Avanguardia open source possibile. Il soggetto “Noi Rebeldía” (Parte 2/2). Saggio di Antonino Contiliano

Avanguardia open source possibile. Il soggetto “Noi Rebeldía”.

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di Antonino Contiliano

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Il differenziale dell’avanguardia open source

 

Il differenziale della parola dell’avanguardia open source e dell’impegno, in questo contesto, non è più volto all’integrazione per chiudere la creazione artistico-po(i)etica nell’integrale di una identità monologica della lingua formattata del cognitivismo informatico, quanto piuttosto disponibile ad accogliere le biforcazioni eterogenee delle singolarità artistiche nel collettivo plurilogico e polisemico del testo collettivo poetico. Il differenziale dell’avanguardia open source è, infatti, come una pluri-sorgente del divenire “noi” delle singolarità molteplici, o una sorgente come insieme di affluenti che si incrociano e mescolano in un nuovo soggetto di ibridazioni. Un processo multiforme e un continuo divenire conflitto contro la formattazione delle forme e delle scritture biodiverse. L’ordine della monologia informatizzata non gradisce delle gemmazioni significanti plurime. Il corpo di queste scritture poetiche sarebbe così una moltiplicazione della forza conflittuale come offesa, oltre che fuga, nei confronti dell’impoverimento della lingua e del suo potenziale di ribellione politica.

Così, per riprendere il discorso sull’avanguardia, la nota che più ci interessa tastare in questa sede non è tanto l’esaurimento di certe forme storiche del conflitto e di certe forme dell’avanguardia, quanto invece il discorso di un’avanguardia possibile del soggetto come pratica radicale in quanto già movimento che avanza la sua potenza d’essere di virus attivo contro il capitalistico depoliticizzante. L’ordine capitalistico non vuole il conflitto, è piuttosto uno status “impolitico”.

Fratture, discontinuità e arresti segnano ormai, paradossalmente, la continuità dei tracciati della storia e del tempo. E lavorare nel paradosso non è una sconfitta o una resa, ma una re-sistenza. La resistenza di un esser-ci che ai modelli astratti – pur necessari per non annegare nell’immediatezza delle cose o nelle durate naturalizzate dei rapporti e delle relazioni, che affollano il piano dell’immanenza materiale della produzione e della riproduzione capitalistica – impedisce di smussare, le tensioni, chiudere le aperture e di escludere le decisioni del kairòs. Il tempo debito, il kairòs, fra l’altro, vuole una concezione del tempo che sia anche il tempus delle meteoro-logie (miscela/ mescolamento/tempera/taglio/) e il taglio anche della decisione di prendere posizione sapendo che il tempo lineare di kronos non ha più indiscussa egemonia. La sua dimensione geometrico-quantitativa di retta in sviluppo deve fare i conti con una discontinuità che ha linee di geometrie alternative e compossibili, che uniscono quanto separano le potenzialità del reale. Le orbite dei pianeti procedono a zigzag. Il retrocedere momentaneo del pianeta nella sua orbita è come un raccogliersi/contrarsi per esplodere in avanti altre linee di fuga.

È tempo di “arretramenti rivoluzionari” per ripescare e riprovare (provare ancora e meglio) il fare insieme della cooper-azione antagonista e alternativa. È tempo che il “risveglio” diradi il “sonno” e anche la “lucidità” di una ragione capitalistica strumentale stragista e criminale; la ragione omocida del profitto uccisore, “bio-cida”. C’è bi-sogno cioè di un pensiero, di un’azione, di una parola e di una volontà collettiva che costruisca il “comune” a partire di una avanguardia open source po(i)etica possibile, che può avere il suo presupposto – come in un minimo comune multiplo (m.c.m.) – in un comune ‘general intellect’ poetico, senza il quale non c’è stile/scrittura individuale che possa sopravvivere. Un ‘general intellect’ poetico cioè che non è proprietà di nessuno in particolare, ma di tutti e disponibile per tutti (un bene comune o produzione sociale); senza copyright e politica dell’imagining, perché generato nel tempo dall’intelligenza sociale dentro cui solamente si differenzia quella delle singolarità di ciascuno. E poi la lingua della poesia ha il “plusvalore” della polisemia e del tempo esponenziale, che nessuna monosemia capitalistica può ridurre al silenzio coatto dell’univocità degli automi digital-algebrico statistici e a-significanti autoreferenziali.

Se i sistemi di rappresen­tazione si trasformano, e altri punti di vista pratici e di ristrutturazione vengono alla ribalta, a questa logica non sfuggono né il soggetto né l’oggetto, che, fra l’altro, in ogni modello vivono una vita di relazione e di interdipendenza storico-sociale. E quando diciamo modello, vogliamo pensare a quell’insieme dinamico e complesso storico di assunzioni interne ed esterne che, in ogni tempo, riguardano teoria, pratica, procedure, metodi, letterature, estetica, etica, ricadute politico-sociali… che investono l’essere corporeo quanto la coscienza, la conoscenza, la prassi e i rapporti tra i soggetti (individuali e sociali), e il mondo che siamo e costruiamo in modo non lineare e differenziato.

Il mondo della modernizzazione global-capitalistica però, nel suo dominio di presunta amministrazione tecnico-a-ideologica, è intento ad azzerare la pluralità nonostante il clamore che agita il mercato delle individualità. Ogni conflitto e ogni antagonismo è depoliticizzato e ogni dissenso criminalizzato, e la lingua è quella del trionfo degli stereotipi. Nessun dialogo (e plurale), e nessun futuro alternativo; nessun conflitto materialistico scientifico di classe quanto utopico e antagonista aperto. L’unica classe egemonizzante è quella della finanza capitalistica che investe sulle idee creative del singolo o di gruppo deviando ogni direzione che non sia nell’ottica del mercato e del profitto-rendita. Un modello del sociale complessivamente piatto: il cliente, il consumatore, il prosumer in un tempo pieno di merci e uno spazio liscio, specie ora che la materialità dello stesso spazio è stata assorbita dalla velocità delle sole onde elettromagnetiche. La tecnica cioè che traduce l’economia dell’informazione e della comunicazione in binarismo digitale, diagrammi e flussi, mentre ai soggetti sottrae la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro. Il tempo della vita coinciderebbe con lo stesso tempo di lavoro capitalistico, sì che, nella stessa composizione organica del capitale, verrebbe a cadere la stessa differenza tra tempo assoluto e relativo e tra questa riduzione e la vita concreta e quotidiana degli uomini multilaterale che viene ancora fatta credere stimolante scissione tra meriti e classi. Un’ontologia sociale tutt’altro che praticabile e perciò esposta alla critica, alle revisioni e alle trasformazioni fino alla messa a punto delle categorie di biopolitica e di biopotere di parte che Michel Foucault ha costruito per rimettere a fuoco la funzione delle pratiche e dei discorsi d’ordine nella stessa vita di ogni giorno dei soggetti e dei processi di soggettivazione.

Sul finire del XX secolo, György Lukács, in considerazione dei profondi mutamenti che travagliavano gli assetti sociali interni ed esterni del mondo bipolare, ripartendo dalle indicazioni di Marx – che designano l’uomo come l’insieme dei suoi rapporti sociali –, ha provato a scrivere l’Ontologia dell’essere sociale (1976/1981) come cooperazione dei molti e un’azione continua che si realizza sia nel lavoro che nel linguaggio e nella comunicazione collettiva dei singoli.

