Avanguardia open source possibile. Il soggetto “Noi Rebeldía” (Parte 1/2). Saggio di Antonino Contiliano

avanguardia poeticaAvanguardia open source possibile. Il soggetto “Noi Rebeldía”.

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di Antonino Contiliano

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Il tempo non dona nessuna immobilità alle cose. Forme, materiali e rapporti tra costanti e variabili sono contemporaneamente soggetti e oggetti di una continua trasformazione e ibridazione, dove il luogo della soglia fa valere il tertium datur piuttosto che il tertium non datur. Un luogo multiplo dove il multiplo non si determina ancora come successione ed esclusione, ma pluralità in movimento: è simultaneità di compossibilità eteronome indeterminata e virtuale (una potenzialità che aspetta un passaggio per la realizzazione) di soggetti e soggettività sociali che si relazionano conflittualmente. Un insieme di eventi singolari e singolarità che aspettano la grammatica e la sintassi del pensiero per uscire dal vuoto materiale e che, grazie agli atti dell’astrazione e della prassi, possono concretizzarsi in forme determinate e aperte di produzione e riproduzione. Nessuna forma che configura il reale ne chiude la totalità, esposte come sono all’instabilità degli eventi; e non c’è intreccio che non rimescoli il loro farsi textum. Il dissolversi e il riconfigurarsi delle strutture evenemenziali e delle loro articolazioni non si solidificano in nessun stato di perenne permanenza. Ciò, tuttavia, non impedisce l’accesso alla verità e l’individuazione delle condizioni che la rendono possibile come textum materiale-simbolico-semiotico mixato e immesso nel circolo della comunic-azione. Un intreccio di eterologici che non dissociano mai completamente l’oscurità e la trasparenza degli eventi e la mutua mutazione interconnessa che li definisce e li espone mediante un ordine che, in ogni modo, rimane allegorico, lì dove c’è sempre un extrasimbolico materiale che aspetta di essere messo in scena, in quanto non tutto è stato realizzato.

Luogo conflittuale – scrive Mario Lunetta –, il testo

 

«non mima la materialità del mondo, né la rappresenta: è esso stesso figura mate­riale e corporea plurisensa che si pone in rapporto col mondo in maniere le più svariate, in un gioco di attrazioni-repulsioni condizionato, oltre che dal prodursi sincronico del testo, dal suo vivere diacronicamente dentro la storia totale della specie, oltre che dei linguaggi (…) i segni che entrano in un testo sono anche un’azione politica della letteratura. Vogliamo dire che la letteratura simula la comunicazione di un messaggio convenzionale, mentre in realtà piuttosto che comunicare informa sulla strategia e sui movimenti del messag­gio stesso, agendo sui materiali sostanziali e peculiari della lingua (storiciz­zandoli nell’istante stesso in cui li esibisce), e costringendo il lettore a farsi, nei casi migliori, co-produttore; (…) un testo vive di esplosioni e di implosioni, ed ha una funzione inventiva e critica al contempo; una funzio­ne, al limite derealizzante e negativa rispetto alle facili promesse del senso comune, che possiamo definire largamente allegorica. (…) Ciò sta anche a significare che nessuna critica esaurisce i sensi di un testo, in quanto esso non assume (per sua natura materiale e storica) un significato pre­stabilito una volta per sempre, ma prende corpo soltanto nel momento dell’uso, della lettura e dell’analisi critica, insomma nel suo itinerario storico».[1]

 

Questa natura né pacificante né sublimatoria del testo e della sua pratica significante d’uso derealizzante, piuttosto che di scambio di significati controllati – lo scambio del commercio comunicativo non derealizzante è pratica che invece stabilizza gli assetti del senso comune controllati dall’universale del capitale simbolico, ovvero monopolizzato dall’ordine capitalistico della produzione dei significati univoci –, naturalmente, non lascia inattivo il sistema dei controlli. L’attacco al senso comune impedisce che la volontà dei soggetti si adegui all’uniformità del capitale che si è fatto stato d’ordine e di controllo. Al rifiuto e alla ribellione segue la repressione e insieme un’azione conflittuale che negli usi del linguaggio e della comunicazione trova uno dei teatri di scontro privilegiati, in quanto terreno di lotta per l’egemonia del capitale simbolico, per il dominio sull’immaginario sociale e la produzione di soggettività modellate secondo gli schemi cari al capitale.

 

«Il capitalismo lascia al soggetto il diritto alla rivolta riservandosi il diritto di reprimerla; ma i sistemi ideologici che padroneggiano, unificano, consolidano, riportano questa rivolta nel campo dell’unità (di soggetto e stato). Ora se non sono raggiunte le condizioni oggettive affinché questo stato di tensione sia risolto in una rivoluzione, il rigetto trova la propria simbolizzazione nei testi dell’avanguardia del secolo scorso in cui si localizza la verità rimossa di un soggetto esploso. Il testo moderno, in quanto porta alla ribalta del proprio funzionamento di linguaggio, ma anche della rappresentazione che lo investe, quel che è sempre stato il motore dell’“arte”, sia pure camuffato, dietro l’apparenza di formazioni fantasmatiche o di squisite differenziazioni del materiale significante…il testo moderno, appunto, si situa già fuori dell’“arte” attraverso l’“arte”. Attraverso la pratica singolare di un soggetto in processo il testo plasma lo spazio che apparteneva un tempo alla religione e al suo ambito e in questo spazio introduce le conoscenze che le scienze attuali possono avergli fornito sul corpo, sulla lingua e sulla società. […] Questi testi d’avanguardia offriranno quindi un supplemento alla società borghese e alla sua ideologia tecnocratica, ma un supplemento in cui nasconde tuttavia una verità oggettiva: il momento della lotta che fa esplodere il soggetto verso la materialità eterogenea. […] Spetta all’“arte” dare la dimostrazione del fatto che il soggetto è l’assente dalla e nella pratica, così come spetta all’economia politica provare che la storia è una faccenda di lotta di classe:…[…] Come ha scritto Philippe Sollers, questa pratica non ha più niente a che vedere con il concetto di letteratura…Partendo dalla pratica significa che è ormai impossibile, a cominciare da una rottura situabile proprio nella storia, fare della scrittura un oggetto che possa essere studiato lungo una via diversa dalla stessa scrittura (dal suo esercizio, in certe condizioni). In altri termini, la problematica specifica della scrittura si stacca in modo massiccio dal mito e dalla rappresentazione per pensarsi nella sua letteralità e nel suo spazio. La sua pratica deve essere definita a livello di “testo” nella misura in cui questa parola rinvia ormai a una funzione che però la scrittura “non esprime” ma di cui dispone. Economia drammatica il cui “luogo geometrico” non è rappresentabile (entra in gioco)»[2].

