski stesso, e di trotzkismo da certi comunisti, che non sopportano di veder mescolato il nome di Trotzki a quello di Lenin e, quel che più conta, a quello di Stalin: non è tuttavia men vero che raramente un libro ha sollevato tante discussioni, tante contrarie passioni. Di rado un libro ha così ben servito, e in modo così gratuito, il Bene e il Male.» [6]

Tormentata è anche la filologia del testo. Il trattato viene infatti scritto di getto in italiano: le carte passano a Daniel Halévy, un amico di Malaparte che dirige una collezione presso l’editore Grasset di Parigi. Lo scrittore pratese sa bene infatti che quel volume è impubblicabile in Italia (così come il seguente che ha già in mente, Le bonhomme Lénine, sulla rivoluzione russa). Grasset è entusiasta del progetto e assicura una ‘brava traduttrice’, Juliette Bertrand. La Technique du coup d’état appare quindi in Francia nel 1931. Comunque compaiono due anticipazioni in italiano ne «L’Italia letteraria». Mussolini legge il libro, lo apprezza, ma ne proibisce l’edizione italiana, pur lasciando che si recensisca il volume e che ne compaiano dei frammenti su riviste (le solite ‘contraddizioni’ del Duce, vero e proprio Giano bifronte). L’edizione italiana compare solo nel 1948 per i tipi della Bompiani e si basa in parte sulla lezione del manoscritto italiano conservato da Halévy (ma vi sono delle parti mancanti e sono state operate delle riscritture poiché inoltre a suo tempo Grasset avrebbe fatto manipolare il testo) e in parte sul testo francese ritradotto (una versione di una versione) e talora ‘riscritto’ in italiano. Un bel pasticcio, insomma. Ci atteniamo quindi alla stesura definitiva in italiano del ’48.[7] Prima di iniziare l’analisi vera e propria, se dovessimo in sintesi riassumere il concetto espresso dal trattato potremmo utilizzare le parole del critico Luigi Martellini, che a Malaparte ha dedicato anche una monografia:

«Per lo scrittore quindi conquistare uno Stato moderno era una questione d’ordine tecnico e l’insurrezione era una macchina che solo dei tecnici potevano mettere in moto e solo dei tecnici potevano arrestare; sia una condizione d’emergenza sia la partecipazione delle masse non erano sufficienti a conquistare il potere. Anche un pugno d’audaci avrebbe potuto controllare la situazione bloccando i punti principali e i gangli vitali della nazione secondo un piano prestabilito.» [8]

Lo storico Giordano Bruno Guerri, che a Malaparte ha dedicato un libro molto noto e dettagliato (L’arcitaliano. Vita di Curzio Malaparte) riassume il concetto con altrettanta chiarezza e rapidità:

«L’accostamento della Tecnica al Principe di Machiavelli è inevitabile, essendone in un certo senso – fatte le debite distanze – l’aggiornamento. Malaparte vi vuol dimostrare come si conquista – e quindi come si difende – uno stato nel XX secolo. Questa conquista non dipende da situazioni politiche, sociali, né tanto meno dalla ‘bontà’ di una rivoluzione: dipende da un fatto strettamente tecnico. Basta che un gruppo di ‘Catilinari’, di destra o di sinistra, decisi e abili, riesca a impossessarsi con la forza dei centri nevralgici dello stato medesimo per riuscire a controllarlo, senza l’intervento delle masse o il favore di determinate circostanze.» [9]

Tali tesi, al principio degli anni Trenta, sono considerate per nulla banali e preoccupano subito non pochi esponenti delle democrazie europee, poiché vengono sviluppate con estrema chiarezza e con una certa preveggenza (si vedranno le chiarissime pagine dedicate a Hitler, che sarebbe salito al potere senza nessun colpo di Stato, bensì attraverso un compromesso parlamentare). E tale discorso risulta attualissimo nell’Argentina di quegli anni.

Non è fuorviante l’accostamento con Machiavelli (benché Malaparte proprio all’inizio della sua opera ci tenga a ribadire che il suo non è un aggiornamento del Principe): il segretario fiorentino è stato uno dei primi teorici politici moderni ad affrontare con lucidità il tema (che percorre la nostra tesi) delle cospirazioni e Delle congiure (nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Libro III, 6) nell’agone politico. Ed egli stesso dedicherà il libro ottavo delle Istorie fiorentine alla Congiura dei Pazzi ai danni di Lorenzo e Giuliano de’ Medici (complotto sventato, come si sa).

Il discorso affrontato da Malaparte risulta attuale anche nell’America Latina degli anni Trenta e in Argentina in particolare. Infatti il 6 settembre 1930 il generale Uriburu conquista il potere con un colpo di Stato militare che pone fine alla democrazia parlamentare (v’era il governo centrista di Yrigoien) e inaugura la ‘decade infame’. Di questo tema ci occuperemo distesamente in seguito poiché Arlt dedica a tali fatti di cronaca alcune acqueforti e poiché inoltre una delle concause del golpe fu il tentativo di nazionalizzazione del petrolio da parte di Yrigoien (su iniziativa del general Enrique Mosconi, direttore generale di YPF, Yacimientos Petrolíferos Fiscales), il che andava contro gli interessi delle imprese petrolifere anglo-americane (Standard Oil, Royal Ducht, ecc.), che avrebbero così finanziato il golpe.[10] Vedremo come il tema del petrolio al centro di cospirazioni geopolitiche sarà affrontato da Pasolini nel suo ultimo romanzo e comparirà nei discorsi dello stesso Astrologo (stavolta antimperialista) ne Los lanzallamas.

Ma cerchiamo di analizzare alcuni punti del trattatello malapartiano che possono tornare utili. Malaparte, sfrondando il campo da equivoci, identifica due categorie di forze politiche che si affrontano in Europa: «i difensori del principio della libertà e della democrazia, cioè dello Stato parlamentare, e i suoi avversari».[11] Potremmo definirli i liberaldemocratici e i catilinari. Tra i primi riconosciamo i conservatori, i liberali di destra e i socialisti di sinistra; tra i secondi coloro che si muovono s’un terreno più rivoluzionario, i comunisti e i fascisti. Vale la pena di riportare il passo che segue, machiavellico nello stile esplicativo ad albero:

«I catilinari di destra temono il pericolo del disordine: accusano il governo di debolezza, d’incapacità e d’irresponsabilità, sostengono la necessità di una ferrea organizzazione statale e di un severo controllo di tutta la vita politica, sociale ed economica. Sono gli idolatri dello Stato, i partigiani dell’assolutismo statale. Nello Stato accentratore, autoritario, antiliberale e antidemocratico, essi fanno consistere l’unica garanzia dell’ordine e della libertà, l’unica difesa contro il pericolo comunista. «Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, nulla contro lo Stato» afferma Mussolini. I catilinari di sinistra mirano alla conquista dello Stato per instaurare la dittatura della classe proletaria. «Dove c’è libertà non c’è Stato» afferma Lenin.» [12]

Malaparte accosta quindi Lenin e Mussolini come esempi di catilinari, rossi e neri. Esattamente come l’Astrologo che sembra in verità essere la sintesi bizzarra dei due leader e che accoglie nel suo gruppo di cospiratori sia il Maggiore (catilinario di destra) che l’Avvocato (catilinario di sinistra) passando per Erdosain (catilinario di destra-sinistra o meglio disadattato anarcoide con aspirazioni terroristiche). Nel golpe storico di Uriburu trionfano ovviamente solo i catilinari di destra (alleati però con il capitale internazionale: qui sta tutta l’anomalia latinoamericana, con le sue oligarchie esterofile o il suo populismo nazionalista); le parole pronunciate dal Maggiore sono state così profetiche che Arlt è stato costretto a inserire una nota a piè di pagina significativa, per distinguere la finzione narrativa dalla realtà storica (che talora la imita, in una mimesis al contrario):

«Nota del Autor: Esta novela fue escrita en los años 28 y 29 y editada por la editorial Rosso en el mes de octubre de 1929. Sería irrisorio entonces creer que las manifestaciones del Mayor han sido sugeridas por el movimiento revolucionario del 6 de septiembre de 1930. Indudablemente resulta curioso que las declaraciones de los revolucionarios del 6 de setiembre coincidan con tanta exactitud con aquellos que hace el Mayor y cuyo desarrollo confirman numerosos sucesos acaecidos después del 6 de setiembre.» [13]

Questo dimostra che uno scrittore lucido e attento, ma dalla vivida immaginazione, può prevedere certi accadimenti, proprio perché ha il potere di simularli e visualizzarli nella propria mente, tracciando degli scenari possibili (ciò accade per esempio con molti testi di Pasolini, spesso definiti ‘profetici’). Arlt ha colto un aspetto decisivo di quel presente: l’affollarsi di congiure, riunioni segrete nei sotterranei, complotti per impadronirsi del potere statale, sempre più languente nelle mani della democrazia parlamentare ormai debole, corrotta e inadeguata. Molte acqueforti si occupano della debolezza dell’apparato statale, dell’inestirpabile corruzione dei deputati e senatori durante il governo centrista di Yrigoien. Serpeggia un malessere, un’inquietudine, che troverà sbocco negli avvenimenti successivi, consacrati dal favore dell’intellettuale Leopoldo Lugones (che poi però si toglierà la vita poco tempo dopo).

Ma tornando al libro di Malaparte, vorrei subito correre al fulcro del discorso sagace condotto dallo scrittore. Il capitolo ottavo è dedicato alla rivoluzione d’Ottobre e si concentra attorno alla vincente tattica insurrezionale di Trotzki, che opera dietro le quinte, ma che risulta implacabile e decisiva per l’esito della rivoluzione:

«Lenin è lo stratega, l’ideologo, l’animatore, l’homo ex machina della rivoluzione: ma il creatore della tecnica del colpo di Stato bolscevico è Trotzki.» [14]

Secondo Malaparte la tattica trotzkista è fondamentale e «non è vincolata alle condizioni generali del paese, la sua applicazione non dipende dalle circostanze».[15] Le condizioni rivoluzionarie favorevoli non bastano da sole: lo proverebbero le insurrezioni fallite in Polonia nell’estate del 1920, in Germania nell’autunno del 1923 (e nella stessa Italia durante il ‘biennio rosso’, tra il 1919 e il 1920). La strategia leninista era stata applicata, ma mancava la tattica insurrezionale bolscevica organizzata da Trotzki. La quale viene in parte esposta in un dialogo concitato ricreato dalla fantasia dello scrittore:

« «Benissimo» dice Trotzki, «ma prima di tutto bisogna occupare la città, impadronirsi dei punti strategici, rovesciare il governo. Occorre, per questo, organizzare la insurrezione, formare e addestrare una truppa d’assalto. Non molta gente: le masse non ci servono a nulla; una piccola truppa ci basta.»

Ma Lenin non vuole che si possa accusare di blanquismo l’insurrezione bolscevica: «l’insurrezione» dice «deve appoggiarsi non su un complotto, su un partito, ma sulla classe avanzata. Ecco il primo punto. L’insurrezione deve appoggiarsi alla spinta rivoluzionaria di tutto il popolo. È questo il secondo punto. L’insurrezione deve scoppiare all’apogeo della rivoluzione ascendente. Ecco il terzo punto. È per queste tre condizioni che il marxismo si distingue dal blanquismo».

