I LIBRI DEGLI ALTRI n.78: L’altrove della vita, il senso della poesia. Su “Achille Serrao”, antologia a cura di Luca Benassi

Achille Serrao, antologia a cura di Luca BenassiL’altrove della vita, il senso della poesia. Su Achille Serrao, antologia a cura di Luca Benassi, Novi Ligure (Alessandria), Puntoacapo, 2013

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di Giuseppe Panella

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Il punto di partenza della notevole Introduzione di Luca Benassi all’antologia di poesie di Achille Serrao uscita in limine mortis è la suddivisione in tre parti dell’evoluzione poetica dello scrittore romano (ma nato da una famiglia originaria di Caivano).

In questa triplice articolazione di moduli espressivi si può individuare il segreto rivelato della scrittura di Serrao e l’indubitabile fascino del suo mutamento di prospettive di poetica:

 

«Ad una prima fase legata all’ermetismo, all’interno della quale scorrono sottotraccia gli apporti del simbolismo e del surrealismo francese, ancorché mediati dall’esperienza luziana, segue nel 1987 l’adesione ad uno sperimentalismo che sembra voler far piazza pulita della scrittura precedente. Ed infatti, dopo aver accumulato materiali ed esperienze, ed aver pagato il debito con i propri padri (Montale e Luzi fra tutti), Serrao si accorge della compressione e dell’imbrigliatura delle strutture canoniche della poesia, orientandola alla forma poema e verso un tentativo di commistione e recupero della prosa. Si tratta, in realtà, di una stagione breve, inquieta e necessaria, che però si sviluppa maggiormente nell’esperienza in prosa, nel racconto, spesso (ir)risolto nel paradosso, nello smascheramento dell’assurdità della realtà borghese. Il 1990 vede la svolta dialettale»[1].

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Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana

La base di dati Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana, pubblicata online il 26 aprile 2007, si propone di raccogliere il più vasto – e per quanto possibile esaustivo – archivio virtuale di documenti di tal genere. Essa è costituita principalmente dal materiale contenuto nei fondi archivistici donati all’Istituto Nazionale per il Movimento di Liberazione in Italia da Piero Malvezzi (tra il 1985 e il 1986) e da Mimmo Franzinelli (nel 2005), ma nel corso degli anni si è arricchita di numerosa altra documentazione, messa a disposizione da archivi di enti e associazioni e da privati (nella maggior parte dei casi famigliari delle vittime).

via Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana | Banca dati INSMLI.

I LIBRI DEGLI ALTRI n.77: Dall’interno del corpo. Stefano Vincieri, “Dietro le quinte”

Stefano Vincieri, Dietro le quinteDall’interno del corpo. Stefano Vincieri, Dietro le quinte, presentazione di Valerio Nardoni, Firenze, Passigli, 2013

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di Giuseppe Panella

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Scrive Valerio Nardoni nella sua accorta Presentazione di questa quarta raccolta di Vincieri[1] che:

 

«In questo suo ultimo libro Stefano Vincieri, da dietro le quinte, assiste al crollo del corpo nel tempo e quello della parola nel silenzio, leggendo questo doppio movimento come un’unica danza verso il nulla, da cui è necessario risollevarsi. Come una ballerina che avesse inciampato durante uno spettacolo e dovesse ripartire sotto gli occhi di tutti, la caduta del poeta è il suo ritrovarsi in un insopportabile silenzio, con l’adrenalina dei sensi che si risvegliano e protestano tutti insieme»[2].

 

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Stéphane Mallarmé e l’esistenza dell’Ideale

Stéphane Mallarmédi Francesco Sasso

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Stéphane Mallarmé (1842-1898) esordì fra le file dei parnassiani di cui conservò anche in seguito il rispetto per la rigorosa versificazione. Nel suo famoso salotto di rue de Rome, in cui si riunivano i giovani poeti, predicò l’importanza del mondo delle idee e dell’esistenza di un ideale, combattendo gli errori di un’età scientifica: la poesia non deve essere incatenata dall’uso delle parole nel loro contesto usuale, l’immagine statica cara ai parnassiani deve essere liberata da un’idea fuggevole o anche dall’assenza, e l’immagine deve essere solo evocata da corrispondenti analogie. Ciò tuttavia non significa alcuna libertà soggettiva, in quanto tali analogie simboliche sono fissate in base ad un rigoroso soggettivismo, la cui ricerca è l’aspirazione e insieme il dramma costante di Mallarmé.

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DISPOSTI ALL’UBBIDIENZA. Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, “Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa”

Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressaDISPOSTI ALL’UBBIDIENZA. Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa, Milano, Mimesis, 2013

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di Giuseppe Panella

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L’obbedienza è una virtù, come lungamente ha sostenuto una tradizione di origine religiosa che parte con i Padri della Chiesa cristiana o è semplicemente l’”altra faccia” dell’ipocrisia, della pigrizia mentale e, in particolar modo, della mancanza di desiderio vitale? L’obbedienza è un fattore positivo della dinamica sociale in quanto permette alle strutture statuali di sopravvivere e operare proficuamente oppure è soltanto il nome che ha preso, in epoca moderna, la disposizione dell’eterno consenso umano all’oppressione tirannica? In che cosa consiste la “servitù volontaria”?