 

Il textum – come la cultura del Novecento ha ampiamente mostrato e dimostrato – non ha perso nulla del suo vigore di ideologema ad un tempo astratta e concreta complessità. Gli eventi culturali e storico-politici materiali che hanno chiuso il XX secolo e avviato il XXI ne hanno solo complessificato la relazione e richiesto revisioni congetturali e nuove ipotesi. Relatività, fluidità o liquidità, che (così) ne hanno realizzato e materializzato il tessuto tauto-eterelogico, hanno fatto sì che le trasformazioni ideologematiche si siano configurate non solo come un cambio di vesti (come fa un serpente quando cambia pelle con il cambiare della stagione che cambia). La nuova pelle, infatti, è un insieme di parti simile e differente al tempo stesso, e non solamente un nuovo involucro che copre un corpo vecchio.

Questa variazione-mutazione continua, che è una con-testualizzazione plurale di comportamenti sociali e individuali e altre dimensioni, ha reso così l’ideo-logema textum più ricco, una con-tingenza storico-temporale complessificata che via via si presentifica in eventi inediti. Eventi necessitanti pertanto una rilettura e una nuova esposizione dei fatti. I fatti che necessitano e implicano linguaggi verbali e non verbali, sia di vecchio che nuovo tipo; linguaggi che li veicolano, mentre suggeriscono altre prospettive e aspettative.

Del resto non si può che leggere e agire dentro la storia dei linguaggi e attraverso il tempo che li fa vecchio e nuovo ordine conoscitivo e pratico; un ordine espositivo e prospettico che non può non essere diverso dall’osservazione e dalla raccolta empirica delle cose. E ciò non vale solo per alcuni saperi. Non può non interessare anche chi, per esempio, si esercita ancora nell’impegno artistico, letterario, poetico e nella ricerca di una possibile avanguardia dell’impegno, anche se avanguardia e impegno sono due modi di essere e di fare scrittura che non piace a molti. Il concreto della storia in fondo ha una facies hippocratica di virus e antivirus o una ragione conflittuale di vita e negazioni con cui bisogna fare i conti. Oscillazioni, avanzamenti e arretramenti non fanno difetto. Il zigzag dei modelli delle orbite planetarie, o il contrarsi e dilatarsi frattale dell’espansione dell’universo (a noi noto) non è movimento che riguarda solo ciò che non è umano.

La parola avanguardia non è certo decaduta (solo perché il postmoderno ne ha firmato il decesso) così come non è caduta la parola “gravitazione” da quando la relatività di Einstein e la fisica quantistica ne hanno cambiati i connotati e i parametri. Stessa sorte è toccata ai concetti di tempo, spazio, modello, metrica e valori logici. Un nuovo punto di vista ha imposto degli aggiornamenti al vecchio lessico ormai insufficiente per significare i nuovi oggetti e le condizioni del loro realizzarsi.

Non va dimenticato, per esempio, che in questi ambiti del sapere la geometria frattale, la logica di Saul Kripke e l’assunzione del presupposto dell’“insieme generico” di Paul J. Cohen hanno modificato il modo stesso di intendere la razionalità che era rimasta impagliata nella logica fondamentale classica. E ciò solo per fare un cenno sulle rivoluzioni che via via hanno sconvolto il mondo della ricerca e richiesto nuovi punti di vista.

Il tempo, peraltro, si è posto e imposto come pluralità di tempi e ha permesso di elaborare logiche temporali ed epistemiche che hanno rotto con il classico binarismo dei valori “V/F”, la bivalenza che ha governato per tanto l’esclusione del tertium datur – il “bolscevismo” della logica matematica-intuizionista – e considera il tempo stesso alla stregua di una serie di punti giacenti su una retta, linearmente.

Del resto lo stesso modello euclideo dello spazio – che ha guidato la lettura del tempo sempre come una linea retta o una successione di punti come cause/effetti lineari – nonostante avesse visto la nascita dei modelli di spazi non euclidei, egualmente coerenti, non per questo ha smesso di privilegiare la logica classica bivalente e il principio dell’assurdo come prova della cogenza veritativa.