«Benissimo» dice Trotzki, «ma tutto il popolo è troppo, per l’insurrezione. Ci occorre una piccola truppa, fredda e violenta, addestrata alla tattica insurrezionale.» » [16]

Lenin è un teorico attivo: cerca di inserire gli eventi in una precisa griglia interpretativa e di agire senza mai perdere di vista l’integrità della dottrina. I suoi pamphlet anticipano gli eventi, li inquadrano: la sua prosa sciorina statistiche e aggiorna il marxismo. Trotzki è un tecnico che opera nell’ombra, è un freddo cospiratore, un organizzatore maniacale di insurrezioni violente: di qui la sua idea (pre-guevarista, verrebbe da dire) di ‘esportare’ la rivoluzione, di insegnare agli operai degli altri Paesi come si conquista il potere. Egli si è già creato degli acerrimi nemici nel partito bolscevico: Kamenew e Zinoview lo accusano di essere un blanquista, ma Lenin lo difende a spada tratta:

«Vi è una grande differenza fra l’arte dell’insurrezione armata e un complotto militare, condannabile da tutti i punti di vista.» [17]

Ma Trotzki potrebbe qui puntualizzare e correggere un aspetto (che risulta utile per la nostra ricerca):

« «L’insurrezione non è un’arte» egli dice, «è una macchina. Occorrono dei tecnici per metterla in movimento: nulla potrebbe arrestarla, nemmeno delle obbiezioni. Soltanto dei tecnici potrebbero arrestarla.» [18]

E tale concezione, come abbiamo visto, è molto vicina all’idea arltiana, che poi traluce nei suoi personaggi, della ‘rivoluzione sociale’ intesa più come cospirazione, macchinazione, complotto organizzato da esperti, tecnici, pseudoscienziati: Erdosain è l’inventore fallito che ha il compito di lavorare alla produzione dei gas venefici utili alla rivolta. È questa concezione (in realtà molto più vicina al fascismo, come vedremo) che Arlt fa sua e sviluppa nei suoi romanzi con implacabile espressività.

Ma in cosa consiste esattamente questa famigerata tecnica trotzkista? Malaparte, che ha dedicato allo studio della rivoluzione russa un altro libro ponderoso (Le bonhomme Lénine), affronta l’argomento nel nono e decimo capitolo. Innanzitutto si sofferma sull’ingegnosa tecnica delle ‘esercitazioni invisibili’, condotte nel centro della città di Pietrogrado da guardie rosse in borghese. Le guardie rosse, le truppe d’assalto di Trotzki, sono formate da «un migliaio di operai, di soldati e di marinai».[19] L’obiettivo dell’insurrezione è l’occupazione dei punti strategici dello Stato: le centrali elettriche, le ferrovie, i telefoni, i telegrafi, il porto, i gasometri, gli acquedotti. Al contrario Kerenski si preoccupa di difendere i punti chiave dell’organizzazione politico-burocratica (e non tecnica) dello Stato: il Palazzo d’Inverno, il Palazzo di Tauride, sede della Duma, i Ministeri, la sede dello Stato Maggiore Generale.

«Il problema dell’insurrezione non è per Trotzki che un problema d’ordine tecnico. «Per impadronirsi dello Stato moderno» egli dice «occorre una truppa d’assalto e dei tecnici: delle squadre di uomini armati, comandate da ingegneri.»[20]

Questa è la tecnica insurrezionale. L’estremo disordine sociopolitico è il terreno ideale per operare. Ma l’azione decisiva è compiuta da una minoranza, non dalle masse. Il 24 ottobre Trotzki fa precipitare la situazione: le sue guardie rosse seguono il piano prestabilito. Mentre i membri del governo si rifugiano nel Palazzo d’Inverno, i bolscevichi hanno già in mano tutti i mezzi di comunicazione. La rivoluzione quindi si svolge almeno su due piani (inscindibili):

«Mentre Trotzki organizza razionalmente il colpo di Stato, il Comitato Centrale del Partito bolscevico organizza la rivoluzione proletaria.» [21]

Trotzki è noto per i suoi paragoni: le sue parole corrono spesso alla rivoluzione puritana di Cromwell e alla rivoluzione francese (soprattutto alla necessità di instaurare il ‘terrore giacobino’). La rivoluzione richiede l’eliminazione fisica dei probabili nemici controrivoluzionari. Inoltre un Partito ha bisogno d’essere armato come le ‘costole di ferro’ di Cromwell. Secondo Malaparte chi ha davvero compreso il ‘pericolo’ per l’integrità dello Stato costituito dalla tecnica trotzkista è stato Stalin, che, memore della Rivoluzione d’Ottobre, ha approntato un sistema per disinnescare tale macchina. E vi riesce nel 1927. La difesa dello Stato di Stalin è speculare alla tecnica di conquista dello Stato: egli crea dei ‘corpi speciali’, delle ‘squadre invisibili’ armate in modo leggero e senza uniforme. Ogni équipe opera in un determinato settore della città di Mosca. La congiura trotzkista viene così sventata, il Catilina rosso è sconfitto e sarà costretto ad allontanarsi dallo Stato: morirà in Messico assassinato da un sicario di Stalin.

Malaparte dedica poi i capitoli tredici, quattordici e quindici al colpo di Stato fascista dell’ottobre 1922.

II.7. Psicologia delle masse fasciste

Malaparte ovviamente si sofferma sulla strategia insurrezionale fascista, che può rivelare dei labili punti di contatto con la tecnica precedentemente esposta. Riferendosi al caso di Firenze scrive:

«Le camicie nere avevano occupato di sorpresa tutti i punti strategici della città e della provincia, vale a dire gli organi dell’organizzazione tecnica, le officine delle centrali elettriche, la direzione delle poste, le centrali dei telefoni e dei telegrafi, i ponti, le stazioni ferroviarie.» [22]

Non si tratta di una ‘rivoluzione’ come poi inneggerà in seguito pomposamente la retorica del regime, bensì di un’insurrezione ben pilotata, organizzata, squadristica, che soprattutto non trova un’adeguata reazione da parte dello Stato, vuoi per collusione di molti elementi delle forze dell’ordine e dell’esercito vuoi per estrema debolezza del governo Facta (senza contare le ambigue manovre del Re, che, in risposta alla minaccia fascista – facilmente neutralizzabile – si accorda col futuro Duce). Indubbiamente vi fu una mobilitazione di massa, da parte del ceto medio emergente e di molti sbandati e reduci della Prima Guerra Mondiale, che trovarono nel movimento fascista (nazionalista) un giusto sbocco alle proprie pulsioni ed istanze, per nulla raccolte per esempio dai classici partiti di sinistra. Lo stesso Togliatti riconobbe l’esistenza di questa ‘massa’, invisibile però agli occhi del Partito Socialista:

«Questa massa era allora rappresentata dagli ex combattenti, da tutta una massa di spostati creati dalla guerra. Noi non abbiamo compreso che al fondo di tutto ciò c’era un fenomeno sociale italiano, non abbiamo visto le profonde cause che lo determinavano. Non abbiamo compreso che gli ex-combattenti, gli spostati, non erano individui isolati, ma una massa, rappresentavano un fenomeno che aveva degli aspetti di classe. Non abbiamo compreso che non si poteva mandarli semplicemente al diavolo.» [23]

Si tratta anche di quella massa di giovani arrabbiati, fervidi di entusiamo e facilmente manipolabili da un Catilina di turno di cui parla Arlt nell’acquaforte Los jóvenes de los tiempos viejos.

Pier Paolo Pasolini, il cui padre padrone, Carlo, fu un convinto fascista e persino un membro della scorta personale del Duce in occasione dell’attentato dell’anarchico Zamboni a Bologna, esprime la sua visione dolorosa (e ambigua) sui giovani fascisti che fecero la marcia su Roma (radicalmente diversi sia dai neofascisti che dai giovani contaminati dal ‘nuovo fascismo’ del neocapitalismo consumista) in un breve e significativo passo di Petrolio, di cui poi torneremo a parlare:

«La fine del fascismo segna la fine di un’epoca e di un universo. È finito il mondo contadino e popolare. Era dalle parti più miserabile di questo che il fascismo raccoglieva le sue bande di sicari innocenti e virili. Sono anche finiti i ceti medi la cui cultura borghese era ancora fondata su una cultura popolare (simile a quella dei sicari): contadina, pastorale, marinara, povera. Differenziata (da regione a regione, da città a città, da centro a periferia). Eccentrica, particolaristica. Quindi reale.» [24]

Ovvero il fascismo, che pur era nato da un humus popolare (benché talora grezzo ed ignorante) aveva tradito le sue radici divenendo regime ‘sanfedista’, ma nonostante ciò non era riuscito mai a intaccare l’autenticità e la bellezza della cultura popolare. Ovvero il fascismo, che era letteralmente un ‘gruppo di criminali al potere’, non era riuscito minimamente a compiere quel crimine irreversibile che è il genocidio delle culture popolari locali, del mondo contadino, arcaico e dunque puro.[25] Ciò che non realizzarono i gerarchi, riuscì a farlo la semplice televisione. Tale riflessione è da accostare a un’intervista fatta a Pasolini a proposito delle città fasciste dell’Agro Pontino (per es. Sabaudia) a misura d’uomo, reali e dunque belle (oggi tale prospettiva, declinata in maniera diversa, è ritornata in auge con il saggio di Antonio Pennacchi, Fascio e martello: Viaggio per le città del Duce).[26] Ma tutto ciò per dire che la minaccia insurrezionale fascista (anche e soprattutto all’estero) viene all’epoca percepita come qualcosa di nuovo e di alternativo al bolscevismo (ovviamente davvero rivoluzionario, poiché modificò l’assetto della società, mentre il fascismo si adagiò sulle spalle degli agrari e degli industriali prima e della Chiesa Cattolica poi, tradendo le sue presunte origini anticlericali e anti-sistema, chiara prova di un oppurtunismo di fondo – tipicamente italiano – di tale corrente politica). Il nemico giurato è pur sempre comune: la democrazia liberale.

È curioso il pensiero d’un filosofo russo anomalo, Nikolaj Berdjaev, cristiano ‘eretico’, espulso dalla Russia sovietica nel 1922, che l’anno seguente pubblicò a Berlino un saggio che gli darà la fama, Nuovo Medioevo: Riflessioni sul destino della Russia e dell’Europa:

«Tutta la politica europea è fondata sulla violenza e sulla menzogna; anche l’Europa è in preda a un terribile avvilimento. Lo dimostra una reazione così interessante come il fascismo. Contrariamente all’opinione generale, anche il fascismo italiano è stato una rivoluzione, opera di uomini giovani, che avevano imparato dalla guerra, pieni di energia e assetati di protagonismo. Questa gioventù non manca di somiglianza psicologica con la gioventù dei soviet, ma la sua energia si esercita in una direzione diversa, e ha un carattere che non è distruttivo ma creativo. Viviamo in un’epoca di cesarismo. E in esso conquisteranno la ribalta solo uomini del tipo di Mussolini, unico innovatore tra gli uomini di Stato europei, che ha saputo piegare all’idea nazionale e a se stesso gli istinti violenti e guerrieri della gioventù, aprendo una nuova prospettiva alla loro energia.» [27]

Qualcosa di diverso quindi dalla mera reazione del ‘capitalismo borghese’ alla minaccia espropriatrice bolscevica o almeno un patto tra forze borghesi, i cosiddetti poteri forti, industria, e questo nuovo movimento violento e radicale costituito per lo più da giovani reduci di guerra e dal ceto medio emergente (finanziato e accettato proprio per la sua direzione antibolscevica).[28] Gli storici ormai, nonostante le diatribe, su tale fenomeno ambiguo e stratificato, hanno fatto più chiarezza:

«Si può in quest’ottica tornare a parlare a proposito della marcia di una controrivoluzione preventiva di fronte alla minaccia o all’eventualità di una rivoluzione socialista? […] Va detto, al riguardo, che una semplice riflessione sulla cronologia e sulla logica degli avvenimenti rende improponibile questa formulazione. Tra la fine del 1920 e l’inizio del 1921 si registra in tutta Europa la fine dell’offensiva operaia, il suo riflusso, o la sua sconfitta e la sua repressione sanguinosa. Il fascismo in realtà non impedisce una rivoluzione bolscevica in atto, ma infierisce su un nemico già sconfitto. […] Ma emerge anche e soprattutto una insofferenza nei confronti delle istituzioni liberali e la volontà di sovvertirle. […] Attorno al successo di Mussolini e della marcia su Roma si crea in molti Paesi europei un polo di attrazione che involge, nell’impasto originale che è specifico del fascismo, tanto ceti possidenti minacciati nei loro privilegi, quanto piccola borghesia frustrata nelle sue ambizioni e un sovversivismo plebeo attratto dalla demagogia sociale e nazionalistica che è propria dei movimenti fascisti.» [29]

Tale ‘sovversivismo plebeo’ (e non solo ‘piccolo-borghese’) può essere chiamato anche ‘radicalismo di destra’ ed ha appunto uno dei suoi archetipi, pur con le dovute differenze, nella figura storica di Catilina, che Malaparte trasforma in una categoria, come abbiamo visto, quella dei ‘catilinari’ (applicandola però anche con elasticità ai movimenti rivoluzionari di sinistra).

