I LIBRI DEGLI ALTRI n.76: L’orgoglio di un poeta. Carlo Cipparrone, “Il poeta è un clandestino”

Carlo Cipparrone, Il poeta è un clandestinoL’orgoglio di un poeta. Carlo Cipparrone, Il poeta è un clandestino, Martinsicuro (Teramo), Di Felice Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Carlo Cipparrone è orgoglioso di essere (ancora) un poeta e lo si vede bene dalle pagine e dalle liriche che scrive in questo suo nuovo libro di poesie.

Nella sua Auto-introduzione poi è ardito nel precisare in modo forte e chiaro:

 

«L’autore, con sottile humour e, a volte, compiaciuta autoironia, compone consapevolmente da ‘perdente’ la sua poesia come fallimento e negazione, vivendo con discrezione la propria passione letteraria, col passare degli anni coltivata sempre più in segreto, perché capace di suscitare scandalo e irrisione, come un amore senile per una ragazza giovane e bella, qual è, appunto, fuor di metafora, la poesia. Il suo è un amore difficile, ‘proibito’, da consumare onanisticamente, sete dell’anima da spegnere in disparte. Egli non soltanto concorda con chi ritiene che “l’esistenza artistica non ha bisogno di grandi palcoscenici, anzi il suo palcoscenico preferito è la solitudine, come attesa di una comunicazione migliore, e che quest’attesa non soffre se è continuamente differita, e più la comunicazione con l’altro e col mondo viene rinviata, più migliora quella con se stessi” [Gregorio Scalise], ma condivide la teoria beckettiana che unico dovere per lo scrittore sia “andare incontro al fallimento, soccombere all’inesprimibile, e quanto più saprà avvicinarsi allo scacco, tanto più avrà svolto al meglio il suo compito”»[1].

Ma come si concretizza, allora, per davvero, questo suo “amore” (tutt’altro che senile, va ribadito) per la poesia”? Come si può realizzare questa diuturna, febbrile, “lunga fedeltà” (per dirla con il Contini che chiosava Montale) di Cipparrone al verso?

Con una lunga serie di componimenti tutti dedicati, con ossessione e coraggio, con vigore e una sottile vena di struggimento, proprio a quell’arte oggi tanto negletta che è quella di fare dei buoni versi. A questo tema, il poeta casentino affida la propria abilità di versificatore e una sincera voluttà di esemplificazione, in modo da far convergere in essa scarto lirico e insieme lo sberleffo e prolungamento ironico che da sempre hanno contraddistinto la sua poesia:

 

«Progetto poetico. 1. Ho studiato la materia / nel suo rapido-lento processo / di assestamento deterioramento / verificando l’azione di alcuni reagenti, / miscele imprudenti / che sciolgono coaguli di parole, / groppi rimasti per troppo tempo in gola. // 2. Sviluppare l’idea, / sintetizzare il concetto. / Sembra una regola contraddittoria, / ma è così che – in pratica – / si ottiene la poesia. // 3. Solitaria, acquattata, nascosta / in un angolo morto, dimenticata, / nutrendosi dei suoi stessi escrementi / e attenta alla disattenta vita / che la ignora o finge / d’ignorarla rifiutandola, / in quello spazio trascurato / più agevolmente agisce, cresce, / si fa grande»[2].

 

Il poeta, dunque, per il poeta cosentino, non è più (o soltanto) un “fingitore” (come lo era stato per Pessoa e la sua poetica degli apocrifi[3]) ma è un “clandestino”: produce di nascosto la propria poesia, la occulta, ne rende oscure e difficili da ritrovare le radici, ne postula la difficile visibilità e l’oscuro volere, la traveste in qualcos’altro per poter continuare a scriverla.

 

Ma il poeta è anche una tartaruga che si nasconde dentro il proprio guscio di versi e si protegge il capo e il corpo con essi perché ha paura che lo scontro frontale con il mondo possa essergli esiziale e renderlo poi più incapace di vivere:

 

«Come la tartaruga. Non m’avventuro in guerre, / so di perderle. Come armi / ho povere parole – lame spuntate – / non lunghi coltelli tra i denti, / né muscoli, né faccia, / né voce tonante da pirata. // Al primo accenno di burrasca / tiro i remi in barca, / al minimo attacco mi ritraggo. / Come la tartaruga, / vivo rinchiuso in me stesso / sporgendo cauto la testa dall’uscio / del mio poetico guscio»[4].

 

Tutto ruota, in questo quarto volume di poesie di Cipparrone[5], intorno allo scrivere e al realizzare versi nel modo migliore il che non esime il suo autore dal prendere posizione, ricordare, mantenere il punto e polemizzare con vigore sovente inusitato con le tendenze principali del malcostume odierno. Infatti, metà del libro è composto da versi e invettive rivolte contro chi travalica dai limiti del proprio mestiere artigiano (contro i critici supponenti, contro i poeti logorroici, contro il “secolo vile e vano” – avrebbe detto Leopardi – che uccide la poesia proprio con il suo eccesso e la sua trita e triste evanescenza di vaniloquio paludato). Ma ci sono eccezioni, ovviamente, come Betocchi (cui sono dedicati alcuni dei versi migliori della raccolta[6]) e come i poeti di formazione di Cipparrone stesso (Montale, Luzi, Sereni):

 

«Resterà calvo il mondo. “Ci son troppi poeti / a screditare il mestiere”, / confidò in privato – nell’anno in cui io nacqui – Eugenio Montale a Sandro Penna. // Ma hanno vita breve : / nascono, oggi, come funghi, / e come funghi domani marciranno. / Ad abitare il bosco resteranno / alberi secolari. // Uguale a chi, invecchiando, / ogni giorno va perdendo capelli, / resterà calvo il mondo: / ad uno ad uno perderà i suoi poeti»[7].