Il nome del tempo, e senza intento di voler chiudere il vasto spettro delle assunzioni, così ha avuto una bella galleria di immagini. Non necessariamente in ordine cronologico, ne indichiamo alcune: per John Wheeler il «tempo è rivestito di indumenti diversi a seconda del ruolo che riveste nei nostri pensieri»; per William Shakespeare «Il tempo viaggia in posti diversi con persone diverse. Ti dirò con chi il tempo va all’ambio, con chi al trotto, con chi al galoppo, e con chi sta fermo». Il poeta Valéry (Cahiers, tome I) invece ci ha lasciato la seguente tabella: «il tempo-flusso continuo uniforme o eracliteo o H (indipendente). ll tempo-Einstein o E (Variabile non indipendente). Il tempo-caduta Carnot. Diffusione. Disordine. Gerarchia. Irreversib[ilità]. Il tempo-categoria – o K [ant]. Forma di intelletto. Il tempo-vivente – con equivalenze – “Durata” – B [ergson]. Il tempo-sensazione- arresto-scarto- ritardo-attesa – o V [aléry]. Il tempo = possibilità».[3] Senza dimenticare il tempo autentico e quello inautentico di M Heidegger e degli esistenzialisti, Arthur Prior e Nino Cocchiarelli, nel Novecento, lavorando sull’“astrazione dal tempo” e il suo divenire reale, hanno invece definito gli operatori temporali – «in futuro, in passato, sempre, qualche volta, tempo t», senza omettere di ricordare che la struttura del tempo ci impegna anche a pensarla o finita o infinita, lineare o no, discreta, densa o continua. Analogamente, sulla natura dell’istante-atomo, la logica kripkiana si è vista impegnata a parlare di opportuni stati di cose e di opportuni sistemi di cose, quanto sulla natura dell’istante-intervallo come «tempuscolo».

 

«Il concetto di istante usato abitualmente nelle logiche temporali è mutuato e fondato sulla ipotesi degli atomi di tempo (gli istanti appunto) nei quali non possono avvenire mutamenti (può valere ancora a questo proposito il paragone della freccia di Zenone). L’applicazione kripkiama di questo punto di vista si realizza nell’ipotesi che ogni mutamento sia descrivibile attraverso un insieme di trasformazioni istantanee caratterizzate da cambiamenti di valore di verità delle proposizioni del linguaggio nei diversi stati del mondo […] ma (corsivo nostro) è possibile abbandonare l’ipotesi […] de gli atomi di tempo […] e (corsivo nostro) assumere come concetto-base anziché l’istante, un concetto di tempuscolo, inteso come un intervallo di tempo […] “sufficientemente breve”, e descrivere una situazione di mutamento all’interno di un tempuscolo […] in cui valga simultaneamente […] una contraddizione, la quale deve essere però “sufficientemente breve”, e non durare a lungo tutto il tempuscolo considerato».[4]

 

Oggi, epoca del digitale, il calcolo del tempo non è più nell’ordine degli istanti/atomi ma di quello dei bit (0, 1) di luce. Ma nella memoria del general intellect rimane ancora la presenza virtuale sia del tempo del nascere e del morire, del seminare e del raccogliere … del libro “Q” biblico, sia dell’istante poetico come “numerose simultaneità” di istanti di G. Bachelard. La poesia è un’istantanea (Bachelard), un breve com­ponimento che

 

«deve dare una visione dell’universo e il segreto di un’anima, un essere e degli oggetti, tutto insieme. Se se­gue semplicemente il tempo della vita, è meno della vita; non può essere più della vita che immobilizzando la vita, che vivendo immobilmente la dialettica delle gioie e delle pene. Essa è allora il principio d’una simultaneità essenziale in cui l’essere più disperso, il più disunito, conquista la sua unità […] rifiuta i pream­boli, i principi, i metodi, le prove. Essa rifiuta il dubbio. Tutt’al più, ha bisogno di un preludio di silenzio. Dapprima, battendo su parole concave, fa tacere la prosa o le risonanze che lascerebbero nell’anima del lettore una continuità di pensiero o dei mormorii. Poi, dopo le sonorità vuote, produce il suo istante. È per costruire un istante complesso, per annodare su questo istante numerose simultaneità che il poeta distrugge la continuità semplice del tempo concatenato.

In ogni vera poesia, si possono allora trovare gli elementi di un tempo fermato, d’un tempo che non segue la misura, d’un tempo che noi chiameremo verticale per distinguerlo dal tempo comune che fugge orizzontalmente con l’acqua del fiume, con il vento che passa. Da qui un paradosso che bi­sogna enunciare chiaramente: mentre il tempo della proso­dia è orizzontale, il tempo della poesia è verticale. La pro­sodia non organizza che delle sonorità successive; regola delle cadenze, amministra degli slanci e delle emozioni, so­vente, ahimé, a controtempo. Accettando le conseguenze dell’istante poetico, la prosodia permette di raggiungere la prosa, il pensiero discorsivo, gli amori reali, la vita sociale, la vita corrente, la vita sdrucciolevole, lineare, continua. Ma tutte le regole prosodiche non sono che mezzi, vecchi mezzi. Lo scopo, è la verticalità, la profondità o l’altezza».[5]

 

Il tempo della modernità, ancora, scrive il musicista Hector Berlioz, è uno che divora: «il tempo è un gran maestro, ma sfortunatamente uccide tutti i suoi allievi». Un maestro paradossale. Il paradosso così è elemento strutturale del rapporto del tempo con gli animali umani, fra loro e la storia.

E in questo contesto così paradossale che tempo e textum si ritrovano in quanto intreccio di più elementi, mentre il tempo, miscela di più tempi (il ritmo, gli accenti, l’azione e l’aspettualità dei verbi, gli avverbi, le locuzioni temporali, le pause, i silenzi, i salti tra il passato, il presente, il futuro, l’eternità, il tempo psicologico, quello logico, quello culturale, quello politico), ha una dimensione esponenziale come succede nei fenomeni della turbolenza temporalesca.

E nel paradosso gli opposti non si escludono, convivono mescolati come in una miscela di temperie e intemperie. Per i latini, il tempo, infatti, è il ‘tempus’ (intemperie, tempestas) e temperie (temperanza) o molteplicità di elementi mescolati. È la mescolanza, il keránnumi, il kairòs (tempo e spazio debito o dell’equilibrio instabile) della cultura greca, il non kronos. Oppure (altrove) è jetzt-zeit (tempo ora, attualità) e, nel momento dell’attualità, augenblich o nunc stans, ovvero “attimo che sta” o scelta che attraversando la soglia blocca una possibilità storica e temporale nientificante. L’arco cioè delle decisioni individuali e collettive che assumono la responsabilità di una prassi ‘distruttiva’ dell’ordine esistente.

