ESOTERISMO E COSPIRAZIONE POLITICA NEI ROMANZI DI ROBERTO ARLT: UN CONFRONTO CON CURZIO MALAPARTE E PIER PAOLO PASOLINI (Parte 6/6). Saggio di Primo De Vecchis

ROBERTO ARLTEsoterismo e cospirazione politica nei romanzi di Roberto Arlt: un confronto con Curzio Malaparte e Pier Paolo Pasolini.

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di Primo De Vecchis

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III Complotto nero petrolio

III.4. Proliferazione di enti e struttura ‘a brulichio’

Ma stiamo divagando, dagli anni Trenta siamo passati con noncuranza agli anni Settanta, eppure questo salto temporale ardito non è casuale, poiché vorrei ora tracciare una breve analogia, come accennai, tra la tecnica dell’elenco di imprese ed enti dell’Astrologo e il medesimo dispositivo retorico adoperato da Pasolini in alcuni appunti di Petrolio. Ho già fatto dei brevi accenni a questo romanzo incompiuto (per la sopraggiunta morte dell’autore), mi pare impossibile riassumerlo in poche righe e non è questa la sede adatta a farlo. Voglio solo tracciare dei contatti specifici e rapidi.

Abbiamo già parlato della nevrosi di Carlo e dell’immagine del feto adulto. Si può affermare, semplificando brutalmente, che la summa pasoliniana contempli almeno tre temi: la perversione sessuale, l’orfismo e la cospirazione politica. La critica si è subito concentrata molto sul primo tema, in parte sul secondo, snobbando per lo più il terzo, che sembra essere più frammentario e meno importante. Tuttavia negli ultimissimi anni il fuoco si sta muovendo verso il terzo tema. Dopo renderò conto di ciò: principalmente Carla Benedetti e Gianni D’Elia riscattano il terzo tema. La causa di questi ‘spostamenti esegetici’ a noi pare solo una: le misteriose circostanze dell’assassinio di Pasolini. In un primo tempo, quasi fino ai giorni nostri, si è affermata l’ipotesi che la morte di Pasolini sia solo ‘tragicamente’ legata al suo ‘vizio’: l’efebofilia. Il poeta sarebbe stato assassinato da Pelosi, un ‘ragazzo di vita’ snello e riccioluto, che pare uscito fuori da un romanzo pasoliniano; tutto sarebbe nato da una richiesta sessuale del poeta troppo ardita, che sarebbe degenerata in una lite sanguinosa. Molta stampa scandalistica dell’epoca si fissò proprio sull’aspetto scabroso della vicenda: la morte quindi venne relegata (volgarmente parlando) a una ‘lite tra froci’. A nulla sono valse le incongruenze, le mancanze, i dubbi, l’inefficacia di una simile ipotesi, che si è imposta anche perché appariva terribilmente ‘romantica’ e ‘maledetta’. Pasolini muore come un Cristo, in una notte di dannato piacere, ucciso da un ragazzetto criminale. Una morte che è quasi una firma, un desiderio di morte violenta, un suicidio per procura, un ‘gesto’ pubblico e pienamente pasoliniano, un happening, un’opera d’arte tragica, e via dicendo. Questa ipotesi è piaciuta soprattutto a molti critici (un po’ naïf), che hanno potuto arabescarci sopra dotte esegesi sull’estetizzante rapporto tra l’arte e la vita, tra la parola e il gesto.[1] Ma questa pista sembra essersi incrinata: ritorna a galla la pista politica, che era stata sostenuta sin dall’inizio da Sergio Citti e da Oriana Fallaci, ma che non ebbe seguito. Forse in verità le due piste non corrono parallele bensì s’intersecano, proprio come nel romanzo tema sessuale e tema politico sono compresenti e talora si rispecchiano (come nel film Salò-Sade d’altronde). Il tema ibrido in fin dei conti è il Potere, che manipola i corpi e dunque anche la loro sessualità. I corpi nudi in Salò vengono violati dal Potere, torturati, fatti a pezzi; prerogativa del ‘fascismo’ (come categoria mentale) è l’accanirsi sui corpi e infatti il Potere può essere chiamato Nuovo Fascismo. Ma il riferimento a Salò-Sade qui si riallaccia alla morte fisica dell’autore e ai nuovi elementi al vaglio degli inquirenti ruotanti attorno all’omicidio. Difatti nel frattempo Pelosi, dopo aver scontato trent’anni di pena, ha parlato e ha cambiato versione: quella notte del 1° novembre 1975 lui non era solo. Almeno altre cinque persone, molto robuste, attendono Pasolini all’Idroscalo di Ostia (dopo averlo seguito con un’automobile), in quello che si rivelerebbe un agguato in piena regola. Il giovane Pelosi, che dopo la presunta collutazione con il poeta, che non era poi così mingherlino e curvo sui libri bensì atletico e robusto, non riporta neanche un graffio né una macchia di sangue, è solo un’esca per la trappola. Ma anche così il quadro permane oscuro. Emergono nuovi elementi, che in realtà non erano stati presi in considerazione prima, poiché Sergio Citti non è stato mai chiamato a testimoniare. Durante la lavorazione del film Salò-Sade avviene il furto di alcune pizze che contengono molti minuti di girato (tant’è che Pasolini deve filmare di nuovo alcune scene esattamente come prima). Nel frattempo ha ricevuto una telefonata da parte dei presunti rapinatori che chiedono un riscatto e fissano un appuntamento. Ma Pasolini non cade in questa prima trappola. Tuttavia in un modo o nell’altro il giovane Pelosi, l’esca, fa sapere al poeta che è a conoscenza del luogo dove si trovano le pizze. Forse stavolta Pasolini, che si fida del giovane ragazzo, cade definitivamente nella trappola ed è vittima dell’agguato orchestrato da alcuni picchiatori: alcuni sarebbero dei criminali comuni legati alla Banda della Magliana, altri sarebbero dei facinorosi neofascisti che frequentano la sede dell’Msi di Tiburtino. Le nuove rivelazioni di Pelosi rivoluzionano il quadro: si parla di misteriose motivazioni ‘politiche’, il poeta-polemista dava fastidio a qualcuno, aveva scoperto qualcosa di scottante. Qui s’innesta l’altro dettaglio misterioso, che qui riporto, e poi lo specifico letterario. Qualche sera prima del delitto, secondo la testimonianza del cugino Guido Mazzon, in casa di Pasolini ci sarebbe stato un furto strano, lo dice al telefono Graziella Chiarcossi, la cugina, sarebbero spariti dei gioielli e soprattutto delle carte. Oggi la Chiarcossi nega tenacemente. Qualcuno però si è posto delle domande: i rapinatori cercavano proprio delle carte in casa di Pasolini? Dopo le pizze occorreva far sparire degli appunti di un libro? Non è possibile dimostrare qui e ora l’avvenuto furto in casa di Pasolini. Vorrei solo sottolineare (come hanno fatto Gianni D’Elia, Carla Benedetti, nonché Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza) che il romanzo Petrolio, lasciato incompiuto, è mutilo di un capitolo centrale, l’Appunto 21, Lampi sull’Eni. Qui ora non vogliamo risolvere il mistero, ma porre il problema e forse lanciare una suggestione (alla luce di quanto investigato soprattutto dai due giornalisti autori di Profondo nero: Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato). Se il delitto Pasolini è riconducibile a una matrice politica, se il poeta è stato assassinato da delinquenti comuni (criminali e neofascisti) su ispirazione di mandanti appartenenti a sfere superiori e ai quali è difficile risalire a causa del classico sistema dei ‘cerchi concentrici’ adoperato in questi casi (ovvero non tutti gli assassini, che sono mera manovalanza facilmente reclutabile con buone somme di denaro, sono al corrente dei reali ‘motivi’ dell’eliminazione dell’obiettivo), se inoltre Pasolini è stato eliminato espressamente per ciò che aveva in parte scritto su Petrolio in quel capitolo mancante (di un’ottantina di pagine) e per ciò che sapeva sulla misteriosa morte di Enrico Mattei (all’epoca catalogata come ‘incidente’, recentemente rubricata nella categoria di omicidio per mezzo di sabotaggio dell’aereo, che sarebbe esploso in volo per un ordigno sistemato nel carrello d’atterraggio: il primo caso di terrorismo di Stato con relativo insabbiamento in Italia), ci troveremmo davanti a una vera e propria cospirazione politica che è sia letteraria che reale e concreta. Come nel caso della precedente ipotesi della morte per motivi sessuali, che appaia vita e opera in tutt’uno, anche qui, seguendo di più la pista della morte per motivi politici, ci troveremmo comunque davanti a un’inquietante sovrapposizione di letteratura e vita, di rivelazione giornalistico-letteraria ed eliminazione dell’intellettuale scomodo (una situazione tra l’altro più tipicamente latinoamericana, se pensiamo alla scomparsa e omicidio di un Rodolfo Walsh, l’autore di Operación Masacre, dopo la pubblicazione della sua Carta abierta de un escritor a la Junta militar il 24 marzo del 1977. La differenza è che in Italia negli anni Settanta non c’è una dittatura, poiché non ve n’è bisogno: v’è uno Stato segreto all’interno dello Stato che tesse e sfila trame più o meno eversive, reclutando imbelli e ingenui neofascisti, lasciando i brigatisti troppo liberi di operare salvo poi intervenire al sequestro dell’americano Dozier nel 1982, ecc.[2] Lo Stato nello Stato eversivo e stragista, centrista e alleato al Nuovo Fascismo, ovvero al peculiare Neocapitalismo italiano, impastato di corruzione e collusione con le mafie, è uno dei temi più o meno velatamente affrontato da Petrolio).