Nel XXI secolo, l’esigenza di ri-fondare un’ontologia filosofica dell’essere sociale, pur mettendo l’accento sulla singolarità come finitudine e accesso all’essere, è stata ripresa dal francese Jean-Luc Nancy (Essere singolare plurale, 2001) che, poi, in Prendere la parola (2013), si richiama pure al concetto marxiano di produzione naturale e sociale dell’uomo.

 

«Con “produzione sociale” non si deve assolutamente intendere una dimensione aggiunta o completare a qualcosa che sarebbe, innanzi tutto e in sé, “uomo” o “natura”. Al contrario, bisogna intendere, a monte delle rappresentazioni del meccanismo di produzione (il lavoro e lo scambio), la condizione singolare-plurale dell’esistenza: il fatto che essa venga alla luce, con lo spazio tempo del suo esistere, per, in e come singolarità-plurale. […] Il singolare implica il proprio limite […] il limite come proprio […] la “finitezza” […] ma […] la finitezza […] non come limitazione […] ma, al contrario, come modalità propria di accesso all’essere o al senso. Nella finitezza singolare ha luogo la condivisione dell’essere e del senso […] condivisione che non oltrepassa né cancella i limiti o i fini del singolare, ma al contrario li distribuisce, e distribuendo li afferma, ogni volta secondo la loro eccezione. Finitezza eminentemente affermativa di ciò che è senza fine in senso non privativo. […] Ciò significa, dunque, che pensare la singolarità vuol dire necessariamente pensare fuori dal mito – non ci sarebbe né mito né rito per la singolarità –, ma anche, necessariamente, all’estremità della metafisica nel senso di Nietzsche, a quell’estremità di cui Marx, ancora una volta, segnala il punto di inflessione dando per oggetto all’ontologia la “natura sociale dell’uomo”, ossia la sua non-naturalità, ma insieme ad essa la non-naturalità del mondo in generale e la sua costituzione singolare-plurale».[1]

 

In Italia, e solo per indicare alcuni nomi, i mutamenti sono oggetto di analisi e ipotesi interpretative da parte dell’Italian theory (A. Negri, G. Agamben, M. Cacciari, R. Esposito), e anche qui il terreno di ricerca è quello che investe la teoria e la prassi intorno alle trasformazioni del capitalismo moderno informatico, telematizzato, digitalizzato. Metamorfosi che, tra ordinarie e straordinarie contraddizioni, legano intrinsecamente la formazione dei soggetti e dell’essere sociale e politico nella trama relazionale che meticcia i linguaggi, la comunicazione, l’economia, le categorie politiche e i rapporti vari nel riassetto e sconvolgimento del mondo e della vita di relazione globale e locale.

Tra queste contraddizioni, per quel che in questa sede ci preme, c’è la tendenza del capitalismo digitale condotta sul piano dell’impoverimento del linguaggio informatizzato unificante quanto univocizzante e del predominio del pensiero acritico ed emozionale, mentre dilaga l’eterogeneità delle lingue, dei dialetti conflittuali e delle ibridazioni culturali molteplici che alimentano il conflitto delle soggettività sociali plurali nei confronti degli assetti capitalistici della ristrutturazione dell’ordine.

È una contraddizione che si palesa come asimmetria. Asimmetria tra queste soggettività plurali e il monopolio del capitale finanziario che vuole sfruttarne la ricchezza cooperativa dei linguaggi e delle relazioni deterritorializzate, e tuttavia soggetti di resistenza e ribellione. Un antagonismo come portato di una concreta e plurale eterogeneità aumentata della realtà dell’essere storico-sociale, che è emersa dalla rivoluzione delle forze produttive e dei rapporti sociali capitalistici e che punta all’autovalorizzazione delle soggettività individuali e sociali confliggendo con la valorizzazione classica dell’appropriazione capitalistica.

La mondialità della rete e dell’accresciuta interdipendenza globale, spianata dal mercato, volendo abolire l’antagonismo politico-sociale dello stesso individuo liberale e delle sue arti liberali, pur nella sua stessa e vecchia forma delle sovranità rappresentative, ha messo in vista, infatti, più di ieri, l’irriducibile pluralità dell’esser-ci dei soggetti, favorendone una forma di cooperazione non gerarchizzata dal capitale. Il ‘plurale’ così è insieme di singolarità in quanto sempre essere-con o socialità strutturale, come sociale è il general intellect, o il knowledge che alimenta la nuova produzione capitalistica e destabilizza gli equilibri in quanto soggettività creativa che precede e non segue gli investimenti.

La parola individuale di ciascuno, specie se pertiene la creatività degli eventi linguistici, come nella produzione di poesia, è destabilizzante l’ordine della lingua dell’ideologia dominante, sempre intesa, quest’ultima, a sussumere tutti i comportamenti (individuali/sociali) per controllarne l’espressione e gli effetti come condotte cognitive, affettive, simboliche e linguistiche, o quell’insieme di aspetti entrati nella produzione comportamenti economico-politici di regime: «L’evento caratterizzato dalla destabilizzazione della parole, oltre i limiti della langue, si incide nella sfera della soggettività, con la sua accumulazione di modi e forme di vita, come una soggettivazione, una nuova produzione di soggettività».[2] Ma la lingua, matrice di significazioni imprevedibili, non è meno destabilizzante della parole, sì che asimmetria e contraddizione, luogo di scavo e di azione di una avanguardia di ribellione open source, che abbia un possibile “noi” soggetto collettivo e anonimo, non è fuori luogo. Anonimo non perché senza nomi, ma perché il suo nome è il comune delle singolarità che hanno come fondo con-diviso il sapere generale della tecnologia del fare poesia generata dalla/nella collettività. Il “noi” del collettivo non è quell’unità assorbente-fusionale che riduce l’identità singolare plurale di ciascuno al “medesimo”. L’identità personale di ciascuno è e rimane propria e vive solo nella sua relazione con il collettivo comune del noi molteplice; e qui l’identità collettiva è il decidere insieme il futuro politico democratico ma, come dice Spinoza, senza che tutti «hanno convenuto però di pensare e di ragionare in modo unanime» (Spinoza, Trattato teologico-politico, cap. XVI)

Qui, a mo’ di un’ipotesi praticabile, il richiamo a tutti questi assunti è il punto di vista di chi vorrebbe, in particolare, rimettere in gioco il concetto combattivo dell’avanguardia ‘engagée’ ma nella sua forma plurale, pensando alla possibile po(i)esis di un soggetto collettivo come autorialità di scritture di singolarità molteplici intrecciate, alla stregua di un textum poetico collettivo producibile con l’open source cooperativo.

Una progettualità di scrittura poetica come messa-in-comune, vera e propria ‘open source’ anti-individualistica, capace di sviluppare una alterità-estraneità rispetto all’ordine omologante del capitalismo digitale proprietario e deificante l’esclusione delle significazioni emergenti, che sono proprie all’essere della relazione lingua/parole. Un’azione di potere che galleggia nella rete della post-modernità ‘liquida’ e che vuole definitivamente dominare il divenire “fuori sesto”, ovvero la fuga del suo valore d’uso da quello dello scambio capitalistico, e stabilizzare una lingua che oggi si vorrebbe sterilizzata fra le sigle e i neologismi della produttività materiale dell’immateriale mercificato. Una gabbia pronta a bloccare qualsiasi deragliamento degli usi della lingua letterale-materiale, quanto, in specie, di quelli deautomatizzanti del linguaggio poetico.

L’idea di un’avanguardia engagée, e quale soggetto collettivo aperto sui generis, oggi può apparire più una congettura che una possibilità reale. I livelli di depoliticizzazione di massa vigenti però non sono privi di antidoto contro gli abbattimenti e gli sconforti, e tali da espungere la naturale politicità conflittuale che appartiene alla polisemia della lingua stessa.