E l’ordine del tempo che la pratica collettiva delle singolarità sociali plurali dovrebbe sovvertire è quello del paradosso insostenibile del tempo comandato dell’economia capitalistica dell’immateriale elettronificato. Il tempo incorporato negli automatismi informatici e telematici come linguaggio bit di luce formalizzato a-significante. Un linguaggio-lavoro assoggettato alla valorizzazione capitalistica, mentre le soggettività individuali e sociali cognitive e cooperative – che ne sono la potenza creativa – si predicano autonome, indipendenti e libera relazione d’impresa. Una libertà imbrigliata in un tempo politico paradossale. Il tempo capitalistico degli automatismi software, quelli che diminuiscono “il tempo necessario” della riproduzione sociale e aumentano, strumentalmente, quello “superfluo” o disponibile, e non direttamente produttivo; il tempo che tendenzialmente, sotto il comando e il controllo della ristrutturazione tecno-immateriale capitalistica, ha unificato intelletto, linguaggio, comunicazione, economia e politica, poiesis e praxis, mentre la potenza viva della creatività dell’intelletto generale è stata lasciata autonoma e indipendente di organizzarsi liberamente nella rete cooperativa.

In ogni modo dove c’è una pratica, la “parol-azione” dell’avanguardia è quella di un impegno di critica intellettuale immanente, e avanguardia e impegno non possono essere dismessi come un’energia esaurita o uno scarto da interrare, seppellire.

L’impegno richiesto non è più dal di fuori ma inverato nel comune del lavoro immateriale generale di cui si alimenta la ristrutturazione capitalistica del dominio e del controllo. Non è controllata solo la produzione materiale, controllati sono anche i soggetti direttamente produttori in quanto libertà in movimento, e tuttavia forza catturata nella logica del capitale. L’attività tecno-scientifica, culturale e politica, abbattuto il confine tra produzione materiale e produzione intellettuale, e messo a sfruttamento e profitto il sapere sociale come capitale fisso all’ordine capitalistico, senza che fosse abbandonata la vecchia produzione fordista, e soprattutto la logica della valorizzazione (che rapportava valore d’uso e valore di scambio), non può mancare di un impegno critico e di un’ipotesi utopica di comunismo rigenerabile, come le energie rinnovabili.

Il comunismo come «organizzazione di singolarità sociali libere» (Antonio Negri) e individualità sociali antagoniste, alternative. La produzione di soggettività individualistiche assoggettate alle macchine comunicative del neoliberismo capitalistico informatizzato non è produzione né di emancipazione né di rivoluzione democratica e liberazione. «Mentre l’emancipazione è un termine che segnala lo sforzo per conquistare la libertà dell’identità, la libertà di essere davvero se stessi, la liberazione è volta a conquistare la libertà come autodeterminazione e autotrasformazione, autopoiesi. La liberazione è la libertà di determinare ciò che posso divenire. In contrasto con le politiche che hanno di mira l’identità e che per questo fossilizzano la produzione di soggettività, la liberazione implica un impegno e un controllo della produzione di soggettività che fa avanzare».[6] Infatti, nonostante il neo-liberismo propagandi l’eguaglianza degli individui, in quanto tutti e ciascuno prosumers (produttori-consumatori, autonomi e indipendenti, ma in competizione sfrenata: in guerra l’uno contro l’altro), in realtà questi produttori identificati individualisticamente sono de-individualizzati e trattati come massa amorfa e flessibile. Un trattamento manipolatorio ad uso e consumo della produzione e della produttività capitalistica secondo un’azione che agisce nella profondità degli affetti, dei desideri e della naturale esigenza di relazionalità sociale dei soggetti. Un vero regime di preordinata anestesia e di etero-direzione tecno-politica nonostante la ricchezza abbia la sua unica base nell’autonomia del sapere individuale, sociale e immateriale/generale di ognuno. Il fondo del sapere comune e noto come general intellect o intelligenza collettiva.

Ora, scrive Toni Negri, poiché la forza viva è la stessa potenza psico-fisica e sociale dei soggetti e costituisce «l’unità dell’economico e del politico» in quanto produzione fondata sulla comunicazione e i linguaggi, l’impegno e i processi rivoluzionari debbono essere attivati ad opera di un’avanguardia intellettuale critica interna e non esterna. Oggi,

 

«nel periodo in cui il lavoro immateriale è qualitativamente generalizzato e tenden­zialmente egemone, l’intellettuale si trova in tutto e per tutto al­l’interno del processo produttivo. Ogni esteriorità è superata: altrimenti il suo lavoro sarebbe inessenziale. Se nella sua generalità produttiva il lavoro applicato all’industria è immateriale, que­sto stesso lavoro caratterizza oggi la funzione intellettuale e la at­trae irresistibilmente nella macchina sociale del lavoro produtti­vo. Che l’attività dell’intellettuale si eserciti nella formazione o nella comunicazione, o nei progetti industriali, o ancora nelle tec­niche delle pubbliche relazioni ecc., in tutti i casi l’intellettuale non può più essere separato dalla macchina produttiva. Il suo in­tervento non può dunque essere ridotto né a una funzione episte­mologica e critica, né a un impegno e a una testimonianza di libe­razione: è sul piano del dispositivo collettivo stesso che questi inter­viene. Si tratta dunque di un’azione critica e liberatoria che avviene direttamente all’interno del mondo del lavoro; per libe­rarlo dal potere parassitario di tutti i padroni e per sviluppare que­sta grande potenza di cooperazione del lavoro immateriale che costituisce la qualità (sfruttata) della nostra esistenza. L’intellet­tuale è qui del tutto adeguato agli obiettivi della liberazione – nuovo soggetto, potere costituente, potenza del comunismo».[7]

 

