DISPOSTI ALL’UBBIDIENZA. Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, “Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa”

Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressaDISPOSTI ALL’UBBIDIENZA. Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa, Milano, Mimesis, 2013

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di Giuseppe Panella

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L’obbedienza è una virtù, come lungamente ha sostenuto una tradizione di origine religiosa che parte con i Padri della Chiesa cristiana o è semplicemente l’”altra faccia” dell’ipocrisia, della pigrizia mentale e, in particolar modo, della mancanza di desiderio vitale? L’obbedienza è un fattore positivo della dinamica sociale in quanto permette alle strutture statuali di sopravvivere e operare proficuamente oppure è soltanto il nome che ha preso, in epoca moderna, la disposizione dell’eterno consenso umano all’oppressione tirannica? In che cosa consiste la “servitù volontaria”?

E’ quanto si chiedono Fabio Ciaramelli e Ugo Maria Ulivieri in un saggio denso e incisivo, ben fondato filologicamente e pieno soprattutto di inquietanti interrogativi.

“Disposto, disposto all’ubbidienza…” si dice atterrito don Abbondio in una celebre pagina dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, dopo che i due bravi di don Rodrigo gli hanno intimato di non sposare Lucia Mondella e Renzo Tramaglino il giorno dopo, come previsto e già notificato alle autorità civili ed ecclesiastiche. Certo, il curato, poi diventato il simbolo della avidità italica, lo dice perché ha paura delle conseguenze fisiche di un suo gesto di rivolta e perché non ha la forza di opporsi al sopruso e alla prepotenza del signorotto del luogo (“Il coraggio, uno non se lo può dare” – dirà poi, nel capitolo XXV del romanzo, quasi a giustificarsi nei confronti del cardinale Federigo Borromeo che lo rimprovererà per la sua vigliaccheria).

Ma è forse possibile intravedere nel suo gesto di sottomissione alla potenza del sopruso che gli impone ciò che deve fare e non fare un’acquiescenza al dominio che è fatta non solo di paura e di terrore fisica quanto di piacere (de-negato, freudianamente, ma non per questo meno sentito) dell’ubbidienza stessa. Don Abbondio avrebbe potuto (e certamente avrebbe dovuto) ribellarsi ma non l’ha mai fatto anche perché si sentiva più logicamente e psicologicamente portato a non farlo.

Il piacere di obbedire è parte essenziale della logica del Potere e della meccanica del dominio.

Chi obbedisce, in certo qual modo, prova una sorta di voluttà profonda nel servire che non è facile da spiegare soltanto con l’uso dei meccanismi della coercizione violenta e con l’uso della forza.

Scegliere di essere liberi, invece, non solo è assai più difficile ma non produce il godimento provato dall’attrazione psicologica nei confronti dell’asservimento volontario.

È quello che ha sostenuto, in un suo celebre esercizio oratorio, Étienne de la Boétie, il giovane parlamentare di Bordeaux che fu l’unico grande amico riconosciuto di Michel de Montagne e per il quale fu eretto, quasi fosse stato il suo simbolico monumento funebre[1], il gigantesco edificio letterario degli Essais. Questo testo di La Boétie, intitolato Discours de la servitude volontarie, ha una storia che merita di essere riassunta brevemente prima di verificarne le implicazioni che hanno spinto i due autori del libro a servirsene per analizzare la situazione spirituale dell’uomo e della politica contemporanei. La “fuga dalla libertà” di cui ha scritto Erich Fromm a proposito dell’avvento dei regimi totalitari in Europa è soprattutto una fuga dal “desiderio della libertà” – sostiene Ugo Maria Ulivieri nel suo saggio dedicato soprattutto alla fortuna cinque-settecentesca del Discorso sulla servitù volontaria di La Boétie.

Che cosa aveva sostenuto di particolarmente originale il giovane umanista amico di Montaigne?

La novità del suo ragionamento riguarda soprattutto l’atteggiamento dei subordinati nei confronti del potere che li opprime e la loro incapacità a liberarsene, pur potendo fare, servendosi del “semplice” strumento (il più appropriato e praticabile) della negazione totale di esso.

Scrive assai utilmente Ciaramelli nel suo saggio dedicato al tema del passaggio “Dal consenso alla legittimazione”:

 

«A dire il vero, la descrizione della complicità delle masse nei confronti della dominazione sociale che le opprime non è una pura e semplice “fotografia” della realtà; ne è viceversa un’analisi critica, che smantella il carattere indiscutibile delle apparenze e ne rivendica l’indeterminatezza. Infatti, se da un lato è innegabilmente sotto gli occhi di tutti lo spettacolo dei tanti che obbediscono ai comandi espliciti e occulti d’un potere sovrano che li opprime, d’altro lato non è in alcun modo “evidente” il loro incantesimo. Scrive La Boétie: “E’ cosa davvero sorprendente, eppure tanto comune da doversene rattristare piuttosto che stupire, vedere migliaia d’uomini asserviti miseramente, con il collo sotto il giogo, non già costretti da una forza più grande, ma in qualche modo, come sembra, incantati e affascinati dal solo nome di uno, di cui non dovrebbero né temere la potenza, poiché egli è solo, né amare le qualità, poiché nei riguardi di tutti loro è disumano e feroce”»[2].