Dopo questa breve digressione, per tornare alla Tecnica, Malaparte sostiene che lo schema della strategia insurrezionale orchestrata da Mussolini e dalle sue squadre di combattimento gli deriva (paradossalmente) dalla sua formazione marxista o meglio dal suo ideario (confuso e contaminato) di socialista rivoluzionario sorelliano. Inoltre aggiunge:

«Non bisogna dimenticare che le camicie nere provengono in generale dai partiti di estrema sinistra, quando non sono veterani della guerra, dal cuore indurito da quattro anni di linea, oppure giovani dagli slanci generosi.» [30]

Vedremo poi come l’immaginario traumatico e violento della Prima Guerra Mondiale, soprattutto in riferimento alle nuove armi di distruzione di massa ivi adoperate, per esempio il gas nervino, contamini nettamente la rappresentazione convulsa e ai limiti del delirio del dittico arltiano. Non a caso il seguito de Los siete locos si chiama Los lanzallamas, dove in verità si allude ai lanciagas e lo stesso Erdosain sarà il responsabile della fabbrica dei gas. Altro elemento di ambiguità della ‘rivoluzione’ propugnata dal ducesco Astrologo dallo sguardo leninista. La tesi di Malaparte è pervicace: in Italia tra il 1919 e il 1920 vi erano le condizioni ideali per l’attuarsi di una rivoluzione socialista, che non avvenne per la mancanza di un Trotzki, ovvero di un uomo e del suo manipolo armato e addestrato pronto ad applicare la tecnica del colpo di Stato. Che invece poi fu messa in atto dai nuovi nemici degli operai: i fascisti. È noto l’aneddoto secondo il quale Lenin avrebbe detto che solo Mussolini poteva fare la rivoluzione in Italia. E purtroppo la fece, ma imboccando poi la via opposta, quella di una nuova, ibrida e originale restaurazione o ‘controriforma’.

«Non bisogna vedere, nella tattica del colpo di Stato fascista, una tattica concepita da un reazionario: Mussolini non aveva nulla di un D’Annunzio, di un Kapp, di un Primo de Rivera o di un Hitler.» [31]

Una sorta di «bolscevismo nazionalista» dai contorni poco chiari e subito pronto a cambiar pelle una volta giunto al potere. Curiosa e ingegnosa è la formula adoperata dallo storico marxista Eric J. Hobsbawm, ne Il secolo breve, per definire i fascismi nascenti:

«La grande differenza tra la destra fascista e quella non fascista era che il fascismo esisteva grazie alla mobilitazione delle masse dal basso. Esso apparteneva essenzialmente a quell’epoca della politica democratica e popolare che i reazionari tradizionali deploravano e che i campioni dello “stato organico” cercavano di oltrepassare. Il fascismo toccava i suoi momenti di gloria nella mobilitazione delle masse, che esso conservò simbolicamente nella forma di una drammatizzazione pubblica – le adunate di Norimberga, le masse plaudenti a Mussolini che gesticolava dal balcone di palazzo Venezia – anche dopo essere pervenuto al potere. Altrettanto fecero i movimenti comunisti. I fascisti erano i rivoluzionari della controrivoluzione.» [32]

Hobsbawm inoltre, con la sua competenza di storico e al tempo stesso con la sprezzatura di narratore della Storia, si avvicina in un passo a uno dei temi della nostra tesi, che ci riconduce al saggio di Amícola:

«Il fascismo si dimostrò vittoriosamente antiliberale anche nel fornire la prova che gli uomini possono, senza difficoltà, combinare un insieme di credenze assurdamente irrazionali sul mondo con un dominio sicuro dell’alta tecnologia contemporanea. Alcuni episodi dei nostri giorni, come le sette religiose fondamentaliste che maneggiano l’arma della propaganda televisiva e delle reti informatiche per la raccolta dei fondi, ci hanno reso più familiare questo fenomeno.» [33]

Sull’irrazionalismo delle ideologie fascistoidi farà leva Arlt nella sua parodia.

E alla figura di Hitler, catilinario di destra (come Napoleone), poiché non ha bisogno di una tecnica di colpo di Stato (come invece Trotzki e Mussolini) per andare al potere, Malaparte dedica l’ultimo profetico capitolo del suo trattato, quello che gli valse la condanna del nazismo (nonché il rogo nelle pubbliche piazze di esemplari del suo libro) e il disappunto di alcuni fascisti per le reazioni suscitate in Germania da alcune considerazioni troppo insolenti e libertarie. Malaparte sottolinea la mediocrità di Hitler rispetto a Mussolini, il suo cinismo egoista e l’indecisione nell’applicare fino in fondo la tecnica del colpo di Stato, come vorrebbe la base più rivoluzionaria del suo Partito. Dopo il tentato putsch di Monaco del 1923, Hitler ha cambiato tattica: aspira alla conquista legale del potere. E rivolge tutta la sua attenzione poliziesca proprio verso le truppe d’assalto nazionalsocialiste che lo hanno aiutato ad arrivare fino a quel punto: teme che la frazione più estremista e rivoluzionaria del suo Partito possa spodestarlo. Lo storico Hobsbawm, in una sua lucida analisi, concorda con questa visione, confermata poi storicamente dall’episodio sanguinoso della ‘notte dei lunghi coltelli’, consumatosi tra il 29 e il 30 giugno del 1934, ai danni dell’omosessuale Ernst Röhm e delle sue SA (Sturmabteilungen). Anche Mussolini si è posto il problema di tenere sotto controllo le intemperanze delle camicie nere più intransigenti e dei ras locali, ma non è mai giunto alla sistematica eliminazione fisica dei suoi possibili concorrenti. Ecco quindi che Hitler appare come una grottesca caricatura di Mussolini:

«Il capo del nazionalsocialismo non si pone il problema della conquista dello Stato come se lo porrebbe un marxista.» [34]

Malaparte spiega che le squadre di Mussolini si erano accanite contro le organizzazioni sindacali per sgombrare il campo da ogni forza organizzata: «sindacati, cooperative, giornalai, circoli operai, camere del Lavoro, partiti politici, per prevenire lo sciopero generale e spezzare il fronte unico del Governo, del Parlamento e del proletariato».[35] Si trattava di una strategia volta a creare una supremazia del movimento fascista prima della conquista del potere. Hitler agisce diversamente:

«Invece di combattere le organizzazioni sindacali del proletariato, egli colpisce gli operai. La sua caccia al comunista non è che una caccia all’operaio.» [36]

Quindi Malaparte conclude il ragionamento (un po’ capzioso) così: «ecco che cosa resta della tattica rivoluzionaria di Mussolini nell’applicazione di un reazionario».[37] Malaparte volge al termine la sua riflessione provocatoria analizzando la psicologia intima di Hitler che avrebbe qualcosa di ‘femminile’ (in senso negativo), il che giustificherebbe la sua brutalità frutto di mancanza di virilità, di assenza di energia. Questo tema può sembrare risibile e minoritario, in verità vedremo in seguito come anche l’Astrologo fondi il suo superomismo sulla mancanza di virilità (a causa di una castrazione subìta).[38]

Ci pare comunque che Malaparte colga un aspetto decisivo della psiche hitleriana, in anticipo sui tempi rispetto ad altri intellettuali:

«Hitler è geloso di coloro che lo hanno aiutato a diventare una figura di primo piano nella vita politica tedesca: egli teme la loro fierezza, la loro energia, il loro spirito combattivo, quella volontà coraggiosa e disinteressata che fa delle truppe d’assalto hitleriane un magnifico strumento per la conquista dello Stato.» [39]

Il tema del narcisismo e della gelosia del tiranno è malapartiano: l’autore l’affronta anche in Muss: ritratto di un dittatore, a proposito del Duce.

L’analisi della psiche di Mussolini non è un mero esercizio retorico bensì un’ulteriore maniera di comprendere il funzionamento della macchina fascista, secondo un’ottica che, come abbiamo visto, si lega alla nostra trattazione sull’opera arltiana. È giusto citare ancora una volta le inesorabili frasi malapartiane:

«Prima di esaminare quali potranno essere gli effetti morali, politici e sociali della Controriforma fascista in Germania, mi sembra necessario smontare pezzo per pezzo tutta la macchina psicologica del fascismo, per mostrare come funziona. Comincerò, naturalmente, dal motore principale, cioè Mussolini, poiché è su questo modello che è stato costruito il motore Hitler.» [40]

Lo scrittore non riesce a dare a Muss la forma di un vero trattato come la Tecnica, tuttavia vi sono dei passi di notevole lucidità. L’incompiutezza dell’opera, la sua espressiva frammentarietà, è dovuta al fatto che lo scrittore viene arrestato il 5 ottobre 1933, quando è impegnato nella stesura di tale opera. Com’è noto, l’arresto con l’accusa di attività antifascista all’estero si tramuta poi in una condanna al confino nell’isola di Lipari, dove permane solo sei mesi, dopodiché, grazie all’intermediazione di Galeazzo Ciano, viene trasferito ad Ischia e a Forte dei Marmi.[41] Uno dei titoli preparatori di tale requisitoria contro il fascismo è Killing no murder. Muss viene quindi rielaborato anche in seguito, ma mantiene la sua natura di ‘scartafaccio’. Tuttavia, a nostro avviso, non è disdicevole talora frugare negli scartafacci per trovare certe pagliuzze, certi frammenti significativi e sinceri, che permettono poi di chiarificare da una nuova prospettiva l’opera di un autore o di tessere proficue comparazioni.

Parlare del fascismo significa parlare del popolo italiano, delle sue virtù, ma soprattutto dei suoi vizi, che in un regime vengono per così dire istituzionalizzati. Il Duce degli italiani non ha inventato nulla, bensì ha saputo captare l’anima del suo popolo, o meglio la sua anima nera, oscura, pulsionale. Il popolino dello Stivale ha il suo rosario di Santi ed Eroi e crede ai miracoli: le credenze nel sovrannaturale nascono sempre dal basso e non vengono mai imposte. Mussolini con le sue antenne ha captato questo carattere e ha fondato «la fabbrica della santità e dell’eroismo».[42] Sin dal principio si è preoccupato di creare una propria leggenda personale, per lo più propagandistica, e ha incentivato un’idolatria per la sua figura. Nessuno come i fascisti ha saputo fare un uso così ‘sapiente’ dei mezzi di comunicazione di massa: radio e cinegiornali per esempio. La propaganda, l’invenzione del mito, ha il compito di creare una sorta di incantesimo capace di abbagliare il popolino. Tuttavia v’è un’altra caratteristica recondita del popolo italiano, ben fissa nella sua anima: la malafede.