Un antagonismo, quello delle nuove singolarità sociali che vogliono riappropriarsi del loro tempo liberato e dell’intellettualità di massa diffusa (il general intellect) che, paradossalmente, diventato “capitale fisso” della produzione capitalistica, deve esibirsi in un impegno critico e alternativo e impegnarsi per strapparsi alla valorizzazione capitalistica, la quale inficia e distorce l’auto-valorizzazione come divenire autonoma e cooperativa autotrasformazione. E ciò in quanto la forza produttiva odierna si identifica con la cattura della soggettività sociale diffusa e il controllo dei comportamenti e dei linguaggi per imbrigliarne le azioni e le reazioni delle verità del comune, ovvero dell’interazione politica degli eguali che non amano intermediari e i parassitismi della rappresentanza. Così l’uso del tempo di vita, del linguaggio, della comunicazione, delle informazioni, del sapere – il mondo dell’immateriale – e della tecnologia impiegati diventano il terreno di critica e di scontro radicale per un uso alternativo. Per cui è impensabile che tutto ciò non possa interessare l’attivazione di un’avanguardia.

Un movimento come laboratorio sperimentale che si fa tempesta dentro il tecno-tempo-elettronico per rinfocolare la dimensione della significazione polisemica e sovversiva della comunicazione artistico-poetica, lì dove il linguaggio digitale, che impacchetta il linguaggio come materia di trasformazione e merce, viene curato e programmato per svilirne la potenza polimorfa e gli effetti etico-politici di critica e dissenso, rivoluzionari.

L’avanguardia, pur nelle sue diverse forme storiche, ha sempre avuto le sue ragioni come macchina da guerra comunicativa, ovvero un’azione di sconvolgimento che si è dovuta misurare e scontrare con i linguaggi d’ordine che ogni potere di turno vuole stabilizzare per uniformare i comportamenti e le condotte individuali e sociali. E se il terreno di scontro è il dominio del linguaggio e dell’immaginario sociale “qualunque”, non c’è ragione che impedisca di parlare e riporre i termini dell’avanguardia e dell’impegno.

Allora il problema è quello di “filtrare” il nesso linguaggio-realtà, di infiltrarsi nel tessuto di questa contemporaneità e divenire soggetto – come scrive Francesco Muzzioli – infiltrato: l’avanguardia «non dovrebbe essere vista come un drappello trionfalmente avanzante nel vuoto di nemici ormai in rotta, bensì come un piccolo gruppo infiltrato nel territorio ostile, da cui manda frammentari e fortunosi messaggi a un “grosso” da cui non riceve notizie e può anche darsi che sia in grande ritardo, se pure esiste ancora».[8] Avanguardia artistico-letteraria-poetica come soggetto plurale del noi e collettivo infiltrato nella rete del linguaggio-economia-potere; e ciò per dis-cernere nel linguaggio-comunicazione, ormai fonte primaria della produzione economica e della riproduzione sociale, e affondare l’analisi e la critica nei rapporti sociali storico-materiali della governance capitalistica. Dunque inscenare l’azione sovversiva del poiein (fare e lavoro) che ha incorporato la praxis – l’azione – in un rapporto di reciproca ibridazione. Non c’è fare della parola e del lavoro che, nella fabbrica dell’immateriale, non sia azione o essere e divenire insieme sistemi di rappresentazione, nuovi schemi di interpretazione e comportamenti politici, facendo sì che il lavoro acquisti «i connotati tradizionali dell’azione politica»,[9] ma la necessità di una politica dal basso.

La poiesis, scrive Paolo Virno, rovesciando la posizione di Hannah Arendt (che aveva già denunciato la caduta del confine tra lavoro e politica come «esposizione agli occhi degli altri»), «ha incluso in sé numerosi aspetti della prassi. […] nel lavoro contemporaneo si ritrovano “esposizione agli occhi degli altri”, la relazione con la presenza altrui, l’inizio di processi inediti, la costitutiva familiarità con la contingenza, l’imprevisto e il possibile. […] il lavoro postfordista, il lavoro produttivo di plusvalore, il lavoro subordinato, mette in campo doti e requisiti che, secondo una tradizione secolare, attenevano piuttosto all’azione politica. Per inciso […] l’azione politica appare una duplicazione superflua dell’esperienza lavorativa […] offrendone una versione più povera, rozza, semplicistica».[10]

Così, come soggetto in-filtrato (per richiamare la figura dell’“infiltrato” di cui si serve Francesco Muzzioli), l’avanguardia del “noi” collettivo non può non filtrare i linguaggi d’epoca. I linguaggi dell’economia, della finanza e del mercato mercificante l’immateriale e le soggettivazioni; e tanto per non rimanere nel vago, vogliamo pensare ai linguaggi dell’informazione e della comunicazione che, nelle formule marxiane, hanno preso il posto della “M” (merce/materia), per cui da “D-M-D1” si è passati al biocognitivo di “D-I-D1”, e al biopotere della dittatura del capitalismo finanziario. Il diktat che vorrebbe neutralizzare il potenziale rivoluzionario dell’autonomia della nuova forza lavoro viva, o la potenza psicofisica delle singolarità sociali cooperative che gli è propria.

Una dittatura che si media anche con il linguaggio e la messa in campo di neologismi criptico-acrostici funzionari (IW – Information Warfare –, RMA – Revolution in Military Affairs –, Shock and awe – colpisci e terrorizza –; Be – Behavioral economy –, “Consenso di Washington”, crowdsuorcing – raccoglitore di dati –, think tank, “effetto framming”, prosumer, turismo culturale, maker, marketing, big data, homo digital, uomo indebitato, debiti sovrani, fondo pensioni, patto di stabilità, spending review, default, sfiducia dei mercati, crisi del debito, subprime, bolle finanziarie, tempesta dei mercati, macelleria messicana, danni collaterali, guerre pulite e killer zero, tolleranza zero, imagining, neuroimagining, ecc.) e tali che non possono essere lasciati al loro presunto funzionamento neutrale e a-ideologico.

