I LIBRI DEGLI ALTRI n.73: Giovani e già maledetti? Aa. Vv. “Toscani maledetti”

Aa. Vv. Toscani maledettiGiovani e già maledetti? Aa. Vv. Toscani maledetti, a cura e con un’ Introduzione di Raoul Bruni, Prato, Piano B Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Ventuno giovani scrittori under quaranta si allineano in ordine alfabetico in questo interessante volume antologico coordinato e introdotto da Raoul Bruni. Si va da Simona Baldanzi a Marco Simonelli in un’alternanza di storie più o meno lunghe (nel caso di Simonelli si riscontra  l’eccezione di un poemetto narrativo) che intendono fare il punto su una generazione di “scrittori precari” e sulle loro potenziali variabili stilistiche e diegetiche.

Nella sua buona introduzione, Bruni dichiara esplicitamente di rifarsi alle intuizioni contenute in un ormai classico (quanto ormai non troppo facilmente reperibile) volume di saggi di Carlo Dionisotti[1]:

«In generale, le antologie che documentano le nuove scene narrative regionali non sono molte; l’editoria tende piuttosto a privilegiare antologie di carattere tematico, incentrate perlopiù su argomenti imposti dalle mode del momento. Eppure puntare sulla geografia – in linea con un filone critico sempre più fiorente che rimonta agli studi pionieristici di Carlo Dionisotti – può forse aiutare a conferire a una scelta antologica di ambito contemporaneo una base più coerente meno effimera»[2].

I “toscani maledetti” del titolo di questa raccolta miscellanea riecheggia – come è facile intuire – il titolo di una delle più fortunate opere di Curzio Malaparte, quei Maledetti toscani del 1957, che trasformò il già mitico scrittore pratese in una sorta di leggenda vivente della “toscanità” letteraria.

Non a caso il volume curato da Bruni reca come epigrafe una frase tratta proprio da quel libro una volta famoso e letto come una sorta di Baedeker della cultura e dei costumi della Toscana:

«Se è cosa difficile essere italiano, difficilissima cosa è l’esser toscano»[3].

Ma essere “toscano” non è (o non è soltanto) una “categoria dello spirito” quanto una dimensione culturale molto concreta, legata a luoghi e a città, paesi, monumenti, momenti culturali e anche espressioni di un sapere radicato in profondità, fin dagli albori della civiltà comunale.

E’ anche vero che proprio questo così forte radicamento può creare difficoltà agli scrittori che si sono formati e vivono in Toscana (come quelli di cui l’antologia di Bruni espone testi significativi):

«Già alla fine degli anni Ottanta , Luigi Baldacci, grande critico fiorentino non certo sospettabile di inclinazioni campanilistiche, si chiedeva “che cosa abbiano i toscani rispetto ai cittadini delle altre regioni; certo” – aggiungeva – “ hanno una difficoltà in più, che è quella di non saper trovare un ascolto benevolo da parte di una cultura dominante che privilegia le voci periferiche specialmente la tradizione lombarda, da Dossi a Gadda, e ostenta un’indifferenza pianificata per tutti quei fatti e quegli istituti linguistici che rappresenterebbero – ed è appunto il caso della Toscana – la norma e la regola, e quindi l’inespressività di contro alla sperimentazione e all’infrazione” (L. Baldacci, Ottocento come noi, Rizzoli, 2003). Che molti dei grandi narratori toscani del Novecento siano stati a lungo sottovalutati è un dato di fatto difficilmente contestabile»[4].

Ma se Baldacci ha certamente ragione nel rivendicare questa difficoltà, è anche vero che alcuni autentici talenti narrativi e/o saggistici come Giovanni Papini o Curzio Malaparte (e aggiungerei al novero anche Emilio Cecchi) fecero anche piuttosto poco per valorizzare la loro “toscanità” (se si esclude la tarda palinodia dello scrittore pratese che pure aveva esordito nell’orbita di Strapaese con Mino Maccari, Leo Longanesi  e i  loro discepoli) per dimostrare, invece, la loro dimensione più intrinsecamente nazionale e poi europea nei loro diversi ambiti produttivi.

