Remainders n.14: Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

i promessi sposiAlessandro Manzoni, I promessi sposi

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di Francesco Sasso

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Alessandro Manzoni (1785-1873) nasce a Milano dal conte Pietro e da Giulia Beccarla, figlia di Cesare. Della vita del Manzoni sappiamo molto e tante sono le biografie a riguardo. Eppure egli è forse uno degli scrittori italiani in cui è più difficile ricostruire la vita interiore.

Tra il 1821 e il 1823 il Manzoni attese alla stesura del suo romanzo storico I promessi sposi, che, unendo fantasia e storia, rispondeva ai canoni dell’arte romantica e, sempre nel ’23, scrisse la Lettera sul romanticismo per rispondere al marchese Cesare d’Azeglio, che si stupiva del fatto che un grande poeta come lui aderisse alla scuola romantica; nel 1827 pubblicò il suo capolavoro, che però rivide accuratamente negli anni successivi per dargli la miglior forma linguistica e che ripubblicò in forma definitiva a Milano, in dispense, dal 1840 al 1842.

L’azione del romanzo è posta in un paesino dei dintorni di Lecco e in Milano tra il 1628 e il 1630, periodo desolato per il malgoverno spagnolo e per la terribile pestilenza che infierì nella zona; durante questo periodo si svolgono le vicende di due giovani popolani, Renzo e Lucia, a cui la prepotenza di un signorotto e la viltà del loro curato rende impossibile il matrimonio. Una lunga serie di disavventure li tiene separati per due anni, ma alla fine le loro pene si concludono con le nozze, finalmente e felicemente celebrate dal loro stesso curato, Don Abbondio.

 

Questa in poche parole la trama di un romanzo che non ha l’eguale nella nostra letteratura e che con tanta naturalezza intreccia, intorno a due umili personaggi fuori della storia, gli avvenimenti tanto gravi, solenni e significativi di quel tempo: accanto a loro sfilano potenti, prelati, cardinali, letterati, tutti dipinti e lumeggiati nei loro atteggiamenti più profondi e più adatti, tutti umani, comprensibili, giustificati e giustificabili, questo vile e quello maestoso, questo dolce e quello violento, questo presuntuoso e quello umile, ma ciascuno perfettamente aderente al ruolo che deve rappresentare nel romanzo. Manzoni vuole evidentemente dimostrare che tutti, ricchi o poveri, sono toccati dai grandi avvenimenti che turbano e muovono la società, che il mondo è più spesso cattivo che buono, ma che ci saranno sempre le anime salde e generose che accettano il dolore pur di non mancare alla legge divina, animate e sorrette da quel raggio di luce che tutti portano in sé e che non è negato a nessuno, che l’imperfezione umana è tanta che merita sempre uno sguardo pacato di pietà, mai di condanna, che tutti i mali e tutti i dolori diventano più tolleranti quando si ricordi che la sventura è sempre provvida e che Colui che turba la pace dei suoi figli lo fa solo per preparare loro un bene maggiore.

 

Durante la mia recente rilettura del romanzo manzoniano, ho avvertito la saldezza della visione dell’autore: egli penetra con il suo sguardo acuto e pensoso i molteplici aspetti del mondo, lo medita e li dipinge con parole tristi e misurate, guidato sempre da una fede convinta e velatamente tragica; guizza qua e là il suo sorriso bonario, punge l’ironia, traspare l’amarezza, pesa il senso della relatività delle vicende umane, si snoda tutta la gamma dei sentimenti umani. L’architettura del romanzo è ampia e ricca di fantasia. Si corre di capitolo in capitolo, presi dagli eventi narrati. È un libro divertentissimo, è un libro che bisogna leggere, anche perché parla al cuore di tutti, ma nello stesso tempo permette a ciascuno di trovarvi continui motivi di divertimento, di consolazione, di meditazione.

 

f.s.

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