I LIBRI DEGLI ALTRI n.72: La tentazione e la lussuria. Donatella Bisutti – Alberto Schiavi, “Tentazione (Lussuria)”

Donatella Bisutti – Alberto Schiavi, Tentazione (Lussuria)La tentazione e la lussuria. Donatella Bisutti – Alberto Schiavi, Tentazione (Lussuria), prefazione di Wolfango Testoni, Piateda (Sondrio), CFR Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Questa breve quanto intensa plaquette di versi di Donatella Bisutti, impreziosita da una serie di disegni di Albero Schiavi, si apre con una dichiarazione sentimentale dal taglio categorico, forse aspro, forse intenerito dal dolore di vivere:

«Amo il mio amore. Amo il mio amore, non te che mi assomigli / ma lui guerriero che ogni volta / vince / con un colpo ottuso. / Non astuto, né abile: / violento, illuso»[1].

L’amore è visto interamente come lotta, conflitto, forse dolore, forse violenza cieca e senza scampo, sicuramente non la métis, l’astuzia dell’antico greco Ulisse, piuttosto la rievocazione e il ricordo della pénia di Eros che, povero e irsuto, tuttavia irretisce, strazia, convince, affascina, trattiene.

Scrive Wolfango Testoni nella sua Prefazione al testo di Donatella Bisutti che la cifra stilistica del libro è annunciata fin dal suo primo verso e da esso imposto a tutto quello che gli seguirà:

«”Amo il mio amore, non te che mi assomigli”, in un solo verso la caduta dell’illusione, il rumore di uno specchio rotto. Il “canzoniere” si dipana tra ferite e carezze, ambiguità e promesse, perché la fatica del dire l’Altro è soprattutto la fatica di se stessi. Vi si avverte un disincanto maturo, una lussuria sacra, dove il vizio capitale, che dà nome alla raccolta, è quotidiana esperienza. I titoli delle diciassette poesie – Eclissi, Tentazione, Limiti … – annunciano un desiderio, ora lento, ora accelerato, in balia di un Eros che, non senza dolore, nutre e rinnova»[2].

Ma la tentazione della lussuria non è la lussuria stessa, bensì il suo precorrimento, la sua attesa come visita di un messaggero celeste, come capacità di far risuonare nel corpo un empito e un richiamo che la rendono azione salvifica ed espressiva di possibilità che vanno al di là del puro desiderio e che attingono sovranamente al “piacere eterno” (quello invocato da Zarathustra).

Esaminando con attenzione qualcuno dei testi lirici della Bisutti si giunge compiutamente ad accettarne (e ad accertarne) il valore euristico e non soltanto sintomatico della condizione umana:

«Ti amo breve parola. Ti amo – breve parola di tre lettere. / Labbra che si schiudono / e si chiudono, per subito schiudersi di nuovo / come un mordere. / E’ dunque un divorare soltanto ? / oppure un fare entrare /l’esterno in sé, / accettare / di essere luogo di passaggio, / uno dei tanti transiti / del mondo ? »[3].

E’ l’eterna domanda degli amanti: l’amore è qualcosa attraverso il quale si passa (si trascorre) da un corpo all’altro, dalle labbra dell’uno a quelle dell’altra oppure, in ogni caso e in ogni modo, è un trascorrere di corpi, di sessi e di anime che si contengono e si accettano reciprocamente, concedendosi di vivere in contiguità serrata e pressante, in un tentativo di fondersi o almeno di ritrovarsi interiormente. L’Altro da sé, dunque, ciò che si desidera e non si è (ancora), diventa, in questo modo, parte integrante di qualcuno che se lo rappresenta come un elemento del proprio stesso essere per riuscire, di conseguenza, a configurarsi come una duplice entità che vorrebbe presentarsi come una sola, riverberandosi reciprocamente nel proprio piacere e nel proprio destino.

Così come dalla tentazione si passa all’atto di amare, dall’amore si torna al desiderio:

«Come s’accorda un colore ad un colore. Come s’accorda un colore ad un colore / così io cerco di accordarmi a te / e combaciare / senza urtare il pieno contro il pieno / per soverchia abbondanza / od allargare il vuoto»[4].

