I LIBRI DEGLI ALTRI n.91: Mitologia mitomodernistica e altre menestrellerie. Tomaso Kémeny, “Poemetto gastronomico e altri nutrimenti”

Tomaso Kémeny, Poemetto gastronomico e altri nutrimentiMitologia mitomodernistica e altre menestrellerie. Tomaso Kémeny, Poemetto gastronomico e altri nutrimenti, Milano, Jaca Book, 2012

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di Giuseppe Panella

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Il “nutrimento” proposto da Tomaso Kémeny, un poeta sovente di altissimo profilo stilistico e di ingegnose soluzioni di carattere sperimentale[1], è costituito da un’apocalisse gastronomica in cui al cibo prelibato e gustosamente cucinato e preparato si accoppiano i migliori vini d’Italia e il conforto delle Muse. In un passaggio di notevole nitore formale, si può leggere, infatti, in apertura di poema e con intento di invocazione alle Muse (com’era tradizione una volta):

 

«Enouverture. ”Non fumiamo più, siamo tutti sani”, / sospira la giovane salutista / dal corpo incontrollabile, ma nell’ora / della signoria della rosa mitomodernista / percorro la mulattiera / che collega Delfi al Parnaso / oltre la frontiera del tempo storico. / Mi guida il richiamo del cucùlo, / fuoco fatuo vagante dal ceraso / verso l’annerito antro di Dioniso / dal mondo attuale evaso. // Brandisco, indegno, il suo tirso / e conduco gli astri in danza / a respirare il fuoco, anima del vino, / e con le Menadi insaziabile infurio / e celebro in abbondanza il vitigno / che da Troia in Italia il pio Enea, / l’Agliànico, dalla cui clonazione / nacquero il Nero d’Avola / (che bevo a garganella tra le ginestre), / il Nebbiolo, il diletto Sangiovese, / rendendo il bel paese / luogo d’elezione della gioia terrestre»[2].

 

L’emergenza bacchica culmina nella rievocazione di come il vino fu portato da Troia nel paese di Enotria, nella terra dove la bevanda cara a Dioniso troverà il suo luogo di culto nelle sue diverse epifanie e nei suoi molteplici aspetti. La poesia produce lo stesso tumulto che essa impone ai suoi devoti e si impone con la sua forza inebriante a chi vuole giungere, in tempi brevi, sulla vetta del Parnaso. L’equazione tra vino e poesia che Kémeny propone in apertura del suo Poema gastronomico continua nei successivi quattro frammenti (conclusi da una Coda) e si conclude con un’esplosione pirotecnica di osservazioni poetiche sul cibo e la sua natura e si conclude con l’esaltazione del primato della cucina italiana.

I toni variano dal peana al ditirambo (con preferenza per quest’ultimo) e l’utilizzazione del Byron eroicomico (soprattutto quello del Beppo e del Don Juan) come pure della tradizione italiana dei poemi cavallereschi di impronta comica e gioiosa che svariano da Matteo Maria Boiardo al Pulci[3] sanciscono lo scarto tra tradizioni di riferimento.

Kémeny si propone come ponte tra Rinascimento e Romanticismo utilizzando una scrittura lucida e tersa che ammicca e allude festosa senza tralasciare i suoi momenti di apoteosi nel progresso rampante e voluttuoso dell’enumerazione e del catalogo.

La poesia si fa rappresentazione del trionfo del cibo esibito e, nello stesso tempo, si arricchisce di una molteplicità di apporti che conducono alla messa in scena del suo carattere di seduzione che si fonde, alla fine, con l’affermazione della necessità dell’eros: dall’antica Grecia dove il vino era l’elemento principe della messa in scena sociale della poesia si giunge alla modernità dove le vicende che legano il bere all’amare sono preludio a una diversa configurazione e dislocazione della soggettività umana:

 

«Ma poi l’appetito si confonda / con la poesia, nella baraonda / di filetti d’acciughe al pomodoro, / di cocuzze ripiene / di cento formaggi, con la fuga / di arselle e di merluzzi soffritti / in casseruola, / e si affonda / nella scuola sotto i mari dove / ci si sazia di anguille, / di calamari, / di trance di pescatrice, e fortunato, / un mammalucco sommozzatore, / ravvisa la pignatta del cacciucco / con languore, i baffi ricoperti / di crostini abbrustoliti. / Ma le belle figlie dell’amore / prediligono triglie a sorpresa / involtini in provvisoria ascesa / con costole di sedano / e al richiamo trepido del rigogolo / brindano baldanzose col Barolo. / Tra lo sformato di salmone / ornato di maionese, l’abbacchio alla romana / servito da un domestico cortese, / la noce di vitello in gelatina / perdo il senso della misura / e con l’inesperta disinvoltura / della crisalide pronta / alla metamorfosi, cedo / all’offerta di ossibuchi alla milanese / sistemati su di una larga teglia / e, poi, come in dormiveglia / m’arrendo a un soufflé di ribes / e poi a una trancia di dolce con zibibbo / e a un intero snob al cioccolato, / celando sotto le vesti un insolito / gibbo… / E mentre felice slitto / oltre il ciclone del silenzio / scolando assenzio e moscato, / sotto la luna intravedo una vela / mentre addento una mela selenita / e un bacio febbrile sulla bocca / mi svela un sapore più intenso / della morte e della vita»[4].

