L’allegoria comunista del poeta Emilio Piccolo

Emilio Piccolo

Emilio Piccolo

a Emilio Piccolo

non sempre chi va via va via

tu andandotene sei rimasto

a.c.

L’allegoria comunista del poeta Emilio Piccolo

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di Antonino Contiliano

.

È vero, la globalizzazione capital-neoliberista ha cambiato molte cose. Nessun stile di vita, singolare e sociale, dentro e fuori i confini di ciascuno popolo, è rimasto indenne. In questo passaggio, – che, tra XX e XXI, ha toccato strutture e sovrastrutture modificandole profondamente, – se da un lato rimangono costanti i rapporti di identità e potere del capitalismo egemone, dall’altro, a fronte dell’avanzare della comunicazione di massa, gestita dai nuovi media e “nuovi intellettuali collettivi organici” – tv e www –, il linguaggio e il pensiero della cultura e della ricerca critica, pur perdendo i vecchi punti di riferimento, aprono altre prospettive di revisione e progettazione. Il rullo compressore dell’azione neoliberale e ipermoderna ha impoverito ogni linguaggio; ogni segno e parola hanno perso la profondità per far spazio agli algoritmi della velocità digitale, piegandoli solo ai mercati e ai conti dei costi e ricavi di classe, alle identità dequalificate e degradanti dell’omogeneizzazione della finanza e dei salotti dell’audience. La logica dello scambio e della valorizzazione capitalistica, rivoluzionandosi, ha cambiato sola forma. La sostanza è rimasta invariata; anzi si è fatta più triste e perversa: la liberalizzazione, e non solo per caso, si è trasformata in una gabbia elettroinformazionale di disciplina e controllo più pervasiva e diffusa che mai.

Ma non mancano le resistenze, le testimonianze oppositive e gli antagonismi che aprono i confini dei vecchi territori come la pelle di un singolo corpo. Le denunce e i sabotaggi della molteplicità, che i rivolgimenti epocali rimescolano come quello dei nuovi corpi elettronici del nuovo pianeta Internet, scalfiscono poco, è vero, le politiche identitarie, securitarie e carcerarie di cui si serve il potere egemone per arginare le controtendenze. Tuttavia gli sviluppi delle nuove guerre padronali, tese a colonizzare i territori mentali e immaginari dell’uomo globale, prima che le geografie nazionali e la fine della storia, non hanno chiuso la partita a loro favore.

L’operatività del mercato mondiale competitivo e privato, ultima droga d’eccellenza, legalizzata e protetta come sola salvezza del pianeta e dei suoi abitanti umani, non ha risparmiato nessun settore della produzione scientifica e umanistica: ogni branca e dimensione della vita individuale e sociale è trattata come un duttile metallo per produrre profitti e rendite, funzionali sia alla perpetuazione del sistema che ai suoi congegni di governance privati e di management efficientista. La governance amministra le relazioni umane e le sue espressioni come cose e curve statistiche di banche e borse. A tale prassi economico-finanziaristica fanno dunque servizio non i saperi complessi dei soggetti umani e delle soggettivazioni singolari, ma quelli semplificati delle cose ridotte a numeri e grandezze; quelli che più facilmente baipassano i comportamenti di massa per addomesticarli con immagini di povertà e semplificata ignoranza politico-culturale, oltre che materiale. I più sono anime morte.

In questo habitat desertificante, eppure idea dominante, così, è chiaro che il non-quantitivo come la poesia della parola scritta e oralizzata con il suo pensiero raggrumato e denso di sensi non trova posto; nella civiltà dell’immagine estetizzata e spettacolare del capitalismo digitalizzato e digitalizzante persino gli anfratti più reconditi del cervello e dell’attività della mente sono a rischio di manipolazione sterilizzante i sensi.

È vero, le cose cambiano e anche le condizioni di far poesia. Gli stessi modi si pluralizzano. Per non farsi emarginare, si è fatta visiva, concreta, sonora, elettronica, performativa… Ma in tutti questi processi non ha mai rinunciato alla sua complessità di pensiero, di azione e vericidità comunicativa propria. Si è fatta anche critica.

Poesia e poeti, come tu lo sei stato, anche se hanno cambiato forma e luogo restano. A testimoniarlo, unitamente alle tue scritture testuali poetico-letterarie, alle posizioni critiche che hai assunto per l’Italia sfregiata (usando la poesia e la parola), c’è anche il giudizio per la sua scuola svenduta al mercato della “Cacania” trionfante.