La nientificazione dell’opposizione e delle vie eterodosse trova un antidoto nelle stesse forze vive dei produttori delle forme – i saperi e i linguaggi, i desideri e i bisogni, i comportamenti e le aspettative, le soggettività individuali e sociali oggetto di modellazione, ecc. – che il nuovo sistema-mondo ha capitalizzato per riprodurre il proprio modello di mondo come l’unico possibile. L’antidoto non può non scattare dal momento che la forza viva sfruttata è altra – l’universo simbolico verbale e non verbale in genere e la creazione degli immaginari – ed eccedente rispetto alle serrature dei capitali dell’algebra bancaria, e gode di un’autonomia in proprio. Un’azione capace di resistenza, fuga, ribellione, sovversione, specie se entra in gioco la lingua della poesia.

Qui i principi dell’intelligenza collettiva, sia logici sia analogici – le costanti cognitive e immaginative –, non si attivano solo per l’emozionale esclusivo dell’individualismo privato e del modello che lo giustifica, perché l’io lirico privato non è il proprietario del ‘comune’, come non ne dispone in esclusiva l’io del Capitale per la produzione economico-sociale e culturale sotto le insegne dell’immateriale. L’intelligenza collettiva vive in un modo di relazioni, e queste non sono depurate dal conflitto strutturale che le caratterizza per natura e storia.

La poesia non conosce chiusure d’ordine o razze o classi privilegiate, sebbene il dominio della classe capitalistica sembra imporre diversamente e, in certi momenti storici, nonostante il mecenatismo avesse assicurato a certi singoli poeti e intellettuali la libertà che altri non aveva. Oggi è possibile anche che un soggetto collettivo sia libero e produttore di poesia, partendo dal presupposto che c’è un patrimonio del sapere poetico prodotto da un’intelligenza sociale generale e disponibile per quanti ne vogliano usufruire sapendo come fare. La produzione di un testo di poesia non deve portare necessariamente la firma di una sola mano, quella di un individuo solitario che lavora nel chiuso della propria identità individualizzata e riconosciuta come tale. La produzione poetica può essere praticata egualmente da un soggetto plurale, collettivo e anonimo. La circolazione della lingua e dei linguaggi (verbali e non verbali), che si attiva per fare poesia, è modus bio-poli-tico oggettivo che non pertiene più all’uno (soggetto individuale) che all’altro (soggetto collettivo).

A questo punto ci sembra opportuno dire della poesia, ciò che Hilbert propose per la matematica al Congresso internazionale dei matematici svoltosi a Bologna nel 1928: «È un totale fraintendimento della nostra scienza creare differenze basate suoi popoli e sulle razze, e i motivi per i quali lo si è fatto sono molto squallidi. La matematica non conosce razze […] Per la matematica, l’intero mondo della cultura è una sola nazione».[3] Una sola nazione ma una pluralità di numeri e di infiniti.

Un insieme di insiemi, o una varietà in continua trasformazione che genera forme che si rincorrono e si integrano all’interno di un unico patrimonio sociale che la comunità degli uomini ha dato al mondo secondo i bisogni della conoscenza e dell’azione. Bisogni di ricerca e sperimentazione di forme per ciascuno, e da ciascuno secondo le proprie possibilità, come un agire insieme degli-uni-con-gli-altri.

E se questo vale per la cultura della matematica – che Hibert ha definito, metaforicamente, come una sola nazione –, vale anche per la poesia. Questi due universi sono separati solo se vige scarsità di immaginazione, o alienazione coltivata ad hoc, o perché non si specifica il proprio di ciascun campo e tipi di relazione e correlazione che intrattengono. Basterebbe pensare, tenendo presente la differenza degli oggetti che da un lato interessano l’astrazione poetica e dall’altro quella matematica, come alcuni principi quali quelli di somiglianza, analogia, parallelismo, equivalenza e contraddizione siano comuni al tessuto delle rispettive semantiche. Di somiglianza e differenza, parallelismo ed equivalenza nella struttura e nell’analisi dei testi poetici se ne sono occupati in tanti (ma qui bastano i numi di R. Jakobson e J. Lotman).

Peraltro non bisogna neanche dimenticare, sempre tenendo presente la differenza del tessuto lavorativo, che la retorica po(i)etica ha i suoi presupposti (ciò che altri hanno chiamato “ductus”,[4] ovvero il rapporto di medesimezza, o d’inversione, o di analogia che dovrebbe intercorrere tra il tema scelto e l’idea che si vuole sostenere), così come ineliminabili sono (i presupposti) nel campo della costruzione dei discorsi della geometria (classica e non classica), o dell’aritmetica (ricordiamo le scelte di Giuseppe Peano, o quelli della logica insiemistica)

Altrove, presso gli Araweté, amerindi dell’Amazzonia, non c’è un’unica natura ma «una sola cultura (dato che tutte le culture sono tutte genericamente umane) e molte nature (che sono distribuite in diversi mondi)»,[5] sì che ogni cosa è una forma vivente sui generis e l’interazione tra umani e non umani una specie di inter-azione collettiva o relazione sociale.

E com’è evidente, il soggetto di questa “nazione” e “natura” non è stato mai un individuo solo, ma un soggetto plurale collettivo, ovvero un “noi” di interazioni dinamiche e relazioni tra soggetti e soggettività cooperative in divenire. L’animale umano è un animale sociale, una ricerca costante dell’individuo che tende verso il collettivo come il modo più proprio; o il noi della socialità culturale e politica senza cui (diversamente da quanto ideologizza l’individualismo contemporaneo del capitalismo neoliberista) non ci sarebbe condizione alcuna di emancipazione o rivoluzione trasformatrice e liberatrice. Una soggettività sociale che nel tempo è co-cresciuta nell’acquisizione del linguaggio come comune patrimonio (general intellect) scientifico e/o poietico, e via via facendosi divenire rete di singolarità molteplice. Un campo dinamico in cui la voce individuale, nell’accezione non atomistica ma di singolarità sociale plurale, ha trovato la condizione della sua stessa dicibilità e del suo farsi essere-insieme polis sociale; sì che il gruppo-soggetto-collettivo e individualità interagiscono come variazioni proprie e immanenti. Gruppo in movimento, identità non sostanzializzate e razionalità relazionali critiche.

Il tempo e le prassi teoriche e sperimentali in corso sono sufficienti testimonianze perché si possa dire diversamente. Così le teorie del caos, “disordine” tutt’altro che irrazionale, e la pluralità dei modelli cosmologici si sono poste come altri punti di vista e dato vita a una nuova razionalità cooperativa open source eccedente, e tale da far dire a Ilya Prigogine che la scienza è un ascolto poetico della natura, senza che per questo far venire meno il conflitto che è nell’immanenza delle cose.

Il linguaggio della poesia, come quello della natura (seppur così maltrattata e ingabbiata), ha infatti una logica che deborda qualsiasi argine artificiale ristretto, o inteso a bloccarne o a misconoscere la potenza d’uso esplosiva e conflittuale. Analogamente, per il lirismo individualistico in poesia, potremmo dire che ormai è fuori luogo quale unica fonte della produzione poetica. Se finora la possibilità del soggetto collettivo, del “noi”, è stata esclusa o trascurata, non per questo la sua produttiva è impossibile, o non praticabile. Adottare il punto di vista del soggetto collettivo – che non sia un agglomerato di fortuna, ma il nucleo comune di una soggettivazione comune e in permanente contatto dinamico con la realtà storico-sociale intera, ascoltandone il nuovo pulsare singolare plurale e tessendolo in corrispondenti testi collettivi – diventa così un atto di coesione e coerenza di antagonismo plurale in movimento.

