I LIBRI DEGLI ALTRI n.88: Un giorno di ordinaria esistenza. Ilaria Bernardini, “Domenica”

Ilaria Bernardini, DomenicaUn giorno di ordinaria esistenza. Ilaria Bernardini, Domenica, Milano, Feltrinelli, 2012

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di Giuseppe Panella

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Questo è il romanzo di una giornata che mancava alla narrativa italiana degli ultimi anni. Dopo i notevoli exploits di scrittori come Raffaele La Capria sul finire degli anni Cinquanta (Un giorno d’impazienza del 1952 e soprattutto Ferito a morte del 1961), il romanzo di osservanza joyciana dove tutto si svolge nel giro di ventiquattrore di ordinaria esistenza era stato trascurato come genere e forma di espressione letteraria.

Il libro di Ilaria Bernardini, già nota per il suo precedente Corpo libero edito sempre da Feltrinelli nel 2011[1], si svolge tutto nel corso di un’afosa domenica di agosto ed è tutto giocato sull’interazione tra una giovane coppia, il loro bambino e i nonni che lo ospitano proprio per lasciare una giornata di libertà ai suoi due genitori.

Fin dall’inizio il romanzo si pone sotto la larvata protezione di Julian Barnes di cui la Bernardini pone in epigrafe un brano tratto da Il senso di una fine[2]e cherisulta significativo per comprendere l’operazione qui tentata dalla scrittrice ma il modello di segmentazione spazio-temporale nella scrittura, alla fine, sarà ben diverso sia negli effetti di spiazzamento del lettore che nella produzione di senso delle parole che lo vanno ricomponendo, momento dopo momento, nel corso della narrazione. Il racconto è, quindi, fortemente spezzettato, basato sui pensieri e sul flusso di coscienza dei suoi due protagonisti in modo da costruirsi come un contrappunto forte di aspettative, di impressioni, di atteggiamenti e di proiezioni tra l’onirico e il disorientato.

Un esempio significativo è quasi in apertura di libro con i pensieri nascosti di LUI:

 

«Vorrebbe dirle che sente i suoi pensieri. Non c’è bisogno di sbuffare, è chiaro che è sveglia e che è nervosa. Non è colpa sua, non è colpa di nessuno.

 

Domani mattina saranno soli, l’idea è di godersela un po’. Per questo lui non vede l’ora che sia mattino. Per questo e per guardarla come ci si guarda dopo una festa, dopo che si è bevuto troppo, dopo avere fatto l’amore e con i giornali da leggere in silenzio.

 

Avrebbero fatto il caffè due volte e l’avrebbero finito tutto. Lui si sarebbe impegnato e avrebbe sollevato la maglietta di lei anche nella luce del sole e non avrebbe avuto paura di come era diventata, fredda e che sembrava non amarlo quasi mai. L’avrebbe baciata e avrebbero fatto l’amore di nuovo. Con le porte aperte.

 

Lasciare le porte aperte, anche ora, o ieri sera quando sono tornati dalla festa facendo rumore e tenendo la voce a un volume normale, era bellissimo»[3].

 

Ma anche le riflessioni di LEI investono dimensioni profonde e contraddittorie del suo Io e si innestano su problemi di coppia che finiranno per restare segreti ad entrambi anche in seguito pur risultando centrali nella loro dinamica relazionale, investendone i sentimenti e la sessualità. A proposito del sesso che fanno insieme e che non funziona troppo bene, lei pensa:

 

«Inoltre lui nel sesso con lei non è granché e quindi forse le altre donne non lo troveranno granché e lui non riuscendo a farle godere molto penserà di non essere granché e avrà ancora più bisogno di lei. Amerà ancora di più lei e alla fine avranno vinto anche questa volta: non ci sarà niente di più desiderabile di loro due e dovrà per forza essere così, lui dovrà volere sempre di più lei, lei vorrà sempre di più lui.