«La malafede del popolo italiano lo porta a finger di credere in cose, in persone, in idee, cui non crede, e ad agire di conseguenza. Tale era la malafede di Mussolini.» [43]

A Malaparte manca il carattere (di qui la sua ambiguità, i suoi doppiogiochismi), non di certo la lucidità intellettuale, lo spirito critico, che viviseziona il tocco di argomento prescelto.

«Gli altri dominano la vita del popolo italiano, e di ogni italiano, con una potenza straordinaria.» [44]

Di qui l’altra caratteristica evidente: la vanità. Che appartiene anche al Duce. Ecco quindi che il ‘genio’ del Duce (come veniva spesso enfatizzato da gerarchi ed adulatori) è stato soprattutto quello di sintonizzarsi con la psicologia sociale degli italiani, in un rapporto massa-leader che avrebbe fatto scuola, ma facendo leva sulle caratteristiche più torbide e segrete, sui vizi, sulla mancanza di ragionevolezza:

«Non v’è dubbio che il fascismo è un estremo tentativo di difesa degli interessi borghesi in primo luogo industriali e agrari, e della ideologia borghese, di cui il nazionalismo è la sintesi, contro la spinta rivoluzionaria del proletariato. Insieme con molte altre cause, sono anche i difetti dell’educazione cattolica delle masse, non abbastanza calcolati dai dirigenti del socialismo italiano, che hanno contribuito nel 1919 e nel 1920 al fallimento della rivoluzione socialista, e nel 1921 e nel 1922 hanno reso difficile al proletariato una efficace difesa contro la violenta reazione fascista. […] La condizione indispensabile per riuscire era che il fascismo non avesse programmi definiti, né idee chiare, né scopi precisi.» [45]

Questi sono alcuni frammenti del testo incompleto malapartiano, che ci riavvicinano alle prime, trionfalistiche parole dell’Astrologo:

«La cuestión es apoderarse del alma de una generación… El resto se hace solo.» [46]

Arlt, così attento, da lontano, agli sviluppi politici europei (a partire da quella strana creatura che è il fascismo italiano degli esordi) crea un’utopia finzionale, che però anticipa di qualche anno gli altri orrori della Storia. L’originalità di Arlt, nato scrittore, ma sopravvissuto grazie all’attività giornalistica, è stata quella di far interagire la cronaca politica del suo presente storico (i dispacci, le notizie di agenzia) con le storie bizzarre debitrici della letteratura popolare del secolo precedente (la cultura delle ‘classi subalterne’ di gramsciana memoria) e con una fantasia che chiamerei in realtà ‘distopica’, molto affine per esempio anche alle elucubrazioni fantapolitiche del Philip Dick de The Man in the High Castle (L’uomo nell’alto castello, ma meglio noto nella bizzarra ‘traduzione’: La svastica sul sole) del 1962 o agli scenari possibili e inquietanti del Sinclair Lewis di It Can’t Happen Here (Qui non è possibile) del 1935. Mentre l’immaginario reale e da manuale de la Tecnica del colpo di Stato è di certo accostabile alle macchinazioni segrete elaborate dai personaggi de Los siete locos e Los lanzallamas in vista della conquista del potere. Un immaginario politico cospirativo da anni Settanta: non a caso la trasposizione cinematografica del regista argentino Leopoldo Torre Nillson verrà proposta nel 1973. Vorrei concludere questo capitolo con le riflessioni di José Amícola che è stato uno dei punti di partenza della nostra argomentazione:

«Así Arlt, tomando como modelo la figura de Mussolini en su trayectoria entre 1919 y 1929, en el momento en que el “Duce” pactaba un “Concordato” con el Vaticano con los gestos más piadosos de que disponía, apuntaba los horrores, de los que el mundo se enteraría mucho más tarde, en la escalada de la barbarie autonomizada y oficializada por Hitler. La Argentina, en cambio, en tanto país al que no se le había permitido ese mínimo de acumulación capitalista independiente, no estaba en condiciones de vivir la profecía. Estos horrores les fueron evitados. Ni siquiera mucho más tarde “el tercer camino” elegido por Perón en 1945 sería el régimen del terror y la agresión armada y la explotación que el Astrólogo quería escenificar.» [47]

II.8. Il superuomo di massa in tempi di crisi

Ma vorrei ora ritornare all’analisi puntuale del testo arltiano, dal quale ci siamo discostati per dare vita ad una lunga digressione su Malaparte e la ‘psicologia’ del fascismo. Eravamo rimasti a La farsa: vorrei proseguire con El buscador de oro (Il cercatore d’oro) poiché si riallaccia al discorso precedentemente esposto e ci immette di nuovo nella corsia del testo (che non deve mai essere perso di vista nelle pur astratte digressioni critiche). In questo episodio a parlare, ad esporre le proprie idee torrenziali nella forma che già conosciamo del ‘lucido delirio’ è il Cercatore d’Oro, un personaggio bizzarro, isolato e violento. Il suo compito nella setta è quello di trovare nei deserti vicini alle Ande l’oro che servirà a finanziare ulteriormente l’organizzazione ramificata in cellule sempre maggiori. Egli stima il ‘genio’ dell’Astrologo, che è capace di creare un’utopia menzognera per le masse con l’obiettivo di guidarle verso importanti fini. Ammira il suo cinismo, la sua sagacia:

«Substituir una mentira insignificante por una mentira elocuente, enorme, trascendental.» [48]

Concorda con l’idea di puntare sui giovani:

«Créalo… organizaremos un cuerpo de juventud admirable.» [49]

La fiducia nell’entusiasmo giovanile si fonde anche all’ammirazione nei confronti del Duce degli italiani:

«Nosotros los jóvenes crearemos la vida nueva; sì, nosotros. Estableceremos una aristocracia bandida. A los intelectuales contagiados del idiotismo de Tolstoj los fusilaremos, y el resto a trabajar para nosotros. Por eso lo admiro a Mussolini. En ese país de mandolinistas estableció el uso del bastón y aquel reinado de opereta se convirtió del día a la noche en el mastín del Mediterráneo.» [50]

Il Cercatore d’Oro è un predicatore della violenza, un nemico della civiltà urbana, borghese, rammollita, un mistico desideroso di spazi vuoti e lontani, del deserto. Erdosain tace al suo cospetto, lo ammira poiché si situa agli antipodi: «yo soy el hombre sórdido y cobarde de la ciudad. ¿Por qué no siento su agresividad y su odio?».[51] Erdosain è l’inetto che vagheggia desideroso l’idea del superuomo. Qui si stabilisce anche la dicotomia insanabile tra città e campo (campagna). Nella prima si reprimono gli impulsi, nella seconda si dà libero sfogo ad essi. El campo con la sua libertà e violenza viene così a somigliare al movimento in seno al fascismo di Strapaese (al quale aderirà il giovane Malaparte, senza dimenticare nomi significativi come Mino Maccari, Ardengo Soffici, Romano Bilenchi, ecc.) che predicava un ritorno al fascismo ‘autentico’, paesano, provinciale (in tal caso toscano). Ma questa è solo una piccola analogia.

In seguito Erdosain, rincasando, trova nel pianerottolo La Coja (La Zoppa), l’ambigua moglie di Ergueta, il farmacista nonché lettore fanatico della Bibbia, che, impazzito, è stato rinchiuso in manicomio. Erdosain la considera come una ‘perversa’ e vedremo che in seguito assumerà importanza ne Los lanzallamas, c’è ancora qualcosa di postribolario in lei, nelle sue parole, trattasi d’una figura di donna degradata, tipicamente arltiana. La Coja vuole che il giovane tiri fuori dal manicomio Ergueta, suo vecchio amico. Erdosain quindi s’incammina diretto En la caverna mentre la Coja rimane a casa sua. Nel tragitto per la città oscura sgorgano di nuovo i pensieri ossessivi del personaggio, le ansie, le turbe, i monologhi psicotici, i pensieri cattivi, di odio nei confronti del filisteismo dei piccoli commercianti. Ritornano quelle che chiamerei le pulsioni ‘fasciocomuniste’ o forse più fascistoidi, ovvero il desiderio di vivere «la vida fuerte»,[52] l’inettitudine genera quest’ansia di superomismo, una tensione che conduce a un sovversivismo esistenziale e distruttivo, tornano gli emblemi di uomini forti, di comandanti delle masse come Lenin e Mussolini, ancora appaiati per la loro natura che sfiderebbe l’umano.

«¿No eran acaso así las fotografías de los héroes? ¿Quién conservaba una fotografía de Lenin discutiendo en un cuartujo de Londres, o de Mussolini vagabundo por los caminos de Italia? Y, sin embargo, eran de pronto revelados en un balcón arengando a la multitud barbuda, o entre las columnas truncas de unas ruinas recientes, con zapatos de sport, y un sombrero jipi-paja que no desdecía la fiereza del semblante del conquistador.» [53]

Il mondo si divide quindi in due categorie, dominatori e dominati, prominenti e deboli, e i primi hanno il diritto di imporsi sui secondi: chiara è la derivazione nicciana di tale degenerazione ideologica, che conduce direttamente all’esperimento dei lager nazisti, dove gli ebrei più forti e scaltri vengono selezionati per tiranneggiare gli ebrei più fragili (la ‘competitività’ della produzione capitalista portata agli estremi).[54]

Che per esempio un Mussolini venisse considerato all’estero negli anni Trenta un ‘eroe’ non è prerogativa del fragile Erdosain: il Duce poteva incarnare anche agli occhi dell’opinione pubblica nordamericana (e di riflesso ispanoamericana) la figura di un ‘superuomo di massa’ (per riprendere la categoria adoperata da Umberto Eco in un suo noto saggio sulla scorta degli studi di Gramsci sulla letteratura nazional-popolare). La ricezione (propagandistica) della figura del Duce nella cultura popolare e giornalistica degli States (ovviamente prima della conquista d’Etiopia) è stata studiata con acume da John P. Dinges, il quale nel suo saggio Mussolini and Fascism: The View from America (Mussolini e il Fascismo: il punto di vista dell’America) dedica proprio un capitoletto a Mussolini as American Hero (Mussolini come eroe americano). Arlt come sappiamo coglierà l’aspetto più buffo di tale ‘superomismo’ incarnandolo in parte nel commediante Astrologo, ‘sinistro’ e destroide nello stesso tempo.

«In an age hungry for heroes, Mussolini was also written up as a hero of sports. […] As John Gunter observed: “Mussolini is built like a steel spring (Stalin is a rock of granite, by comparison, and Hitler a blob of ectoplasm).” Clarance Streit summed up the essence of Il Duce in one word – “Punch”. “There is punch in his eyes, the darting thrust of a rapier. There is punch in the light, springing step with which he carries his well-built body – the punch of a pugilist.” Translated into politics, these qualities were reflected in Il Duce’s instinct for “direct action”.» [55]

Le radici storico-sociali di tale fascinazione infantile delle masse nei confronti del ‘supereroe’ politico (uso la metafora fumettistica, che meglio si attaglia alla nostra analisi) sono presto identificate in quel clima generalizzato di ‘crisi’ che è principalmente economica ma anche esistenziale: la crisi dei valori, disintegrati dalla Prima Guerra Mondiale, la crisi dei miti positivi del secolo precedente, la crisi dell’individuo, del’essere, gettato nell’esistenza, nel qui e ora, senza uno scopo, senza memoria (non è puro caso l’adesione di Heidegger al nazismo, mentre il collega Jaspers verrà denunciato in quanto ebreo: e il comunista Sartre attingerà le sue basi teoriche dal primo discusso pensatore).