 

Il climax risulta assoluto e prepotente mentre l’accumularsi sulla pagina dei nomi dei cibi e della loro baluginante visione fa venire l’acquolina in bocca e accende i sensi alla loro rievocazione favolistica. Nominare i cibi predispone a mangiarli e il banchetto verbale si assomma a quello che concretamente dovrebbe (a norma) seguirlo dal punto di vista temporale.

Alla fine sarà opportuno dare un senso a tutto questo e incoronare la migliore cucina sperimentata nel corso dell’apocalittica mangiata che ha, in sostanza, costituito il poema:

 

«”Badate, amici contemporanei, / golosi in incognito e posteri / in conoscibili, io onoro / la tesi platonica della conoscenza: / essenzialmente / conoscere e riconoscere il già vissuto / in una vita precedente; / imparare è ricordare l’appreso / in un orbe elevato e accogliente. / Nelle mie molte vite avendo / il cibo del mondo intero assaporato, / alla Cucina Italiana assegno / senza esitazioni il primato”»[5].

 

Tale è il verdetto di un epicureo dal volto di Dorian Gray “all’ultimo stadio”.

Ma, nonostante la devastazione del viso e del corpo reso grinzoso e devastato dal troppo cibo e dal troppo vino, il suo verdetto è santificato dal desiderio di appagamento che egli emana e che solo nutrendosi di cucina italiana è riuscito a raggiungere compiutamente.

Ma la raccolta di Kémeny non si riduce solo all’apoteosi del cibo e del vino – i suoi nutrimenti sono anche (e soprattutto) spirituali. Lo dimostrano gli altri testi poetici più brevi che arricchiscono la raccolta e che il suo autore definisce giustamente “nutrimenti”.

Le sue apostrofi a Byron “in occasione del ritorno della primavera”, a Foscolo (cui viene indirizzata un’ode che imita il suo stile prezioso e distillato), a James Joyce e alla sua labirintica Dublino, al Novecento che si incarna nelle parole spezzate e sconvolte di Dino Campana, a Céline (cui l’autore contrappone la propria ricerca della gioia più vasta e in espansione rispetto al dolore che il dottor Destouches sostiene di voler trovare), all’Amleto shakesperiano (e la dedica ad Alessandro Serpieri, eccellente traduttore della tragedia chiude il cerchio), a Breton e a Leopardi ne sono eccellente testimonianza in versi. Ma dove Kémeny scopre definitivamente le sue carte è nella poesia intitolata Alla parola dove la sua epifania del verbo poetico è icasticamente espressa e denaturata, resa concreta proprio nella sua ricerca di astrattezza definitiva:

 

«La parola sorse / da crateri di luce / e creò un mondo sradicato / dal proprio principio, fino / alla fine dei tempi irripetibile. / Ma tu ascolta / solo la parola che scaturisce / dalle fenditure del tempo / e trapela dai circuiti del silenzio / nel medesimo fremito celando / carne e polvere»[6].

 

Liberandosi dal silenzio che l’avvolge, la parola vive nelle crepe polverose del tempo che tutto attrae nella sua sfera d’influenza e d’azione. In questo spazio ristretto e apparentemente angusto, essa trova nella poesia la sua possibilità (e le sue potenzialità) della liberazione che la fa vivere per sempre. Giocando tra il materico e il riflessivo, allora, Kémeny raggiunge il suo scopo di produrre una poesia che abbia respiro miticamente articolato in una prospettiva di modernità volutamente ricercata e resa assoluta dalla sua nitidezza espressiva.


 

NOTE

[1] Tomaso Kémeny ha pubblicato, prima di questa sua ultima raccolta di versi, numerosi libri di poesia tra i quali è opportuno ricordare almeno:  Il guanto del sicario (New York, Out of London Press, 1976), Qualità di Tempo (Milano, Società di Poesia – Guanda, 1981), Recitativi in Rosso Porpora  (Udine, Campanotto Editore, 1989), Il Libro dell’Angelo (Milano-Parma, Guanda, 1991), Melody (Milano. Marcos Y Marcos, 1997), Desirée (Faloppio (Como), Lieto Colle Edizioni, 2003), La Transilvania liberata (Milano, Effigie, 2005), La morte è un’altra cosa (Pisa, ETS, 2007). Con Mario Perniola e Renzo Paris, Kémeny ha pubblicato una raccolta di saggi dal titolo Il pensiero neo-antico. Tecniche e possessione, Milano, Mimesis, 1995 e con lo storico della filosofia Fulvio Papi ha scritto un libro di poetica, Dialogo sulla Poesia (Como-Pavia, Ibis Edizioni, 1997).

[2] T. KÉMENY, Poemetto gastronomico e altri nutrimenti, Milano, Jaca Book, 2012, p. 7.

 

[3] Sulla poesia del Pulci e i suoi articolati congegni poetico-narrativi non posso che rimandare ad A. POLCRI, Luigi Pulci e la Chimera. Studi sull’allegoria nel “Morgante”, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2010.

[4] T. KÉMENY, Poemetto gastronomico e altri nutrimenti cit. , pp. 9-10.

[5] T. KÉMENY, Poemetto gastronomico e altri nutrimenti cit. , p. 26.

 

 

[6] T. KÉMENY, Poemetto gastronomico e altri nutrimenti cit. , p. 103.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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