I LIBRI DEGLI ALTRI n.93: L’inesplicabile relativo ed altre evenienze della vita. Franca Rizzi Martini, “Il mantello della zebra”

Franca Rizzi Martini, Il mantello della zebraL’inesplicabile relativo ed altre evenienze della vita. Franca Rizzi Martini, Il mantello della zebra, Napoli, Pironti, 2012

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di Giuseppe Panella

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Che cosa ha di così emblematico il mantello di un animale (certo intelligente e capace di sopravvivere alla dura legge della savana in paesi ancora selvaggi e inospitali come l’Africa Equatoriale) da essere utilizzato come titolo per un romanzo che si svolge sì certamente in Kenya per buona parte della narrazione ma poi si distende in un carteggio primi anni del Novecento tra Marostica e Monaco di Baviera ?

Il fatto – ben descritto nel corso del romanzo in una lettera di guido Colpi, uno dei protagonisti “occulti” della vicenda – che le zebre (come le vacche nella notte del pensiero cui allude il giovane Hegel) sembrano avere tutte un mantello uguale a quello di tutte le altre ma, in realtà, ne portano addosso uno differente per ogni esemplare della specie.

Di conseguenza – come si vedrà – tutte le zebre sembrano identiche (almeno nel mantello) ma sono tutte differenti anche in esso anche se solo degli abili osservatori sono capaci di individuarne differenze e ripetizioni e separarle tipologicamente a seconda di esse.

 

«”Eccoci arrivati di nuovo alle zebre”, affermò Elisa “ma solo in fotografia”. “Sembra un tema ricorrente”. “Ma siamo stati noi a scovare questo carteggio proprio per il titolo; pensavamo si parlasse di Africa, invece…”. “Ci scommetto che è qui il nocciolo della vicenda”. “E’ qui ? Nelle strisce sul posteriore delle due zebre?”. “No, qui si tratta di diversità nell’uguaglianza”. “… O di uguaglianza nella diversità”, gli fece ecco Elisa, ridendo. “Dai, è meglio andare avanti, altrimenti non ne verremo mai a capo”»[1].

 

Il mantello della zebra si potrebbe definire, se il termine non fosse un po’ troppo usurato dall’uso improprio e giornalistico, un sequel ambientato in epoca contemporanea del precedente Il suonatore di balalaica, l’esordio narrativo della Rizzi Martini.

In esso, un dipinto di Cosroe Dusi, lontano parente dell’autrice, che portava appunto questo titolo era il punto di partenza di una ricostruzione del passato di Guido Colpi, il giornalista nonno di Elisabetta (la protagonista del Mantello della zebra) e il legame con un complicato caso poliziesco relativo alla morte di suo zio Lepoldo risolto poi dal piccolo Guido e da un bizzarro poliziotto di Monaco di Baviera, Klaus Schneider. In quel libro, il dipinto di Dusi era l’elemento che collegava il passato ottocentesco del pittore (che si era recato a Pietroburgo nel 1839 per cercarvi fortuna) con il presente primo-novecentesco di Colpi, ancora ben lontano dall’essere diventato un giornalista di successo. In Il mantello della zebra, invece, sono l’imponente epistolario del nonno e il ricordo incerto e frammentario a scatenare la fantasia di Elisabetta, copywriter di successo, sposata con Stefano, un uomo evidentemente di altrettanto successo (dato che si sposta con estrema disinvoltura negli aeroporti di tutto il mondo) e madre di Mattia, adolescente di buona indole del quale la madre è perdutamente presa. Elisabetta, inoltre, ha appena finito di scrivere il suo primo libro, attende la sentenza capitale dell’editore e l’ispirazione per scriverne un secondo ma non sembra turbata eccessivamente dalla possibilità di non essere mai pubblicata:

 

«Se poi il libro venisse pubblicato o se il dattiloscritto fosse già stato mandato al macero da qualche editore incompetente, questo ormai per Elisa non aveva più importanza: ora aveva trovato moltissimo materiale di sé, della sua vita, della sua famiglia e di altri casi polizieschi, per cui aveva recuperato una serie di spunti su cui imbastire storie e trame di romanzi futuri. A lei importava la felicità che le derivava dallo scrivere, dal vedere sbocciare sul video, una dopo l’altra, una serie di parole che creavano una frase, le piaceva riprenderla per tornirla, e poi una frase tirava l’altra, un concetto ne anticipava un altro che non era ancora concreto, ma stava fiorendo nella sua immaginazione, oppure ne discendeva come logica conclusione a coronare l’intero paragrafo. Non le sarebbe importato nulla se il libro non fosse uscito, se fosse rimasto perennemente sotto forma di pacco di carta stampata o se il suo nome non fosse rimasto legato a quel romanzo … oppure no, stava mentendo a se stessa in un impeto di grandiosità d’animo che non le apparteneva»[2].