«An age of hero worship is an age of instability. As Max Weber noted years ago, it is a period in which the traditional social order appears to be disintegrating that the phenomenon of “charismatic authority” occurs. The carismatic figure ascends to power in a time of trouble and crisis and is accepted by the masses, not on the basis of historical legitimacy, but by virtue of his “extraordinary quality”, his “personal strenght”, and the claim to spiritual sanction bestowed on him by supporters. Deriving his authority from his spectacular display of power and ability, the rule of the carismatic leader is born of “distress” and carried forward big “enthusiasm”. Now strictly speaking, most Americans did not perceive Mussolini as a classic charismatic personality. Instead of attributing his success to mysterious and “magical” powers, they believed he was merely governing Italy with good American common sense. Nevertheless, it was the “distress” of the times that created his favorable reception. Il Duce’s rise to fame in America cannot be understood apart from the temper of the twenties.» [56]

Nell’arco del suo vagabondaggio urbano Erdosain è come assalito da una sequela di lucide allucinazioni, flashes, ricordi di vita. Immagina che la Coja sia con lui e gli additi una locanda di ladri dove si recava anche Ergueta. Così Erdosain ritorna con la memoria ai dialoghi frenetici condotti col farmacista in quella bettola di vite perdute. Il farmacista ha trovato il senso della vita nel canagliume da lui frequentato (ladri, papponi e prostitute) e nella lettura della Bibbia: ecco perché decide di sposare Hipólita, la Ramera, una ex-prostituta. La sete di Assoluto ha spinto Ergueta a immergersi nelle bassezze, nella sensualità, nel peccato (come nel migliore topos dostoevskiano): «He ido de burdel en burdel, y de angustia en angustia buscando el amor».[57] Il misticismo apocalittico, la consapevolezza di Ergueta di vivere in una nuova Gomorra, la sicurezza dell’imminente fine dei tempi e ritorno del Cristo, lo conducono a vagheggiare un’idea di rivoluzione violenta intrisa di messianesimo:

«– Es necesario hacer algo contra esta sociedad, che. Hay días que sufro de un modo insoportable. Parece que todos los hombres se hubieran vuelto bestias. Dan ganas de salir a la calle y predicar el exterminio o poner una ametralladora en cada bocacalle. ¿Te das cuenta? Vienen tiempos terribles.» [58]

Il personaggio di Ergueta viene così ad essere non semplicemente marginale ma funzionale all’illustrazione delle pulsioni ideologiche che possono essere alla base della rivolta rivoluzionaria e terroristica dei “pazzi” raccolti attorno all’Astrologo. Ergueta è veramente invasato, ma nei suoi deliri esprime una postura più radicale di quella di Erdosain, ma non meno coerente.

Il sociologo Alessandro Orsini ha mostrato molto bene l’analogia che intercorre tra gruppi terroristici e sette religiose, tant’è che cerca di spiegare per esempio la pratica brigatista inserendola «nella vasta fenomenologia dei fenomeni religiosi».[59] A noi interessa solo citare un punto dove Orsini cerca di risalire alle origini dello ‘gnosticismo rivoluzionario’, analizzando il caso di Thomas Müntzer (insieme a Lutero, uno dei padri della Riforma), ispiratore di una rivolta di proletari e contadini a Zwickan, centro dell’industria tessile, nel 1521.

«Gnosticismo e messianesimo furono compresenti in Müntzer, in una sintesi esplosiva. Il messianesimo può essere indagato come fenomeno religioso, psicologico oppure politico. In quanto fenomeno religioso, il messianesimo è l’attesa di un Messia apportatore di salvezza. In psicologia, invece, è lo stato delirante di chi è convinto di essere investito di una missione di fondamentale importanza per i destini dell’umanità. In politica, infine, è l’attesa di un profondo rivolgimento politico e sociale che libererà gli uomini dall’infelicità e dalla sofferenza. In Müntzer, questi tre aspetti del messianesimo furono compresenti. Nelle sue prediche il demonio è dappertutto.» [60]

Ci basta quest’appunto per tornare al delirio di Ergueta che non è solo mistico ma anche politico, e che trova quindi una fragile sponda nell’incerto Erdosain, una spugna in grado di assorbire ogni ‘impurità ideologica’ del mondo esterno:

«Fuerzas perdidas. Hasta esa canalla se aburre en el fondo. Cuando llegue la revolución se les ahorcará o se les mandará a la primera fila. Carne de cañon. Yo pude ser como ellos y renuncié. Ahora vienen tiempos terribles.» [61]

Nel frattempo, dopo questi flashes, Erdosain si reca dalla miserabile famiglia de Los Espila, che ha coinvolto nel suo progetto un po’ dadaista e futurista (un po’ alla Fernando Depero, autore del primo ‘libro di metallo’) della rosa di rame, invenzione da commercializzare, assieme all’altra trovata minore, la cravatta di metallo, alquanto improbabile. Erdosain è un inventore fallito che si trova a illudere con i suoi sogni una famiglia fallita e caduta in miseria. La figlia del sordo Eustachio, Elena, è innamorata di Erdosain, ma lui alla fine la rifiuta con sottile e sadico cinismo, anche per farsi del male, per umiliarsi umiliando (come un personaggio dostoevskiano del sottosuolo). Continuano i vagabondaggi caotici da sonnambulo e il giovane rincasa, immaginando di addentrarsi in realtà in un bordello: Hipólita lo attende, tra le Dos almas si sviluppa un lungo dialogo. Il futuro assassino e terrorista e la prostituta (proprio come Raskol’nikov e Sonja) si mettono a nudo spiritualmente, condividono un’affinità di vita. Hipólita incarna una figura di superomismo al femminile: è la donna che ha scelto la ‘mala vida’ come rivolta contro il quieto vivere borghese (prima era una servetta in una ricca famiglia), come singolare forma di emancipazione femminile, di ricerca di libertà.

«“En la mujer se llama mala vida los actos sexuales ejecutados sin amor y para lucrar”. Es decir, repuse yo, que mediante la mala vida, una se libra del cuerpo… y queda libre.» [62]

Hipólita è una vittoriosa («Y comprendí que el mundo era mío…»)[63] con un’idea filosofica della vita, la convinzione sadiana della prosperità del vizio, che giustifica il suo cinismo: in tal senso è speculare e affine all’Astrologo, con il quale infatti in seguito avrà un lungo scambio di pensieri, e inoltre vagheggia l’idea di incontrare un uomo fisicamente e intellettualmente superiore: «en un tirano o conquistador de tierras nuevas».[64] Anche dai suoi pensieri traluce quindi un fascismo latente, che si oppone in parte all’inettitudine sentimentale di Erdosain (però facilmente manipolabile) il quale racconta di essersi commosso davanti all’esile figura di una giovane prostituta dal visetto di studentella, costretta a lavorare in un bordello. Mentre quindi il giovane spesso incarna una tendenza alla negazione della volontà di vita, Hipólita rappresenta la piena affermazione di tale Voluntas, di tale cieco impulso che muove gli uomini e il mondo: « – Así era. A los hombres sólo los movía el hambre, la lujuria y el dinero. Así era».[65]

L’ex-prostituta moglie di Ergueta è affine ai pazzi arltiani poiché anch’essa, come prima ho accennato, attraverso la scelta della mercificazione del proprio corpo, si è rivelata una ‘donna in rivolta’, contro l’abiezione del vivere borghese, ma soprattutto contro il destino di rimanere una serva nelle famiglie altolocate: «su vida era una resistencia erguida contra la domesticidad».[66]

In Un crimen prosegue il dialogo bizzarro tra Erdosain e Hipólita: il giovane continua a parlare del suo male interiore, della sua angoscia. Rivela anche le sue purezze ingenue e le sue perversioni meschine: ammette di aver corrotto una bambina di nove anni abbordando con lei temi sessuali durante un dialogo; riconosce quindi la sua mostruosità. In una bella metafora, un po’ orrorifica e al tempo stesso poetica, si paragona a un feto adulto:

«Desde mañana seré sobre la tierra un monstruo… imagínese usted una criatura… un feto… un feto que tuviera la virtud de vivir fuera del seno materno… no crece jamás… velludo… pequeño… sin uñas camina entre los hombres sin ser un hombre… su fragilidad horroriza al mundo que lo rodea… pero no hay fuerza humana que pueda restituirlo al vientre perdido.» [67]

Un’immagine straordinariamente simile a quella di una nota poesia di Pasolini (Sono una forza del passato) che viene recitata da Orson Welles ne La ricotta e che confluisce poi nella raccolta poetica Poesia in forma di rosa.

Io sono una forza del Passato.

Solo nella tradizione è il mio amore.

Vengo dai ruderi, dai borghi

abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,

dove sono vissuti i fratelli.

Giro per la Tuscolana come un pazzo,

per l’Appia come un cane senza padrone.

O guardo i crepuscoli, le mattine

su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,

come i primi atti del Dopostoria,

cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,

dall’orlo estremo di qualche età

sepolta. Mostruoso è chi è nato

dalle viscere di una donna morta.

E io, feto adulto, mi aggiro

più moderno di ogni moderno

a cercare fratelli che non sono più.[68]

Il contesto culturale è distinto, ma l’inquietudine esistenziale molto affine, benché le cause addotte siano pur sempre diverse. Una lirica mostruosità in un contesto cittadino di cemento e società ostile.

Tuttavia l’immagine ritorna nell’ultimo Pasolini, quello più grottesco ed espressionista (nonché irrimediabilmente disperato) ovvero in Petrolio. All’inizio del vasto e incompiuto romanzo pastiche (pienamente bachtiniano, debitore quindi dei maestri del formalismo russo) viene presentata la figura del protagonista Carlo, un trentenne piccolo-borghese dipendente dell’Eni e divorato da una serie di nevrosi e in primis da una scissione psicologica che lo rende una sorta di dottor Jeckill e Mr. Hyde. Questa scissione è raffigurata allegoricamente da Tetis e Polis, la parte demoniaca e quella angelicale. Il corpo di Carlo appartiene a Tetis: Pasolini descrive tale scissione schizoide adoperando una scena dal sapore vagamente medievale, con punte grottesche; è qui che subentra di nuovo l’emblematico ‘motivo’ del ‘feto adulto’:

«Tetis non se lo fa ripetere due volte: tira fuori dalle sue sordide saccocce un coltello, ne infila la punta nel ventre del corpo di Carlo e vi fa un lungo taglio, medica e cicatrizza la ferita; con l’altra alza il feto al cielo, come una levatrice felice della sua opera.