Di tutto questo, la tua opera – il lavoro poetico-critico che hai lasciato in formato di editoria cartacea ed elettronica (di indubbio valore) – ha lasciato segno. È un lavoro (poetico e narrativo) dove ironia e autoironia non sono stati un paravento bensì un laser corrosivo demistificante e permanente contro le maschere di comodo e del consenso. Così, in occasione del tuo “Cuore di Cristo” (il racconto di addio alla scuola dove avevi insegnato per una vita), nel non lontano 2005, – tu che giravi anche con il nome di Luther Blissett, – ti scrissi: “Cristo!, che Cristo al miocardio!”:

 

«Con Eraclito, ma anche con Musil della “Cacania” o altri…, due parole e qualche riflessione su “Cuore di Cristo” di Luther Blissett, pubblicato su www.vicoacitillo.it.

 

Questo racconto su Casalpurga e i suoi personaggi “grotteschi” e ridicolizzati, sferzati per i loro vizi, i loro tic e la loro ignoranza, è un vero serraglio che vede crescere il fior fiore del semenzaio stupidario “personificato” dai vari s-docenti sdicenti. Tutt’altro che autobiografica – consistenti e sintomatici i riferimenti culturali e storico-contestuali (passato/presente) extra-bios –, la narrazione è una microstoria che, emblematicamente, può benissimo saltare i ristretti confini di Casalpurga (rabelesiana) e l’esperienza diretta del narratore, Luther Blissett. Il tracciato, colto il modello storico-ideologico che non manca, può benissimo estendersi a tutti quei luoghi (e non sono rari, né unici) che non praticano neanche la “trasgressione del pensiero per accertarsi del piacere della sua esistenza o del “pompino” che una donna ti regala come atto d’amore fondendosi con il tuo caz…; che i “giganti non hanno bisogno dei nani sulle spalle” né dei comitati “di salute pubblica” alla Lucien de Rubempré (di stampo Opus Dei) che vigila “perché i vizi privati non rimangano solo privati ma siano pubbliche virtù” …

IRONIA e sarcasmo, – attenuati dal comico del quotidiano e dai doppi e tripli sensi, ma non per questo meno dirompenti, – sferzanti e “formativi” per personaggi che agiscono per cliché e adombrano formule manualistiche per cultura, sono il vero ordito di questo racconto, mentre lo stesso dice che i raccontati avrebbero bisogno di battezzarsi alle fonti del “Silenzio di Cage” e dell’immaginario critico e vissuto; e ciò almeno una volta, e prima di morire, specie se “uomo di mondo” come padre Corvino, come S. Ignazio, sperimenta per sé quello che poi impedisce agli altri.

 

Non manca l’autoironia, se Luther Blissett, congedandosi dagli auguri, all’insegna di una parodia dantesca, si autoschizza così:

 

[…] / ed è eccellente l’om che sè presume / d’aver le ali al volo e alla mignatta / ma matta sei tu anche amore mio / che di fellatio ed altro che non dico / riempi le mie notti e la mia mente / che nullo altro sente e ad altro tende / al punto dove il tutto coincide / la possa la fantàsia ed anche il velle / che come sempre è question di pelle / […] / ma Luther mo’ saluta e corre a nanna / auguri a Casalpurga e a zia Giovanna / auguri agli amici ed ai nemici / ma quando mai sarete un po’ felici?

[…] Auguri di Luther ai colleghi di Casalpurga, Mondialcasa, El Topo, Lucien de Rubempré, Ritratto di Signora, La bella Otero, Fortunata, Padre Corvino, Akakij Akakievic, L’uomo venuto dal nord… Non so se capirete ciò che dico. Un nuovo anno vi attende, verrà l’epifania, carnevale, un’altra primavera e un’altra estate e un altro autunno e un altro inverno, facendovi un po’ più vecchi, ma sempre eguali, e fedeli, nell’anno, nel decennio e nel millennio, ai ventenni che eravate. Perinde ac cadaver, si dice. Io dico, senza pretese, che i morti hanno una dignità che i vivi non hanno, che bisogna essere seri come può esserlo solo chi ha capito che nel cane di Bush è racchiuso il nostro destino.