Il suo ritorno alla casa di Marostica della sua infanzia è legata alla necessità di provvedere alla sua necessaria manutenzione dovuta alla vecchiaia ormai incombente dell’edificio e alla sua fatiscenza cui le cure di Elvira e Giovanni, i contadini che abitano vicino alla villa e che sono legati alla famiglia Colpi dai molti anni passati al suo servizio e che sono molto affezionati ad Elisabetta che hanno visto crescere e poi andare via, non bastano più a porre rimedio.

Ma nel ritornare nella villa della sua infanzia e adolescenza Elisabetta viene in contatto con il segreto della breve vita felice di Franco Colpi, il medico suo padre, che aveva deciso di andare in Africa a inseguire il suo sogno di avventura e di solidarietà sociale.

Qui, nel 1954, l’uomo era entrato in contatto con la spietata violenza del colonialismo britannico[3], con i campi di concentramento in cui venivano detenuti gli indigeni dell’etnia Kikuyo e la ferocia della politica di apartheid che vigeva ancora nella colonia inglese, all’epoca dell’insurrezione dei Mau-Mau guidati dal loro “padre della patria” Yomo Kenyatta.

Le lettere inviate da Franco Colpi alla famiglia ricordano, per l’intensità morale della denuncia e il suo tono, pagine analoghe di Heart of Darkness di Joseph Conrad.

Ma ricordano anche analoghe esperienze di felicità ricavate dal contatto con la natura selvaggia e incontaminata del territorio dei grandi laghi sudafricani (il Turkana, il Victoria) che molti viaggiatori hanno saputo rendere nelle loro narrazioni di viaggio (penso soprattutto alla “vita intensa” narrata da Ernst Hemingway e consegnata a Verdi colline d’Africa).

Alla conoscenza, sia pure indiretta, delle vicende che hanno portato alla sua nascita (le imprese del padre, la conoscenza di lui con Gabriella Bedin, la sua infermiera, poi sua moglie madre di Elisabetta) si aggiunge la curiosità per le investigazioni del nonno, nel 1924, ancora giovane praticante giornalista. Due delitti risolti dall’infaticabile Klaus Schneider (quello del giovane ebreo comunista Joseph Kasinsky assassinato dal circolo di amici di cui pure egli faceva parte e che frequentava per amore della bella aristocratica Julia von Achim e quello della signora e signorina Sommer, strangolate nella loro casa la notte del 31 dicembre 1923 e lasciate sedute su una panca nell’ingresso dell’appartamento) sono il coronamento dell’indagine svolta dalla signora Elisabetta all’interno delle prime indagini del suo vigile e acuto nonno giornalista.

La donna, tuttavia, non solo cerca le tracce del suo passato remoto ma non manca di godere del presente: la cucina casereccia ma sopraffina della vecchia Elvira, la corte intensa e premurosa del più giovane Giovanni che si dirà affascinato dal fantasma della sua femminilità giovanile e al quale finirà con il cedere in una spontanea quanto incandescente sequenza amorosa.

Che poi l’uomo le riveli la propria omosessualità non sembrerà sconvolgente alla più matura signora che vedrà il loro incontro a sfondo sessuale come una parentesi che rafforzerà, in realtà, in misura maggiore il rapporto con il marito architetto.

Alla fine, dopo aver saputo dalla lettura del fitto epistolario Colpi-Schneider chi sono i veri assassini e dopo aver saputo che sono stati assicurati alla giustizia) e dopo aver ricostruito attraverso le sue lettere il tragico destino della Germania di quegli anni (l’inflazione spaventosa, la crisi economica e sociale, il putsch di Monaco del 1923[4] in cui vanamente Adolf Hitler per la prima volta e in collaborazione con Erich Ludendorff tentarono di prendere il potere in Baviera, la feroce repressione anti-comunista e il rafforzarsi della mentalità autoritaria già imperante nel paese), Elisabetta potrà tornare a Moncalieri presso la famiglia non senza aver rassicurato Giovanni ed Elvira che non venderà mai la villa di Marostica (come pure aveva pensato di fare) perché essa apparterrà sempre alla sua esistenza e alle persistenze del suo cuore.

 


 

NOTE

 

[1] F. RIZZI MARTINI, Il mantello della zebra, Napoli, Pironti, 2012, p. 189.

 

[2] F. RIZZI MARTINI, Il mantello della zebra cit. , p. 285.

 

[3] La descrizione delle brutalità ad opera dell’esercito britannico di occupazione coloniale ricordano molto quelle, analoghe, dell’esercito tedesco narrate in V. di Thomas Pynchon, in particolare nella sezione del romanzo intitolata La storia di Mondaugen (trad. it. di M. Bocchiola, Milano, Rizzoli, 2009 ), dove lo sterminio della popolazione indigena viene consegnata alle pagine del romanzo con forza inusitata.

[4] Il tentativo di colpo di Stato è noto anche come il “putsch della birreria” dal nome del locale, Bürgerbräukeller, da cui prese improvvisamente l’inizio.

 

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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