La lingua dei padroni non è mai innocente, specie se individui e popoli sono chiamati a rinunciare a ogni forma di autodeterminazione e affidarsi alla fabbrica degli esperti dell’economia e della finanza mondiale. Gli esperti parlano per bocca dei gruppi di cui curano gli interessi particolari, la classe di appartenenza. Sì che, se si deve parlare di “impegno”, l’impegno come attività di critica e di conflitto è un porsi esso stesso all’interno di questo sapere e anche come rapporto a sé o cura di sé. Come scrisse Michel Foucault, oltre che come lotta e fuga dal sapere-potere del potere capitalistico, bisogna prendere in considerazione i processi della soggettivazione che attengono alla cura di sé con il seguito dei comportamenti modificati e condizionanti anche lo stesso agire politico. La lotta contro il sapere/potere e i suoi dispositivi disciplinari e di controllo non è più solo compito che può riguardare la guida di una rappresentanza delegata ed esterna.

Ora, in queste condizioni, non è certo credibile né auspicabile che, nell’universo dell’arte, della letteratura e della poesia, avanguardia e impegno alternativi siano congedati, esclusi; o che la critica, il dissenso e un’utopia possibile siano messi fuori uso; o che la comunicazione sia solo affare dell’informazione formattata e dipendente da una dimensione simbolica (verbale e non verbale) lavorata più sofisticatamente, e per questo più pericolosa della stessa pubblicità estetizzante.

C’è un’arte e una poesia della ribellione che, sebbene non ignori le ambiguità e le distorsioni della produzione dell’uomo attraverso l’uomo, e della funzionalità in ciò del linguaggio e del linguaggio stesso della poesia, sa che la ribellione non può essere dismessa e che il suo valore è nell’azione collettiva e non in quella dell’individuo isolato, anche se denuncia l’alienazione della spettacolarità estetizzante odierna.

Le illusioni dell’io individualistico, variamente coltivate dal mercato del consumo e della creazione capitalistica, non sono esenti dalle mercificazioni delle identità delle vite quotidiane. L’industria neoliberistica del consumismo capitalistico dell’immateriale, grazie alla fabbrica del simbolico e dei desideri, sa che non c’è momento della vita, anche la più intima e privata, che non possa essere sfruttato come linguaggio di colonizzazione e reso complice della riproduzione sociale subordinata. L’illusione di essere padroni di se stessi non rimane solo paventata, e la “resistenza”, scrive Andrea Inglese, può rimanere la solita voce retorica che rimane prigioniera della presunta autenticità dell’espressione delegata all’intimità o anche a certi valori della bellezza e delle ricercatezze formali poetiche. Nella società della rimodernizzazione neoliberista del capitale cognitivo-affettivo non c’è riparo che possa rimanere incontaminato. Viviamo in un modo in cui

 

«l’autenticità è una merce, e l’intimità un mercato estremamente dinamico e in espansione. L’industria dell’informazione ha compiuto meglio di qualsiasi altra il ciclo che va dalla produzione generalista a quella individualizzata. E soprattutto ha fornito a ogni individuo, come nel sogno delle avanguardie novecentesche, le protesi tecnologiche per una (sedicente) libera creazione di sé. Ogni consumatore degno di questo nome è oggi sorgente e terminazione di un flusso in entrata e in uscita di immagini ed enunciati che gli forniscono l’illusione di essere padrone, se non della propria vita, almeno della fetta più intima di essa – quella comprimibile in uno smartphone o nella propria pagina Face-book. Nessuno vuole qui dire che il doppio flusso non comporti un qualche grado di creatività, di libera e marxiana produzione di se stessi, a patto però di riconoscere a monte una coesistenza inestricabile di stereotipi e invenzioni, di idiozia e intelligenza, di autonomia e alienazione, di regressione ed emancipazione».[11]

 

Ma se non c’è riparo, non per questo la lotta e la resistenza, anche quella della poesia, vengono meno, anzi ne costituiscono il carburante per un vasto legame di rete e di cooperazione collettiva e base per costruire ponti. Sul versante della poesia, è quella che Andrea Cortellesa, chiama la «poesia espansa, o diffusa, […] una poesia che forse, dopo tanto averli invocati, sta finalmente costruendo ponti: tra l’uno e i molti, tra l’io e il noi, tra poesia e prosa, tra parola e immagine, tra il Novecento e il tempo che gli è sopravvenuto».[12]

Nel neocapitalismo dell’immateriale (variamente raffigurato: linguaggi tradizionali, linguaggi macchina, schemi, imagining e curve statistiche visualizzate con grafi e diagrammi, etc.), i gusti, le scelte, le decisioni, il controllo e il dominio… – scrive Félix Guattari, ricordato da Maurizio Lazzarato (Il governo dell’uomo indebitato) –, la semiotica comunicativa, non più gerarchizzata e affidata solamente al verbale (orale e scritto), va analizzata per trovare il punto in cui incunearvi una leva archimedea e non rimanere passiva terra di conquista. Si distinguono e scendono in campo diverse codificazioni:

 

«le codificazioni a-semiotiche «naturali» (i cristalli o il Dna ad esempio), le semiologie significanti che includono semiologie simboliche o presignificanti (gestuali, rituali, corporee, musicali) e semiologie della significazione e, infine, le semiotiche a-significanti (o post-significanti) che costituiscono il suo contributo più importante alla comprensione del capitalismo e della produzione di soggettività. […] In un capitalismo macchinico organizzato a partire da semiotiche a-significanti (le lingue delle infrastrutture pasoliniane, la moneta, gli algoritmi, le equazioni, ecc.), il linguaggio è solo un caso specifico, affatto privilegiato, del funzionamento di una semiotica generale che deve rendere conto tanto del funzionamento della parola significante quanto dei segni produttivi, estetici, tecno-scientifici, biologi e sociali».[13]