Non so se capirete ciò che dico. Così passo a farvi gli auguri:

A Mondialcasa auguro che l’anno nuovo incrementi con le sue vendite dei prodotti per la casa la sua conoscenza di Seneca e Marguerite Yourcenaur le auguro anche che il marito non giochi più con gli aeroplanini

A El Topo auguro di trovare un Alcibiade da amare senza dover far finta di aver perso la testa per Frine gli auguro anche di laurearsi finalmente alla Sorbona

A Lucien de Rubempré auguro di diventare dirigente di Casalpurga e di non copiare più articoli da internet, gli auguro anche che la befana gli porti calzini grigioscuro e non rossi […]»

 

Dicevamo che le cose cambiano, e non si può non prenderne atto se non a prezzo delirante. Il clima lievita e, tra diastole e sistole, anche il modo di avvicinarsi all’arte e alla poesia, e di farle, è sottoposto dunque a cambiamenti. Il poeta però rimane e, irriverente, con il suo linguaggio, scavando e slargando lo sguardo, l’osservazione e la mente, turba il senso comune e i comportamenti in quiete come un coltivatore che sommuove la terra e le sue coordinate spazio-temporali. Il poeta, dice Foucault, “è colui che […] ritrova le parentele sepolte delle cose, le loro similitudini disperse. Sotto i segni stabiliti, e loro malgrado, afferra un altro discorso, più profondo, che richiama il tempo in cui le parole scintillavano nella somiglianza universale delle cose: la Sovranità del Medesimo, così difficile da enunciare, cancella nel suo linguaggio la distinzione dei segni” (Le parole e le cose, Rizzoli 1970, p. 64). Ma può essere pure un analogo del Palomar (o altri personaggi) di Italo Calvino; o uno con lo specchio dentro la gerla come nella metafora di Stendhal; o una specie di palombaro/archeologo dello spirito, un telescopio, un sonar, un radar e, insieme, uno che in mezzo alle distorsioni e alle amputazioni vorrebbe – come il Chisciotte ironico-allegorico – raddrizzare i torti e parteggiare con/per gli offesi e gli oppressi.

Emilio Piccolo, il tuo occhio vigile non ha trascurato di denudare la realtà mistificata dal discorso politico dei padroni, i predatori di sempre e pronti, lì, a non mollare mai la preda sul lavoro, le istituzioni, i poveri e la cultura per riassettare il proprio potere discriminatorio e di classe. Una lotta per il comando e il dominio. Sempre oppressori che, come sempre, nella loro economia politica, oggi quella dell’immateriale e del simbolico, usano le parole (sempre più assottigliate) e il loro campo semantico (sempre più ristretto e corto: meglio deprivarne le masse che arricchirne lo spettro e l’azione analitico-critica) come risorse produttive di profitti e rendite. Un esproprio-approprio privato diverso da quello dell’epoca fordista, ma sempre volto solo a proprio vantaggio; gli altri, quelli che non vendono più la loro libera capacità di forza-lavoro, perché diverso il modello postfordista cognitivista, tuttavia rimangono forza consumata e clienti-consumatori subordinati (servi; meglio se felici narcisi in competizione meritocratica individualistica) al mercato del profitto e della rendita deideologizzato, ovvero mediato come neutrale tecnica di governo sociale.

Fra i servi, come tu hai detto e scritto, Piccolo non piccolo, c’è anche chi si è accontentato di un “biscotto” o anche chi ha agito in segreto e clandestinità canagliesca (forse idea della stessa CIA americana?) per l’attentato alle “Torri Gemelle”, la madre di tutte le successive guerre democratiche e umanitarie e contra-migranti.

 

«Quando sono cadute le torri, / ho subito pensato che ci sarebbe stato un gran daffare / per i poeti: scrivere poesie, organizzare readings, / incidere cd che fra cento anni diano la prova / della sensibilità dei nostri tempi. E così è stato: / chi ha messo l’accento sul dolore, chi ha invocato / il dialogo tra le civiltà, chi dal lutto ha distillato / sublimi e meditati lamenti d’amore. / Bene, lo confesso. A me non importa niente degli ienchi / travolti dal crollo né di quanti afgani siano finiti / nel wargame di Bush. / Non mi importa neanche se l’antrace nelle lettere / ce l’ha messo Bin Laden o Sharon o è solo / una congettura di Bruno Vespa, / non mi importa se questo è il tramonto dell’occidente / o è l’alba dell’oriente, se il nuovo imbianchino / della storia da giovane faceva il pianista sull’oceano / o ad Hammamet. Tanto, fra poco è natale / e all’uscita del mio prossimo libro mancano / solo due mesi».