 

Il centro strutturale del libro del poeta calabrese, tuttavia, non è nei versi polemici e di protesta contro il malcostume critico né in quelli in cui viene mostrata, con effetti scenici interessanti e ben costruiti, l’officina del poeta quanto i testi in cui la poesia viene letta in rapporto alla dimensione esistenziale in cui essa trova la propria linfa vitale e il proprio spazio per maturare e crescere.

Si veda, ad esempio, la poesia Perché ostinarci ?:

 

«Perché ostinarci nei salti al trapezio ? / Per puro spettacolo ? // Anch’io frequentavo palestre, / mi allenavo alla spalliera svedese, / al cavallo, alla pertica. // Ricordo gare vinte e perse, / applausi e fischi, / e dietro tutto questo / il silenzio della palestra / dove noi in tuta tra gli attrezzi / aspiravamo ad ambiziosi primati»[8],

 

in cui l’esortazione a evitare l’esibizione fine a se stessa si sposa con la necessità di continuare a meditare, a cercare, a trovare soluzioni nuove e, si spera, migliori delle precedenti.

 

Ma molto significativo, al proposito, è anche il lungo testo di Dentro e fuori:

 

«[…] 4. La vita ha refusi incorreggibili. / Ma contro chi imprecare, / vecchia linotype ? / Così, per dispetto, ostento sbagli, / compilo elenchi di possibili lapsus / irroro la quotidiana prosa / (la mia quasi vita) di errori. // Un po’ sbronzo e maleducato e cialtrone / resto fuori dal tempio / coi miei cenci lessicali e semantici stracci»[9],

 

dove l’idea del “fallimento” (à la Beckett) si consolida e si rafforza in qualità di esempio possibile di vita-in-poesia e di exemplum quotidiano di sapiente modestia.

Per concludere: questa nuova (non certo ultima) fatica di Cipparrone mostra, nell’apparente (e consueta) facilità del suo verso la capacità (direi, la stringenza) di una scrittura poetica “vera” che cerca di capire, attraverso la sua forza espressiva e la sua utilizzazione straniante, se stesso e il mondo che lo circonda. Una poesia di una semplicità esemplare che riesce a mostrare, nella sua clandestina urgenza ed esigenza, una complessità non comune e un amore altrettanto non comune per la scrittura poetica come forma di vita.

 

 


NOTE

 

[1] C. CIPPARRONE, Il poeta è un clandestino, Martinsicuro (Teramo), Di Felice Edizioni, 2013, pp. 9-10.

 

[2] C. CIPPARRONE, Il poeta è un clandestino cit. , pp. 35-36.

 

[3] “Il poeta è un fingitore / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente” (F. PESSOA, Il poeta è un fingitore. Duecento citazioni scelte da Antonio Tabucchi, trad. it. di A. Tabucchi, Milano, Feltrinelli, 1988, p. 13). Ma molto significativa è anche quest’altra citazione (“Essere poeta non è una mia ambizione. / E’ la mia maniera di stare solo” – ibidem) che ben si sposerebbe con le dichiarazioni polemiche e dolenti di Carlo Cipparrone.

 

[4] C. CIPPARRONE, Il poeta è un clandestino cit. , p. 47.

 

[5] I tre precedenti volumi di poesie di Cipparrone sono : Le oscure radici (Bologna, Edizioni del Segnacolo, 1963), L’ignoranza e altri versi (Cosenza, Edizioni di UH, 1985) e Strategie nell’assedio (Cosenza, Edizioni Orizzonti Meridionali, 1999). Una sua raccolta antologica con il titolo di Mirror of Glances è uscita, nella trad. inglese di M. Bache-Wiig, per le Gradiva Publications di New York.

 

[6] Il testo dedicato a Betocchi è un vero e proprio poemetto. Ne riproduco solo uno stralcio, un brano che segue immediatamente la descrizione della cena successiva alla conferenza tenuta da Betocchi a Cosenza : “E appunto dopo cena, / mentre si stava chiacchierando, / con l’intesa di rivederci l’indomani, / dalla piccola folla che sostava / nella hall dell’Imperiale, / si staccò tale Commendator Bellotti, / imprenditore toscano, / che lo venne a salutare, / dicendosi sorpreso d’incontrarlo a Cosenza : / “immagino per la stessa / ragione degli appalti”. / Betocchi annuì, evitando di precisare / il vero motivo della sua presenza / e poi, quasi giustificandosi, / mi confidò sottovoce : / “lui di me ignora tutto, mi conobbe / quando ancora dirigevo i cantieri”. // Capii allora che il destino / dei poeti è nascondersi, / che il poeta è un clandestino“ (C. CIPPARRONE, Il poeta è un clandestino cit. , p. 111). Va tenuto presente che il poeta fiorentino era diplomato geometra come Quasimodo, Nicola Lisi e Piero Bargellini e lo stesso Cipparrone (mentre ingegneri furono Gadda e Sinisgalli e assistente edile Vittoriani) a confutare l’errata convinzione che in Italia la poesia sia sempre e solo stato appannaggio della cultura accademica e umanistica.

 

[7] C. CIPPARRONE, Il poeta è un clandestino cit. , p. 80.

 

[8] C. CIPPARRONE, Il poeta è un clandestino cit. , p. 60.

 

[9] C. CIPPARRONE, Il poeta è un clandestino cit. , pp. 49-50.

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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