 

Sono gli automatismi macchinici che agiscono in profondità e che scavalcano la rappresentazione e la consapevolezza individuale e sociale, indebolendo le resistenze dei corpi e della consapevolezza linguistico-intellettuale e critico-politica significante. In questo terreno di cultura assoggettante e asservente, il linguaggio tradizionale, nella sua netta distinzione tra soggetti e oggetti, pubblico e privato, critica legittima e critica illegittima, fa da spalla complementare alle tecniche di dominio del capitalismo e del suo modello di modernità. E tutto questo è un riconoscimento che se da un lato ci dice che la modernità è stata rimodernizzata, dall’altra ci dice che siamo ancora dentro il moderno. Non fosse altro che non si esce dal tempo e dai linguaggi che lo rinominano e lo moltiplicano. Anzi è il suo sine qua non, la sua costante intoccabile.

Il variare delle forme non autorizza nessun post-moderno e/o post-modernità a dichiararne l’uscita; non si esce dal tempo. Si può solo giustificare l’aggiornamento della nominazione linguistica, che da monologica è diventata plurilogica. Dal moderno non si esce perché non si può uscire dal tempo e dai tagli che lo articolano in complessità lineari e non lineari, o in plurilogiche conflittuali e diversamente finalizzate. E se c’è conflittualità non può mancare il vedere, il dire del dissenso e l’agire alternativo: un’avanguardia impegnata e open source plurale, o delle differenze che sono le singolarità della moltitudine antagonista plurale e della dialettica della congiunzione disgiunta, la logica inclusiva.

La liquidità di cui parla G. Debord, riferendosi alla società della fluidità neocapitalistica e del suo nuovo modello cognitivista-digitale – il digitale che privilegia le metafore del simulacrale, del virtuale e dell’immateriale –, non ha certamente messo a tacere definitivamente la materialità del mondo nei suoi rapporti e la consistenza del tempo. Prima di Debord (e solo per rimanere a questo caso e nell’ambito della produzione e del tempo), fu Marx che, dal punto di vista di certa organizzazione economico-sociale, mise a nudo tale processo e qualificò come fluida o liquida la temporalità economica e storico-sociale dell’organizzazione capitalistica.

Il dissolversi delle cose come in un liquido o in un fluido fu analizzato e descritto da Karl Marx sia quando analizzò la giornata lavorativa degli sfruttati, sia quando, tra una fase e un’altra della produzione e riproduzione, verificò il periodico dissolversi delle organizzazioni e il tempo come un ritmo elastico, comprimibile o espandibile, piegato alla creazione di plusvalore capitalistico e di soggettività a ciò funzionali.

 

«Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi da tutte le epoche precedenti. Si dissolvo­no tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti».[14]

 

Nel rivoluzionamento continuo del modello capitalistico anche il tempo, come gli altri ritmi vitali d’insieme, non ha requie quantitativa e qualitativa. Per tutto il tempo di vita, il tempo dell’operaio è tempo di forza-lavoro disponibile per il capitale. È il tempo soggiogato e bloccato per l’“autovalorizzazione del capitale”. La valorizzazione, pur il tempo fluido e flessibile, non appena l’organizzazione dei rapporti di lavoro rende acuta e insopportabile la conflittualità erosiva dei produttori, lo commuta in blocchi di durata scissi e quantificabili.

 

«Tempo per un’educazione da essere umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per il libero gioco delle energie fisiche e mentali, e perfino per il tempo festivo domenicale […] Quel che gli interessa è che è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida in una giornata lavorativa. Esso ottiene questo scopo abbreviando la durata della forza-lavoro, come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità».[15]

 

Il tempo è trattato come una durata scandita da segmenti fissi e usato come una scala a pioli in funzione delle diverse fasi dell’adeguamento della vita sociale al modello dell’uniformità capitalistica (oggi si direbbe pensiero unico). Nessuna considerazione, nonostante l’imprevedibilità temporale e l’eterogeneità esistenziale e storica dei cicli vitali e delle relazioni molteplici, per tutto ciò che – diversità d’ambienti, modi di vivere, soggettivazioni ed altro – non fosse misurabile secondo i parametri delle astrazioni tipiche della razionalizzazione capitalistica nelle sue varie fasi.

Ancora oggi, nonostante i molti rivoluzionamenti nelle forze produttive, nei rapporti sociali e culturali, nei linguaggi, nei nuovi modelli temporali e nelle sperimentazioni applicative, il tempo, in quanto movimento e sviluppo di potenzialità possibili, non solo non ha smesso di essere motore essenziale di ciò che appare nuovo o moderno – il ‘modo’ o l’ora-ora – ma continua ad essere trattato come prima. Il “modo” infatti non è solo la misura è anche l’adesso del tempo, il tempo ora; e tuttavia la politica dominante è quella che continua a rappresentarlo come velocità o riduzione del tempo al rapporto tra quantità metriche spazializzate. La velocità è infatti una grandezza fisica in quanto rapporto spazio-tempo, o unità temporali appiattite sulle unità spaziali.

Rimanendo su questo lato del “modo”, a suo tempo, l’avanguardia futurista, artistica e poetica, di questa sua freccia, per esempio, ne ha fatto anche una qualità determinante della sua poetica: la poetica della velocità e dell’assalto come una mimesi meccanica di secondo grado; e ciò non senza suscitare reazioni conflittuali di varia natura (sia in ordine alla topologia specifica della scrittura poetica quanto in ordine al rapporto con la dimensione estetica, sociale ed etico-politica).