L’ultima puntata del ‘grande imbroglio’ è recente e ha come il sapore di un colpo di scena, di uno scherzetto di cattivo gusto di un buontempone. Il senatore Marcello dell’Utri, uno dei fondatori di Forza Italia nonché bibliofilo e ‘filologo’ (ha rifilato al mondo la presunta patacca del Diario di Mussolini, pubblicato da Bompiani per meri motivi commerciali) il 2 marzo 2010 afferma di essere venuto in possesso di un capitolo del romanzo Petrolio, di settantotto paginette in carta velina vergate da una calligrafia fitta e fina, proprio l’Appunto 21, Lampi sull’Eni. Dell’Utri annuncia che il manoscritto verrà esposto in occasione della XXI° Mostra del libro antico di Milano. Inoltre aggiunge: «L’ho letto ma non posso ancora dire nulla, è uno scritto inquietante per l’Eni, parla di problemi dell’azienda, di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese. […] Credo che sia stato rubato dallo studio di Pasolini».[3] Ma dopo il polverone sollevato dai media, spaventato forse dalle reazioni di alcuni critici, tra i quali l’autorevole Gianni D’Elia, che afferma che se il manoscritto fosse vero si tratterebbe in termini giuridici di un ‘corpo di reato’, ritratta subito. I temi scottanti riportati dal capitolo sarebbero quelli magistralmente sintetizzati da D’Elia e qui riportati da Roberto Carnero, che cito:

«In questo senso, Cefis avrebbe agito come rappresentante di poteri che volevano ricondurre la politica energetica italiana in orbita atlantica, con un comportamento coerente con i dettami delle multinazionali angloamericane del petrolio».[4]

In seguito Carnero, sulla scorta di Profondo nero, puntualizza:

«Pasolini avrebbe intuito che Cefis aveva fatto eliminare Mattei per riorganizzare il potere in Italia senza una potente industria dell’energia di proprietà dello Stato, invisa sia al capitalismo privato italiano sia alle multinazionali petrolifere. Pasolini avrebbe altresì intuito che le stragi della “strategia della tensione” erano state pianificate per realizzare il disegno di uno Stato autoritario modello P2, lontano dagli opposti estremismi e forte nella gestione di un potere economico omologante».[5]

Dell’Utri però fa un passo avanti e due indietro, dice che il manoscritto è nelle mani di un collezionista a lui sconosciuto che gliel’ha solo mostrato per alcuni attimi (come ha fatto allora a leggerlo con così tanta attenzione?) e che è scomparso dopo il polverone sollevato dai media. Morale della favola: nessuna traccia del presunto manoscritto perduto. Certo, è d’uopo diffidare in partenza di un ‘filologo’ come Dell’Utri, che ultimamente si ostina a spacciare per veri i presunti Diari all’acqua di rose di Benito Mussolini, buonuomo dal cuore nobile. Tuttavia il mistero permane e viene il dubbio che Dell’Utri abbia voluto lanciare dei segnali (di tipo mafioso?) a qualche potere forte del Paese, più o meno incerto se continuare ad appoggiare e sostenere il Moloch berlusconiano. Ma queste sono considerazioni cronachistiche che esulano dalla nostra ricerca. Veniamo al dunque. Chi è Cefis? Come si lega a Mattei? Qual è l’appunto tentacolare che volevo confrontare con il testo arltiano? Ogni cosa a suo tempo.

L’Appunto 20 di Petrolio è un punto di sutura tra le prime patologiche vicende sessuali del nevrotico Carlo e il mondo del Potere per il quale lavora e che deve aver contribuito a creare questa sua scissione allegorica. Il Carlo n.1, a Roma, ha bisogno di crearsi delle protezioni, anche per questo si reca nel salotto della Sig.ra F. nel quartiere dei Parioli. In quest’appunto si fa cenno all’Eni, l’azienda, e a due individui chiave: il presidente Enrico Bonocore e il vicepresidente Aldo Troya, vero e proprio possidente di un impero personale. Bonocore corrisponde a Mattei, il Troya a Eugenio Cefis, una delle figure imprenditoriali più misteriose e controverse dell’Italia degli anni Sessanta, in stretto legame con interessi angloamericani, liberista, e probabile fondatore della Loggia Massonica Propaganda 2, che solo in seguito passerà nella mani di Licio Gelli.[6] Date le premesse c’è da credere che Cefis sia stato un fedele collaboratore dei servizi d’intelligence americani che com’è noto operarono in Italia segretamente per monitorare la Penisola, situata in una posizione strategica e per prevenire una possibile avanzata del blocco comunista. L’imprenditore è oggetto di un’accurata indagine giornalistica da parte di un certo Giorgio Steimetz, che nel 1972 pubblica un saggio dal titolo Questo è Cefis. Il saggio, ricchissimo di dati, è una delle fonti degli appunti pasoliniani dedicati al Troya, assieme ad altri ritagli di giornale, ed ha avuto una sorte alquanto anomala. Tutte le copie del saggio, pubblicato presso un piccolo editore, sono state ritirate dalle librerie del Paese e sono state trafugate anche le due copie conservate a Firenze e a Roma presso le rispettive Biblioteche Nazionali. Del libro si perde ogni traccia. Tuttavia Pasolini, che forse è in contatto con un informatore, riesce a procurarsene una copia e la utilizza sapientemente nell’elaborazione del romanzo: tale copia si trova nell’Archivio Contemporaneo “Alessandro Bonsanti” del Gabinetto Vieusseux di Firenze insieme ad altre carte del poeta. Il saggio solo recentemente è stato ristampato dalla casa editrice Effigie di Milano. Tornando a Petrolio, l’Appunto 21, Lampi sull’Eni, che segue, è quello scomparso oppure mai scritto dal poeta (anche se nell’Appunto 22a l’autore aggiunge: «Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato “Lampi sull’Eni”, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria»,[7] il che suona davvero strano; è anche possibile che Pasolini alludesse in realtà a un capitolo precedente nella struttura narrativa che però doveva ancora comporre, tuttavia forti dubbi permangono).