Nel contesto globale attuale (fronte della monologia digito-simbolica capitalistica, il linguaggio algebrizzato monovalente, che si applica all’economia finanziarizzata, quanto alla biologia e alle neurologia e alla contabilizzazione della parole sul mercato online), il soggetto poetico collettivo e la sua molteplicità semica plusvalente emergono come una contro-tendenza d’avanguardia impegnata.

Nasce una nuova razionalità poetica, una relazionalità dei complessi eterogenei e contraddittori della realtà in corso e d’ordine sperimentale aggiornato; una razionalità non meno potente di quella classica. Anzi più disponibile a una correlazione cooperativa dei linguaggi e degli strumenti. Una razionalità che ingloba il tempo e instaura un dialogo conoscitivo e pratico piuttosto avanzato tra i saperi e le forze della materia, il mondo e la multifattorialità degli elementi che formano una biomassa politicamente interattiva tra gli uni e i molti, e ciò oltre i vecchi confini della separazione e dell’esclusione. Michel Foucault, dietro i dispositivi disciplinari inventati dalla modernità dell’illuminismo borghese, nelle sue opere parla persino della verità della logica della follia e del fatto che il pensiero nel suo rapporto con le cose è sempre una connessione aperta all’allegorico.

Un nesso dinamico che la poesia, la poesia del soggetto collettivo e anonimo, non può non praticare per rilanciare la sua forza d’urto conflittuale sociale e del suo dire-altrimenti singolare, e insieme, nel mondo degli eventi, il fare poetico di questa sua razionalità immanente e critica. Una “nuova alleanza”, questa nuova razionalità, più critica e sperimentale, quanto alimentata dall’irriducibile tensione allegorica che, nella scrittura poetica, indica che in rete c’è sempre (un operatore temporale) un altrimenti delle cose che necessitano di punti di vista e logiche non standardizzati sul senso comune e l’acquisito.

Se, come dice Prigogine, la vecchia al­leanza animista col mondo finalizzato è finita, non è men vero che c’è una “moderna alleanza” che rende legati caso e necessità, disordine e ordine nei linguaggi e rende possibile un soggetto collettivo che operi in poesia con lo stesso rigore e coerenza di quello scientifico-matematico che costruisce le sue configurazioni sulla base di un general intellect poietico circolante ed elaborato dal/nel mondo storico che siamo. Noi siamo tutto il mondo storico-materiale (spinoziano/marxiano/freudiano/ecc.) in atto e, di volta in volta, attuabile con la socialità della praxis e della poiesis che ci articola permanente molteplicità presente e vivente.

E se così può essere, e non sembra che ci siano ragioni contrarie, anche per i comportamenti delle singole voci di questo soggetto collettivo, – in quanto rete di singolarità sociali che si muove nel campo letterario, artistico e poetico, – come nel campo delle scienze naturali e fisiche, allora anche qui si possono praticare assunzioni di responsabilità collettive come una nuova avanguardia critica. E si può parlare e agire (come suggerisce il fisico di Sir James Lighthill) come voce e prassi di gruppo che si produce “testo” ibridato, e perciò coscienza culturale e sociale né isolata né pura né chiusa. Un altro punto di vista.

Sir James Lighthill è stato uno che, “a nome collettivo o di tutti i teorici della meccanica newtoniana”, si scusava perché fisici e teorici, a proposito del determinismo dei sistemi newtoniani, avevano diffuso delle idee che, dopo il 1960, si erano rivelate inesatte. Ora ciò che – nell’esempio citato di Sir James Lighthill – interessa non è tanto il fatto delle scuse fatte a nome del gruppo quanto la scelta di un fisico che parli come soggetto collettivo di studiosi, scienziati, sperimentatori e non a nome personale; questo significa che lui è la voce singolare di un soggetto collettivo e che si inscrive in un testo comunitario e collettivo e di più ampia “ragione pubblica”, in quanto modellizzazione che realizza un linguaggio teorico-sperimentale, ampiamente sociale, non ristretto a una sola classe e al suo privato regime di verità di parte. Del resto, per converso, la singolarità o unicità di ciascuno si può solo affermare a partire dall’esistenza del “noi” come imprescindibile relazione con gli altri e l’altro. Non diversamente funzionano le parti del mondo macro-micro quantistico, del DNA o dei circuiti cerebrali. L’essere collegialità delle cose è nell’azione delle cose stesse.

E l’operato di un poeta o di un soggetto poetico, non meno di un fisico, teorico o meno che sia, è pure il risultato dell’azione, della teoria e di un pensiero che sono stati elaborati da un collettivo di persone piuttosto che da individui isolati, sì che il suo essere soggetto, come il suo lavoro, è piuttosto un “noi” che si specifica in una singolarità altrettanto sociale/relazione; non è l’“Io” o atomo separato. Già l’atomo di per sé è un campo di forze piuttosto che una somma di elementi semplici e indivisibili. E l’oggetto, a sua volta, è anche esso stesso un testo, un intreccio semiotico oggettivo di più elementi, di cui alcuni più costanti e di lunga durata, che solo per astrazione metafisica possono perdere il nesso con l’eterogeneo dei complessi che la contingenza e la ricerca sperimentale mettono in campo.

Così il modello messo a punto – sperimentato e praticato sia nel suo momento di elaborazione teorico-formale sia nei suoi testi di verificabilità, coerenza, osservabilità e comunicabilità dei risultati – è sempre il risultato di una cooperazione storico-determinata di singolarità autonome e indipendenti. Una cooperazione unita da un’indubbia volontà “collettiva” depositata nell’identità segnico-allegorica del sistema socializzato e dell’opera-testo che lo attualizza sempre come un processo di identificazione, e mai in uno stato di cose presente e significati permanenti.

Scrivere un testo poetico collettivo, e certificarlo come prodotto di un soggetto collettivo e plurale nell’identità (un ornitorinco o un paesaggio mediterraneo), è allora praticabile. E questo soggetto può essere anche quell’ “io noi” plurale dei poeti di una avanguardia critica, e non “organica” al “principe”. Un impegno non gerarchizzato e producente poesia d’avanguardia antagonista oltre la carta d’identità del lirismo privato dell’interiorità depoliticizzata e dematerializzata. La lingua della poesia, come la stessa lingua letterale-materiale, del resto ha un legame imprescindibile con la dimensione storico-sociale delle relazioni eterogenee. Idem la soggettività che costruisce i testi poetici non è immune dalla contingenza storica che l’attraversa e ne limita il delirio di onnipotenza.