 

Forse è cattiva. E questi pensieri sono così stupidi, così piccoli. Però lui non sa usare bene le mani. Neanche la lingua. E dura sempre troppo poco. A volte lei glielo fa pesare, altre no. Comunque le piace lo stesso e lo trova sexy lo stesso. Lo desidera ancora anche se sa che lui non è bravo, è troppo egoista, superficiale e quasi sicuramente non la farà godere. Quindi lo desidera ma non sempre. E per questo spesso è pigra in partenza, perché sa che il gioco non vale lo sforzo.

 

Non le importa, lui sa fare altre cose. Sa dire le cose giuste per esempio. Sa dire le cose migliori»[4].

 

Le riflessioni disgiunte e contemporanee dei due coniugi su se stessi e il loro rapporto di coppia sono, a livello di resa emotiva e di scavo nel profondo della loro personalità, le cose più belle e più intensamente graffite sulla superficie riflettente del romanzo di Ilaria Bernardini.

Il livello diegetico del racconto è riducibile al loro rapporto con due figure fondamentali nella loro vita: il bambino e il cane. Il loro bambino si sente male all’improvviso, sviene e viene portato dai nonni in ospedale per le cure del caso. Nel corso di un lunghissimo piano-sequenza narrativo, i genitori, spaventati e interiormente scossi dall’improvviso malore del ragazzino, lo raggiungeranno dopo un attraversamento della città afosa e semivuota che sembra loro interminabile.

Il cane, invece, ormai vecchio e malato, sta per morire – ma entrambi cercheranno disperatamente di farlo sopravvivere, anche se invano.

L’interesse del romanzo, in realtà, non è tanto legato a questi due eventi, certamente drammatici ma non certo inconsueti o straordinari nell’ottica di una vita quanto alla forza espressiva della loro flagranza nel momento in cui si verificano e vengono così catapultati nell’atmosfera sonnacchiosa e vagamente languida di quella domenica.

In realtà, la sera prima, alla festa cui erano potuti andare perché il figlio era stato alloggiato dai nonni, qualche motivo di tensione c’era stato: dopo aver bevuto un po’ più del solito, anche in simili occasione, dopo dei flirt non particolarmente riusciti ma comunque un po’ pericolosi per l’autostima di entrambi, soprattutto di lei, il loro stare insieme era sembrato pericolosamente, fuori asse, forse instabile e certamente bisognoso di essere ricostruito da una riconquistata confidenza.

Fare l’amore aveva giovato perché aveva dato ad entrambi la consapevolezza di una confidenza riconquistata (e, in ogni caso, ancora forte e mai perduta del tutto).

Ma l’improvviso svenimento del bambino, ad esempio, rompe un equilibrio che si era a poco a poco venuto ricostituendo e impone delle scelte rapide e ansiose:

 

«Lui solleva il cane e lei lo vede sparire oltre il portone con la camicia scura di sudore. Si veste mentre lui sale, mentre prende l’ascensore e si infila di nuovo le mutande, i jeans, una maglietta. Mette le scarpe col tacco, chissà perché vuole quelle, eppure le infila. Forse vuole rifarsi per quelle brutte della sera prima. Oppure lo fa per il bambino, non lo sa. Il bambino è in ospedale, senza di lei, gli hanno anche prelevato il sangue. I bambini non svengono. Perché è svenuto? Un sacco. Un bambino sacco. Non va per niente bene.

 

Se lui morisse lei non avrebbe più un bambino, sarebbe libera, tornerebbe quella di prima. Questo pensiero arriva così veloce, senza che lei se ne accorga, non si accorge di averlo formulato ma sa di averlo fatto, c’è stato, è stata lei a metterlo in fila e le dà subito la nausea. Come posso pensare queste cose? Perché l’ho fatto? Si dice: Se ho pensato queste cose lui morirà di sicuro. Morirà per colpa mia che sono cattiva e voglio essere libera anche se voler essere liberi è da stupidi e da viziati. Non mi merito un bambino sano»[5].

 

Ma il bambino non morirà, anzi si riprenderà rapidamente dal malore che lo ha colpito e tornerà con i genitori a casa. Anche la morte del cane già da tempo ammalato richiederà una soluzione dal punto di vista pratico al problema che si è ora venuto a creare con la necessità della sua rimozione per evitare, oltretutto, al bambino di accorgersi della sua fine intervenuta quando i suoi padroni era via, in corsa verso l’ospedale per soccorrere il loro figlio ricoverato per i necessari accertamenti.