A questo segue l’Appunto 22, Il cosiddetto impero dei Troya: lui, Troya, dove si evidenzia l’aura di segretezza del personaggio, così com’è descritto nel sarcastico saggio di Steimetz. L’Appunto 22a comincia ad essere più tentacolare: Il cosiddetto impero dei Troya: le filiali più vicine alla casa madre. Pasolini cerca di addentrarsi nella selva spessa dell’impero economico privato del Troya che convive con il potentato pubblico dell’Eni, in una sorta di viziosa compenetrazione di potere pubblico e privato, tipicamente italiana, assolutamente opaca, un sistema che si può dire che avrà fortuna. Pasolini, come un amanuense medievale, è affascinato dallo schema ad albero dell’impero ‘troyano’ caratterizzato da un ‘brulichio’ di scatole cinesi e di prestanome, come una figura manieristica, che però non cela intenti artistici, bensì opache manovre d’affari:

«L’altro fondamento primo dell’impero di Troya era la Società Immobiliari e Partecipazioni (?), intestata a Amelia Gervasoni. […] Dalla “Immobiliari e Partecipazioni” si figliavano, disponendosi per così dire su due file, altre otto imprese o enti, o non so come altro diavolo chiamarle. In prima fila: la Aronese, l’Inv. Imm., la S. Florencio, la Dbdi; in seconda fila: la Spiritcasauno, la Spiritcasadieci, la Cen-Mer, e la Sil».[8]

La proliferazione di enti si intensifica in modo più rapido nell’appunto successivo, il 22b (Il cosiddetto impero dei Troya: altra importante ramificazione):

«Egli presiedeva in genere ai rapporti con i soci internazionali, in altri luoghi franchi anche non ladini, come il Liechtenstein, il Lussemburgo o il Principato di Monaco: si trattava di soci in funzioni di accomandanti, quali la “Pentavalor Trust Reg.” di Eschen (?), la “Universoil Investement Trust” di Coira, la “Abat Finance Établissement” di Triesen (?), la “Iskra Finance Etablissement” di Triesen (?), la “Samko Trade Trustreg”, la “Vai” di Schaan (?), la “Tech Finanzanstalt” di Coira, la “Filil Anstalt” di Triesen (?), la “Monasvir Finanz und Industrie Anstalt” di Triesen, la “Nauticwarn Holding AF” di Mendrisio, la “Sosmel” di Vaduz, la “Walhalla Établissement” di Balzers (?): tutte società entrate appunto come accomandanti per le fideiussioni e le obbligazioni a terzi o per consentire maggiori acquisti di immobili, partecipazioni industriali e commerciali – anche, è da notarsi, per conto di terzi – in altri enti troyani che vedremo».[9]

Che vi sia un gusto manieristico o almeno da puntiglioso amanuense medievale nell’interesse di Pasolini per questa congerie interconnessa di scatole cinesi societarie, che sono l’emblema del sistema economico-finanziario neocapitalistico, dove il Potere privato come una piovra scalza il Potere pubblico o lo ingloba in opachi intrecci, sottraendo per esempio ingenti capitali alla comunità, che poi affluiscono nei cosiddetti ‘paradisi fiscali’, è provato dall’appunto successivo: Il cosiddetto impero dei Troya: la pulce dice male del pidocchio:

«Siamo alla chioma dell’albero fronzuto, e vorrei limitarmi, secondo schemi che hanno letterariamente nobilissimi precedenti, agli ‘elenchi’. Ma mi dilungherò un attimo solo su una delle otto società, disposte su due file sia pure non graduatorie, come campione».[10]

Questo Capitale fluido va ad irrigare numerosi rami barocchi e giunge persino a finanziare (probabilmente senza che lo stesso Cefis ne sia al corrente) il salotto della signora F., dove Carlo si reca, un vivace salotto però frequentato da intellettuali generalmente ‘di sinistra’, essendo in quel periodo ‘l’egemonia culturale comunista’ molto forte. Il salotto della signora F., come verrà spiegato in seguito, ricalca in parte il salotto della ‘Governatoressa’ Julija Michajlovna dei Demoni di Dostoevskij. Pasolini ricalca questo dettaglio essenziale in uno schema di lavoro illuminante che riassume gli Appunti dal 20 al 30. Vorremmo solo soffermarci su alcuni punti inquietanti:

«– La signora presso cui c’è il ricevimento è la Signora titolare di un Ente Culturale finanziato (per ragioni di amicizia o parentela) sia da Cefis che da Monti (fascista) – Il salotto però è un salotto intellettuale di sinistra».[11]

L’annotazione successiva è ancora più inquietante e lucida, e squarcia i primi veli:

«In questo preciso momento storico (I blocco politico) Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti). Egli con la cricca politica ha bisogno di anticomunismo (’68): bombe attribuite ai fascisti.»[12]

In realtà le bombe sono attribuite agli ‘anarchici’ e non ai ‘fascisti’, ma potrebbe trattarsi di un mero refuso, essendo gli appunti davvero schematici. Ciò è sostenuto autorevolmente da Gianni D’Elia, critico e poeta, che qui seguiamo nella sua esegesi davvero controcorrente e concreta (ovvero ‘realistica’) di Petrolio:

«Evidentemente, le bombe della prima fase sono da attribuire agli anarchici, come è stato fatto dal Potere: l’anarchico Pinelli defenestrato, l’invenzione del mostro Valpreda, ecc.

Ecco l’errore di “battitura”: bombe messe dai fascisti, sì, con la copertura dei servizi, ma attribuite agli anarchici, e non ai fascisti, dal 1968 al 1972, con la strage di piazza Fontana al centro (1969)».[13]

Si tratta quindi di un riassunto fulmineo della ‘strategia della tensione’ sulla quale il poeta sembra avere informazioni molto precise e ramificate (forse attribuibili alla ‘gola profonda’ democristiana Graziano Verzotto, informatore anche del giornalista Mauro De Mauro, assassinato dalla mafia, il quale indagava per conto del regista Francesco Rosi su Il caso Mattei).[14]

Le stesse che annuncia con durezza in un articolo pubblicato sul «Corriere della Sera» il 14 novembre 1974 col titolo Che cos’è questo golpe? e inserito negli Scritti corsari (1975) col titolo Il romanzo delle stragi (vorrei qui ricordare solo che l’Appunto 103 di Petrolio s’intitola L’Epoché: Storia delle stragi):

«Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della CIA (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della CIA, si sono costituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.

Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine a criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). […]

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfatori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari».[15]

Queste parole di fuoco Pasolini le pubblica sul più importante quotidiano nazionale della borghesia mentre in privato è intento a comporre il suo “progetto di romanzo” sulla scena politica italiana e internazionale ovvero Petrolio. Poco tempo dopo si sarebbe messo a lavorare attorno al progetto d’una trasposizione delle Cent vingt journées de Sodome (1784) del marchese De Sade nel contesto della Repubblica Sociale Italiana di Salò. Le provocazioni pasoliniane hanno ormai raggiunto il colmo? Qualcuno teme che l’autore sia a conoscenza di fatti segreti e sia disposto stavolta a metterli nero su bianco sul suo nuovo romanzo al quale sta lavorando?

Sempre Gianni D’Elia sottolinea come la ricostruzione pasoliniana dei fatti (che oggi verrebbe definita in senso dispregiativo ‘complottista’) si allinei con perspicuità alle più recenti seppur parziali ricostruzioni della Commissione Stragi:

«Dunque, le bombe della prima fase, “per creare in concreto la tensione anticomunista”, non potevano (per quanto messe da loro, e con la complicità dei servizi) essere attribuite ai fascisti, ai quali vengono attribuite nella seconda fase, quando, come ha spiegato la Commissione Stragi presieduta dal senatore Giovanni Pellegrino, i fascisti cominciano e mettere le bombe in proprio, per vendicarsi dei servizi deviati che li hanno “scaricati”, come prima usati e poi perseguitati, non avendo Mariano Rumor (allora presidente del Consiglio, democristiano) dichiarato lo stato di emergenza, dopo piazza Fontana, promesso ai sicari. Dal 1973 (strage alla questura di Milano) i fascisti fanno le stragi, i servizi gliele lasciano fare, come scrive Pellegrino nel libro Segreti di Stato (Einaudi, 2000), e poi gliele attribuiscono, per rifarsi il trucco “antifascista” sulla maschera di Stato, che sta a sua volta sul volto “fascista” nascosto».[16]

III.5. ‘Visioni’ della tensione

In questa nostra tesi, sulla scorta soprattutto dell’Astrologo e di Curzio Malaparte, abbiamo parlato di ‘colpo di Stato’ (sia fascista che bolscevico), ‘golpe’, ‘colpo di mano’, ‘putch’: la classica cospirazione politica dei ‘catilinari’, degli eversivi e dei rivoluzionari. In tal caso però quando Pasolini si riferisce a ‘golpe’ e a «una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere»[17] non sta parlando dei colpi di Stato malapartiani, ma di una strategia cospirativa di pura conservazione dello status quo, di stabilizzazione astuta e affaristica verso il centro, verso il grande centro del potere italiano. Non sta parlando solo del famoso ‘golpe Borghese’ del 1970, che però è forse rimasto nel cassetto come soluzione di riserva, nel caso fosse fallita la lunga “strategia della tensione”. Il politologo Giorgio Galli lo chiarifica in un saggio che ci riconnette alla seconda tematica centrale della nostra ricerca, l’esoterismo e le società segrete, ovvero La venerabile trama: La vera storia di Licio Gelli e della P2:

«L’obiettivo non è il colpo di stato, ma la stabilizzazione imperniata sulla Dc. Il modello non è Santiago 1973 (il golpe del generale Pinochet in Cile) ma Parigi 1968 (la riscossa elettorale gollista dopo il «maggio francese»): non la repressione militare, quindi, ma un plebiscito stabilizzatore. È per questo progetto che lavorava Gelli, con l’avallo esplicito o implicito dei vertici massonici. Una soluzione reazionaria, ma non eversiva».[18]

Mi pare una sintesi efficace e veritiera. Lo stesso fallito ‘golpe Borghese’ (che viene in seguito ridicolizzato, ma anche temuto)[19] rientrerebbe in questa logica cospirativa reazionaria (e non rivoluzionaria o almeno eversiva) ovvero conservativa:

«Da essa deriva la convinzione che è impensabile nell’Italia del 1970, un colpo di stato guidato dal comandante della X Mas. È invece pensabile un colpo d’avvertimento alla Dc, nell’ambito di una strategia volta a farne il perno di una stabilizzazione che evitasse (come avvenne) che il Pci potesse partecipare al governo».[20]

Tuttavia l’evento è complesso e ramificato e non si esclude che il venerabile Gelli, dopo aver ordito la sua trama a orologeria, abbia ingannato i congiurati e bloccato il Piano per un misterioso contrordine partito dai piani alti. Così come non è escluso che gli USA premessero per tale soluzione confidando nell’appoggio di Giulio Andreotti, così speculare all’obliquo Henri Kissinger, che sostenne appunto il piano per il golpe militare cileno insieme a Nixon, finanziando i sabotaggi e i congiurati tra i quali Pinochet.[21] Ma potrebbe essere stato lo stesso Andreotti a declinare l’offerta.

Quello che ora ci interessa è seguire l’ipotesi di Galli, così vicina a nostro avviso al quadro intrecciato elaborato da Pasolini, il quale ‘purtroppo’ è morto prima di poter assistere al caso Moro, estrema conseguenza o fatto collaterale di tale strategia delineata. Com’è noto le Brigate Rosse ricevono un duro colpo con l’arresto di Curcio e Franceschini (settembre 1974). Nel 1975 muore Margherita «Mara» Cagol. Tuttavia è a partire dal 1976 che riprendono fiato per giungere poi al colpo inferto al cuore dello Stato. Galli argomenta:

«È in questa fase che si può individuare un disegno comune dei servizi, sempre al fine di evitare una presenza del Pci al governo, tanto più ipotizzabile dopo le elezioni del 1976: quello di lasciar operare il partito armato, per determinare una situazione di emergenza, che finalmente possa indurre la Dc a bloccare la spinta a sinistra».[22]

Non si tratta semplicemente di infiltrare e manipolare il gruppo terroristico bensì di monitorarlo nelle sue azioni e nonostante tutto lasciare che continui a evolvere nelle sue operazioni, lasciare che si insuperbisca di fronte a tanta ‘inettitudine’ dello Stato e che giunga a colpire più in alto, illudendosi di poter fare davvero la rivoluzione (magari con qualche aiutino):

«Tra il giugno 1976 (elezioni e governo Andreotti) e il marzo 1978 (sequestro Moro) diversi fattori influenzano, quindi, una situazione nella quale il filo della presente narrazione è costituito dalla tolleranza dei servizi verso le iniziative del partito armato, utili a presentare condizioni d’emergenza imperniato su una Dc in grado di rifiutare ogni collaborazione con il Pci (disegno che si realizzerà col congresso Dc del febbraio 1980)».[23]

Ma un’avvisaglia di tale intransigenza della Dc si identifica proprio nell’affaire Moro e nell’ostico rifiuto della dirigenza democristiana a scendere a patti con i sequestratori brigatisti per uno scambio di prigionieri. La Dc sta già sperimentando la sua nuova condotta; il fine giustifica i mezzi; il ‘senso dello Stato’ si sovrappone come un macigno alla considerazione umanitaria dell’evento, ovvero che vale sempre la pena di salvare una vita in tali frangenti anche a costo di sporcarsi le mani con i ‘vili’ terroristi. E vittima sacrificale di tale strategia (erede di quella della tensione) è proprio Moro, forse il più estraneo alle trame orribili tessute dal ’68 in poi in Italia. Lucidamente lo ha già evidenziato Pasolini in un altro suo articolo corsaro da antologia, pubblicato nel «Corriere della Sera» del 1° febbraio 1975 col titolo Il vuoto di potere in Italia, poi divenuto più efficacemente L’articolo delle lucciole. L’autore fa notare come i potenti democristiani, subissati dal mutamento antropologico dell’Italia che loro hanno creduto di amministrare, hanno sviluppato anche un linguaggio nuovo, grigio e talora ermetico:

«specialmente Aldo Moro: cioè (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state organizzate dal ’69 a oggi, nel tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere».[24]

Moro dunque appare agli occhi dell’autore moralmente diverso da Gli insostituibili Nixon italiani ai quali si allude in un altro articolo del 18 febbraio 1975, rivolto soprattutto ad Andreotti.[25] E proprio Moro sarà sacrificato sull’altare della ferma ‘ragion di Stato’ (alquanto anomala in un Paese così malfermo come l’Italia). Lo stesso Moro nelle sue lettere dal ‘carcere del popolo’, presumibilmente vere e sincere, non riuscirà a capacitarsi di tale arroccamento nell’astrattezza ad opera del suo partito, e in più punti sarà colto da dubbi, strane impressioni, come l’inadeguatezza della sua scorta e l’incapacità delle forze dell’ordine di identificare il rifugio, dettagli che paiono ‘sospetti’. Lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia si è soffermato con acume su queste lettere, le ha commentate e le conclusioni alle quali giunge lo spingeranno a presentare una Relazione di minoranza in Parlamento, essendo deputato del Partito Radicale: Commissione Parlamentare d’inchiesta su la strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, la strategia e gli obiettivi perseguiti dai terroristi.

Ne L’affaire Moro Leonardo Sciascia riporta anche una lettera del politico democristiano composta tra il 27 e il 30 aprile del 1978 e indirizzata alla moglie Noretta; la sua attenzione si sofferma su un punto che cito:

«Nel risvolto del “Giorno” ho visto con dolore ripreso dal solito Zizola un riferimento dell’“Osservatore romano” (Levi). In sostanza: no al ricatto. Con ciò la S. Sede espressa da questo signor Levi, e modificando precedenti posizioni, smentisce tutta la sua tradizione umanitaria e condanna oggi me, domani saranno i bambini a cadere vittime per non consentire il ricatto. È una cosa orribile, indegna della S. Sede. L’espulsione dallo Stato è praticata in tanti casi, anche nell’Unione Sovietica, non si vede perché qui dovrebbe essere sostituita dalla strage di Stato».[26]

Moro adopera proprio quella terminologia alla quale si sentiva estraneo, ‘strage di Stato’, sembra di capire che anch’egli ormai è vittima di tale strategia (quasi per ‘effetto collaterale’), che a molti esponenti del suo partito non deve risultare estranea; forse non sono gli esecutori o i mandanti diretti, ma ne sono al corrente. Le Brigate Rosse processano la Dc proprio su questo tema e condannano l’estraneo Moro in una dinamica che non può non dirsi ‘tragica’. Sciascia è borgesianamente limpido come nelle sue migliori trame narrative:

«La “strage di Stato”. È possibile Moro non ricordi, nello scriverla, quel che questa espressione contiene di preciso – e cioè il riferimento al fatto, ai fatti, per cui è stata coniata e rivolta come accusa (accusa divenuta ormai attendibile anche al vaglio dei più increduli) a certo organismi governativi, al governo, alla Democrazia Cristiana e a lui stesso? Assolutamente impossibile: e anche perché uno dei capi dell’accusa contro di lui formulata dalle Brigate Rosse vi fa esplicito richiamo»[27]

E Sciascia poi termina il capitolo e il suo breve saggio citando un passo del racconto Examen de la obra de Herbert Quain di Jorge Luis Borges, contenuto in Ficciones (1944):