 

Poeta hai usato il linguaggio della poesia con arsi e tesi per urtare il senso comune, le identità senza più memoria e slancio per il progetto: le identità che si sono adagiate al quieto vivere e che nel quotidiano dell’effimero dei centri commerciali annegano ogni conato di rabbia e di vomito per ogni istante di vita bruciato dal deserto e dall’inverno dell’eterno presente estetizzato dell’esser-ci senza essere.

Avevi capito da sempre gli effetti della potenza delle nuove forme di comunicazione: quelle che insieme mettono in crisi le vecchie modalità di desocializzazione e ne aprono altre più complesse e dilatate fino a coinvolgere le relazioni umane oltre i confini delle singole sovranità nazionali! La tua scrittura poetica non ha mai perso però la misura della giusta politicità.

Soggetto di dissenso non ha mai dimenticato di denudare il re e le corti dell’audience cortigiana. Lo hai fatto anche quando scrivevi poesie dell’eros e del desiderio, o del dono e del desiderio come momento d’incontro con l’altro – pur non presente: “ci proverò a insegnare anche a loro che si / possono chiudere le stelle nelle mani e poi aprirle” –, sapendo e insegnando che non si scappa dall’esposizione al dolore. Nonostante ci sia anche chi, – dietro l’ideologia delle felicità del mercato, o colonizzato dalle logiche di marketing politico e dalle “sublimazioni” delle anime anestetizzate nei/dai flussi dei centri commerciali e delle lusinghe del tocca e fuga, – ha dimenticato anche i sogni (credendo che quello fosse il tempo e lo spazio dell’eternità felice), la tua consapevolezza di uomo, padre e poeta non ha smesso di scrivere i limiti che le verità ci mettono avanti.

Neanche in punto di morte hai dimenticato questa verità. A tuo figlio Andrea hai così dedicato una poesia d’amore e di distante bellezza illuministico-lucreziana: quella larga intelligenza e passione che può rendere solo chi ha coscienza della potenza dei limiti che illuminano. E di ciò non si può dire che sia alieno alla politicità della comunicazione poetica; se la parola poetica, come segno che apre e dirada il vuoto semantico, è sempre in relazione all’altro dell’essere-con-gli-altri, presenti o assenti, la poesia ad Andrea è un’allegoria che valica il confine del semplice affetto paterno per aprirsi ad un discorso verso il divenire della vita di tutti: una allegoria comunista.

 

«Io non potrò farci nulla quando il dolore ti colpirà / e farà con te come il mare fa con le alghe, la sabbia e gli scogli. / Starò male perché tu stai male ma attenderò vicino a te / che abbia prima o poi fine la notte in cui tutte le vacche sono nere. / Non potrò farci nulla neanche quando sentirai /che questo mondo, comunque sia, è stato fatto proprio per te / e la felicità ti renderà stupido come un animale / che per la prima volta vede un’eclissi di luna. / Sarò felice perché tu sarai felice e chiederò al primo dio / che accetterà la mia preghiera di perdonarti / se crederai che quell’attimo è l’eternità. / Mi chiederò qualche volta che ne sarà di te / quando non ci sarò più e immaginerò quelli che verranno / dopo di noi, nati da noi, fra cento e mille anni. / Mi chiederò qualche volta che ne sarà di te / Se saranno biondi, e se avranno occhi chiari o scuri, / e se saranno crudeli o teneri, come a seconda delle circostanze, / lo sono stato io, e lo sarai anche tu. / Fingerò di sapere anche che la morte non è la fine di tutto, / come vogliono i poeti, i santi e gli innamorati. / Giocherò con i tuoi figli e mi ci proverò a insegnare anche a loro che si / possono chiudere le stelle nelle mani e poi aprirle / e fare paff! e la stella è lì davanti a te, tutta tua, / prima di perdersi nel buio della notte. / Ma io non potrò farci nulla quando sarà l’ora di andare. Ti lascerò solo / con il tuo dolore. E con i ricordi / che mi faranno vivere ancora per trenta o sessant’anni ogni volta che ti / sembrerà di sentirmi vicino a te. / Poi sarà come se non fossi mai vissuto. Lo stesso accadrà a te. / Fra due o trecento anni solo noi sapremo / d’essere vissuti, ma non potremo raccontarlo a nessuno. (E. Piccolo, Paff! e la stella – per Andrea)

 

Un uso della politicità della poesia mirato, dunque (nell’insieme), allo svuotamento delle mistificazioni di comodo sia che il soggetto sia quello della propria maschera che quella dell’altro. In fondo, – scrive Alain Badiou, – “la politica è (…) come può esserlo in effetti anche la poesia, una procedura di verità, allora sacralizzare i creatori politici non è né più né meno stupido che sacralizzare i creatori artistici” (L’ipotesi comunista, p. 103).