E’ quanto si chiedono Fabio Ciaramelli e Ugo Maria Ulivieri in un saggio denso e incisivo, ben fondato filologicamente e pieno soprattutto di inquietanti interrogativi.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.76: L’orgoglio di un poeta. Carlo Cipparrone, “Il poeta è un clandestino”

Carlo Cipparrone, Il poeta è un clandestinoL’orgoglio di un poeta. Carlo Cipparrone, Il poeta è un clandestino, Martinsicuro (Teramo), Di Felice Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Carlo Cipparrone è orgoglioso di essere (ancora) un poeta e lo si vede bene dalle pagine e dalle liriche che scrive in questo suo nuovo libro di poesie.

Nella sua Auto-introduzione poi è ardito nel precisare in modo forte e chiaro:

 

«L’autore, con sottile humour e, a volte, compiaciuta autoironia, compone consapevolmente da ‘perdente’ la sua poesia come fallimento e negazione, vivendo con discrezione la propria passione letteraria, col passare degli anni coltivata sempre più in segreto, perché capace di suscitare scandalo e irrisione, come un amore senile per una ragazza giovane e bella, qual è, appunto, fuor di metafora, la poesia. Il suo è un amore difficile, ‘proibito’, da consumare onanisticamente, sete dell’anima da spegnere in disparte. Egli non soltanto concorda con chi ritiene che “l’esistenza artistica non ha bisogno di grandi palcoscenici, anzi il suo palcoscenico preferito è la solitudine, come attesa di una comunicazione migliore, e che quest’attesa non soffre se è continuamente differita, e più la comunicazione con l’altro e col mondo viene rinviata, più migliora quella con se stessi” [Gregorio Scalise], ma condivide la teoria beckettiana che unico dovere per lo scrittore sia “andare incontro al fallimento, soccombere all’inesprimibile, e quanto più saprà avvicinarsi allo scacco, tanto più avrà svolto al meglio il suo compito”»[1].

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L’allegoria comunista del poeta Emilio Piccolo

Emilio Piccolo

Emilio Piccolo

a Emilio Piccolo

non sempre chi va via va via

tu andandotene sei rimasto

a.c.

L’allegoria comunista del poeta Emilio Piccolo

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di Antonino Contiliano

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È vero, la globalizzazione capital-neoliberista ha cambiato molte cose. Nessun stile di vita, singolare e sociale, dentro e fuori i confini di ciascuno popolo, è rimasto indenne. In questo passaggio, – che, tra XX e XXI, ha toccato strutture e sovrastrutture modificandole profondamente, – se da un lato rimangono costanti i rapporti di identità e potere del capitalismo egemone, dall’altro, a fronte dell’avanzare della comunicazione di massa, gestita dai nuovi media e “nuovi intellettuali collettivi organici” – tv e www –, il linguaggio e il pensiero della cultura e della ricerca critica, pur perdendo i vecchi punti di riferimento, aprono altre prospettive di revisione e progettazione. Il rullo compressore dell’azione neoliberale e ipermoderna ha impoverito ogni linguaggio; ogni segno e parola hanno perso la profondità per far spazio agli algoritmi della velocità digitale, piegandoli solo ai mercati e ai conti dei costi e ricavi di classe, alle identità dequalificate e degradanti dell’omogeneizzazione della finanza e dei salotti dell’audience. La logica dello scambio e della valorizzazione capitalistica, rivoluzionandosi, ha cambiato sola forma. La sostanza è rimasta invariata; anzi si è fatta più triste e perversa: la liberalizzazione, e non solo per caso, si è trasformata in una gabbia elettroinformazionale di disciplina e controllo più pervasiva e diffusa che mai.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.75: Frammenti, personaggi, insussistenze. Vanni Santoni, “Personaggi precari”

Vanni Santoni, Personaggi precariFrammenti, personaggi, insussistenze. Vanni Santoni, Personaggi precari, con una postfazione di Raoul Bruni, Roma, Voland, 2013

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di Giuseppe Panella

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In tempi di precariato diffuso e considerato come una condizione ormai insuperabile e senza possibilità di uscita da essa fors’anche da quegli stessi che la subiscono impotenti e attoniti (e come potrebbero fare altrimenti in una situazione di crisi permanente com’è quella che stiamo tutti vivendo?), anche i personaggi narrativi rischiano di fare la stessa fine.

Ne è una prova lampante questo piccolo e affascinante volumetto di Vanni Santoni che riprende un’impresa narrativa già iniziata parecchi anni prima e la porta a un primo (quanto anch’esso precario compimento). Ma va anche detto che le ragioni di questa precarizzazione dei personaggi di storie e vicende narrative ha anche ragioni, intrinsecamente stilistiche piuttosto che sociologiche, più profonde e legate allo stile di scrittura (multiforme e sperimentativi) di Santoni stesso.

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