«Hay un indescifrable asesinato en las páginas iniciales, una lenta discusión en las intermedias, una solución en las últimas. Ya aclarado el enigma, hay un párrafo largo y retrospectivo que contiene esta frase: Todos creyeron que el encuentro de los dos jugadores de ajedrez había sido casual. Esa frase deja entender que la solución es errónea. El lector, inquieto, revisa los capítulos pertinentes y descubre otra solución, que es la verdadera».[28]

L’accusa alla quale allude Sciascia è quella, come abbiamo detto, che Pasolini formulava liberamente sulle pagine del «Corriere della Sera» e de «Il Mondo» di Piero Ottone, che gli fa guadagnare non poche antipatie e che, alla luce di ciò che abbiamo analizzato, sommate a quelle pagine inedite e scottanti di Petrolio sulla politica italiana degli ultimi trent’anni, possono anche essergli costate la vita. Pensiamo soprattutto agli articoli durissimi del 1975 in parte confluiti in Lettere luterane, volume pubblicato postumo nel 1976 e strettamente interconnesso agli Scritti corsari, nei quali il poeta invita a seguire l’esempio dei processi a Nixon e a Papadopulos: Bisognerebbe processare i gerarchi Dc, Il Processo, Perché il Processo e svariati altri. Le intuizioni e le accuse dell’articolo Il romanzo delle stragi diventano più ferme e radicali; e noi sappiamo che nel medesimo tempo l’autore sta lavorando a Petrolio, intriso di queste tematiche. Pasolini in questa fase è ossessionato dall’idea di concatenare i fenomeni dispersi e di fornire un disegno coerente ed unificato dei fenomeni sviluppatisi e ancora in atto. Parla di «mosaico»[29] e dell’esigenza de «l’Insieme»[30], il che rispecchia la forma e l’elaborazione di Petrolio. In Bisognerebbe processare i gerarchi Dc, pubblicato ne «Il Mondo» il 28 agosto 1975, invita a trascinare sul banco degli imputati la dirigenza della Dc: «Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica)».[31] I reati sarebbero: «indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori) […]».[32] A ciò si aggiungono altre accuse più generali che rientrano nel quadro più ampio e distinto, che qui non possiamo trattare, del “genocidio culturale” compiuto da uno Sviluppo senza Progresso, esercitato dal Nuovo Potere, al quale i democristiani si sono semplicemente arresi. A questi “reati” (anche morali) potremmo aggiungere i più perspicui capi di imputazione elencati nell’articolo Perché il Processo, pubblicato nel «Corriere della Sera» il 28 settembre 1975, accostabile a molte pagine ‘cospirative’ di Petrolio:

«Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti “golpe” fascisti.

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della “strategia della tensione” (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna».[33]

Queste righe in prosa d’un articolo di giornale sono ovviamente ‘impura’ poesia civile, lo dimostra l’anafora ossessiva, il tono grave (ma non solenne), l’indignazione lucida e razionale che intende giungere alla verità e non semplicemente denunciare per gusto polemico. L’affresco cospirativo che ne emerge è sconvolgente, un fiume sotterraneo che scorre parallelo alle versioni della storia ufficiale, così ambigue ed incerte.

Impossibile qui riassumere il mosaico inquietante di Petrolio nella sua interezza, non è nostro compito in questo capitolo del saggio, che vuole essere solo un accenno fulmineo ma approfondito, intriso di brevi squarci (speriamo rivelatori). Vorrei però qui correre ad almeno altri due appunti che si concatenano alla riflessione testé citata: l’Appunto 102a e il 103. Il primo s’intitola L’Epoché: Storia di un volo cosmico. Nella sezione “Epoché” distinti narratori raccontano una storia: questa, sotto l’aspetto para-scientifico, rivela un’allegoria sociopolitica. Si narra di un’astronave a forma di disco volante, al cui interno vi sono due osservatori, Klaus Patera e Misha Pila, che invero sono due spie di diversi poteri (chiamati “Feci” e “Urina”): l’oggetto volante si dirige verso un altro pianeta che appare assolutamente identico al nostro. Il discorso però si concentra sull’astronave, e sulla sua natura invero “mista”, ovvero frutto di una società privata e tuttavia legata al pubblico. Ritornano echi dell’universo “misto” di Cefis e della politica italiana degli ultimi trent’anni, tuttavia Pasolini si avventura proprio in una metafora latinoamericana, per la precisione cilena. Il lavoro per creare tale astronave «era stato sostenuto da una grande Società: come potrebbe essere la ITT, per esempio – e nomino la ITT pour cause».[34] La ITT sta per International Telephone Corporation, un’impresa multinazionale americana che è proprietaria del 70 % della Compagnia telefonica cilena negli anni Settanta: preoccupata dalle minacce di nazionalizzazione di Allende, finanzia il colpo di Stato militare di alcuni congiurati dell’Esercito nel 1973:

«Un vicepresidente dell’ITT, Bill Merriam, diceva a un assistente del presidente Nixon, a metà del 1971, che bisognava mettere in esecuzione un piano di 18 punti per intervenire in Cile. Accrescere l’animosità delle Forze armate, tagliare tutti i crediti internazionali, sovvenzionare, tra gli altri giornali «El Mercurio». «Si deve intervenire in modo discreto ma con efficacia», si diceva testualmente, «così che Allende non superi i prossimi sei mesi decisivi.» E per «intervenire» l’ITT sborsò una cifra milionaria. Uno dei suoi dirigenti, John McCone, confessò poi alla Commissione Church che la somma fu di sette cifre e cioè tra un milione e 10 milioni di dollari.»[35]

La ITT è citata da Eugenio Cefis (alias il Troya di Petrolio) come esempio di multinazionale ‘moderna’ in un discorso tenuto il 23 febbraio 1972 presso l’Accademia Militare di Modena, poi pubblicato in rivista, che Pasolini conserva e studia con interesse. Tale discorso deve aver influenzato l’idea pasoliniana di Nuovo Potere o Nuovo Fascismo poiché delinea «la “fine della nazione” e la nascita di un potere neocapitalistico “multinazionale”, con la susseguente trasformazione dell’esercito in un esercito tecnologico e poliziesco al servizio, appunto, di questo nuovo potere».[36] Una previsione quindi della ‘globalizzazione economica’ ma molto più cupa e violenta dell’attuale, diremmo neomedievale (ma non è escluso che questo sia uno scenario possibile anche nel prossimo futuro di post-crisi economica). Tornando al racconto spaziale, Pasolini puntualizza «ci sono le solite buone ragioni per credere che la Società privata che aveva costruito la nostra nave spaziale non fosse del tutto estranea allo Stato (allo stesso modo in cui – per riprendere il nostro esempio – lo Stato non aveva potuto essere estraneo alla ITT, quando due o tre anni prima questa società aveva organizzato i massacri fascisti nel Cile)».[37]

Rispecchia esattamente l’idea della ‘corporatocrazia’ di cui parlavamo pagine fa, prima a proposito delle idee enunciate dall’Astrologo, poi intorno alle ‘rivelazioni’ dell’insider John Perkins. I militari cileni sarebbero in verità dei traditori della propria patria e avrebbero avuto il compito di introdurre il neoliberismo economico dei Chicago boys in America Latina per allontanare ogni presunto ‘nemico comunista’. Per Pasolini più precisamente il Nuovo Potere è transnazionale (di matrice angloamericana) e ha stretto dei patti con forze più oscure della nazione (nel nostro caso l’Italia, i servizi deviati, i neofascisti e la mafia siciliana, vero punto di raccordo tra mafia italoamericana, servizi segreti americani e altri poteri, almeno fin dai tempi dello sbarco degli Alleati in Sicilia). L’appunto perduto di Petrolio doveva proprio illuminare l’oscuro ‘periodo partigiano’ all’insegna del misto, dove il giovane Cefis strinse i primi rapporti con i servizi americani che poi in seguito avrebbero significato un apporto importante per la sua carriera. È noto anche come molti ex nazifascisti vengano reclutati dai servizi americani come informatori e collaboratori in chiave anticomunista: per esempio lo stesso Licio Gelli. Così come sorgono organizzazioni segrete che devono garantire la difesa del territorio italiano nel caso di un’invasione comunista: Operazione Gladio.[38] All’epoca di Pasolini queste constatazioni potevano essere bollate come ‘fantapolitica’ (compresa l’esistenza di una Loggia segreta): oggi appartengono alla Storia, una Storia però non ancora perfettamente chiarita e desecretata. La preoccupazione che il ‘privato’ di questo Nuovo Potere usurpi il ‘pubblico’ è testimoniato dal seguente passaggio del racconto:

«Le due forze o potenze che costituiscono il dualismo della nostra nave spaziale, sono, come abbiamo visto, in lotta. Quella che vincerà […] diventerà anche praticamente padrona dello Stato. Infatti secondo i calcoli fatti dagli esperti, essa verrebbe oggettivamente a superare di molto la disponibilità finanziaria dello Stato. Il quale dunque cadrebbe automaticamente nelle sue mani. In ogni caso, si tratterebbe della presa del potere di una parte sul tutto».[39]

Si tratterebbe in tal caso di un vero ‘colpo di Stato’ invisibile e silenzioso, condotto con una strategia dissimile da quelle delineate da Malaparte. Tale strategia richiederebbe un progressivo svuotamento dello Stato dal suo interno, come accade con certi parassiti che occupino un organismo lasciando intatto solo l’involucro esterno. Non è semplice comunque interpretare in modo univoco questi passi.