E solo per ricordare questo aspetto del tuo impegno (il tramonto delle vecchie forme di engagement non porta con sé quelle dell’impegno), qui è dovere dire del tuo apporto alla costruzione, pubblicazione e messa in rete delle opere poetiche collettive e anonime “Compagni di strada camminando ” (2003), “Marcha Hacker/Risata cyberfreak ” (2005), “ ’Elmotell blues ” (2007), “We are winning wing” (2012). Qui, per desacralizzare i sacralizzatori, un po’ come espropriare gli espropriatori, non ci siamo mai stancati di aggrapparci agli insegnamenti (rimasti indenni nel tempo della modernizzazione neoliberale) delle parole “profetiche” dell’“Ideologia tedesca”. Il capitalismo postfordista e dominante non ha smesso, infatti, di caricare dei valori della propria ideologia nessun aspetto della vita comunitaria. Sotto i colpi delle sue crisi cicliche, sempre più ravvicinate e travolgenti, la sua ideologia ora è quella unica del suo mercato (senza uomini e persone); l’ideologia del se-durre con la voce di non averne nessuna, in quanto ormai tutto sarebbe unicamente produzione e circolazione tecnica neutrale.

Ma non c’è parola, immagine, foto, etc. che possa essere semantizzata e incorporata se deprivata di sensi di soggettivazione e oggettivazione in itinere; nessun immaginario, individuale o collettivo, si muove in consenso o in dissenso se deprivato di ideologia o valori che diano un significato al proprio essere temporale e storico. Nessun sistema di vita artificiale ne è privo.

 

«Le idee della classe dominante so­no in ogni epoca le idee dominanti: cioè la classe che è la potenza ma­teriale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spiritua­le dominante. La classe che dispo­ne dei mezzi della produzione ma­teriale dispone con ciò, in pari tem­po, dei mezzi della produzione in­tellettuale, cosicché a essa in com­plesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi del­la produzione intellettuale. […] Gli individui che compongono la classe dominante posseggono fra l’altro anche la coscienza e quindi pensa­no; in quanto dominano come classe […] dominano anche come pensanti, come produt­tori di idee che regolano la produ­zione e la distribuzione delle idee del loro tempo: è dunque evidente che le loro idee sono le idee do­minanti dell’epoca. Per esempio: in un periodo e in un paese in cui potere monarchico, aristocrazia e borghesia lottano per il potere, il quale quindi è diviso, appare come idea dominante la dottrina della divisione dei poteri, dottrina che allora viene enunciata come “legge eterna” (K. Marx, Ideologia tedesca, pp.35-36)».

 

Oggi, tempo di ristrutturazione capitalistica globale, una delle dee politiche dominanti (e solo per un’indicazione fra le tante) è quella che si muove contro la divisione dei poteri. La divisione democratica (la democrazia della maggioranza rappresentativa) è considerata obsoleta, intralcio. Se la logica del mercato capitalistico è l’unica causa agente e finale e non ci sono ideologie alternative e parti conflittuali che confliggono per una nuova e diversa redistribuzione dei poteri e dei diritti, il “pensiero unico” allora non può non reclamare la fine della divisione dei poteri e pretendere per sé l’occupazione esclusiva e insindacabile di ogni ingranaggio della vita associata! Persino i diritti umani fondamentali diventano un ostacolo da eliminare.

E poi: se c’è una figura carismatica e un sistema unico che vale per tutti, che bisogno c’è dei disaccordi e degli antagonismi; se la produzione mira solo alla finanza e al possesso del solo denaro e la produzione non deve distinguere più tra tempo di vita libero e tempo di lavoro, che senso ha non essere tutti collaborativi, o posizionarsi a destra o a sinistra o di traverso?; se le invenzioni, le conoscenze, le parole e l’ordine simbolico sono oggi la sola forza produttiva della vita di relazione, la poesia, la letteratura, l’arte, l’utopia, il conflitto, l’antagonismo e l’azione critica, giocata pure dentro le pareti dell’edificio scuola, che ragione possono avere d’essere “valori”, se sono fuori dalla dominante amministrazione economicistica della vita?