Considerato il non ritorno del soggetto ente “sovrano” (economico o cogito o lirico sia il suo segno), recinto entro cui era stato collocato l’Io come interiorità solo individuale, porre la dimensione di un’avanguardia poetica open source critica e soggetto collettivo singolare plurale in-filtrato, non è metafisica idea. La poesia – mondo generalmente ritenuto proprietà e dominio dell’Io lirico/soggettivo, così come l’economia e l’economia politica è stata considerato pascolo esclusivo del dominio dell’Io del Capitale – può aprirsi ad una cooperazione comunista senza perdere la propria aseità semantica. Il soggetto plurale, che lascia la tradizionale intimità sostanziale atomistica e si realizza come variazione molteplice e intreccio di eterogeneità, può solo potenziarne il valore polisemico di sistema ed extrasistema. E in certi momenti storici, più che in altri, un testo di poesia non si fa apprezzare solo per le sue qualità estetiche e formali, o per le confessioni biografiche del suo autore, o perché è un innocuo gioco linguistico, ma per le informazioni che ci dà sulla vita e le azioni possibili da intraprendere. Diversamente dal gioco, che lavora per un addestramento alle regole, la poesia – scrive J. Lotman – è l’arte di possedere il «mondo (simulazione del mondo) in una situazione convenzionale. […] Nella sua essenza il gioco è molto lontano dall’arte. […] I modelli scientifici sono un mezzo di conoscenza, poiché organizzano in un determinato modo l’intelletto dell’uomo. I modelli ludici, organizzano il comportamento, sono una scuola di attività […] I modelli artistici sono l’unione, unica nel suo genere, di un modello scientifico e di un modello ludico, poiché organizzano contemporaneamente l’intelletto e il comportamento. Il gioco in confronto con l’arte è senza contenuto; la scienza, senza azione».[6]

Lamolteplicità delle cose e dei piani in quanto misto/miscela di variabili eterogenee è, dice Deleuze, un intreccio che si distingue per i suoi tratti qualitativi e quantitativi; e, al tempo stesso, non si sottrae alla dinamica della modellizzazione infra-articolata. La molteplicità qualitativa (misto eterogeneo di variabili che ha una identità insieme permanente e virtuale) è propria del soggetto. La molteplicità quantitativa (misto eterogeneo di variabili spaziali e locali che ha identità-permanenza, discretezze e simultaneità di parti, omogeneità e contestuali differenze di grado) invece è propria dell’oggetto.

Lamolteplicità come variazione intrecciata di complessi eterogenei di qualitativo e di quantitativo si trova così a concretizzare ogni soggetto/soggettivazione (individuale/collettivo) e ogni oggetto/oggettivazione riflessi come un “communis” testo fondazionale collegato con la realtà processuale. Potremmo dire – in termini di funzione-ipotesi – il textum come il con/tra che rapporta il soggetto e l’oggetto nel “sensus communis” della cooperazione tra soggetti, da una parte, e, dall’altra, tra questi e l’esterno.

È come dire, tuttavia, che anche il soggetto in quanto molteplicità e pluralità, alla stregua del testo che produce, è a sua volta, metaforicamente, un altro testo. Un textum che, nell’immanente della con-tingenza, vi opera come intreccio e intersezioni di co-elementi. Elementi che vi si organizzano aseicamente relazionandosi gli-uni-con gli altri, e correlando livelli e altre istanze semiotiche che la molteplicità comporta, specie se c’è una dis-posizione-tempo che è kairòs storico delle condizioni-con. Condizioni d’insieme che fanno del soggetto collettivo e del testo poetico un textum come l’essere-con delle singolarizzazioni che in atto si mescolano.

Il singolare è un ego che non è un soggetto nel senso di un io che si rapporta tra sé e sé. È un ipseità come il «distinto della distinzione, il discreto della discrezione […] è l’essere che di volta in volta che attesta il fatto che l’essere ha luogo di volta in volta».[7] È l’esser-ci come essere-con, l’insieme textum collettivo delle relazioni, o l’uomo dell’insieme dei suoi rapporti naturali-sociali (Marx).

Il fatto che qui preme mettere in rilievo, in ogni modo, è che il ricorso alla metafora del textum («concetto concreto in quanto nesso di immagini ossia di un molteplice discreto», G. Della Volpe, Logica come scienza storica), quale misto di molteplicità singolari, applicato al soggetto collettivo come produttore di testi di poesia, apre, a parere nostro, un nuovo orizzonte critico e utopico, nonostante le abiure di mercato che, da destra quanto da sinistra, ha dichiarato la morte di qualunque progettualità e utopia alternativa democratica antagonista. Cosa che occorre, invece, rinforzare sul fronte delle soglie della ‘biforcazione’ dove la socialità diffusa si aggrega e fa gruppo intorno ai beni comuni e alla stessa intelligenza collettiva quale nuova tendenza della produzione e della riproduzione sociale e culturale e democrazia dal basso.

Una pratica che, tendenzialmente, non può escludere il campo della produzione di testi poetici.

E ciò per il fatto che, rispetto alla tradizionale e pregiudiziale visione di compattezza unitaria del soggetto individuale, è possibile una articolazione diversa del problema: una modalità collettiva del soggetto produttore di poesia. Una singolarità sociale plurale e molteplice che utilizza un comune sapere (knowledge) poetico e il linguaggio della diversità e della relazione con l’altro (Édouard Glissant, Poetica del diverso).

Il knowledge/general intellect – oggi tendenzialmente nuova forza produttiva dell’industria dell’immateriale – diventa così il nuovo universale topologico che alimenta la produzione dei poeti, rendendone possibile la co-produzione del “noi poetico” come singolarità socializzata.

Nell’attività poetica, infatti, verrebbe ad agire il “noi” sotteso del comune e generale “intelletto” po(i)etico, il quale, nell’esteriorizzazione, si realizza in espressioni singolari e insieme comuni miscelando diversamente elementi eterogenei e livelli disgiunti nella com-posizione dei soggetti interessati.

Il sog­getto e l’oggetto si fronteggiano e si rapportano, altresì, come due testualità molteplici e disgiuntamente con-nesse in quanto inserite nello stesso processo di mescolamento (che non è mai omogeneo di per sé), e che relaziona sia la differenza dei soggetti che dell’oggetto co-prodotto. Senza questa relazione di disgiunzione-unione, dopotutto, né l’uno né l’altro potrebbero dirsi e richiamarsi, o essere negati per creduta incommensurabilità.

 

Deleuzeniamente, «lungi dal suggerire l’equiparazione impossibile di due unità fra loro incommensurabili»,[8] i due lati della relazione sono tuttavia pensabili e conoscibili sotto la novità di una medesima categoria: per­manenza delle differenze che si confrontano in un mondo multitudinario di soggettività, le quali producono cooperativamente come un collettivo del noi singolare. Nella soggettività del noi c’è infatti una intra-inter-soggettività plurale che, in funzione del comune linguaggio po(i)etico, può strutturare cooperativamente un testo poetico collettivo, dove la co-municazione poetica ha sia il momento della significazione singolare del senso, quanto il differenziarsi di ogni soggettivazione che lega la polisemia del textum all’oggettivazione che la media con l’estraneità dell’altro. L’espressività stilistica individuale non si perde.

L’autorialità collettiva non fa svanire l’espressione stilistica propria a ciascuno, ma mette in rilievo, invece, il come del non separarsi dalla comune realtà che simula e (condiviso un generale sapere poetico) la muove e la singolarizza verso l’attivazione di un’avanguardia open source dell’impegno cooperativo in re.

L’opzione, per inciso, non mette a rischio la pratica significante e la stessa enucleazione semantica dell’opera quale aseità poetica e contestualità organica alla testualizzazione. La testualità può solo mettere in campo, invece, valenze di conflitto e antagonismo maggiorate nelle forme proprie all’arte e alla poesia, e un’ulteriore allegorizzazione. L’operazione, infatti, pur legata al comune terreno della noosfera o della semi-sfera po(i)etica, ha una contestualità organica più complessiva e storico-evolutiva in divenire. Nel contesto, infatti, nessuno può fare a meno del riferimento all’elaborato della collettività, ai particolari sistemi emersi a vita, e alle modellazioni del mondo proprie dei soggetti e delle percezioni idiosincratiche.