L’appunto successivo, dal titolo L’Epoché: Storia delle stragi, sembra chiudere il cerchio, ma è incompleto, la parte più importante è solo accennata da uno specchietto di appunti. La narrazione può anche essere definita (come viene detto al suo interno): “Storia di un colpo di Stato fallito”. Si narra di un ricco turista italiano appassionato di musica popolare in viaggio in Nepal. Dopo una serie di vicende e descrizioni quasi etnografiche (che ricordano certi passi de L’odore dell’India) il personaggio incontra un uomo morente in fondo a un fossato: si tratta di un americano linciato dalla folla locale per aver maltrattato dei bambini che lo disturbavano mentre era impegnato in una serie di riprese:

«In questo si comportò da perfetto anglosassone. Solo poco dopo venni a sapere che era di origine italiana (ma di madre anglosassone), e che apparteneva alla mafia. Ciò che egli aveva da confessarmi era ciò che egli sapeva. La sua colpa, dunque, consisteva nel sapere. […] Ciò che egli mi raccontò è un breve periodo della recente storia italiana (esattamente sei anni)».[40]

Il resto, la storia delle stragi, sono solo pochi appunti. Certo che inquieta connettere questa scena con l’«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi»[41] dell’articolo pasoliniano sulle stragi, sembra quasi una prefigurazione di morte dell’autore. Una morte però stavolta riconducibile ad una matrice politica. Abbiamo visto finora come sia in Arlt che in Pasolini la finzione narrativa e la cronaca giornalistica, spesso legate a tematiche sociopolitiche, siano interconnesse, quasi che vi fosse una continua osmosi tra le due diverse forme di comunicazione-espressione. La narrativa rimane così ben ancorata alla cronaca politica di quel presente in divenire, tuttavia tali opere, nonostante ciò, resistono all’erosione del tempo, poiché fondamentalmente a nostro avviso non forniscono una mera fotografia del presente bensì ne formulano una ‘visione’ che quindi si situa in un universo parallelo, dove il tempo tace e dove quindi è possibile visualizzare anche probabili prospettive di futuro.

In Pasolini è il caso per esempio della strage della stazione ferroviaria, in tal caso Termini, osservata come attraverso una visione, che nel lettore attuale può rievocare il fatto realmente accaduto della stazione di Bologna il 2 agosto del 1980:

«Finito di fare l’amore, i giovani vanno verso le loro case: ma abitano tutti nello stesso quartiere: uno di loro ha deciso di gettare una bomba nella stazione Termini. È oscuro se sia anarchico o fascista. Gli altri, ubriachi, e ispirati da Mostri analoghi a quelli che hanno divorato i loro coetanei, lo seguono. La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari».[42]

Questo breve passo è contenuto in un brano riassuntivo dell’intero romanzo Petrolio, posto quasi alla fine dello scartafaccio poi curato con minuzia certosina (facendo ricorso anche agli altri documenti allegati al manoscritto, tutto materiale preparatorio conservato nell’Archivio Bonsanti del Gabinetto Viesseux di Firenze) dalla filologa Silvia De Laude.

III.6. Intimità del discorso politico cospirativo

Anche Arlt a sua volta è visionario quando, memore della tragedia della Prima Guerra Mondiale, capisce che il futuro della guerra si giocherà nel campo delle temibili armi di distruzione di massa. Ne Los lanzallamas diventa sempre più ossessivo e pressante il tema dei gas, del fosgeno e della guerra chimica, in tal caso strumento formidabile della rivoluzione promosso dall’Astrologo all’insegna della terribilità. Nella nostra precedente analisi, prima della lunga ma necessaria diramazione pasoliniana, eravamo rimasti al concitato dialogo tra il leader della rivolta e l’Avvocato dalla presunta fede comunista, che però alla fine si dissocia dal piano, scandalizzato dall’eccessivo ricorso alla violenza teorizzato dal progetto rivoluzionario. L’Astrologo diviene sempre più luciferino nei suoi intenti, a un certo punto verrà chiamato ‘endemoniado’:[43]

«Y yo quiero la revolución. La revolución que se compone de fusilamientos, violaciones de mujeres en las calles por las turbas enfurecidas, saqueos, hambre, terror. Una revolución con una silla eléctrica en cada esquina. El exterminio total, completo, absoluto, de todos aquellos individuos que defendieron la casta capitalista».[44]

Tale profilo ideologicamente luciferino e ribelle riemerge sempre più in seguito. La prima grande sezione del romanzo, scandito da coordinate temporali (Tarde y noche del día Viernes: Pomeriggio e notte di Venerdì) termina con Hipólita sola, la quale alla fine, nella solitudine di una stanzetta d’una pensione, decide di aderire al progetto rivoluzionario-criminoso dell’Incantatore dal ceffo quadrato. La seconda sezione (Tarde y noche del día Sabado: Pomeriggio e notte di Sabato) inizia con La agonía del Rufián Melancólico (L’agonia del Ruffiano Malinconico), il quale viene assassinato da un prosseneta rivale per vendicarsi di un vecchio affronto subíto; prosegue con El poder de las tinieblas (Il potere delle tenebre); si sofferma poi sul tema de Los anarquistas (Gli anarchici). È proprio qui che risorge l’Astrologo ideologo della violenza e dello sterminio in nome della strana forma di progresso sociale che lui ha in mente. Egli ed Erdosain si recano nella zona portuale del Dock Sud per far visita a un ristretto gruppo di anarchici che si occupa tra le altre cose di falsificare le banconote. Il narratore in una nota puntualizza che tra questi potrebbe celarsi persino il noto anarchico italiano (perseguitato dal regime fascista e dunque fuggito in Sudamerica) Severino Di Giovanni. Arlt in un’acquaforte portegna si occuperà di lui, nel tragico momento della sua fucilazione, il 1° febbraio del 1931.[45] L’Astrologo, che come abbiamo visto non è affatto anarchico bensì una sorta di singolare ‘fasciocomunista’ (o ‘nazimaoista’, per usare un buffo termine da anni Settanta), ha stretto un patto, un’alleanza segreta con questo gruppo clandestino di anarchici. La falsificazione di denaro è uno dei tasselli della sua rivoluzione, una fonte di sostentamento. Inoltre i cospiratori nascondono nella loro catapecchia anche una serie di piccole bombe artigianali, che al leader paiono obsolete e inadatte:

«Yo no soy partidario de las bombas… prefiero los gases. Ustedes, los terroristas, siempre están atrasados en material destructor. ¿Por qué no se dedican a estudiar quimíca? ¿Por qué no fabrican gases? El cloro combinado con el óxido de carbono forma el fosgeno. Insisten en las bombas. Las bombas estaban muy bien en el año 1850…; hoy debemos marchar con el progreso. ¿Qué desastre puede provocar usted con el petardo que tiene entre manos? Nada o muy poco. En cambio con el fosgeno… El fosgeno no hace ruido. No se ve nada más que una cortinita amarillo verdosa. Un pequeño olor a madera podrida. Al respirarlo los hombres caen como moscas».[46]

L’idea di gasare migliaia di persone è profeticamente sinistra ed anticipa ben altri orrori. A questo ci riferiamo anche quando alludiamo alle ‘visioni’ arltiane (da comparare per esempio alle ‘visioni’ pasoliniane, anche se la carica grottesca e goyesca è maggiore in Arlt) che si esercitano a partire da un materiale grezzo, attuale, cronachistico, geopolitico e gettano una luce inquietante verso l’imminente futuro storico.