Così la “Cacania” dell’“Uomo senza qualità” (R.Musil) egemonizza la scuola italiana e la stessa società: la nuova “Cacania” battezzata con il nome “Azienza-Italia-tre-“I” (“Internet, Inglese, Impresa”). Siamo nel regno esangue dei “bassotti” e dei “pentiti” d’ogni risma che vorrebbero seppellire definitivamente la memoria delle eresie e, in primis, l’eresia madre del “comunismo” e quella contestatrice e rivoluzionaria della cultura politica del ’68 come, nella sua veste di ministro (e esponente del Pdl), qualche tempo fa ha esultato la miope Maria Stella Gelmini.

L’oligarco-crazia egemone così non ha più bisogno della divisione dei poteri, né della critica, della ricerca e dei modelli alternativi, né di cittadini e intellettuali sovversivi e sabotatori. Ha bisogno solo di opinionisti integrati (saltimbanco d’assalto) utilizzabili anche come ministri del degrado funzionale; ovvero di sensali che anestetizzino il dissenso, quello che colpisce persino il “popolo” dei “sacri” valori della vecchia configurazione del vivere di classe e inter-classe, quello rappresentativo. La dialettica dei poteri di parte cioè che, indiretto esercizio, imbalsamava i rapporti consolidati, ed era tanto cara a quell’amministrazione tecno-meccanica che si dichiarava neutrale e imparziale nel comando della Legge.

Niente di tutto questo, però! Solo protagonisti e cloni del fascismo democratico. Basterebbe riportare la memoria ai fatti nefasti di Genova 2001, delle vergogne nazionali della scuola “Diaz” e delle torture consumate dai reparti speciali dalla polizia italiana nel quartiere di Bolzaneto, complice la politica dell’acquiescenza e del silenzio partecipato; quella che legittima l’oppressione e lo sfruttamento del libero mercato e senza Stato. Una demolizione delle difese e dei diritti cui ha contribuito qualche ex comunista (e presunto poeta, Sandro Bondi), il quale, per ricompensa alla partecipazione nella governance berlusconiana, e fra i tanti pentiti dei sogni del cambiamento, ora adibiti al bastonamento, ha avuto il “biscotto” di un ministero:

 

«L’amico aveva il padre che faceva il tubista, / e la vita se l’è sudata / per consentire al figlio di essere quello che ora è. / Uno che ha avuto l’intelligenza / di mandare a quel paese i sogni / con cui chi è giovane / crede di essere indispensabile alla felicità della specie / e ora, più concretamente, si dà da fare / per convincere chi gli è vicino e chi gli è lontano / che vivere ha senso solo se ce l’hai fissa nella testa / l’dea che la libertà è la merce più preziosa / che possa essere venduta nel gran bazar del mondo. // Parla bene l’amico, l’erre un po’’moscia / che hanno tutti quelli che indugiano sulla pronunzia / per persuadere chi ascolta che lo stile è una cosa seria, / il capo pelato che nella storia ha sempre distinto / gli eletti dello spirito, e della materia. // Nulla ricorda in lui il padre che faceva il tubista, / e la vita se l’è sudata / per consentirgli di essere quello che è. / Uno che è felice di avere fatto meno / dei sogni di quando aveva vent’anni / ed era sicuro che il mondo potesse essere cambiato. / Ora, quando si alza la mattina, / legge tutti i giornali, fa colazione, si veste a puntino / ed è subito pronto / per recitare nel gran bazar del mondo / la parte di chi è così felice / di essere il servo di scena che non si chiede chi è mai / il padrone che gli comanda di essere servo, e felice. // È felice, e basta. / Va in televisione, fa l’addetto stampa, / e parla sempre con la stessa voce, dice sempre le stesse cose. / Che i comunisti sono cattivi, e hanno rubato la gioventù / a chi solo perché aveva vent’anni credeva di essere eterno / e di poter cambiare il mondo. Che il mercato rende liberi, / e che un servo di scena può essere felice come il padrone, / e che sa bene come i servi sono simili a quei cagnolini, / e che scodinzolano non appena annusano l’odore del biscotto. // L’amico è una persona perbene. / Una che ha idee precise sulle questioni morali, / e su quelle biologiche. / Può dire la sua sulle staminali, sugli omosessuali, / sulla sicurezza negli stadi e su quella dei profilattici, / sicuro di trovare il consenso di chi è convinto / che dio qualche motivo doveva pure averlo / quando ha affidato la sorte della specie / a quelli che in suo nome si danno da fare / per persuaderci che dio c’è. / E non ha vergogna / di essere solo un servo che se il vento cambia / cambierà padrone come si cambiano calzini e mutande, / e andrà a raccontare al mondo che lui aveva un padre / e che faceva il tubista, e mentre lo faceva / forse sognava che prima o poi con ci sarebbero stati / più né servi nè padroni, né chi scondinzola come un cane / non appena annusa l’odore di un biscotto. (E. Piccolo, All’amico che aveva il padre tubista) »