Non pare che le cose per certi aspetti siano cambiate di molto. L’ora-ora del moderno contemporaneo, che ha lasciato la velocità meccanica per quella elettromagnetica – la velocità della luce – non ha cambiato direzione: il tempo è schiacciato e ridotto alla metrica spazializzata come una rete di nodi bidimensionali piatti e chiusi–, sebbene l’esistenza dei numeri immaginari, quando ci si avvicina a misure prossime e oltre la velocità della luce, suggerisce che c’è un’ontologia del tempo autonoma rispetto allo spazio geometrizzato e all’informazione ridotta ad aritmetizzazione di bit annodati. Anche qui, come nel primo caso (il tempo meccanico), nonostante i cambiamenti qualitativi nel mondo dei linguaggi, delle scritture e dei soggetti (ad un tempo portatori e agitatori), il tempo e i linguaggi dell’informazione e della comunicazione elettronica del cyberspazio e della rete www rimangono significati solo da misure metriche. Il tempo è: microsecondo (un milionesimo di secondo), nanosecondo (un miliardesimo di secondo), psicosecondo (un millesimo di miliardesimo di secondo), femtosecond[16] (un milionesimo di miliardesimo di secondo) attosecondo (un miliardesimo di miliardesimo di secondo) «come si può trovare nelle scale atomiche e fotoniche».[17] L’informazione è: kbit, megabyte, gigabyte, ecc. Eppure nel testo cyberspaziale c’è una mole d’informazione processuale e comportamentale che è impossibile, nella sua temporalità turbolenta, non trattare come un sistema reticolare aperto e pluribiforcante; è come il tempo esponenziale che abita i ritmi del linguaggio poetico (linguaggio di modellizzazione secondaria, Jurij Lotman). Una sfida all’ordine delle cose accreditato del/dal senso comune e del/dal sapere classico delle determinazioni meccaniche.

Tra pro e contro, sicuramente il linguaggio elettronico della rete www ha aperto possibilità di esperienze, tempi e scritture plurali inediti e tali che i vecchi riferimenti e significati, anche relativi al concetto di avanguardia, non sono però più sufficienti per dirne gli sbocchi e i conflitti.

Le pluralità delle esperienze sono le pluralità dei tempi del tempo. Il tempo è una molteplicità simultanea di tempi eterologici: verticali, orizzontali, circolari, biologici, psicologici, neuorologici, culturali, politici, turbolenti, iperbolici, ecc. Un altro ‘modo’ di trattare il tempo. Un altro modo di sapere ed agire delle singolarità differenziali. Come dire che cadute certe forme, altre ne sono state messe in piedi. E però il rapporto con le scritture innovative non è venuto meno, sebbene sia difficile (almeno nel senso tradizionale), ma non impossibile, parlare di avanguardia, se dal gruppo omogeneo e dell’esclusione si è passati al gruppo come un insieme di singolarità eterogenee, differenziali com-posti nella logica dell’inclusione».

 

(Fine prima parte)

(Qui la seconda parte del saggio)

 


[1] Mario Lunetta, La materialità del testo, in Filippo Bettini, Francesco Muzzioli (a cura di), Gruppo ’93. La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia, Piero Manni, Lecce, 1990, p. 67.

[2] Julia Kristeva, La rivoluzione del linguaggio poetico (trad. it. di Silvana Eccher dall’Eco, Angela Musso, Giuliana Sangalli), Marsilio, Bologna, 1979, pp. 170-71, 174, 187.

[3] Cfr. Gaspare Polizzi, Alle radici dell’epistemologia francese del 900, in Id., Tra Bachelard e Serres. Aspetti dell’epistemologia francese del Novecento. Appendice di Giuseppe Gembillo, Natura e storia nella epistemologia francese del Novecento, A. Siciliano Editore, Messina 2003, p. 96.

[4] Cfr. Maria Luisa Dalla Chiara Scabia, Logiche temporali e logiche epistemiche, in Id., Logica, Mondadori, Milano, 1979, pp. 87, 88.

[5] Gastone Bachelard, Istante poetico e istante metafisico, in Id., L’intuizione dell’istante /La psicanalisi del fuoco, Dedalo, Roma, 1991, pp.115 e sgg.

[6] Michael Hardt, Antonio Negri, Parallelismi rivoluzionari, in Id., Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano, 2010, pp. 329-330.

[7] Toni Negri, Intellettuali, potere e comunicazione, in Id., Inventare il comune, DeriveAprodi, Roma, 2012, pp. 64-65

[8] Francesco Muzzioli, Il gruppo ’63 – Istruzioni per la lettura, Odradek, Roma, 2013, p. 10.

[9] Paolo Virno, Giustapposizione di poiesi e prassi, in Id., Grammatica della moltitudine. Per un’analisi delle forme della vita conteporanea, DeriveApprodi, Roma, 2002, p.42.

[10] Ivi, p. 43.

[11] Andrea Inglese, Per una possibile poesia irriconoscibile, in «Alfabeta2», IV, settebre-ottobre 2013, p. 23.

[12] Andrea Cortellessa, Poesia. Per riconoscerla: tre connotati, in «Alfabeta2», IV, settebre-ottobre 2013, n. 32, p. 24.

[13]Maurizio Lazzato, Semiotiche del debito, in Id., Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2013, p. 180.

[14] Marx e Engels, Manifesto del Partito comunista, Newton & Compton, Roma, 2005, p. 47.

[15] Karl Marx, Lotta per la giornata lavorativa normale. Leggi coercetive per il prolungamento della giornata lavorativa dalla metà del sec. XIV alla fine del sec. XVIII, in Id., Il capitale, (trad. it. di Delio Cantimori), libro I, Editori Riuniti, Roma, 1980, pp. 300, 301.

[16] Femtosecondo (Cfr. wikipedia.org): «Nel sistema internazionale di unità di misura il prefisso “femto-” indica 10−15. Il suo simbolo è fs».

[17] Derrick de Kerckhove, La conquista del tempo, Editori Riuniti, Roma, 2003, p. 22.

 

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