Così se una collettività può essere considerata come un’individualità complessa, l’individualità di ciascun soggetto a sua volta può essere una collettività concettualizzata attraverso una sintesi dia-lettica non satura (il metodo delle “molte determinazioni”, Marx) e temporalmente connotata. È come se le varie forme del soggetto collettivo come emittente – autore reale e ideale, autore implicito e lirico-empirico – si intersecassero per incontrare tramite il testo il destinatario, l’altro collettivo – lettore reale e ideale, lettore implicito o lettore storico e contingente – che è in via come moltitudine eterogenea di identità migranti. Nell’elaborazione e nel montaggio (una o più mani) del testo letterario, la soggettualità collettiva, infatti, individuata la tendenza e i motivi della resistenza, sceglie sia il modo di lavorare sia il modo dell’incontro con l’altro. Di esempi e di orientamenti non si è orfani. La storia ne offre di diversi. Dal tempo dei templi greci, alle cattedrali gotiche, a Federico II, alle botteghe di pittura rinascimentali, a Luther Blisset, a “Morti Scomodi” (il romanzo del genere giallo-politico) del Sub/Sup-comandante Marcos, il regista del movimento zapatista, e dello scrittore Ignazio Taibo II, ecc., le indicazioni non mancano.

Il mondo della moltitudine singolare, in quanto soggettività creativa autonoma e indipendente dell’essere potenziale, comune e proprio a ciascuno e a tutti (che è diventato il capitale fisso della produzione e riproduzione capitalistica – direbbe Antonio Negri –), non è solo una forza viva di resistenza e conflitto antagonista sul piano dell’opposizione economico-sociale e politica. L’sussunzione capitalistica è totalizzante e va combattuta anche su altri versanti. Il rifiuto e la ribellione dell’intelligenza collettiva, che muove la rete informatica e telematica e qui l’economia e la mercificazione della comunicazione, deve coinvolge anche la dimensione dell’arte, in genere.

 

«In un suo testo della fine degli anni ottanta, A. Negri sviluppò un ra­gionamento sul carattere intimamente contestativo dell’arte, sulla base della presa d’atto della realizzazione piena della marxiana «sussunzione reale», intesa come «quel dominio nel quale tutte le categorie della vita sono ridotte sotto una sola forma, funzionale alla riproduzione capita­listica della società» […]. L’arte non può accettare il comando capitalistico […] quan­do il dominio del capitale non era ancora sviluppato sull’intera società, vi potevano essere spazi nei quali l’autovalorizzazione poetica si ritagliava una nicchia di libertà. Che in quel caso l’arte fosse soprattutto goduta dalle classi abbienti, non è un caso (come Marx sottolinea bene: «il non lavoro dei pochi come condizione dello sviluppo delle potenze generali della mente umana»). Né è un caso che per molli artisti il mecenatismo abbia avuto una funzione positiva: ha permesso la loro esistenza non in quanto schiavi del capitale ma, al contrario, liberati attraverso il mecena­tismo della necessità di servirlo. Ma quando la sussunzione reale e totale del capitale sulla società è cosa compiuta, allora l’autovalorizzazione arti­stica si ribella. La sua condizione metafisica è quella della ribellione e del rifiuto». […]. L’energia psichica e fisica, spirituale e corporea, che si esprime anche nella sperimentazione artistica, è l’alimento principe di una produttività che investe la tota­lità della vita e muove contro il potere di ciò che è (lavoro) «morto». Insomma, si può pensare a un’eccedenza dell’essere che si determina come fatto creativo che scaturisce dal lavoro. L’arte, soprattutto nel mo­mento in cui il lavoro si fa sempre più «immateriale», è forse il valore costruito per eccellenza, il più universale e singolare insieme, proprio perché sgorga dalle trasformazioni del modo di produzione, si inserisce con relativa facilità in quest’ultimo. È possibile dunque qualificare con­cretamente il lavoro artistico come lavoro liberato […] Lavoro liberato vuol dire qui lavoro non assoggettato/asservito/alie­nato/sfruttato, espressione dunque di desiderio, di libertà, che innerva il lavoro accumulato, astratto, nel senso di stimolarlo ad eccedere, «a sviluppare nuovi significati, sovrappiù dell’essere». […]. L’arte è, per così dire, sempre democratica – il suo meccanismo produttivo è democratico, nel senso che produce linguaggio, parole, colori, suoni che si stringono in comunità, in nuove comunità. Per sfuggire all’illusione estetica, bisogna sfuggire la solitudine; per costruire arte bisogna costruire liberazione nella sua figura collettiva. […] Nell’artista il collettivo libera un’eccedenza d’essere e la singolarizza […] è un richiamo […] al tema deleuziano dell’«aver fiducia nel mondo», cioè all’impegno necessario implicito nel rispondere criticamente allo «smar­rimento» del mondo stesso, all’esserne stati «spossessati»».[9]

 

Una pratica poetica dell’impegno e dell’avanguardia collettiva open source, in un tempo in cui l’intelligenza collettiva e il general intellect sono diventati il motore produttivo e riproduttivo dell’essere e fare società umana liberata e democratica, non è dunque fantasticheria ma possibilità reale e processo sperimentale. Soprattutto perché è la stessa dimensione contraddittoria del tempo capitalizzato che spinge alla ribellione lì dove il “tempo superfluo” è in funzione del “tempo minimo” necessario alla valorizzazione capitalistica anziché al potenziamento delle facoltà generali e creative di tutti; e ciò nonostante il lavoro postfordista, tendenzialmente, avesse liberato dal lavoro salariato. Non ha dismesso tuttavia, però, la logica del valore. Dal valore lavoro, la logica della valorizzazione capitalistica, infatti, è stata travasata in quella della valorizzazione del linguaggio-comunicazione dell’individuo sociale e della sua intelligenza collettiva, il sapere e il tempo sociali della cooperazione catturati come capitale fisso nella tecnologia informatica e telematica odierna. Sì che non è impossibile parlare di avanguardia open source impegnata, dove l’avanti del tempo, il futuro, viene avanti facendosi vedere e guardare impastato da una contraddizione dominata a danno della libertà e della verità della politica quanto della poesia, entrambe impegnate nell’esercizio del linguaggio pubblico e comune e atto a far con-e-co-essere polisemia e democrazia.

E nessuna delle due, infatti, è coltivata dal dominio capitalistico, se è vero che, bistrattando l’immaginazione dell’astrazione matematica, opta per un’astrazione del linguaggio logico-algebrico quale automatismo monocratico e comando che identifica il tempo di vita delle persone con il solo tempo della produzione flessibile, precaria e subordinata al mercato dei profitti/rendite di classe.

Infatti, se il tempo di lavoro necessario, quello dovuto in termini di valori scambio per i consumi e la riproduzione dell’uomo-lavoratore e della vita di chiunque, viene meno o diminuisce, e dall’altra – senza che tuttavia venga superata la contraddizione insita nell’amministrazione della sovrapposizione paradossale dei due tempi stessi (tempo di vita/tempo di lavoro) – aumenta il tempo libero degli individui socializzati, allora è il tempo-vita libero, dinamico e disponibile che diventa “capitale fisso” stesso (le macchine che incorporano il general intellect) e con ciò la contraddizione stessa. E qui non può non esserci antagonismo e conflitto delle singolarità sociali e collettive. Perché è lì la contraddizione, dove è la diminuzione del tempo di lavoro (grazie all’appropriazione del valore d’uso del cervello sociale creativo, dei linguaggi e della lingua dei corpi come comunicazione), che si esercita il controllo del dominio del capitale.