 

Ma tutto questo non implica che l’azione di emancipazione e liberazione sia finita; che gli intellettuali, in tempi d’intellettualità diffusa e di rete, debbano ridursi a individui isolati, o fuori l’onda di un’azione di liberazione collettiva. Tu, Emilio Piccolo, amico e poeta in terra di camorra e morre e italiota governance, sei andato via lasciando testimonianza di attiva critica e controtendenza anti-individualistica in rete, mentre la morte, prima da lontano e poi sempre più da vicino, ti aveva preso di mira, senza perdere tempo. Così in pochissimo tempo il virus ha sciolto la tua vita, ma non la tua passione poetica e politica. Fino all’ultimo hai scritto poesie e tenuto in forza la sezione “Alexanderplatz” della rivista www.vicoacitllo.it. Qui, insieme, e con altri, abbiamo tentato di leggere la realtà vertiginosa del tempo che ci travaglia, nutrito speranze e utopie fuori stagione, ma non per questo infrequentabili e improponibili. Abbiamo letto, parlato e scritto come se speranza, conflitto e antagonismo non potessero morire; come se la cosiddetta “sinistra”, prima o poi, recuperasse l’opposizione e l’orgoglio delle eredità riviste e rilanciate. Ma nessuno si aspettava, e neanche tu, che destra e sinistra (o presunta sinistra), in questo 2013, governassero ufficialmente insieme l’Azienda Italia come un comitato d’affari tecnico, volto a depauperare il paese per nome e conto delle troike speculativo-bancarie dei padroni; che, desocializzando l’intersoggettività delle relazioni umane, si deculturalizzasse il paese; che, smantellando senza colpo ferire il welfarestate, si socializzassero le perdite per togliere ai poveri e dare ai ricchi; che si ristabilizzasse il potere di classe attraverso il debito pubblico, la finanziarizzazione complessiva della vita, la legalizzazione della criminalità economica e la violenza della sicurezza terroristica sotto la parola d’ordine della modernizzazione; che si fondessero destra e sinistra nella gaudium et spes della logica della crescita capitalistica naturalizzata; che si denigrasse e azzerasse il valore critico della cultura collettiva e si lasciasse lo scontro solo alle etiche indignazioni individuali senza mai raggiungere un vero taglio organizzativo all’altezza dei tempi. Certo, le indignazioni, sono resistenze vitali necessarie, ma non sono sufficienti: fuori l’orizzonte teorico-pratico di modelli alternativi comuni, e di valide rotture epistemiche, non c’è protesta che il sistema non digerisca.

Il suo potere di dominio, infatti, non si è privato di niente. Politica della sicurezza e terrorismo, scenari di guerra locali e sua teologia “infinita”: emergenze permanenti, voli segreti (Rendition – Detenzione illegale), guerre e torture umanitarie esportate all’estero; lotte per l’accaparramento esclusivo delle risorse; amministrazione della vita e della sopravvivenza (di tutti) discussa nei tavoli appartatti e protetti dei vari “G8”; violenza vecchia e nuova; morti per fame e armi (comunque ammazzati); anestetizzazione del dissenso e della critica e pratica del consenso; la fabbrica dell’immateriale e dei desideri che ha cambiato i termini delle identità soggettive-oggettive dei singoli, dei gruppi e dei popoli; la militarizzazione dello spazio, la scannerizzazione e le schedature delle identità, etc. Niente che sfugga ai dispositivi di controllo, dominio e soggezione, insomma!.

Nei grandi crocevia dei transiti contemporanei, porti o aeroporti, frontiere e confini, ma anche nella realtà multiculturale e del melting pot, della realtà virtualizzata, della biopolitica e del biopotere, la questione dell’identità e del suo riconoscimento, ora, si pone così nei termini di una tecnologia del controllo, quella che include gli amici e pratica l’esclusione o la “prigione” o la morte dell’Altro, il non integrato. La penalizzazione non è affatto diminuita. Anzi!

Sì, questo è rimasto lo stesso potere punitivo e di dominio! Anzi, beffardo, rispolvera la vecchia lingua mistificante della pragmatica dei “buoni”valori fondanti di una volta andati in malora e che, ora, invece, bisogna recuperare. Ma in nome di tutto questo si fa solo strage di ogni cosa!