Lo stesso Malaparte può essere, infatti, considerato, negli anni del fascismo, il più marcatamente “europeo” degli intellettuali italiani in patria (in buona compagnia con l’amico Piero Gobetti) e, per questo, gli andrebbero riconosciuti meriti ben maggiori di quanto oggi venga fatto.

E’ però anche vero che il suo legame con la Toscana si tramutò nel corso del tempo più in un’aspirazione nostalgica alla sua giovinezza ormai trascorsa che in un legame di autentica e radicata volontà di adesione alle esigenze del territorio in cui era nato.

Lo stesso si può dire di Papini, Prezzolini e Cecchi (fa forse eccezione il solo Soffici).

Ma, mettendo da parte la questione delle “radici storiche”, va detto che la loro “toscanità” i ventuno autori della raccolta la esprimono non tanto con un impossibile ritorno al culto di Strapaese quanto con un tentativo di innovazione linguistica, letteraria e stilistica che è, questa sì, tipica del genius loci. Non si tratta, in realtà, del recupero delle diverse forme dialettali, di espressioni e di modi di dire localistici (che hanno fatto la fortuna della “commedia toscana” al cinema negli anni ultimi del secolo scorso e di Marco Malvaldi nell’immediato presente[5]) ma dell’adesione a un modello letterario che caratterizza gli scrittori di questa regione. E, infatti, Bruni ha fatto bene a ricollegarsi a un’antologia oggi dimenticata e che forse meriterebbe riproporre come quella di Pietro Panzacchi:

«Se, infatti, non mancano pregevoli antologie dedicate alla letteratura toscana dei secoli scorsi, e specialmente all’Ottocento (dalla classica silloge I toscani dell’Ottocento curata da Pietro Panzacchi nel 1924, a quelle più recenti approntate rispettivamente da Giorgio De Rienzo ed Enrico Ghidetti), assai rari sono invece i florilegi di ambito più contemporaneo (una delle poche, lodevoli eccezioni è costituita dall’antologia, del 2009, Scrittori pratesi del Novecento, curata da Ernestina Pellegrini e Francesco Gurrieri per Polistampa) ; mentre sarebbe addirittura impossibile indicare un solo repertorio antologico di un qualche rilievo dedicato alla letteratura toscana del nuovo millennio»[6].

Che cosa raccontano, in sostanza, i ventuno giovani presenti in questa antologia?

Nella maggior parte dei casi, il loro mondo, la loro vita presente e le storie dell’ ”universo particolare” che li circondano e da cui provengono, il loro ethos insomma (per usare un’espressione che era molto cara a Luigi Meneghello).

Marco Rovelli (Il silenzio del Male), racconta della sua volontà di evasione (“Massa è uno di quei luoghi da dove fuggire. O per andarsene in una grande città, o per ritirarsi in una solitudine più appartata”[7]) e della marginalità assoluta che ha conosciuto vivendo un rapporto di amicizia e odio insieme con un emarginato di quella città (un caso di Aids conclamato e irreversibile).

Al mondo delle Alpi Apuane si riferisce anche il racconto di Silvia Dai Pra’ dove il calcio e i primi amori la fanno da padroni (Il campione).

Simona Baldanzi racconta, invece, in La luna e l’acciaio, di ciminiere e di immigrazione, di dolore interiore e di incidenti sul lavoro, tutto in uno stile volutamente sobrio e senza alcun tentativo di patetismo (pur sempre in agguato con un simile argomento).

Flavia Piccinni, pugliese di nascita ma toscana d’adozione, racconta a suo modo di Lucca e delle difficoltà dell’integrazione (Terroni).

