Chandra Livia Candiani, La bambina pugile su “Nazione Indiana”

di Giorgio Morale

“… A chi amo, a chi mi ama, ai monaci della foresta, agli indifferenti e agli spaventati dell’amore e dell’amicizia, ai vivi, ai morti, e ai mai nati, ai sopravvissuti, a tutti gli oggetti del lavoro umano, tavoli, sedie e letti, e pane e vino, e orti, e a tutti i cari, furiosi o delicati, animali,… agli alberi vecchi e giovani, solitari e socievoli, al fondo del mare, alle onde una a una, ai granelli di sabbia, alle nuvole, alle montagne, ai sassi, alle conchiglie, ai fiumi, alla terra terra,… alla notte, alla luce, all’universo che non finisce…”.

L’io e il corpo, le relazioni e il male, l’universo e gli oggetti: è un elenco delle principali questioni affrontate dal pensiero tra fine Novecento e primi anni Duemila. Su questi temi Chandra Livia Candiani esercita una sorta di “sospensione del giudizio”, frutto di una personale e organica assimilazione della filosofia dell’esistenza occidentale e del pensiero orientale, e mette fra parentesi il modo comune di pensare: attualmente non più la metafisica della tradizione occidentale ma il suo contraltare, il deserto della condizione postmoderna, ciò che rimane della decostruzione del mondo e del senso susseguente alla messa in crisi delle tradizionali certezze a opera di gran parte della cultura contemporanea. Così oltrepassa il pensiero della crisi e innesta un “andare alle cose stesse”.

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