Si tratta spesso di visioni che riecheggiano quelle dei profeti biblici, il castigo divino che piomba s’un’umanità corrotta e infelice: il castigo si tramuta quindi in purificazione e il gas diviene l’agente di tale azione condivisa dall’anima infelice di Erdosain, immerso ormai nel suo nichilismo mistico e terroristico:

«Piensa que los profetas tenían razón cuando hacían caer sobre las ciudades agotadas por la inmundicia sus hipotéticas lluvias de fuego entre hedores de ácido sulfúrico».[47]

Come abbiamo visto religione e rivoluzione possono andare a braccetto ed alimentarsi a vicenda: il sociologo Alessandro Orsini analizza il fenomeno nel suo ponderoso Anatomia delle Brigate Rosse: Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009) e arriva a delle conclusioni francamente negative su tale forma mentis. Orsini, che ha un’impostazione liberal-conservatrice, osserva solo le ‘degenerazioni’ del fenomeno, non ultimo quelle del terrorismo islamico. Arlt invece traccia una parodia grottesca di un tema che però può anche essere osservato favorevolmente. Arlt riecheggia Dostoevskij in questo suo sorriso sarcastico rivolto ai suoi ‘mostri’, tuttavia talora pare che parteggi per loro o che almeno ne condivida alcune prospettive (non tutte ovviamente), sembra che abbia voluto estrinsecare in quadretti alla Goya delle istanze intimamente percepite. Il politologo Giorgio Galli giudica invece positivamente l’unione di forma mentis religiosa e progetto rivoluzionario e cita lo stesso esempio a suo tempo analizzato da Orsini (da una prospettiva opposta).[48] E tale riferimento si trova proprio in un mirabile saggio dedicato a Pasolini comunista dissidente: Attualità di un pensiero politico (Milano, Kaos edizioni, 2010). Nella seconda grande sezione del libro intitolata Ipotesi di cambiamento, scrive:

«Ovviamente le religioni istituzionalizzate sono fondamentalmente un fattore di conservazione, ma in alcune fasi storiche formano intellettuali ribelli. È la storia delle cosiddette “eresie” del cristianesimo. Per quanto riguarda l’aspetto politico, è nelle chiese e ai margini delle chiese che si sono formati il Thomas Münzer delle guerre dei contadini e di protagonisti della rivoluzione inglese del Seicento, come i Ranters; hanno studiato in scuole religiose protagonisti dell’Illuminismo i quali hanno preparato la rivoluzione francese; hanno studiato in seminario Cernysevskij e Stalin, lungo il cammino preparatorio della rivoluzione russa».[49]

Certo, resta il fatto che Erdosain è un frutto degenere e nichilistico di tale progenie e l’Astrologo, come si vedrà, un impostore che utilizza una retorica rivoluzionaria e misticheggiante per altri oscuri fini, tuttavia il confronto con il suddetto discorso è più che lecito (considerando il fatto che si parla anche del Pasolini corsaro e ‘luterano’).

Ad esempio Ergueta, il farmacista marito di Hipólita, l’unico pacifico ma veramente ‘pazzo’, vede addirittura nel Cristo un accattone, il rivoluzionario dei perdenti e dei reietti.

«Decíme francamente, ¿pensaste alguna vez en Jesús ambulante, el Jesús linyera?»[50]

Volgendo però al termine il nostro lavoro, altamente selettivo e digressivo anche a costo di confondere il lettore con corsi e ricorsi letterari, con comparazioni di dettagli spesso insignificanti ma al tempo stesso significativi per la nostra analisi, vorrei in breve riassumere l’epilogo della vicenda arltiana, che somiglia più a una farsa che ad una tragedia. Il sequestrato Barsut finisce per simpatizzare con le elucubrazioni fanatiche dell’Astrologo e dunque non viene ucciso (come avrebbe creduto il tormentato Erdosain). A ribellarsi invece al padrone è il rozzo Bromberg, ‘l’Uomo che vide la levatrice’, che ha le sembianze di una sorta di mostro di Frankenstein dai lenti movimenti (questo a testimoniare anche lo stile grafico, da fumetto o cartone animato, della barocca prosa arltiana, spesso esagerata e prolissa, un difetto che si può tramutare in pregio agli occhi di alcuni lettori). Ma a salvare il leader della banda armata dal pugnale di Bromberg è lo stesso Barsut al quale l’Astrologo, riappacificatosi, aveva proposto di decidere se andarsene via con diciottomila pesos o rimanere, e al quale aveva lasciato in mano una pistola affinché comprendesse la sua buona fede e fiducia. Dunque è il cadavere di Bromberg che giace a Temperley. Barsut decide di andarsene con i diciottomila pesos (in verità falsi: qui c’è forse lo zampino degli anarchici) per poter entrare a recitare nel dorato mondo del cinema. Nel frattempo il cupo Erdosain si macchia stavolta di un crimine feroce: uccide la Bizca, ovvero la minorenne che aveva praticamente ‘comprato’ alla madre affittuaria della stanza. La scena cinematografica e assurda può ricordare la sequenza di un film futuro, degli anni Sessanta, Dillinger è morto  di Marco Ferreri. Ma ecco che intanto Barsut viene arrestato perché paga in un cabaret con biglietti falsi: allora denuncia tutta la banda di Temperley, ormai dispersa. Ergueta, sempre più folle e millenarista, viene arrestato per strada. Erdosain viene scoperto morto suicida in un treno. L’Astrologo e Hipólita non lasciano alcuna traccia e fuggono con il denaro vero. L’Avvocato aveva litigato con il capo della banda e se n’era andato furioso. Il Maggiore non si era più fatto sentire per concretizzare i progetti golpisti. Il gruppo è sciolto, ma tutto si risolve in un sanguinario caso di cronaca nera. La polizia collegherà anche l’omicidio di Haffner al caso di Temperley. Dell’Astrologo si parla solo ormai nei termini «del agitador y falsificador Alberto Lezin».[51] Dei sogni di palingenesi sociale dell’Astrologo solo questo rimane: una serie di colonne fitte di cronaca nera nei giornali corredate di foto scabrose. La cospirazione politica finisce quindi in un bluff noir, l’ultima beffa cinica di Arlt, piccolo Goya della penna. Si potrebbe però concludere con le lucide considerazioni del critico Stasys Gostautas:

«Resumiendo, el Astrólogo es un personaje de grandes cualidades físicas e intelectuales, el único que estaba predestinado a triunfar. Es el personaje que más habla en la novela; Erdosain piensa, pero el Astrólogo dialoga, todos van a él, es casi el personaje central de la novela, pues incluso el protagonista es manipulado por él. El narrador tiende a presentarlo como a un loco o a un agitador vulgar, pero a medida que avanza la novela, el personaje se le escapa de las manos, como si el autor se sintiera esclavo de su criatura, cuyas extraordinarias cualidades de jefe y organizador lo apabullaran».[52]

Proprio questa incontrollabile proliferazione dei discorsi carismatici, ambigui e truffaldini di tale personaggio abbiamo analizzato con cura; proprio quelle parti che paiono essere sfuggite dalle mani demiurgiche dell’autore, quasi senza controllo, abbiamo prediletto nella nostra analisi. Poiché talora la verità della scrittura stessa si cela in quei margini che sfuggono al controllo iper-razionale dello scrittore, frutto di una logica simmetrica, ma non oscura bensì cristallina e tuttavia inestricabile. Le ideologie politiche, le teorie socio-economiche, le utopie rivoluzionarie e reazionarie, palingenetiche ed estese, possono appartenere a questo dominio dell’Ombra, dell’Oscuro, molto più di tematiche apparentemente più intime e psicologiche. Noi abbiamo voluto mostrare come le idee cospirative politiche, così reali, così concrete, dilatate e ‘proliferanti’ possono in realtà appartenere all’universo più intimo e celato della psiche umana. Ma Dostoevskij aveva gettato i primi semi. Crediamo di averlo mostrato anche con la fascinazione di Malaparte per la ‘Tecnica del colpo di Stato’, ma anche attraverso la disperata inquietudine di Pasolini di fronte alle manifestazioni degeneri e segrete del Nuovo Potere. Il sociologico e il politico possono essere terribili e miti manifestazioni dell’intimo e possono ossessionare con i propri fantasmi non solo gli inconsci collettivi, ma anche quelli del mero individuo con la sua storia personale e irripetibile.