Fabio Genovesi (Ora sai nuotare) e Ilaria Giannini (Avrebbe fatto qualunque cosa) raccontano – come scrive Bruni – di un’altra Versilia, una zona della Toscana oggi ben lontana dall’essere ancora la località di villeggiatura famosa per il suo splendore vacanziero negli anni del boom e del Sorpasso di Dino Risi. Sascha Naspini racconta, invece, una Maremma selvaggia e poco ospitale nel suo Marito mio: una storia di miseria, di privazioni e di duro lavoro che non sfigurerebbe in un libro di Pardini. Anche Luca Ricci si impegna in una ricostruzione, tra l’ilare e il feroce (Scampolo d’estate), di una vicenda situata a cavallo tra due generazioni: la caparbia Rosa e suo nonno ancora desideroso di mostrare la sua verità.

Gregorio Magini si impegna nel suo Il Giacallo in un tentativo di mimesi linguistica dal fiorentino popolare mentre Cosimo Calamini, nel suo Diaccio, da bravo sceneggiatore di razza, racconta, in time lapse,  una storia d’amicizia iniziata nel 1982 e finita con un funerale nel 2013.

Emiliano Gucci (Una santa novella) narra una vicenda di ordinaria delinquenza mentre Ilaria Mavilla (Nenna), invece, si cimenta in un racconto d’amore e di sofferenza scandita nel suo percorso da parole insensate e incomprensibile che diventano il senso della vita per la protagonista ancora innamorata. Vanni Santoni in Sorgente delinea un breve percorso di vita cittadina a Firenze mentre Alessandro Raveggi (Il genio della griglia) si cimenta in una rievocazione di eventi bellici visti con gli occhi di un adolescente. Valerio Nardoni in I due soli dedica a Pisa una narrazione fatta di ricordi e di un apprendistato alla vita mentre Francesca Matteoni (Staràlfur) ambienta nel 1984 un racconto fatto di ricordi e ricco di nostalgia. Francesco D’Isa si propone con una storia tra il fantastico e l’apertamente surreale (Bilocale zona centro, stregato) e Diego Bertelli (Il sogno di Amanda) con una vicenda tesa tra la dolcezza del sogno e il tono realistico dell’aneddoto umano.

Per concludere, Pietro Grossi con una storia familiare collocata in un passato non troppo remoto ricorda così un episodio d’infanzia molto significativo (A certe cose ci pensi tardi).

Sono ventuno storie che si cimentano con altrettanti momenti di un panorama variegato e incerto quale è quello attuale situata in una dimensione narrativa che prelude al futuro: è un’antologia,  si può forse dire, che vuole presentarsi come la sintesi di una situazione ancora in movimento, aperta ai possibili sviluppi di una nuova generazione di scrittori in formazione che per ora promettono bene.


NOTE

[1] Cgr. C. DIONISOTTI, Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1967.

[2] R. BRUNI, Introduzione ad Aa. Vv. Toscani maledetti, a cura di Raoul Bruni, Prato, Piano B Edizioni, 2013, p. 8.

[3] Dichiarazione questa che fa il paio con l’affermazione che Sciascia mette in bocca a un suo personaggio in Il Consiglio d’Egitto del 1963 e che, in realtà, risulta poi essere di Vitaliano Brancati : “Come si può essere siciliani ? Con  molta difficoltà”. In realtà davvero difficile è riuscire ad essere italiani dato che l’Italia rimane pur sempre “un’espressione geografica”…  – come voleva il principe di Metternich.

[4] R. BRUNI, Introduzione ad Aa. Vv. Toscani maledetti cit. , p. 6.

[5] Anche se di Malvaldi si può dire che più che genericamente “toscano”, egli è intrinsecamente “pisano” con tutto quel che questo comporta e con i pregi e i limiti di un’operazione di questo tipo…

[6] R. BRUNI, Introduzione ad Aa. Vv. Toscani maledetti cit. , p. 7.

[7] M. ROVELLI, Il silenzio del Male in Aa. Vv. Toscani maledetti cit. , p. 167.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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