L’uomo si occuperà di spostare il cane dalla casa:

 

«Sistema il cane una volta ancora, i peli bagnati rendono il cadavere scivoloso e le braccia gli fanno male. Domani quando sarà in aereo avrà l’acido lattico a ricordargli tutto. Ma anche questo, anche il cane così come il bambino all’ospedale e la nostalgia che oggi ha di lei, lo ricorderà male. Forse non avere tanta memoria è la sua salvezza.

 

Ha lasciato sporco per terra, è uscito troppo in fretta, poteva almeno dire qualcosa. Ma voleva proteggere il bambino e voleva al più presto abbracciare il cane e prendersene cura proprio perché secondo lui non poteva essere stato il cane a scegliere di morire quando loro non c’erano. Erano loro che lo avevano lasciato solo mentre moriva. Ed erano stati loro a portarlo fuori così poco e abbandonarlo tutte le volte che avevano potuto. “Scusa”, gli dice, e allora piange. “Siamo usciti perché il bambino era all’ospedale”, aggiunge, e si sente davvero scemo. “Mi dispiace che sei morto da solo. Mi dispiace tanto soprattutto che sei morto”»[6].

 

La domenica felice della giovane coppia con il bambino rapidamente risanato si chiude con la morte solitaria del loro cane e con la promessa di un futuro ancora condiviso, se non migliore del precedente: i loro pensieri, le loro aspirazioni, i loro capricci, le loro idiosincrasie, le loro schermaglie amorose e sessuali, si rivelano, nella loro solo apparente futilità, altrettanti sintomi delle comuni difficoltà a vivere, libere dalle continue contraddizioni che le contraddistinguono e con un animo meno tormentato da domande pressanti sul futuro incombente, proprio quelle richieste sempre incalzanti che contraddistinguono il presente.

 

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 NOTE

 

[1] La produzione letteraria di Ilaria Bernardini comprende Non è niente (Milano, Baldini & Castoldi Dalai, 2005), La fine dell’amore (Milano, ISBN Edizioni, 2006), una raccolta di racconti su questo tema e I Supereroi (Milano, Bompiani, 2009), variazioni sul tema dell’esistenza vissuta da personaggi di antieroi che la gestiscono quotidianamente. Nel 2002 la Bernardini ha diretto un cortometraggio (da lei interpretato insieme a Massimo Coppola) dal titolo Che cosa vuol dire pensare.

[2] Il brano citato è questo: “Una nostra amica – continuo istintivamente a usare il possessivo plurale sebbene io e Margaret siamo ormai divorziati da un tempo più lungo del nostro matrimonio – una nostra amica, dicevo, aveva un figlio che suonava in un gruppo punk rock. Le chiesi se avesse mai sentito qualche loro brano. Ne nominò uno dal titolo Ogni giorno è domenica. Ricordo di avere riso con sollievo al pensiero che la stessa noia adolescenziale di allora si sia tramandata di generazione in generazione. E che si adotti la stessa arguzia sarcastica per tentare di uscirne. “Ogni giorno è domenica” : le parole mi riportarono agli anni della mia stagnazione, a quell’attesa terribile che la vita incominci. Domandai alla nostra amica i titoli di altre canzoni del gruppo. No, disse, è quella la loro canzone, l’unica. E come continua ? chiesi. In che senso ? Beh, cosa dice dopo ? Vedo che non capisci, eh ?, disse. La canzone è quella. Si ripete sempre la stessa frase, più e più volte, finché la musica non decide di smettere. Ricordo di aver sorriso : “Ogni giorno è domenica” : non male per un epitaffio, no?”. A questo punto, si verrebbe tentati, però, dal dire che, per fortuna, non è domenica ogni giorno e che ci sono, ancora, dei giorni feriali…

[3] I. BERNARDINI, Domenica, Milano, Feltrinelli, 2012, p. 16.

[4] I. BERNARDINI, Domenica cit. , pp. 57-58.

 

[5] I. BERNARDINI, Domenica cit., p. 72.

[6] I. BERNARDINI, Domenica cit., p. 142.

 

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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