Se i tempi sono unificati e il linguaggio dell’informazione e della comunicazione rimane imprigionato negli automatismi delle macchine, anche il tempo disponibile (aumentato) rimane tale solo per lo sfruttamento capitalistico. Infatti, piuttosto che disponibile, come si vorrebbe, per il libero sviluppo scientifico e artistico dei soggetti, il tempo si vincola come:

 

«tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (question de vie et de morte) di quello necessario. […] Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale».[10]

 

Se questa è la tendenza attuale della sussunzione capitalistica totalizzante, una controtendenza quale soggetto e intelligenza collettivi d’avanguardia open source non può mancare pur nella forma sperimentale e anonima. Se l’intelligenza collettiva è appunto senza nomi in quanto generale e generica – un insieme di assiomi (nozioni comuni), regole e procedure che supportano il dire e il fare di ogni forma di sapere (e che non è fuori luogo poter chiamare general intellect po(i)etico)–, allora è anche praticabileil suo agire di scritture poetiche collettive e anonime, come quello che è nato nella rete http://www.retididedalus.it del cyberspazio,e che ha nome “Noi Rebeldía”.

 

 

Il fare poesia del soggetto collettivo anonimo “Noi Rebeldía”

 

“Noi Rebeldía” è il nome di un soggetto collettivo poetico che si sperimenta nella costruzione di un testo collettivo poetico comune e in rete. Un’operazione costruttiva dove il soggetto e la soggettività singolare del singolo poeta, chiamato a partecipare, si presenta come “io noi”, ovvero una voce che parla con la voce del gruppo. Un’intelligenza e una volontà collettiva che, allegoricamente attraversate e motivate da un “disinteresse-interessato” per il “bene comune” e la “poesia bene comune”, sono orientate a una produzione poetica in cui le scelte estetico-simboliche e/o linguistico-semiotiche siano “sema” etico-politico e antagonismo sociale, e la potenza d’uso della poesia, della lirica, non sia più deprivata dell’impegno. Naturalmente gli “intimisti” possono rimanere nel loro lager, ovvero considerare la propria coscienza intima come il solo luogo adeguato, privilegiato ed esclusivo della verità, della ricerca e dei metodi. Un luogo non è adeguato perché privo di parti o irrelato; un luogo è tale perché è un insieme di parti che si richiamano e fanno un collettivo reticolare con limiti e confini ben chiari sebbene mobili nel tempo, perché è con il tempo che le forme delle cose, nate per delimitazioni e correlazioni dei confini, nascono, muoiono e rinascono secondo un comune farsi insieme dell’essere.

Già Anassimandro aveva capito e detto perfettamente che il tempo è insieme generazione e corruzione delle cose, e che ogni forma o modo che non volesse rispettare questo limite comune è destinato comunque a per-ire secondo una durata che è data tra un arrivo e una partenza, ovvero un divenire che si ripete tra molteplicità ed eterogeneità.

A questo fondo comune “politico” non sfugge nessun tipo di linguaggio organizzato, e soprattutto quello della poesia, che è un’organizzazione politica di più parti autonome ma non indipendenti l’una dall’altra. Diversamente né significati, né significanze sarebbero possibili (eliminare l’eccedenza della significanza simbolico-linguistica è semmai obiettivo del cognitivismo sterilizzato del capitalismo linguistico che azzera la polisemia per controllare i comportamenti individuali e collettivi). Ed è anche per questo che, secondo noi, poesia, filosofia, scienza e politica non possono avere un destino di separazione definitiva, ovvero essere significanti e significanze senza essere organizzazione e correlazione cooperativa collettiva, un noi articolato di diagonali singolarità eterogenee. Come voler dire che, dall’origine, non c’è soggetto poetico che possa non dirsi insieme un noi politico di parti impegnate a realizzare una forma di democrazia di soggetti autonomi liberi ed eguali. «In regime democratico infatti […] tutti hanno convenuto di agire […] in base a una decisionepresa in comune: non hanno convenuto però di pensare e di ragionare in modo unanime»[11].

Del fare poesia e “lirica” dell’impegno comune, il soggetto po(i)etico “Noi Rebeldía”, praticando due diverse procedure – la prima proponendo innesti a partire da un testo già compiuto e definito da un certo numero di lasse egualmente dato; la seconda dalla proposta di un solo incipit “tematico” di 5 versi (un incipit che altri undici partecipanti, muovendosi all’interno del nucleo semico proposto come significanza pratica essenziale, devono proseguire con altri innesti di 5 versi ciascuno) –, ha dato prova di fattibilità prima con WE ARE WINNING WING (www.retididedalus.it, 2010) e poi con L’ORA ZERO (www.retididedalus.it, 2013). L’ora zero, accompagnato da alcune regole e indicazioni di fondo, come è stato già fatto per We are winning wing, è messo online su http://www.retididedalus.it e proposto, egualmente, ad altri siti e blog di poesia (italiani e non italiani) per proseguirne la sperimentazione e gli sviluppi.

In nessuno di questi testi collettivi e anonimi i versi delle singolarità poetiche significano “in modo unanime”. Il ventaglio delle pratiche significanti e delle significazioni è plurale, e tuttavia tutti i poeti coinvolti, individualmente singolarità uniche,spinozianamente «hanno convenuto di agire […] in base a una decisionepresa in comune».[12]

Oggi, 2014, l’esperienza e la sperimentazione del “Noi Rebeldía”, il soggetto po(i)etico collettivo e anonimo, continua a proporre l’impegno e la sfida sia raccogliendo altre adesioni personali in rete, sia chiamando altri siti e pagine web a mettere in video-ascolto il maturato sperimentale della propria azione poetica “comune” e conflittuale (una sperimentazione che non può essere deprivata certamente della qualità di essere un’azione d’avanguardia impegnata).

L’esaurimento di certe forme storiche del conflitto e dell’avanguardia non sanziona né la fine del conflitto né di un’avanguardia possibile. Il piano della produzione e della riproduzione del neocapitalismo cognitivista, che mira a chiudere le soggettività appiattendone linguaggi e comportamenti dentro il circuito dei mercati della creatività mercificata, non impedisce le tensioni, le aperture e le decisioni del kairòs. Il tempus rompe la permanenza degli equilibri strumentali; i “manovratori” non hanno requie (Marco Palladini, Chi disturba i manovratori).

Non più tempo di “rivoluzioni senza rivoluzione” (A. Gramsci), o di emancipazione senza liberazione o azione autonoma e diretta. Ripescare e riprovare (provare ancora e meglio) il fare insieme della cooper-azione antagonista e alternativa. In questa direzione la produzione di testi collettivi poetici anonimi e in comune è un’anticipazione di questa rivoluzione che rivoluziona praticando la perdita dell’identità individuale come proprietà e sovranità assoluta dell’io individualistico prodotto dalla modernità della rivoluzione senza rivoluzione.

È tempo che il “risveglio” diradi il “sonno” e anche la “lucidità” di una ragione strumentale stragista, bio-cida e polis-cida. C’è bi-sogno cioè di una parola e di una volontà collettiva po(i)etica che costruisca il testo poetico collettivo sine nomine come un’anticipazione (avanguardia) di un pensiero/linguaggio/comunic-azione in cui la scrittura di ciascuno abbia ragione di essere solo in quanto farsi-identità dinamica e ibrida.

E per questo capace di confliggere e trasformarsi nella potenza del comune ‘general intellect’ poetico critico-radicale e rete sociale. Il ‘general intellect’ infatti è generato nel tempo dall’intelligenza sociale, e solo a partire da questo campo comune si differenziano le singolarità di ciascuno coagulando una produzione collettiva di rete.