Il feto cresce immediatamente a vista d’occhio. E, con enorme stupore, man mano che cresce, Carlo lo riconosce: è lui stesso bambino, poi ragazzo, poi giovane, poi trentenne così com’è adesso, un uomo dall’aria colta e preparata, pronto per la vita.» [69]

II.9. Tecnica del colpo di Stato arltiana

Ma ora ci preme introdurre l’episodio seguente, Sensación de lo subconsciente (Sensazione del subconscio), che ha come protagonista stranamente turbato e scisso lo stesso Astrologo, l’ideologo che appare diviso, schizofrenico, ma che risolve la propria ‘pazzia’ nell’ideazione fanatica di progetti rivoluzionari, grandiosi e distruttivi. Ancora una volta Erdosain e l’Astrologo si situano uno di fronte all’altro, specchiantisi eppure opposti: uno ha lo sguardo rivolto verso un’interiorità peccaminosa e fragile, l’altro ha uno sguardo rivolto verso una vasta esteriorità da colonizzare, occupare, conquistare. In entrambi le idee sembrano rincorrersi troppo velocemente, fulminee, ma le direzioni sono opposte, eppure l’esito nichilistico è uguale. Entrambi sono tormentati dall’idea di dover uccidere Barsut il giorno seguente e di doversi sbarazzare del cadavere, e sono consapevoli del fatto che, visti i progetti, quello sarà il primo di una serie di efferati crimini compiuti in nome di un disegno grandioso. L’Astrologo prevede che l’insurrezione rivoluzionaria da lui progettata dovrà essere seguita dall’imposizione di una dittatura feroce:

«Luego saltó de allí a la imaginación de una dictadura, que se sostendria mediante el terror impuesto por numerosas ejecuciones y el medio de anular esa repugnante impresión momentánea era representarse a los fusilados como hombres horizontales.» [70]

In tale contesto la vita dell’uomo non ha alcun valore: l’aspirante dittatore cerca di allontanare da sé la voce della coscienza facendo astrazione ideologica dei fatti. E il suo pensiero corre stavolta al leninismo più intransigente, diretto discendente del ‘terrore giacobino’, che è l’archetipo del totalitarismo novecentesco, sebbene declinato in diversa maniera:

«Luego pensaba en Lenin, que, restregándose las manos, repetía a los comisarios de los Soviets: Es una locura. ¿Como podemos hacer la revolución sin fusilar a nadie?» [71]

L’assassino si trasforma così in conquistatore; la priorità è data alla specie e non all’individuo. Dopo un dialogo con Bromberg dalle tonalità mistiche sulla creazione di una nuova Gerusalemme terrestre fondata da illuminati, l’Astrologo tira fuori dal baule cinque fantocci che appende per delle cordicelle ad una corda tesa come se fossero degli impiccati e comincia a dialogare mentalmente con loro come in un rito voodoo. I fantocci sono cinque pazzi: Erdosain (un pierrot), il Cercatore d’Oro, il Ruffiano Malinconico, Alfón Bromberg. Mancano il Maggiore dell’esercito e l’Avvocato comunista. E inizia così un soliloquio centrale nel romanzo: la teorizzazione golpista, il teorema, la pianificazione dello sterminio, l’esposizione della “tecnica del colpo di Stato” corrispondente a quella esposta da Malaparte nel suo trattato. Che la rivoluzione dell’Astrologo abbia un carattere distruttivo lo si evince dall’idea chiave di installare fabbriche di gas asfissianti nelle Ande (e già lo avevamo accennato). Ma occorrerà costruire anche fabbriche di bacilli di peste bubbonica e di tifo (con l’idea quindi di condurre una guerra chimico-batteriologica). L’aspetto ideologico (o meglio propagandistico) non è da meno:

«Instalar academia estudios comparativos revolución francesa y rusa. También escuela de propaganda revolucionaria. Cinematógrafo elemento importante. Ojo. Ver cinematógrafo. Erdosain que estudie ramo. Cinematógrafo aplicado a la propaganda revolucionaria. Eso es.» [72]

Il cinema di propaganda nasce e si sviluppa in Russia (si veda Ottobre di Sergej M. Ejzenstejn del 1927) e attecchisce in Italia (l’Istituto Luce, i cinegiornali) e poi in Germania (Goebbels coordinerà una vera e propria fucina propagandistica: il tentativo di cooptare Fritz Lang fallisce, ma altri registi accettano la proposta, in primis Leni Riefenstahl, anche se c’è da dire che la fotografa e regista tedesca mantenne sempre una certa autonomia rispetto alle idee soffocanti del ministro della Propaganda del Terzo Reich: si veda Triumph des Willens (Il trionfo della volontà) del 1935, film di esaltazione quasi mistica della figura di Hitler e dei suoi discorsi infiammati con colonna sonora wagneriana e tecniche di montaggio affini al cinema di Ejzenstejn, soprattutto per i primissimi piani dei visi, in genere ripresi di tre quarti con sguardo rivolto verso l’alto o di profilo. Le opere della Riefenstahl oggi possono far rabbrividire ma sono esteticamente di alto livello formale e sono la tragica dimostrazione di come il bello armonico possa talora distaccarsi dal buono senza perdere la propria lucentezza e generando una formidabile e manipolatrice estetica amorale.

L’Astrologo poi passa all’ideazione degli armamenti veri e propri: mitragliatrici e cannoni. In mezzo a tale delirio di violenza purificatrice s’innesta il pensiero dell’eliminazione del cadavere di Barsut attraverso un forno crematorio (passo sinistramente profetico). E infine sopraggiunge la precisa pianificazione della “tecnica del colpo di Stato” che già conosciamo sulla scorta dell’esempio russo e in parte italiano (con le differenze che abbiamo già affrontato prima):

«– El movimiento revolucionario estallará a la misma hora en todos los pueblos de la Républica. Asaltaremos a los cuarteles. Comenzaremos por fusilar a todos los que puedan alborotar un poco. En la capital se lanzarán días antes algunos kilogramos de tifus exantemático y de peste bubónica. Por medio de aeroplanos y en la noche. Cada célula inmediata a la capital cortará los rieles del ferrocarril. No dejaremos entrar ni salir trenes. Dominada la cabeza, suprimido el telégrafo, fusilados los jefes, el poder es nuestro. Todo esto es una locura posible. […] Podemos organizar aparte de las células una gavilla de asesinos y de asaltantes. ¿De cuántos aeroplanos dispondrá el ejército? Pero cortados los medios de comunicación, asaltados los cuarteles, fusilados los jefes, ¿quién mueve ese mecanismo? Éste es un país de bestias. Hay que fusilar. Es lo indispensable. Sólo sembrando el terror nos respeterán. El hombre es así de cobarde. Una ametralladora… ¿Como se organizarán las fuerzas que deben combatirnos? Suprimido el telégrafo, el teléfono, cortados los rieles… Diez hombres pueden atemorizar a una población de diez mil personas. Basta que tengan una ametralladora.» [73]

La somiglianza con il trattato malapartiano è fin troppo evidente: la ‘rivoluzione’ si configura in realtà come un’ insurrezione portata avanti da pochissime persone raggruppate in milizie armate fino ai denti, addestrate, violente e dalle azioni coordinate; la ‘rivoluzione’ si attua in realtà bloccando e occupando tutti i mezzi di comunicazione di uno Stato (treni, telegrafi, telefoni), assaltando le questure e i distretti militari (che in tal caso potrebbero anche unirsi alla rivolta), bloccando insomma tutte le arterie di uno Stato, paralizzandole (e non limitandosi a conquistare le sedi del potere politico). A ciò nell’utopia dell’Astrologo si somma la tecnica del terrorismo di massa che in breve si tramuta in regime e terrorismo di Stato (gas, malattie, fucilazioni, ecc.). Un disegno infernale che con la fantasia prevede le degenerazioni del fascismo (i gas usati nella guerra d’Etiopia contro le popolazioni inermi),[74] dello stalinismo e del nazismo.

Arlt, scandagliando il suo presente come in una radiografia, si è proiettato in avanti di almeno cinque, dieci anni. Di qui la potenza visionaria e inquietante del romanzo e la sua sempre cocente attualità.

La storia ormai sta raggiungendo il suo acme: ne La revelación il farmacista Ergueta, che è internato in un manicomio, ha una visione del Cristo; il meschino, peccatore, turpe Ergueta, che come Agostino d’Ippona ha dissipato la sua gioventù nei piaceri sensuali, ha un contatto con il Divino, che si manifesta (ironicamente) anche attraverso alcuni miracoli: un malato muto parla, un orbo ad un occhio ci vede, ma l’incantesimo si spezza, poiché un malato morto quel pomeriggio non riesce a resuscitare. La scenetta manicomiale raggiunge l’apice del ‘grottesco’ arltiano, un misto di Gogol e Dostoevskij in salsa portegna.

Il narratore ne El suicida torna di nuovo da Erdosain sempre più tormentato dopo aver condiviso il suo dialogo con la prostituta che ora si è addormentata: ha una tale pietà di lei che vorrebbe ucciderla per sottrarla al dolore del mondo. L’idea di ribellione nichilista nasce sempre da questo limaccioso fondo esistenziale: «Día vendrá en que la gente hará la revolución, porque les falta un Dios. Los hombres se declararán en huelga hasta que Dios no se haga presente».[75] Vagabondando per le strade come suo solito entra in un caffé e scorge un tizio addormentato s’un tavolinetto. In verità si scopre poi che è morto suicida; il locale era stato appena aperto e l’uomo si trovava lì. Il suicida è un ladro che ha ucciso giorni prima una ragazzina di diciassette anni con la quale aveva una relazione: l’ha uccisa per troppo amore. Chiaramente c’è un’identificazione di Erdosain con il personaggio: è un emblema della sua possibile fine. Il fatto di cronaca è probabilmente reale e ha ispirato il cronista Arlt in questa sequenza dove l’angoscia di Erdosain raggiunge il climax. Ma la sua salvezza è l’Astrologo con il suo progetto, che gli fornisce una direzione eversiva. E allora in un nuovo delirio il giovane inventore fallito si esalta immaginando la futura creazione di armi di distruzione di massa:

«Inventaría el Rayo de la Muerte, un siniestro relámpago violeta cuyos millones de amperios fundirían el acero de los dreadnoughts, como un horno funde una lenteja de cera, y haría saltar en cascajos las ciudades de portland, como si las soliviantaran volcanes de trinitrotolueno.» [76]

Anche questa ‘fantasia’ è legata alla cronaca del tempo e alle suggestive e velate notizie che dovevano provenire dal temibile regime fascista. È noto infatti che attorno all’idea del ‘raggio della morte’ sta lavorando Guglielmo Marconi per conto di Mussolini. Pochi anni dopo escono molti libri divulgativi su tale tema misterioso. Il più prolifico divulgatore di tali progetti tecnologici su armi di distruzione di massa è il giornalista Mario La Stella (molto allineato con il regime e la propaganda) che pubblica libri oscillanti tra la tecnica e l’occulto: L’alchimia della vita (Napoli, Edizioni “Mondo Occulto”, 1936), Rabdomanzia: nella storia, nell’esperienza, nel mistero (Milano, Hoepli, 1933) e soprattutto Il Raggio della morte – Fantasie e realtà sulla guerra di oggi e di domani (Roma, Istituto per l’Enciclopedia De Carlo, 1942). Ne parla un curioso, ma competente ‘cacciatore di libri rari’ come Simone Berni ne I nazi-fascisti e le scienze del terrore: a caccia di libri proibiti (vol. I):

«Sopraccoperta marrone, rossa e gialla, riproducente sul davanti il mezzobusto di un soldato con maschera antigas, gladiatore e profeta della guerra di domani, ipotesi non del tutto smentita dagli eventi futuri, anzi! Sul retro un enorme generatore ad alta tensione con indicata una linea di sicurezza sul pavimento, con la scritta “Un uomo che si avvicinasse a questa distanza potrebbe rimanere fulminato [anche] senza toccare gli apparecchi”». » [77]

Ma in realtà l’idea del ‘raggio della morte’ non è prettamente marconiana e risale almeno al 1917, quando operò il curioso ingegnere Giulio Ulivi, portando avanti pericolosi esperimenti presso Lomazzo, nello stabilimento di impianti elettrici Somaini:

«L’idea è quella di mettere a punto un raggio che, una volta attivato, possa bloccare i motori a distanza. Una simile arma, se realizzata, permetterebbe di far precipitare gli aerei o di bloccare i carri armati, nonché le navi e i sottomarini.» [78]

Come si nota subito siamo in pieno ‘immaginario arltiano’ e l’autore argentino deve essere venuto a conoscenza di tali aneddoti ai limiti della fantascienza (ma non del tutto inverosimili) attraverso opuscoli, riviste, giornali, libercoli di seconda mano.