 

Il testo di La Boètie, allora, si riferisce alla “voluttà dell’asservimento” che sembra contraddistinguere le grandi masse che volontariamente cedono il loro potere sovrano a un uomo solo (re o tiranno) che da allora in poi ne sancirà il destino. La polemica che aveva caratterizzato il rifiuto di ogni forma di tirannide (esemplata dal dibattito tra il filosofo socratico Simonie e il tiranno Gerone nell’omonimo dialogo di Senofonte) viene trasferito nel contesto delle monarchie assolute che all’epoca stavano sorgendo nell’Europa moderna (il Discorso sulla servitù volontaria viene scritto probabilmente nel 1549 ma pubblicato poi clandestinamente – e non da Montaigne – solo nel 1576 con il titolo di Contr’un). Nonostante la volontà montaigniana di fare della propria raccolta di Essais una sorta di omaggio all’amico defunto, infatti, il Discorso sia per motivi di opportunità politica sia di immaturità stilistica (la valutazione cambia più volte nelle pagine dedicate all’amico) non comparirà mai nelle diverse tre edizioni dell’opera. Non è tanto il tiranno ad essere biasimato o ripudiato come figura che esercita violentemente il proprio mandato quanto il monarca che governa con il consenso del proprio popolo ad essere rigettato come espressione di una coercizione tanto inutile quanto infondata. Non è caso che la fortuna del testo di La Boètie sarà grande proprio nell’ambito della contestazione alle forme assolutistiche di governo.

Si pensi, infatti, alla teoria propugnata dai “monarcomachi” (come François Hotman nel suo Francogallia del 1573 o come gli autori rimasti anonimi delle Vindiciae contra tyrannos) o ai teorici del rifiuto del potere monarchico tout court, fondando una tradizione che va dal Jean-Paul Marat delle Chaînes de l’esclavage del 1774, il suo volume teorico più importante, scritto immediatamente prima della Rivoluzione Francese, ai teorici socialisti dell’”emancipazione del lavoro” come Louis Blanc fino alle teorizzazioni anarchiche tuttora in corso. Si tratta di una corrente di grande importanza nella cultura politica occidentale che ha visto proprio in La Boètie il proprio punto di riferimento più suggestivo. Ma è probabile che la teoria del giovane parlamentare di Bordeaux sia ben più radicale. E’ quello che sostengono vicendevolmente Ciaramelli e Ulivieri:

 

«Dietro la costruzione dello stato moderno non c’è solo l’obbedienza dei sudditi, ma c’è qualcosa di più radicale e sconcertante: il loro ostinato desiderio di rispecchiamento nell’Uno. Non di un fenomeno astorico si tratta, ma nella “servitù volontaria” si può cogliere come la gratificazione che ciascun individuo ricava dall’asservimento – il premio di piacere che rende la servitù desiderabile – è la compensazione immaginaria della propria impotenza in una società sempre più massificata e che ambiguamente crea, al contempo, anonimia sociale e necessità di distinzioni e individualizzazioni. Deve far riflettere come a partire dal celebre saggio freudiano sulla psicologia delle masse la critica psicoanalitica si è più volte cimentata in una descrizione del sociale ricavabile da un’estensione dei dati psichici individuali alla descrizione dei comportamenti collettivi»[3].

 

In realtà, secondo i due autori, la polemica di La Boètie non va utilizzata oggi tanto per rifiutare o combattere il Potere come tale e le sue forme materiali ed esteriorizzate (lo Stato e il dominio che esprime in tutte le sue configurazioni economiche, politiche, sociali) quanto per investigare la dimensione della caduta del desiderio di libertà che sembra affliggere in maniera più significativa di una volta le società organizzate soprattutto dell’Occidente.

Dalla ricostruzione del pensiero politico, di conseguenza, il passaggio alla riflessione psicoanalitica si rivela sempre più necessario. Responsabile della caduta del “desiderio di libertà”, di conseguenza, sarà l’”eclisse del desiderio” e l’emergere di sentimenti di “viltà (lâcheté) morale” (Lacan[4]) sotto forma di malinconia, tristezza diffusa e depressione paralizzante. Quello che i Padri della Chiesa avevano condannato come “peccato mortale” con il nome di accidia (acedia nei suoi termini latini) risorge come malinconia e poi depressione, impedendo al desiderio vitale di mostrare il proprio volto nativo e propositivo.