Un’azione po(i)etica realizzabile – questa della costruzione in rete di un testo poetico collettivo e sine nomine, proposta dal soggetto collettivo “Noi Rebeldía” – che, nel degrado suicida e penale dell’individualismo neoliberista (a partire dalla possibilità ricompositiva delle pratiche dei linguaggi artistici) possa e debba agire come libera e autonoma ‘open source’ cooperativa e simultanea ‘avanguardia del noi’, e libera da ogni logica della riduzione al “medesimo”. Il singolare e il collettivo (che non è la massa amorfa) si scambiano continuamente contenuti e forme non evitando le tensioni e i conflitti lì dove la stabilità della forma entra in contrasto con il divenire identità diversa, trasformazione in viaggio. La praxis della po(i)esis, l’arte-facere, è contestuale alla prassi dell’arte-facere della politica, e il permanente e annoso conflitto estetico, sempre risorgente, tra arte, poesia e politica è più che eloquente a tal proposito.

Qui, in particolare, il discorso filosofico-concettuale esamina le derive oppositive dell’avanguardia ‘engagée’ e la progettualità di una scrittura poetica come messa-in-comune, vera e propria ‘open source’ anti-individuale, e con ciò capace di sviluppare una alterità-estraneità rispetto all’ordine omologante del capitalismo digitale proprietario in tempi di modernità ‘liquida’ e individualismi cristallizzati.

La ricognizione critico-semiotica sulle forme attuali del dominio ideologico e sull’immanenza e la molteplicità di un ‘general intellect’ sposta, infatti, il discorso su un’ideale ‘avanguardia del noi’. Ovvero su un collettivo politico-poetico inteso come ‘open source’ capace di una produzione testuale che si implementa per frammenti e per elementi tecnici propri sottoposti a ibridazione; che riusa i materiali storici in un’intertestualità che non rinuncia all’infratestualità; che si concretizza come sintesi di ‘molte determinazioni’ e come espressione di un ‘comune’ creativo che innesta una dialettica allegorizzante rispetto agli oggidiani rapporti di produzione e di riproduzione sociale.

I poeti, individuata la comune tematica di fondo (l’anticapitalismo) e l’inderogabile libertà espressiva di ciascuno all’interno del solo limite di cinque versi (per ciascuno dei partecipanti che in atto – anno 2013 e 2014 – non superano il numero complessivo di undici poeti), hanno scelto, e propongono, l’anonimato come possibilità reale di far parlare il “Noi” al posto dell’“Io”. In questa fase, – come ebbe a dire in una certa occasione Francesco Muzzioli –, l’io cede parte della sua “sovranità” al Noi, mentre l’attenzione corre sulla potenza del linguaggio poetico comune (vi è una rivendicazione della centralità della scrittura poetica). La parola plurale di questo “Noi Rebeldía”, il soggetto collettivo, nell’azione dell’intreccio e del montaggio poetico, non è certamente segno di consenso omologante e anestetizzante, consolazione o assenza di conflitto. Anzi è IMPEGNO! L’impegno della poesia che, nella neo-ristrutturazione capital-liberistica odierna, osteggia l’uso dell’ordine simbolico e immaginario come forza della produzione immateriale piegata al profitto, come occasione privilegiata di sfruttamento e di impoverimento globale e sottrazione della comune potenza d’essere e divenire che è propria a tutti e ciascuno. Una ostilità e un’opposizione antagonista che trova le sue ragioni anche nel fatto che la nuova produzione capitalistica, per governamentare le sue riaccumulazioni, la sua crescita glocal e le sue ricorrenti e cicliche crisi di sviluppo e dominio, fa man bassa della tecnologia artistica, poetica e letteraria (basti pensare a tutto il lessico e le espressioni metaforiche, analogiche…che ne mediano l’avanzare in campo aperto e dietro le quinte).

In fondo il linguaggio della poesia, che nelle singolarità differenti – “multi-ego in movimento” (Marco Palladini) – trova il giusto passaggio per la sua attualizzazione, non può non presupporre e contare sull’esistenza di un poetic general intellect (presente come una costante collettiva nell’immaginario culturale, sociale e politico di ogni voce poetante), e tale da rendere praticabile una forma espressivo-comunicativa poetica comune come produzione di un’immaginazione produttiva collettiva. Una forma di scrittura più attenta al comune del linguaggio poetico che non alle singole firme e all’emozionalità assolutamente privata e dilagante, perché comune è il sentiero che muove e spinge il conflitto antagonista della poesia di “Noi Rebeldía”. Il “noi” di questo soggetto è una produzione del divenire-noi collettivo, e non un’identità sostanziale intemporale, o individualizzata come schema fisso e quindi facile obiettivo del biopotere capitalistico. Come Antonio Negri, potremmo dire che è un’invenzione in movimento (“multi-ego in movimento” per Marco Palladini, o “sovranità” come “parte” con-divisa, comune, per Francesco Muzzioli). Il “Noi Rebeldía”, produzione e invenzione continua di soggetti singolari sociali plurali, che si incrociano creando il testo collettivo e anonimo, «è il nome di un orizzonte, il nome di un divenire […] Noi siamo questo comune: fare, produrre, partecipare, muoversi, dividire, circolare, arricchire, inventare, rilanciare»[13].

Anche per il 2014, ai poeti (italiani e non italiani), il soggetto collettivo “Noi Rebeldía” propone la costruzione di testi collettivi comuni, conservando sempre l’anonimato. L’anonimato deve essere conservato anche quando, dato un limite temporale, si vorrà tentare una qualche pubblica riflessione consuntiva e critica sull’esperimento. Sia in rete o in qualsiasi altro modo, la discussione deve mantenere l’anonimato sui singoli contributi dati ad un testo qualsiasi che porta il nome di “Noi Rebeldía”. I singoli nomi non valgono in quanto autori del frammento proprio posto in essere quanto come co-autori di un unico e solo testo collettivo come risultato di un montaggio di cui ciascuno è attore e insieme regista.

 

(Fine)

(Qui la prima parte del saggio)

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[1] Jean-Luc Nancy, Prendere la parola (trad. it. di Roberto Borghesi e Costanza Tabacco; postfazione di Flavio Ermini), Moretti&Vitali, Bergamo, 2013, pp. 18, 19, 20.

[2] Michael Hardt, Antonio Negri, De Corpore 1: biopolitica come evento, in Id., Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano, 2010, p. 69.

[3] Marcus Du Sautoy, L’enigma dei numeri primi, BUR, Milano, 2008, p. 337.

[4] Cfr. Armando Plebe, Pietro Emanuele, I postulati retorici (Le regole dell’argomentazione), in Id., Manuale di retorica, Laterza, Bari, 1988.

[5] Michael Hardt, Antonio Negri, De Homine 1: la ragione biopolitica, in Id., Comune Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano, 2009, p. 129.

[6] Jurij M. Lotman, I molti piani del testo artistico (Testo e Sistema), in Id., La struttura del testo poetico, Mursia, Milano, 1976, p. 89.

[7] Jean-Luc Nancy, Essere singolare plurale, Einaudi, Torino, 2001, p. 48.

[8]Ibidem.

[9] Ubaldo Fadini, Arte, cyberspazio. Alcune osservazioni, in «Iride», XVIII, n. 46, Dicembre 2006, pp. 598, 599, 660, 661.

[10]Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 2 (trad. it. di Enzo Grillo), Nuova Italia, Firenze, 1968 e 1978, pp. 402, 403.

[11] Baruch Spinoza, Trattato teologico-politico, Utet, 1988, capp. XVI, XX, pp. 650, 728.

[12] Ibidem.

[13] Toni Negri, Inventare il comune degli uomini, in Id., Inventare il comune, DeriveApprodi, Roma, 2012, p. 204.

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