(fine)

(qui il pdf del saggio)

(qui la quinta parte del saggio)


[1] Cfr. G. Zigaina, le cui tesi, nonostante tutto, sono molto suggestive: Id., Pasolini e la morte: mito, alchimia e semantica del «nulla lucente», Venezia, Marsilio, 1987; Id., Hostia: Trilogia della morte di Pier Paolo Pasolini, Venezia, Marsilio, 2005.

[2] Questa è la teoria formulata da Giorgio Galli in Piombo rosso (Milano, Baldini Castoldi Dalai), che si pone acutamente a metà tra la teoria puramente cospirativa (le Brigate Rosse non erano solo infiltrate dagli apparati di sicurezza, ma eseguivano gli ordini di questi ultimi) e l’idea classica sul terrorismo (si trattava di un gruppo formidabile e fanatico di terroristi che riusciva a mettere in scacco i servizi di intelligenza di ogni tipo). La teoria di Galli si avvicina in parte all’idea di Webster Tarpley sul ‘terrorismo sintetico’: ricordo che Tarpley scrisse proprio un saggio sul sequestro Moro e accumulò le sue esperienze nel campo del terrorismo internazionale e della ‘strategia della tensione’ proprio nell’Italia degli anni Settanta.

[3] R. Carnero, Morire per le idee: Vita letteraria di Pier Paolo Pasolini, Milano, Rizzoli, 2010, p. 178.

[4] Ivi, p. 180.

[5] Ivi, p. 181.

[6] Cfr. G. L. Bianco – s. rizza, Da Cefis a Gelli, in Profondo nero, cit., pp. 256-67.

[7] P. P. Pasolini, Petrolio, A cura di S. De Laude, con una nota filologica di A. Roncaglia, Milano, Mondadori, 2005, p. 106.

[8] Ivi, p. 108.

[9] Ivi, p. 111.

[10] Ivi, p. 115.

[11] Ivi, p. 126.

[12] Ivi, p. 127.

[13] G. D’Elia, Il Petrolio delle stragi: Postille a «L’eresia di Pasolini», Milano, Effigie, 2006, p. 37.

[14] Cfr. Giuseppe Lo Bianco –Sandra Rizza, Profondo nero: Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato, Milano, chiarelettere, 2009.

[15] P. P. Pasolini, Scritti corsari, Con prefazione di A. Berardinelli, Milano, Garzanti, 1990, pp. 88-89.

[16] G. D’Elia, Il Petrolio delle stragi, cit., p. 38.

[17] P. P. Pasolini, Scritti corsari, cit., p. 88.

[18] G. Galli, La venerabile trama: La vera storia di Licio Gelli e della P2, Torino, Lindau, 2007, p. 46.

[19] Cfr. il film di M. Monicelli, Vogliamo i colonnelli (1973).

[20] G. Galli, La venerabile trama, cit., p. 48.

[21] Cfr. P. Verdugo, Salvador Allende: Anatomia di un complotto organizzato dalla Cia, Traduzione di Pino Cimò, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2003.

[22] Ivi, p. 58.

[23] Ivi, p. 59.

[24] P. P. Pasolini, Scritti corsari, cit., p. 134.

[25] Cfr. P. P. Pasolini, 18 febbraio 1975. I Nixon italiani, in Scritti corsari (1975), Prefazione di Alfonso Berardinelli, Milano, Garzanti, 1990 (19956), pp. 135-40.

[26] L. Sciascia, L’affaire Moro (1978), Palermo, Sellerio, 2009, p. 154.

[27] Ivi, p. 156.

[28] J. L. Borges, Ficciones, Buenos Aires, Emecé Editores, 1996, p. 101-02.

[29] P. P. Pasolini, Lettere luterane (1976), Presentazione di G. Crainz, Milano, Garzanti, 2009, p. 124.

[30] Ivi, p. 123.

[31] Ivi, p. 127.

[32] Ibidem.

[33] Ivi, p. 164.

[34] P. P. Pasolini, Petrolio, cit., p. 469.

[35] P. Verdugo, Salvador Allende: Anatomia di un complotto organizzato dalla Cia (2003), Traduzione di P. Cimò, Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2005, p. 104.

[36] P. P. Pasolini, Petrolio, cit., p. 598.

[37] Ivi, p. 469.

[38] Cfr. S. Flamigni, Trame atlantiche – Storia della Loggia massonica segreta P2, Milano, Kaos, 2005.

[39] P. P. Pasolini, Petrolio, cit., p. 470.

[40] Ivi, p. 483.

[41] P. P. Pasolini, Scritti corsari, p. 89.

[42] P. P. Pasolini, Petrolio, cit., p. 577.

[43] R. Arlt, Los lanzallamas, cit., p. 129.

[44] Ivi, p. 127. «E io voglio la rivoluzione. La rivoluzione che si compone di fucilazioni, stupri di donne per le strade da parte delle folle inferocite, saccheggi, fame, terrore. Una rivoluzione con una sedia elettrica in ogni angolo. Lo sterminio totale, completo, assoluto, di quegli individui che difesero la casta capitalista».

[45] Cfr. R. Arlt, He visto morir, in «El Mundo», 2 febbraio 1931. Sull’influenza dell’anarchismo nell’immaginario arltiano si veda G. S. Close, La Imprenta Enterrada: Baroja, Arlt y la Imaginación anarquista, Rosario, Beatriz Viterbo, 2000.

[46] R. Arlt, Los lanzallamas, cit., p. 204. «Io non sono un sostenitore delle bombe… preferisco i gas. Voi, i terroristi, sempre siete arretrati in quanto a materiale distruttivo. Perché non vi dedicate a studiare la chimica? Perché non fabbricate gas? Il cloro combinato con l’ossido di carbonio forma il fosgene. Insistite con le bombe. Le bombe andavano molto bene nell’anno 1850…; oggi dobbiamo marciare con il progresso. Che disastro può provocare lei con il petardo che ha tra le mani? Nulla o molto poco. In cambio con il fosgene… Il fosgene non fa rumore. Non si vede nient’altro che una piccola cortina giallo-verdognola. Un sottile odore a legno marcio. Al respirarlo gli uomini cadono come mosche».

[47] Ivi, p. 273. «Pensa che i profeti avessero ragione quando facevano cadere sulle città prosciugate dall’immondizia le loro ipotetiche piogge di fuoco tra fetori di acido solforico».

[48] Cfr. pp. 122-23 di questa tesi.

[49] G. Galli, Pasolini comunista dissidente: Attualità di un pensiero politico, Milano, Kaos, 2010, p. 169.

[50] R. Arlt, Los lanzallamas, cit., p. 316. «Dimmi francamente, hai mai pensato qualche volta nel Gesù ambulante, il Gesù barbone?».

[51] Ivi, p. 371. «dell’agitatore e falsario Alberto Lezin».

[52] S. Gostautas, Roberto Arlt: novelista de la ciudad. [Spanish text]. New York University, Ph. D., 1972, Language and Literature, modern. University Microfilms, a xerox Company, Ann Arbor, Michigan. P. 309. «Riassumendo, l’Astrologo è un personaggio di grandi qualità fisiche e intellettuali, l’unico che era predestinato a trionfare. È il personaggio che più parla nel romanzo; Erdosain pensa, ma l’Astrologo dialoga, tutti si rivolgono a lui, è quasi il personaggio centrale del romanzo, dato che persino il protagonista è manipolato da lui. Il narratore tende a presentarlo come un folle o un agitatore volgare, ma man a mano che avanza il romanzo, il personaggio gli scappa dalla mani, come se l’autore si sentisse schiavo della sua creatura, le cui straordinarie qualità di capo e organizzatore lo schiacciano».

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Primo De Vecchis (San Benedetto del Tronto, 1982) è dottore di ricerca in “Letteratura Comparata e traduzione del testo letterario” (Università di Siena). Ha partecipato al progetto di trascrizione del Diario inedito di Mario Tobino, a cura di Paola Italia. Ha scritto una Nota Storica al romanzo di Tobino, Gli ultimi giorni di Magliano (Mondadori, 2009). Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni su riviste («Caffé Michelangiolo», «Nuova Antologia», «Otto/Novecento», «Rivista di Letterature moderne e comparate», «Paragone Letteratura»). Si è occupato anche di autori ispanoamericani come Roberto Arlt ed Ernesto Sábato.

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