Ma giungiamo alla fine del romanzo preso in esame con El guiño (L’ammicco), dove Erdosain ritorna a Temperley dall’Astrologo per assistere all’atto finale, all’omicidio di Barsut: reca inoltre con sé il denaro ritirato dalla banca su presentazione dell’assegno. L’Astrologo è più ottimista e incantatore del solito: enuncia la sua filosofia con più sintesi e convinzione del dovuto:

«¿Sabe? Mucho llevamos un superhombre adentro. El superhombre es la voluntad en su máximo rendimiento, sobreponiéndose a todas las normas morales y ejecutando los actos más terribles, como un género de alegría ingenua… algo así como el inocente juego de la crueldad.» [79]

Traduzione fedele del discorso nicciano condotto nel Der Antichrist (L’anticristo) del 1895, ma rivisitato con fervore grottesco. Tornano anche accenni a lacerti di discorsi mussoliniani in bocca al leader portegno dal ceffo buffo.

«Nosotros no hemos sentado principio alguno todavía, y lo práctico será acaparar los principios más opuestos.» [80]

Anche se alla fine, nella penultima riga, il riferimento sarà di nuovo rivolto a Lenin. Qui inoltre si consuma un falso omicidio: Bromberg dovrebbe strozzare Barsut, ma questi finge di morire e così sopravvive, con l’approvazione dell’Astrologo (el guiño) che ha per lui ben altri progetti (vuole stavolta scioglierlo nell’acido) e che intende poi raggirare lo stesso Bromberg. Ancora una volta l’evento è una farsa, un gioco di prestigio, una performance d’illusionismo.

Il romanzo ha un seguito in preparazione, come suggerisce una nota dell’autore, eppure se si concludesse qui sarebbe già in sé conchiuso, completo, indipendente: contiene già in sé tutta la carica metaforica atta a trasformarla in classico, in emblema letterario. Il golpe non è avvenuto, ma è già stato visualizzato nei deliri dei pazzi e potrebbe anche non svolgersi, come in un romanzo alla Buzzati, dove si attende ansiosi ciò che non avverrà mai. Infatti Los siete locos viene spesso studiato indipendentemente da Los lanzallamas. Cambiano le coordinate, i discorsi, la struttura, la dinamica dell’azione, persino le nature interiori dei personaggi. Tutto ciò che ne Los siete locos è potenziale, sospeso, aperto, possibile ne Los lanzallamas si attua, si completa, si chiude, si sviluppa in un’unica direzione.[81]

Nella nostra ricerca, dopo aver messo a confronto i ‘discorsi politici’ dell’Astrologo con le teorie esposte nella Tecnica del colpo di Stato di Malaparte, ci soffermeremo in breve su ulteriori discorsi politico-economici da mettere in confronto con un romanzo-mondo più distante nel tempo, ma non meno eterogeneo e bachtiniano, ovvero Petrolio di Pasolini. Analizzeremo solo alcuni aspetti significativi de Los lanzallamas e Petrolio, quelle più attinenti alle ‘teorie della cospirazione’, al controllo delle risorse strategiche (petrolio, gas), alle tecniche di manipolazione delle masse. Quest’ultima parte della ricerca sarà solo una piattaforma di partenza, un frammento argomentativo, un lacerto finale: ovvero l’argomentazione critica verrà quindi a rispecchiare (senza sovrapporsi bensì mantenendo la giusta distanza esegetica) le opere poliedriche, eterogenee e in parte incomplete o impossibili da completare prese in esame.

(fine quarta parte)

(qui la terza parte del saggio)

(qui la quinta parte del saggio)


NOTE

[1] R. Arlt, Aguafuertes porteñas: Cultura y política, Prólogo de S. Saítta, Buenos Aires, Editorial Losada, 2008, pp. 220-21. «Io credo che fossero simili. Io credo (al contrario di Curzio Malaparte), che la tecnica dell’“insurrezione armata” e delle “manovre invisibili” non siano un’invenzione di Trotsky bensì di Catilina e che Catilina, con le debite distanze, fu a Roma ciò che Hitler fu a Monaco».

[2] Ivi, p. 221. «Ma Mario, il romantico, l’avvocato senza destino e simpatico, ammira e loda Napoleone I con lo stesso criterio con il quale oggi urlerebbe: – Heil Hitler! o W Mussolini!».

[3] Ivi, p. 222. «La gioventù preferirà sempre l’avventura alla scrivania. Ciò salta agli occhi. Se nel secolo scorso ci soffermiamo su un romanziere, che è il contrario di Hugo, e mi riferisco a Stendhal e leggiamo Il rosso e il nero scopriremo che Julien, con il suo temperamento freddo e appassionato nello stesso tempo sarebbe stato un eccellente capo di un plotone di esecuzione rosso, marrone o nero. La gioventù spererà sempre prodigi, sempre miracoli, e l’uomo che si avvicini a questa gioventù e le offra un miracolo vistoso, piaceri a volontà, un destino tinto di brillanti colori, quell’uomo, si chiami Napoleone o Hitler, trascinerà con sé le gioventù».

[4] R. Arlt, El gran olvido que cubre a D’Annunzio, in Aguafuertes porteñas: Cultura y política, cit., pp. 208-11.

[5] Cfr. C. Singleton, The perspective of art, in «The Kenyon Review», XV, 2, spring 1953, pp. 169-89: ivi il dantista americano si occupa del commento di San Tommaso all’Etica Nicomachea aristotelica e connette tale riflessione alla concezione politica di Machiavelli, strutturata appunto secondo la ‘prospettiva dell’arte’, che può anche essere amorale, purché il prodotto sia ben realizzato; si capisce meglio così l’analogia tra il principe e l’architetto, entrambi devono costruire, gettare le basi, l’uno del principato, l’altro dell’edificio, senza per questo necessariamente agire con bontà, bensì con virtù, dove la virtù è intesa appunto come fare bene una cosa e non fare una cosa agendo secondo il bene.

[6] C. Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, in Opere scelte, cit., p. 115.

[7] Ivi, pp. 1519-29.

[8] L. Martellini, Invito alla lettura di Curzio Malaparte, Milano, Mursia, 1977, p. 93.

[9] G. B. Guerri, L’arcitaliano. Vita di Curzio Malaparte, Milano, Bompiani, 1980 (2008), p. 135.

[10] H. N. Casal, El petroleo, linda manera de apagar faroles, in Los años 30, Buenos Aires, Centro Editor de América Latina, Buenos Aires, 1971, pp. 95-104. Vi sono numerose analogie tra la politica petrolifera statalista, opposta ai grandi trust internazionali, del generale Enrique Mosconi e la medesima politica attuata da Enrico Mattei con l’ENI negli anni Cinquanta. L’attualità di tale discorso è dimostrata dalle politiche petrolifere statali, nazionali e a favore dell’interesse collettivo della nazione che detiene le risorse, attuate per esempio dal venezuelano Hugo Chávez, dal boliviano Evo Morales, dal brasiliano Luis Inácio Lula da Silva e dall’iraniano Mahmud Ahmadinejad.

[11] C. Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, cit., p. 131.

[12] Ivi, p. 132.

[13] R. Arlt, Los siete locos, cit., p. 137. «Nota dell’Autore: «Questo romanzo venne scritto negli anni 1928 e 1929 e venne pubblicato dalla casa editrice Rosso nel mese di ottobre del 1929. Sarebbe quindi assurdo credere che le manifestazioni delle idee del Maggiore siano state suggerite dal moto rivoluzionario del 6 settembre 1930. Indubbiamente, fa una curiosa impressione vedere che le dichiarazioni dei rivoluzionari del 6 settembre coincidano con tanta esattezza con quelle fatte dal Maggiore e il cui sviluppo viene confermato da numerosi fatti accaduti dopo il 6 settembre».

[14] C. Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, cit., pp. 198-99.

[15] Ivi, p. 199.

[16] Ivi, p. 204.

[17] Ivi, p. 208.

[18] Ivi, p. 209.

[19] Ivi, p. 210.

[20] Ivi, p. 218.

[21] Ivi, p. 219.

[22] Ivi, p. 258.

[23] E. Gentile, Fascismo: Storia e interpretazione, Roma-Bari, Laterza, 2008, p. 100.

[24] P. P. Pasolini, Petrolio, A cura di S. De Laude, Con una nota filologica di A. Roncaglia, Milano, Mondadori, p. 535.

[25] Cfr. P. P. Pasolini, Sandro Penna: «Un po’ di febbre», in Scritti corsari, Prefazione di A. Berardinelli, Milano, Garzanti, 1990, pp. 143-47. Cfr. G. C. Ferretti, Pasolini: l’universo orrendo, Roma, Editori Riuniti, 1976, p. 99: «Ma c’è un altro componimento, Saluto e augurio, che chiude il volume [seconda forma de La meglio gioventù (1974)] e che dichiaratamente si presenta come l’“ultima poesia in friulano” di Pasolini: una sorta di “testamento” ideale dal poeta consegnato a un giovane fascista, affinché – come “un santo o un soldato” – egli faccia sua quella risorgente mitologia, “difenda” il mondo paesano-materno e religioso delle sue origini, e – “in Città” – “ami” i “poveri” e “creda” nel “padroni”, tutti egualmente “figli di padri”, purché vengano accomunati nel “sentimento della vita”. Forse – conclude Pasolini – proprio lo “scandalo” che il testamento del poeta sia raccolto da un giovane tanto “lontano” da lui (e idelamente “morto”), potrà farne “risplendere” e accettare il messaggio nel mondo».

[26] Cfr. P. P. Pasolini, La forma della città, di P. Brunatto. Rai Radiotelevisione italiana. Dalla rubrica «Io e… » a cura di A. Zanoli. Data di trasmissione: 7-2-1974. Durata: 15’30’’.

[27] N. Berdjaev, Nuovo Medioevo: Riflessioni sul destino della Russia e dell’Europa, A cura di M. Boffa, Roma, Fazi, 2004, p. 129.

[28] Cfr. E. J. Hobsbawn, Il secolo breve, Traduzione di Brunello Lotti, Milano, Rizzoli, 2000, p. 156: «I movimenti fascisti avevano in sé elementi propri dei movimenti rivoluzionari nella misura in cui tra i loro aderenti vi erano persone che volevano una trasformazione fondamentale della società, spesso in senso anticapitalistico e antioligarchico. Tuttavia, il cavallo del fascismo rivoluzionario non riuscì a partire e in ogni caso non riuscì a correre. Hitler eliminò rapidamente coloro che prenderanno sul serio la componente ‘socialista’ del ‘partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi’, alla quale egli non aveva mai creduto».

Cfr. I. Silone, La scuola dei dittatori, Milano, Mondadori, 1974, p. 234: «Il colpo di stato fascista o nazista si distingue a sua volta da quelli tradizionali sotto molti aspetti, ma, anzitutto, perché esso sincronizza il complotto al vertice con una forte pressione della piazza».

[29] G. Santomassimo, La marcia su Roma, Firenze, Giunti, pp. 119-20. Cfr. Dello stesso avviso è lo storico marxista Eric J. Hobsbawm: «Inoltre si devono avanzare due importanti riserve alla tesi che la violenta reazione di destra fu essenzialmente una risposta alla sinistra rivoluzionaria. In primo luogo, tale tesi sottovaluta l’impatto della prima guerra mondiale su uno strato sociale medio e medio-basso, composto di soldati e di giovani che dopo il novembre 1918, erano frustrati per aver perso la loro occasione eroica. […] Il 57 % dei fascisti italiani della prima ora erano ex militari. Come abbiamo visto, la prima guerra mondiale fu una macchina che brutalizzò il mondo e questi uomini si esaltavano nello scatenamento della loro brutalità latente» (E. J. Hobsbawn, Il secolo breve, cit., p. 153).

[30] C. Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, cit., p. 264. Cfr. A. Luparini, Anarchici di Mussolini, Firenze, M.I.R. Edizioni, 2001.

[31] C. Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, cit., p. 279.

[32] E. J. Hobsbawn, Il secolo breve, cit., p. 145.