L’amore non consiste, nella poesia della Bisutti, nel giustapporsi o nel sostituirsi l’uno all’altra ma nell’ “accordarsi” e nel completarsi come i colori riescono a fare quando diventano complementari. Il pieno o il vuoto non sono la sostanza dell’amore ma lo sono l’armonia degli opposti e il loro incontro dove il troppo o il troppo poco risuonano a vuoto se troppo bruscamente risvegliati.

Di conseguenza, in amore, conta la complicità e l’intesa furtiva, come di amici che intendano compiere di comune accordo un’impresa notturna o di ladri che vogliano appropriarsi di qualcosa che sentono appartenergli intimamente ma non possono rivelare.

Gli amanti sanno che il loro rapporto è troppo importante per farne mercimonio con tutti rivelandone troppo apertamente particolari o momenti significativi.

La condivisione, dunque, esclude che troppi altri siano partecipi della loro intimità ed essa sprofonda nel segreto che la rende più preziosa e più bruciante.

Se l’amore è “una malattia” (come sosteneva Stendhal nel suo De l’amour), la sua cura ottimale (o forse l’ultima) sta nell’accettarne tutte le possibili conseguenze:

«Solo sollievo proprio a questo male. Solo sollievo provo a questo male / che è amarti, / quando con fierezza l’accetto / ed è come / caricarsi un peso sulle spalle. / Più leggero si fa / e quella sola / felicità che posso provo. / Allora / uguale cosa / sofferenza, gioia»[5].

La tentazione è, dunque, nell’accettare in parti uguali il dolore e il piacere, la “sofferenza” e la “gioia”, accontentarsi del peso del rapporto piuttosto che condividerlo compiutamente.

Ma questa tentazione squilibra il senso stesso della relazione e la rende inquietante desiderio di caricarsene il peso. Ma in confronto ad essa poco o nulla c’è da fare: amare significa anche sobbarcarsi la fatica di vivere una felicità solitaria che non sempre è condivisa interamente.

Ma se la relazione rischia di essere sbilanciata da una parte sola, allo stesso modo, essa conosce i suoi momenti più fulgidi e di possente tenerezza quando ritrova la propria grandezza proprio nei limiti che essa si pone e che le risultano necessari proprio per eccitare il desiderio di condurla in porto – le limitazioni che la costituiscono sono anche quelli che producono maggior piacere:

«Limiti. Prima abbiamo fissato lo spazio / della stanza d’albergo / con gli scarafaggi nel bagno / a ovest fino al chiosco sul molo / di vetro trasparente / a est la terrazza della scuola cranica / all’ombra della glicine. / Poi abbiamo fissato il tempo / fino alla sera di domenica / quando tutti si sono sparpagliati / alla discesa dal battello / dopo essersi scambiati gli indirizzi / e in quello spaziotempo / abbiamo fatto precipitare la tempesta / che ci ha sorpresi sconosciuti e nudi / intensa e breve / si è dileguata»[6].

Di tutta questa tempesta emotiva, nei corpi che godono e nelle anime che soffrono delle stesse sensazioni, la pittura di Alberto Schiavi è testimone muto ma assai efficace, mostrando con l’emozione che i suoi colori suscitano e con la rappresentazione dei sentimenti che ne conseguono, la complessa rete che costituisce e configura il difficile equilibrio che rende una relazione d’amore degna di diventare oggetto ineludibile di poesia e di canto, di lirica commozione e di abbandono alla vita che i corpi vivono insieme alle loro anime deste e sostenute da autentici affetti di condivisione. In questo modo, tentazione e lussuria si tengono per mano e verificano in modo concreto la loro verità per tutti gli esseri umani.


NOTE

[1] D. BISUTTI – A. SCHIAVI, Tentazione (Lussuria), prefazione di Wolfango Testoni, Piateda (Sondrio), CFR Edizioni, 2013. p. 9.

[2] W. TESTONI, Prefazione a D. BISUTTI – A. SCHIAVI, Tentazione (Lussuria) cit. , p. 5.

[3] D. BISUTTI – A. SCHIAVI, Tentazione (Lussuria) cit. , p. 21.

[4] D. BISUTTI – A. SCHIAVI, Tentazione (Lussuria) cit. , p. 13.                                                                                                                                                                                                                              [5] D. BISUTTI – A. SCHIAVI, Tentazione (Lussuria) cit. , p. 19.

[6] D. BISUTTI – A. SCHIAVI, Tentazione (Lussuria) cit. , p.  29.

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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