La produzione e circolazione delle idee dominanti, per le immediate ricadute di politica globale e di sicurezza, così lavora, prevalentemente, a favore del proprio potere omologante; il potere teso cioè a conservarsi, integrare e assorbire le stesse eterogeneità delle identità interne-esterne e multiculturali aggiornando i vecchi strumenti rappresentativi “formativo-psico-somatici” di schedatura poliziesca, per poi procedere a codifica e decodifica manipolate e di comodo. I dati affluenti, personali e nazionali – la carta d’indentità –, oltre le impronte digitali, le varie informative (segrete) di spionaggio poliziesco, sono quelli raccolti pure con la scannerizzazione neuro imagining (una specie di radiografia che visualizza attraverso diagrammi e grafici le reazioni senso-emotive, variamente interpretabili, che hanno sede nel cervello) e l’assemblaggio del cloud comuting (nuvola informatica), ovvero la raccolta e l’aggregazione dei frammenti identitari che la rete dissemina attraverso i vari network sociali di web.2 e web.3. Si tratta della più recente codifica e decodifica delle identità, le cui chiavi di programmazione e lettura, però, sono solo nelle mani del potere dominante. Si tratta di un’identità mappata per astratta combinatoria di frammenti decontestualizzati; una identità formalizzata tutta interna e funzionale al tempo della vita sussunto interamente nella misura de tempo disciplinare, produttivo e linguistico digitalizzato del capitale neoliberista.

Una microfisica del sapere-potere di nuova generazione. Digitalizzando la persona di ogni singolo, uomo o donna, attraverso le misure cui sono ridotti i tratti psico-mentali e le reazioni emotivo-intellettuali e culturali, identificanti per esempio “spessori” di “aggressività”, “pericolosità”, socialità, cultura et alia specifici, – le cui tracce sono incise nella particolare morfologia fenomenica che assumono determinate zone del cervello, ma fuori dal contesto storico-materiale proprio che ne ha plasmato lo stato d’essere contingente, – le identità, eterogenee al sistema, non hanno più molti spazi di vita e di azione conflittuale e antagonista autonoma. La stessa retorica della diversità come “risorsa” diventa la parodia di una morte preannunciata.

Una carta d’identità psico-sociale e individuale, insomma, genetica e brevettata, e messa a punto per creare nuove frontiere di esclusione ed eliminazione programmate, lì dove le stesse forze produttive in corso hanno abbattuto i vecchi confini ideologici degli stati nazionali, delle classi sociali e dei diritti universali dell’uomo, ma non l’oppressione e lo sfruttamento. Questa nuova carta d’identità psico-sociale e individuale digitalizzata, geneticamente brevettata, messa a punto con una scannerizzazione sofisticata, che scandaglia l’iride, la temperatura dei corpi, il dna e le zone del cervello “plastico”, preposte al governo delle interazioni con la mente, le emozioni e i pensieri di ciascuno, è confezionata su misura per il controllo diretto. Disponibile, o a portata di mano, il potere di inclusione o esclusione dell’Altro non ha più bisogno di preghiere o di riti magici per catturarne o respingerne denotazione e connotazioni.

Offerta al potere e al controllo dalla nanotecnologia elettronica delle neuro-scienze, sperimenta nei laboratori di ricerca avanzata e finanziata dai governi dei paesi ricchi e potenti, questa nuova carta d’identità, come un recombinat chimico e linguistico di omogeneizzazione e uniformità politica, non fa del cielo un presagio di democrazia e del mondo un prodigio di saggezza, bensì un deserto di ghiaccio e clonati di serie.

Ma un’altra identità è impossibile?

Se la polis, rivoluzionata dal globale capitalistico e dal migrante, si chiude nella nostalgia del passato delle sostanze e delle sovranità confinate, e non tiene conto delle fratture desostanzializzanti la vita storica e i suoi immaginari, è certo che solo la resa può prendere il sopravvento. Ma le nuove configurazioni identitarie differenziali, come il tempo che avanza, nessuno le può arrestare. Le correnti climatiche non conoscono gli immobilismi. Il potere egemone può ritardare e bloccare l’urgenza di nuove forme costituzionali, istituzionali culturali e politiche, ma è altrettanto vero che le nuove costellazioni globali, se la potenza del collettivo e molteplice, comune e differenziale, non progetta e agisce un modello alternativo globale e vincente, non può vedersi regalato il dono, gratuito, della poesia del futuro.

 

Antonino Contiliano

Marsala, 20 giugno 2013

 

 

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