[33] Ivi, p. 146.

[34] C. Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, cit., p. 295.

[35] Ivi, p. 295.

[36] Ibidem.

[37] Ibidem.

[38] Cfr. R. Arlt, Los lanzallamas, Buenos Aires, Losada, 2004, p. 31.

[39] C. Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, cit., p. 299.

[40] C. Malaparte, Muss: Ritratto di un dittatore e Il Grande imbecille, Prefazione di F. Perfetti, Milano-Trento, Luni Editrice, 1999, p. 44.

[41] Ivi, p. 16.

[42] Ivi, p. 50.

[43] Ivi, p. 68.

[44] Ibidem, p. 68.

[45] Ivi, pp. 40-41.

[46] R. Arlt, Lo siete locos, cit., p. 123. «Il problema è d’impadronirsi dell’anima di una generazione… Il resto viene da sé».

[47] J. Amícola, Astrología y fascismo en la obra de Arlt, cit., p. 54. «Così Arlt, prendendo come modello la figura di Mussolini nella sua traiettoria tra il 1919 e il 1929, nel momento nel quale il “Duce” patteggiava un “Concordato” con il Vaticano con i più pietosi gesti dei quali disponesse, indicava gli orrori, dei quali il mondo sarebbe venuto al corrente molto più tardi, nella scalata della barbarie resa autonoma e ufficiale da Hitler. L’Argentina invece, in quanto paese al quale non era stato permesso quel minimo di accumulazione capitalistica indipendente, non era nelle condizioni di vivere la profezia. Tali orrori le furono risparmiati. Nemmeno molto più tardi “la terza via” scelta da Perón nel 1945 sarebbe divenuto il regime di terrore e aggressione armata e sfruttamento che l’Astrologo voleva inscenare».

[48] R. Arlt, Lo siete locos, cit., p. 148. «Sostituire una menzogna insignificante con una menzogna eloquente, enorme, trascendentale».

[49] Ivi, p. 149. «Mi creda… organizzeremo un corpo di gioventù ammirevole».

[50] Ivi, p. 150. «Noi giovani creeremo la vita nuova, sì, noi. Stabiliremo un’aristocrazia di banditi. Fucileremo gli intellettuali contagiati dalle idiozie di Tolstoj e che il resto della gente lavori per noi. Per questo ammiro Mussolini. In quel paese di suonatori di mandolino ha stabilito l’uso del bastone e quel regno da operetta si è trasformato dal giorno alla notte nel mastino del Mediterraneo».

[51] Ivi, p. 151. «Io sono l’uomo sordido e vile della città. Perché non ho in me la sua aggressività e il suo odio?»

[52] Ivi, p. 161. «la vita forte».

[53] Ivi, p. 162. «Non erano forse cosiffatte le fotografie degli eroi? Chi conservava una fotografia di Lenin che discuteva in una stanzuccia di Londra o di Mussolini che vagabondava per le strade d’Italia? Eppure venivano rivelati di colpo in un balcone, mentre arringavano una folla barbuta, o tra le colonne tronche di recenti rovine, con scarpe sportive e panama, che non smentivano però la fierezza del volto del conquistatore».

[54] Cfr. Primo Levi, La zona grigia, in I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986.

[55] J. P. Diggins, Mussolini and Fascism: The View from America, Princeton, New Jersey, Princeton University Press, 1972, p. 61. «In un’epoca affamata di eroi, Mussolini fu anche descritto come un eroe degli sports. […] Come John Gunter rileva: “Mussolini ha una costituzione simile a una molla d’acciaio (Stalin è un masso di granito, a paragone, e Hitler una macchia di ectoplasma).” Clarence Streit riassume l’essenza del Duce in una parola – “Grinta”. “C’è grinta nei suoi occhi, lo scattante colpo di un fioretto. C’è vigore nella luce, il passo scattante con il quale incede il suo corpo ben fatto – il pugno di un pugile.” Tradotto nella politica, queste qualità si riflettevano nell’istinto del Duce per “l’azione diretta”».

[56] Ivi, p. 69. «Un’epoca di culto dell’eroe è un’epoca di instabilità. Come Max Weber osservò anni fa, è proprio in un periodo nel quale il tradizionale ordine sociale sembra disintegrarsi che il fenomeno dell’“autorità carismatica” fa la sua comparsa. La figura carismatica sale al potere in un tempo di ansia e di crisi ed è accettata dalle masse, non sulla base della legittimità storica, ma in virtù della sua “straordinaria qualità”, della sua “forza personale”, e del diritto ad una mistica approvazione a lui concessa dai sostenitori. Derivando la sua autorità dalla sua spettacolare esibizione di potere e abilità, il periodo di governo del leader carismatico è nato dal “dolore” e ha ricondotto al grande “entusiasmo”. Ora, a rigor di termini, la maggior parte degli Americani non percepisce Mussolini come una classica personalità carismatica. Invece di attribuire il suo successo a misteriosi e “magici” poteri, essi credono che lui stia semplicemente governando l’Italia con il comune buon senso americano. Tuttavia fu la difficoltà dei tempi che creò la sua favorevole ricezione. L’ascesa alla celebrità del Duce in America non può essere compresa lontano dal carattere degli anni Venti».

[57] R. Arlt, Lo siete locos, cit., p. 169. «Sono andato di casino in casino e di angoscia in angoscia cercando l’amore».

[58] Ivi, p. 173. «Bisogna fare qualcosa contro questa società, sai? Ci sono giorni in cui soffro in maniera insopportabile. Sembra che tutti gli uomini siano diventati bestie. Viene voglia di uscire per strada a predicare lo sterminio, oppure di mettere una mitragliatrice all’accesso di ogni via. Ti rendi conto? Stanno venendo tempi terribili».

[59] A. Orsini, Anatomia delle Brigate rosse: Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, p. 56.

[60] Ivi, p. 240.

[61] R. Arlt, Lo siete locos, cit., p. 173. «Forze perdute. Perfino queste canaglie, in fondo, si annoiano. Quando arriverà la rivoluzione li impiccheremo oppure li manderemo nelle prime file all’attacco. Carne da macello. Io avrei potuto essere come loro, ma vi ho rinunciato. Ora vengono tempi terribili».

[62] Ivi, p. 188. «”La donna viene chiamata di malaffare quando compie gli atti sessuali senz’amore e a fini di lucro”. Vale a dire, risposi, che attraverso il malaffare una donna si libera del proprio corpo… e rimane libera.»

[63] Ivi, p. 189. «E capii che il mondo era mio… ».

[64] Ivi, p. 195. «in un tiranno o in un conquistatore di nuove terre».

[65] Ibidem. «Era così. Per smuovere gli uomini c’è solo la fame, la lussuria e il denaro. Era così».

[66] Ivi, p. 199. «La sua vita era la resistenza eretta contro la servitù».

[67] Ivi, p. 204. «Da domani in poi sulla terra sarò un mostro… immagini lei una creatura… un feto… un feto che avesse la virtù di vivere fuori del seno materno… non cresce mai… tutto peloso… piccolo… senza unghie, cammina tra gli uomini senza essere un uomo… la sua fragilità fa orrore al mondo che lo circonda… ma non c’è forza umana che possa restituirlo al ventre perduto».

[68] P. P. Pasolini, Poesia in forma di rosa, Milano, Garzanti, 1964.

[69] P. P. Pasolini, Petrolio, cit., p. 15.

[70] R. Arlt, Lo siete locos, cit., p. 208. «Poi saltò di lì all’immaginazione di una dittatura che si sarebbe sostenuta mediante il terrore imposto da numerose esecuzioni e il sistema per annullare quest’impressione ripugnante era quella di raffigurarsi i fucilati come uomini orizzontali».

[71] Ivi, p. 208. «Poi pensava a Lenin che, fregandosi le mani, ripeteva ai commissari dei soviet: “È una follia. Come possiamo fare la rivoluzione senza fucilare nessuno?”».

[72] Ivi, p. 213. «Impiantare accademia studi comparativi rivoluzione francese e russa. Anche scuola propaganda rivoluzionaria. Cinematografo elemento importante. Occhio. Vedere cinema. Erdosain che studi settore. Cinema applicato alla propaganda rivoluzionaria».

[73] Ivi, pp. 215-16. «Il movimento rivoluzionario scoppierà alla stessa ora in tutte le zone della Repubblica. Assalteremo le caserme. Cominceremo col fucilare tutti quelli che possono dare un po’ di fastidio. Nella capitale lanceremo, qualche giorno prima, qualche chilo di tifo esantematico e di peste bubbonica. Per mezzo di aeroplani, e di notte. Ogni cellula vicina alla capitale taglierà i binari delle ferrovie. Non lasceremo entrare o uscire nessun treno. Una volta dominata la testa, soppresso il telegrafo, fucilati i capi, il potere è nostro. Tutto questo è una follia possibile. […] Possiamo organizzare, staccata dalle cellule, una banda di assassini e di rapinatori. Di quanti aerei potrà disporre l’esercito? Ma, tagliati i mezzi di comunicazione, assaltate le caserme, fucilati i capi, chi lo muove quel meccanismo? Questo è un paese di bestie. Bisogna fucilare. È una cosa indispensabile. Soltanto se seminiamo il terrore ci rispetteranno. L’uomo è vile fino a questo punto. Una mitragliatrice… Come verranno organizzate le forze che vorranno combatterci? Soppresso il telegrafo, il telefono, tagliati i binari… Dieci uomini possono gettare il terrore in una cittadina di diecimila persone. Basta che abbiano una mitragliatrice».

[74] Cfr. A. Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Roma, Editori Riuniti, 1996.

[75] R. Arlt, Lo siete locos, cit., p. 226. «Verrà un giorno in cui la gente farà la rivoluzione perché gli manca un Dio. Gli uomini scenderanno in sciopero fino a quando Dio non si mostri».

[76] Ivi, p. 231. «Avrebbe inventato il raggio della morte, un sinistro fulmine viola i cui milioni di ampère avrebbero fuso l’acciaio delle corazzate come un forno fonde una pallina di cera e avrebbero fatto saltare in aria, ridotte a sassolini, le città di cemento, come se fossero sollevate da vulcani di trinitrotoluene».

[77] S. Berni, I nazi-fascisti e le scienze del terrore: a caccia di libri proibiti, Vol. I, Macerata, Biblohaus, 2008, pp. 28-29.

[78] Ivi, p. 31.

[79] R. Arlt, Lo siete locos, cit., p. 233. «Sa? Molti di noi hanno un superuomo dentro di sé. Il superuomo è la volontà al suo massimo rendimento, che si sovrappone a tutte le norme morali ed esegue gli atti più tremendi con qualcosa di simile a una specie d’ingenua allegria… qualcosa di simile all’innocente gioco della crudeltà».

[80] Ivi, p. 234. «Noi non abbiamo fissato alcun principio, ancora, e la cosa più pratica è accaparrarci i principi più contrastanti».

  [81] Cfr. R. Carbone, Un acercamiento a Los siete locos: su separación de Los lanzallamas, in «Hispamérica», XXXIV, 102, 2005, pp. 15-27.

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Primo De Vecchis (San Benedetto del Tronto, 1982) è dottore di ricerca in “Letteratura Comparata e traduzione del testo letterario” (Università di Siena). Ha partecipato al progetto di trascrizione del Diario inedito di Mario Tobino, a cura di Paola Italia. Ha scritto una Nota Storica al romanzo di Tobino, Gli ultimi giorni di Magliano (Mondadori, 2009). Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni su riviste («Caffé Michelangiolo», «Nuova Antologia», «Otto/Novecento», «Rivista di Letterature moderne e comparate», «Paragone Letteratura»). Si è occupato anche di autori ispanoamericani come Roberto Arlt ed Ernesto Sábato.

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