Non si tratta, allora, di insorgere contro l’oppressione ma di interiorizzarne il rifiuto dicendo una volta per tutte no![5] al Potere dell’Uno che, in epoca contemporanea, non veste più i panni classici del Tiranno quanto quelli più anonimi e meno curiali delle società anonime capitalistico-finanziarie e dei tycoon dei grandi network televisivi.

Se la “servitù volontaria” – come aveva sostenuto Platone nel Simposio, 184 bc – era quello dell’amante che accettava la propria sottomissione nei confronti della persona amata in cambio dei benefici che ne potevano sovvenirgli, oggi essa non ha più i caratteri di una scelta imposta dalle circostanze quanto guidata dai condizionamenti di massa vigenti nella società.

In una dimensione massificata di s-personalizzazione e anonimato diffusa, la tentazione di ubbidire e di sottomettersi diventa tanto più forte quanto più si rivela l’unica possibilità di guadagnarsi una sia pur minima chance di essere gratificato in quanto essere “unico” (un) (è, in fondo, quella che Christopher Lasch, nel 1979, ha chiamato, con espressione icastica e tuttavia certo imprecisa, La cultura del narcisismo, individuando in esso il “male di vivere” del tardo Novecento).

Pregio indiscutibile del libro di Ciaramelli e Ulivieri, di conseguenza, a prescindere dalla qualità della ricerca filologica[6] e storica[7] che contiene e dimostra, è proprio la sua volontà di mostrare l’attualità di un testo che, attraverso i secoli, si è dimostrato un classico di grande valore: il suo messaggio non ha cessato di di-mostrare la sua attualità e di essere ancora utilizzabile per interpretare il presente del mondo che ci circonda.

 

 

 

 


NOTE

[1] Su questo aspetto, cfr. lo splendido saggio di P. LACOUE-LABARTHE, La melodia ossessiva. Psicanalisi e musica, trad. it. di G. Comolli, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 59. Prendendo spunto da un testo di Theodor Reik dedicato a L’impulso a confessare (1925), Lacoue-Labarthe approfondisce il suo discorso coinvolgendo Montaigne e La Boétie: “Questa è la ragione per cui non soltanto abortisce la sua teoria dell’autobiografia, ma anche la stessa autobiografia non può essere scritta. Se non specularmene, per interposta persona (o figura), secondo quel movimento che forse è ovunque all’opera, sotto una o sotto un’altra forma, e che fa di ogni autobiografia essenzialmente un’ allobiografia, il “romanzo” di un altro (foss’anche un doppio). Il romanzo di un altro morto, o di altri morti. Come gli Essais di Montaigne sono un sepolcro di La Boétie e si ordinano secondo le grandi figure di morenti esemplari dell’Antichità (a cominciare dal Socrate del Fedone)”.

[2] F. CIARAMELLI – U. M. ULIVIERI, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa, Milano, Mimesis, 2013, p. 92.

[3] F. CIARAMELLI – U. M. ULIVIERI, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa cit. , p. 46.

[4] Tale figurazione lacaniana della depressione come “pecca morale” compare ben espressivamente definita in Radiofonia. Televisione (1970-1974), trad. it. a cura di G. B. Contri, Torino, Einaudi, 1982, p. 83. Contri ha applicato l’insegnamento lacaniano al diritto come forma rappresentativa introiettata all’interno del Sé nel suo La tolleranza del dolore. Stato, diritto, psicanalisi, Milano, La Salamandra, 1977 e poi nell’ulteriore ll pensiero di natura. Dalla psicoanalisi al pensiero giuridico, Milano, Sic Edizioni, 1994.

[5] Probabilmente attraverso la cospicua mediazione di Tolstoj, che fu integerrimo lettore di La Boètie, giunse alle stesse conclusioni Aleksandr I. Solžecyn in un suo pamphlet antisovietico del 1974,Vivere senza menzogna con la Lettera ai dirigenti dell’Unione Sovietica, Milano, Mondadori, 1974, p. 67: “Ognuno di noi dunque, superando la pusillanimità, faccia la propria scelta : o rimanere servo cosciente della menzogna (certo non per inclinazione, ma per sfamare la famiglia, per educare i figli nello spirito della menzogna!), o convincersi che è venuto il momento di scuotersi, di diventare una persona onesta, degna del rispetto tanto dei figli quanto dei contemporanei”.

[6] Sulla storia del testo di La Boètie e la sua fortuna e diffusione, cfr., da ultimo, R. RAGGHIANTI, Rétablir un texte. Le “Discours sur la servitude volontarie” d’ Étienne de la Boétie, Firenze, Olschki (Quaderni dell’Istituto Nazionale Studi sul Rinascimento), 2010.

[7] Di fondamentale importanza, nonostante il tempo trascorso, resta la riflessione di C. LEFORT, “Le Nom d’Un”, in É. DE LA BOÉTIE, Discours sur la servitude volontarie, édité par P. Leonard, Paris, Payot, 1976.

 

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